{"id":2533,"date":"2020-03-24T12:52:34","date_gmt":"2020-03-24T11:52:34","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2533"},"modified":"2025-09-01T12:49:04","modified_gmt":"2025-09-01T10:49:04","slug":"sul-grande-schermo-il-ciclista-pensatore-quando-la-disabilita-e-solo-un-tratto-imprescindibile-come-gli-altri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2533","title":{"rendered":"Il ciclista-pensatore: quando la disabilit\u00e0 \u00e8 solo un tratto imprescindibile come gli altri"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 sempre difficile determinare quello che fa di un film un bel film. Anche quando usciamo da una proiezione con un senso di soddisfazione \u201cestetica\u201d pieno, \u00e8 complicato stabilire quali siano stati, tra i tanti che compongono un prodotto cinematografico, quegli elementi che ci hanno catturato e convinto. L\u2019operazione, peraltro, sarebbe inopportuna, dal momento che \u00e8 il modo in cui questi vengono combinati, \u201csintetizzati\u201d, a restituirci la verit\u00e0 di quello che abbiamo visto. Lo sguardo analitico, pure interessante per indagare la struttura e la composizione di un film, non \u00e8 sufficiente. Le cose si complicano ancora di pi\u00f9 se il film nasce quasi \u201cper caso\u201d, ovvero se al regista la materia filmica capita tra le mani involontariamente, senza che ci sia dietro una volont\u00e0 esplicita, un progetto ragionato. Perch\u00e9, in questo \u201ccaso\u201d, si tratta di avere quell\u2019intuito, non solo cinematografico, che ti permetta di capire quell\u2019oggetto e di renderlo sotto forma di immagini in un modo che sia, al tempo stesso, rispettoso dell\u2019oggetto e significativo per chi vedr\u00e0 quelle immagini. A Great Macedonian rientra in questa categoria di film, e il regista, Renato Giugliano, sicuramente in quella categoria di autori che sanno porsi di fronte alla casualit\u00e0 senza timore, con pazienza conoscitiva, con la capacit\u00e0 di mettersi \u201cal servizio\u201d della materia, senza piegarla o enfatizzarla, aprendosi ad essa. Caratteristiche e attitudini che, anche a questo livello forse del tutto casualmente, condivide con il protagonista del documentario nel suo approccio all\u2019esistenza e alle sue \u201ccrepe\u201d. Ecco, sembra esserci un\u2019assonanza di fondo, anche precedente alla creazione delle immagini, tra autore e soggetto, ed \u00e8 forse questa che, con sguardo sintetico appunto, potremmo indicare come elemento di forza e di equilibrio di questo film. Solido nella dolcezza che sa esprimere e nella fluidit\u00e0 mai spettacolare delle sue immagini.<br \/>\nLa trama del documentario \u00e8 molto semplice: nell\u2019estate del 2009 Dejan parte in bicicletta da Skopje, nel cuore macedone dei Balcani, per un lungo viaggio solitario verso la Francia. Un grande impegno, un\u2019avventura contro i propri limiti, alla ricerca di un\u2019armonia interiore, ma allo stesso tempo della prova che la vita pu\u00f2 continuare a essere la stessa nonostante tutto. Dejan, infatti, indossa una protesi al posto della gamba sinistra, persa, quattro anni prima, a causa di un incidente con una macchina agricola in una fattoria organica in Francia nella quale lavorava. Anche il piede sinistro, peraltro, ha subito lesioni che non gli consentono un\u2019articolazione perfetta. Sappiamo poi che nel 2010, forte di questo successo, ha attraversato Cile e Argentina, e nel 2011 ha portato la sua bicicletta in Cina per una nuova e pi\u00f9 ambiziosa avventura. Ma questo sta fuori dal film che riprende Dejan in occasione del suo primo tentativo di viaggio in solitaria.<br \/>\nIn un\u2019intervista, il regista racconta di aver scoperto solo dopo tre giorni la protesi indossata da Dejan, in occasione del loro primo incontro in Macedonia. Una \u201csvista\u201d densa di significato, che Giugliano sembra voler condividere con noi spettatori: \u00e8 solo al diciottesimo minuto che viene esplicitata la presenza di una gamba artificiale, solo da quel momento la disabilit\u00e0 di Dejan irrompe nel film anche a livello tematico. E, in parte, forse in modo improprio, siamo spinti a re-interpretare quanto detto e raccontato da Dejan fino a quel momento alla luce di questo nuovo dato. In modo improprio perch\u00e9 il suo discorso, anche senza l\u2019\u201combra\u201d di questo stato di cose (la disabilit\u00e0), non solo ha solide basi, ma \u00e8 rivelatore di verit\u00e0 e portatore di suggestioni ed emozioni di grande intensit\u00e0. Fino a quel momento possiamo intuire la presenza di un deficit soltanto attraverso piccoli dettagli disseminati dal regista (il pi\u00f9 \u201cbeffardo\u201d, perch\u00e9 apparentemente insensato, \u00e8 il cartello all\u2019interno di un centro commerciale che invita a dare precedenza, alla cassa, a persone disabili e donne incinte), cui per\u00f2 attribuiamo rilevanza solo ex post.<br \/>\nCome scrive Chiara Checcaglini su mediacritica.it, \u201cla scelta del regista \u00e8 lasciare completamente la parola a Dejan, che parla con la voce e col corpo, e con entrambi comunica le sue convinzioni: che il limite \u00e8 l\u00ec per essere superato, che ogni privazione pu\u00f2 trasformarsi in stimolo, che la vita non \u00e8 altro che il continuo trasformare in opportunit\u00e0 gli incidenti di percorso, di qualsiasi entit\u00e0 essi siano\u201d. Un ragionamento complesso sulla necessit\u00e0 della normalit\u00e0 e della sua riconquista, da intendersi, per\u00f2, soltanto come punto di partenza per modificare quella stessa normalit\u00e0. La macchina da presa segue Dejan da vicino, lo \u201caccompagna\u201d nello svolgimento di gesti legati alla quotidianit\u00e0 e di azioni legate al suo viaggio, le pedalate, le soste, gli esercizi\u2026 Un sottofondo di immagini che valorizza, nella loro intensa e gioiosa sobriet\u00e0, le differenze dei movimenti e della gestualit\u00e0 di Dejan e lascia spazio alla forza del suo racconto, sempre in bilico tra \u201cdiario di viaggio\u201d, cronaca di quanto fatto e incontrato sino alla breve pausa nella citt\u00e0 di Bologna e riflessione sulle ragioni e l\u2019urgenza, non solo personali, di questo mettersi alla prova.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>\u00c8 articolata e ricca di sfumature la sapienza di Dejan: \u201cNegli ultimi due anni, quando sogno, non ho pi\u00f9 due gambe come \u00e8 sempre stato, ma sono cos\u00ec come sono adesso, ma per qualche motivo ho trovato il modo di camminare. \u00c8 come se fossi su un campo magnetico e riesco a camminare e a correre. \u00c8 strano. \u00c8 come se mi accorgessi che \u00e8 cos\u00ec facile camminare, senza intoppi, regolare\u201d. Poi un ritorno alla dimensione reale, senza smentire quella onirica descritta poco prima: \u201cNon posso dire di godere dei problemi della vita. Godere non \u00e8 la parola esatta\u2026 ma fanno s\u00ec che tutto l\u2019insieme appaia\u2026 reale, che ne valga la pena\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Da segnalare la colonna sonora, composta da brani \u201cclassici\u201d in voga al tempo della Jugoslavia unita e del regime di Tito, che replicano nel documentario la colonna sonora che accompagna mentalmente Dejan lungo il percorso; rispetto al pedalare da solo, in strade spesso trafficate, Dejan racconta sorridendo: \u201c\u00c8 cos\u00ec che la vedo, una lunga meditazione. \u00c8 questione di concentrazione, non di ciclismo. Guardi il tuo spazio sulla carreggiata, di solito \u00e8 un piccolo spazio, in cui non dovresti dar fastidio alle macchine, altrimenti loro si innervosiscono e ti innervosisci anche tu. Invece ti concentri su una cosa e vai, e ti mette pace. Non penso a niente in particolare, \u00e8 solo\u2026 calma. Non so, pedali\u2026 semplicemente&#8230; di solito ho delle canzoni in testa, che si ripetono, pezzi famosi della ex-Jugoslavia, forse perch\u00e9 ho attraversato parti della ex-Jugoslavia da cui mancavo da molto tempo, e tutte queste canzoni che non ricordo neanche bene, saranno almeno di venti anni fa. E mi vengono in mente, sono diverse canzoni, e mi si ripetono per tutto il viaggio, come in un jukebox\u201d.<br \/>\nA Great Macedonian \u00e8 un lavoro difficile da raccontare, ricorrere alle parole di Dejan aiuta solo in parte, perch\u00e9 il regista \u00e8 molto abile a inserirle in una successione di immagini che svolgono un ruolo pi\u00f9 complesso del semplice corredo: non invadono mai il campo, non tendono ad attribuire tratti mitici al protagonista, ma dimostrano, fotogramma dopo fotogramma, che saper raccontare, saper restituire un racconto altrui presuppone sempre una pregressa capacit\u00e0 di accoglienza e di ascolto. A partire da questa, assumendola come irrinunciabile punto di partenza, Renato Giugliano trova la forma pi\u00f9 incisiva per disegnare il ritratto di questo solare e affabile ciclista-pensatore, del quale la disabilit\u00e0 \u00e8 solo un tratto imprescindibile come gli altri.<\/p>\n<p><b>A Great Macedonian (2009)<\/b><b><br \/>\n<\/b>Durata: 58\u2019<br \/>\nRegia: Renato Giugliano<br \/>\nSceneggiatura: Renato Giugliano<br \/>\nFotografia: Renato Giugliano<br \/>\nMontaggio: Renato Giugliano<br \/>\nProduzione: RLP<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 sempre difficile determinare quello che fa di un film un bel film. Anche quando usciamo da una proiezione con un senso di soddisfazione \u201cestetica\u201d pieno, \u00e8 complicato stabilire quali siano stati, tra i tanti che compongono un prodotto cinematografico, quegli elementi che ci hanno catturato e convinto. 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