{"id":2535,"date":"2020-03-24T12:56:28","date_gmt":"2020-03-24T11:56:28","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2535"},"modified":"2025-09-01T12:50:47","modified_gmt":"2025-09-01T10:50:47","slug":"incontro-allarte%e2%80%a8-il-movimento-piu-grande-e-naturale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2535","title":{"rendered":"Il movimento pi\u00f9 grande e naturale"},"content":{"rendered":"<p>Come nelle rubriche precedenti anche in questa racconter\u00f2 l\u2019arte attraverso l\u2019esperienza di un artista e racconter\u00f2 l\u2019artista attraverso il mio personale punto di vista, per come lo conosco attraverso la mia esperienza diretta. Che \u00e8 allo stesso tempo limitata, personale e, per questo, solo un punto di vista.<br \/>\nPur essendo nato nel 1606, trecentosettanta anni prima di me, Rembrandt Harmenszoon van Rijn \u00e8 passato spesso nella mia vita e, quasi come un fratello maggiore, mi ha offerto la sua esperienza, raccontata attraverso le sue opere e il suo viaggio interiore.<br \/>\nQui parler\u00f2 in particolare di due opere, non le pi\u00f9 famose, che sono state uno stimolo e uno spunto di riflessione.<br \/>\nRembrandt nasce a Leida in Olanda, quarto dei sei figli sopravvissuti, con il padre mugnaio e la madre figlia di un fornaio. Non per voler vedere in ogni elemento un punto di contatto ma io sono il quarto figlio di una famiglia di fornai. Comunque, proseguiamo.<br \/>\nLa sua citt\u00e0 natale diventa un importante centro umanistico, grazie anche alla presenza di un\u2019importante universit\u00e0 (ricordo che sono nato e vivo tutt\u2019ora a Bologna!), ci\u00f2 permetter\u00e0 al pittore di crescere circondato da un\u2019attivit\u00e0 culturale vivace e ricca di stimoli.<br \/>\nRembrandt and\u00f2 a bottega da alcuni pittori dell\u2019epoca che lo aiutarono ad apprendere prima il mestiere poi l\u2019arte, caratteristica che gli permetter\u00e0, nel 1627, di aprire la sua prima bottega. Da quel momento, con alti e bassi, la sua vita sar\u00e0 quella di un artigiano\/artista, generoso anche nell\u2019accogliere molti giovani allievi, sposo con alterne felicit\u00e0 (perder\u00e0 la prima moglie molto giovane) e padre poco presente, che vedr\u00e0 morire il figlio prima di lui.<br \/>\nUna vita in attacco, comunque, la sua, alla ricerca di ci\u00f2 che lui definisce il movimento pi\u00f9 grande e naturale. Non sono in<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>grado di dire se sia riuscito nel suo intento, fatto sta che spesso, quando guardo le sue opere, ritrovo qualcosa di me, un\u2019emozione, un\u2019espressione, una storia. Ed \u00e8 questo che mi attrae in generale della pittura e, in particolare, di Rembrandt: la capacit\u00e0 di raccontare storie rendendo partecipe lo spettatore, anche a distanza di centinaia di anni, di aver creato davvero un movimento temporale che, al di l\u00e0 degli anni, coinvolge in modo naturale gli spettatori.<\/p>\n<p><strong>Il ritorno del figliol prodigo<br \/>\n<\/strong>Nel 1966, ormai anziano, Rembrandt dipinge uno dei quadri che pi\u00f9 amo per la forza con la quale racconta un evento che \u00e8 allo stesso biblico e personale. Non solo per ci\u00f2 che riguarda la vita del pittore ma per l\u2019essere umano in generale.<br \/>\nHo incontrato questo dipinto mentre scrivevo la mia tesi di laura. Il tema su cui stavo lavorando era il ruolo del maschile in educazione e, in particolare, quello del padre. In quei tempi leggevo moltissimi testi che riguardavano il ruolo paterno sia a livello familiare che, pi\u00f9 in generale, a livello sociale. Le regole che storicamente e culturalmente hanno definito i confini e la presenza del padre all\u2019interno dei percorsi di crescita dei figli, come procacciatore di cibo prima e di denaro poi, le sue assenze e, ultimamente, la crisi di tale ruolo e la ridefinizione di una presenza alternativa e non emulativa di quella materna.<br \/>\nIl quadro di Rembrandt mi si present\u00f2 come la sintesi perfetta tra le tante parole che stavo leggendo in quei tempi e l\u2019esperienza concreta di tanti padri alle prese con un ruolo difficile da decifrare; come se raccogliesse in quelle pennellate un aspetto che spesso rimane nascosto, quando si pensa al compito paterno. Quando dipinge quel quadro, Rembrandt aveva probabilmente forti problemi di vista e, come il figliol prodigo, necessitava di un abbraccio paterno che lo perdonasse, non tanto perch\u00e9 avesse dei peccati da espiare, bens\u00ec perch\u00e9 quell\u2019abbraccio rappresenta l\u2019ultimo atto di un percorso di accettazione personale che vede rappresentato il pittore sia nel padre che abbraccia che nel figlio che viene abbracciato ma anche, in parte, nel figlio maggiore che osserva addolorato tale scena.<br \/>\nEcco allora che il racconto biblico diventa metafora di quello personale di Rembrandt e, di conseguenza, del percorso che riguarda ogni essere umano e, in particolare, quello di ogni padre: la definizione del proprio ruolo si realizza nell\u2019incontro tra il figlio, che rappresenta il nostro passato e il padre, che invece rappresenta il nuovo percorso che siamo chiamati a intraprendere. Ruolo paterno che, come se si trattasse di un cerchio, nasce e si completa in quell\u2019abbraccio che pacifica e ridefinisce, che finalmente rende liberi di agire senza il condizionamento del proprio passato.<br \/>\nInteressanti sono anche i molti particolari del dipinto che hanno attirato l\u2019attenzione dei critici ma anche di psicologi che hanno dato una lettura pi\u00f9 esistenzialista.<br \/>\nLe due mani del padre, una femminile e una maschile, a rappresentare quanto il ruolo paterno non si definisca in opposizione ad atteggiamenti femminili; la cecit\u00e0 del padre consumata per aver guardato incessantemente l\u2019orizzonte, fiducia, quindi, nel ritorno del figlio; il colore che ammanta il dipinto che racconta la gioia e il dolore, una variet\u00e0 di emozioni che coinvolgono tutti i personaggi presenti. Tanti particolari che esplicitano la complessit\u00e0 ma anche la ricchezza del rapporto con la paternit\u00e0. Quello di Rembrandt ma anche il mio e, forse, anche il vostro.<\/p>\n<p><strong>Autoritratto &#8211; 1630<br \/>\n<\/strong>Sorpreso, della sorpresa che ti prende quando vedi qualcosa di strano, che forse fa anche un po\u2019 paura.<br \/>\nCapelli scompigliati, bocca arricciata, occhi tondi e piccoli.<br \/>\nLa prima volta che ho visto l\u2019autoritratto che Rembrandt ha realizzato nel 1630, ho pensato: \u201cMa quello sono io?\u201d. Ho percepito una certa somiglianza con l\u2019artista non solo e non tanto per ci\u00f2 che ci accomuna a livello estetico (anche io ho spesso i capelli scompigliati, ho gli occhi piccoli, arriccio la bocca\u2026), bens\u00ec perch\u00e9, ancora una volta, il pittore entrava nella mia vita, seppur casualmente, con un profondo significato.<br \/>\nPer Rembrandt l\u2019autoritratto non \u00e8 solo un esercizio di stile, ne realizzer\u00e0, infatti, pi\u00f9 di settanta nella sua vita. Sono il segno di come amasse giocare con diversi ruoli, proponendosi di volta in volta come soldato, mendicante, borghese; tanti ruoli, per\u00f2, che raccontano anche la complessit\u00e0 di una vita interiore che, seppur soddisfatta per ci\u00f2 che lo circonda, pone il proprio sguardo verso diversi orizzonti, desiderati o sognati. Anche in questo caso, la grandezza dell\u2019artista sta nello svelare qualcosa di comune a tutti, semplice per certi versi, ma che acquista sostanza e significato proprio nel momento in cui ne diventiamo coscienti. Il tema dell\u2019autoritratto, inteso come ricerca e costruzione della propria identit\u00e0, mi appartiene e mi interessa sia livello personale che in quanto educatore che lavora con persone, bambini o disabili adulti.<br \/>\nAutoritrarsi, in fondo, significa mettersi in contatto con se stessi, guardarsi da un punto di vista differente, dall\u2019esterno, tentando di vedere ci\u00f2 che vedono gli altri, ri-conoscersi, quindi, scoprendo qualcosa di sconosciuto; \u00e8 un incontro, in fondo, l\u2019occasione per definire i confini del proprio viso, della propria pelle, i<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>nostri limiti epidermici e sentirli non come un ostacolo ma come un contenitore, il continuo punto di partenza tra il dentro e il fuori e tra noi e il mondo esterno; \u00e8 rendere concreto ci\u00f2 che facciamo in modo troppo scontato, cio\u00e8 dirci chi siamo per poter continuare a diventare noi stessi.<\/p>\n<p><strong>Chi \u00e8 Rembrandt, quindi?<br \/>\n<\/strong>Quale autoritratto lo rappresenta di pi\u00f9?<br \/>\nQuale ruolo esprimeva al meglio la sua vera identit\u00e0?<br \/>\nDifficile dirlo e, personalmente, poco interessante.<br \/>\nPerch\u00e9 ci\u00f2 che mi colpisce e, quindi, ci\u00f2 che diventa utile alla mia esperienza, non \u00e8 tanto il bisogno di una verit\u00e0 storica ma ci\u00f2 che l\u2019artista definisce come \u201cil movimento pi\u00f9 grande e naturale\u201d, l\u2019essenza tradotta in arte che anche oggi ammiriamo, sentiamo e che, in un qualche modo, si mescola alle nostre cellule e ci forma. Per cui mi chiedo: chi sono io? Qual \u00e8 la mia immagine? Il ruolo che pi\u00f9 mi rappresenta?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come nelle rubriche precedenti anche in questa racconter\u00f2 l\u2019arte attraverso l\u2019esperienza di un artista e racconter\u00f2 l\u2019artista attraverso il mio personale punto di vista, per come lo conosco attraverso la mia esperienza diretta. Che \u00e8 allo stesso tempo limitata, personale e, per questo, solo un punto di vista. 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