{"id":2555,"date":"2020-03-24T13:41:49","date_gmt":"2020-03-24T12:41:49","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2555"},"modified":"2025-09-08T11:34:53","modified_gmt":"2025-09-08T09:34:53","slug":"incontro-allarte-untitled","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2555","title":{"rendered":"Untitled"},"content":{"rendered":"<p>Una fotografia \u00e8 un segreto che parla di un segreto, pi\u00f9 essa racconta, meno \u00e8 possibile conoscere.<br \/>\nDiane Arbus<\/p>\n<p>Ci sono persone, che con il loro agire, fanno la differenza. Permettono alla storia di fare un passo, un salto in avanti. E spesso lo fanno senza saperlo, senza quella consapevolezza che porterebbe a dire pi\u00f9 che a fare, facendo perdere forza proprio all\u2019azione.<br \/>\nDiane Arbus \u00e8 una di queste persone.<br \/>\nCresciuta in una ricca famiglia ebrea, ha una sorella e un fratello. Si sposa giovane contro il parere dei genitori e dal marito apprende la tecnica fotografica.<br \/>\nBase di partenza per il suo percorso artistico, che trasforma ogni scatto in uno specifico punto di vista, nel racconto della realt\u00e0. Almeno di quella che lei riconosce come realt\u00e0, spesso nascosta agli occhi dei pi\u00f9.<br \/>\nSoggetto delle sue foto diventa l\u2019umanit\u00e0, non quella normale, accettabile, conosciuta per cui controllabile. Bens\u00ec l\u2019umanit\u00e0 che vive in un quartiere parallelo, nascosto: i <i>freaks<\/i>, i nani o i giganti, omosessuali e travestiti, ritardati mentali, gemelli. Considerati, quando va bene come fossero un gioco, uno scherzo della vita. Non ai suoi occhi per\u00f2. Proprio quelle persone diventano per lei e, quindi, per noi, il dizionario attraverso cui leggere la realt\u00e0. Quelle fotografie diventano, a loro volta, un obiettivo dal quale osservare la realt\u00e0. Certo, questo provoca sconcerto e un momento di perdita di equilibrio, ci troviamo senza punti fermi, come se, a un certo punto, 2 + 2 non facesse pi\u00f9 4.<br \/>\nPerch\u00e9? Non \u00e8 possibile! Cos\u2019\u00e8 successo? Cos\u2019\u00e8 cambiato negli ultimi trenta secondi?<br \/>\nProprio questo smarrimento \u00e8 alla base delle opere della Arbus.<br \/>\nNon conoscevo il lavoro di Diane fino a che, quest\u2019estate, sono entrato al Martin Gropius Bau, bellissimo museo di Berlino. Duecento scatti in bianco e nero, un\u2019emozionante retrospettiva intitolata solo \u201cDiane Arbus\u201d, senza nessun altro nome a definire il contenuto delle foto.<br \/>\nLa pioggia fuori scendeva copiosa e il cielo grigio non faceva filtrare molta luce. Si era creata cos\u00ec una strana intimit\u00e0 tra il fuori e il dentro del museo, tra il bianco e nero delle foto e il grigio del cielo. Un\u2019intimit\u00e0 che mi ha pervaso e mi ha fatto entrare nelle fotografie, come se le persone ritratte non mi fossero davvero estranee, come fossero il racconto di una realt\u00e0 parallela ma che mi apparteneva.<br \/>\nIl bianco e nero, il formato quadrato e sintetico liberano le immagini di inutili suppellettili e mettono al centro i protagonisti, favorendo in questo modo un incontro personale ed eterno, diverso per ogni paio di occhi che l\u00ec si posano. Ecco come il punto di vista dell\u2019artista costruisce un nuovo modo di approcciare la realt\u00e0, soprattutto quella nascosta, che viene cos\u00ec sdoganata, raccontata come qualcosa di contemporaneo, cio\u00e8 presente nello stesso momento e nello stesso spazio di tutto il resto.<br \/>\nDiverso ma non per questo escludibile dal contesto.<\/p>\n<p><b><i>Untitled<br \/>\n<\/i><\/b>L\u2019ultima serie di scatti di Diane, pubblicata postuma con il titolo Untitled, ritrae un gruppo di persone con disabilit\u00e0 che vivono in istituto.<br \/>\n\u201cI giochi, i travestimenti di Halloween delle donne giovani e vecchie, i loro lineamenti toccati dalla malattia, gli abiti, le maschere, prendono in questo contesto particolare il valore di un\u2019ebbra danza funebre, impregnata di una comicit\u00e0 folle, di fronte alla quale ci ritraiamo come di fronte a uno spettacolo troppo autentico, indiscreto. Ci vergogniamo, ma non possiamo vincere l\u2019impulso che ci obbliga a guardare. L\u00ec, Arbus ritrovava una sorta di impossibile innocenza, di oblio del tempo e della morte\u201d.<br \/>\nMi ritrovo perfettamente nel commento di Stefano Chiodi. Quando ho visto gli scatti alla mostra di Berlino, ho provato anche io un senso di vergogna e, allo stesso tempo, il desiderio di guardare, indagare, conoscere. Per certi versi era come se le persone ritratte fossero spogliate, come se fosse messa a nudo la loro pi\u00f9 intima identit\u00e0. Ci\u00f2 non risultava volgare, nemmeno offensivo. La fatica richiesta allo spettatore era quella di uscire da uno schema perbenista, superare il pregiudizio e approcciarsi a quelle immagini, belle, come fossero la foto di una classe di bambini felici alla fine della scuola oppure un gruppo di amici al tramonto sulla spiaggia o degli avventurieri nella savana.<br \/>\nGuardare e vedere quelle foto per ci\u00f2 che erano, il racconto di una realt\u00e0 contemporanea e viva. <span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Ovviamente, tale racconto non nega i limiti e le sofferenze, anzi li svela, li mostra semplicemente perch\u00e9 ne fanno parte, e non raccontarli significherebbe celarli quindi mentire. Ci\u00f2 che succede ormai troppo spesso grazie all\u2019uso di programmi che permettono di ritoccare, cambiare, eliminare, ricreare.<\/p>\n<p><b>Un\u2019empatia non sentimentale<br \/>\n<\/b>\u201cNonostante si voglia continuare a credere, nella migliore tradizione romantica, che Arbus non potr\u00e0 salvarsi da una partecipazione emotiva, che la consumer\u00e0 nell\u2019anima, sta di fatto che nel suo lavoro colpisce proprio l\u2019evidente esistenza di \u2018un\u2019empatia non sentimentale\u2019: una forma di reciproca accettazione, in virt\u00f9 della quale la fotografa non mostra compassione per i fotografati, che non la chiedono, perch\u00e9 non esprimono disagio o sofferenza per il proprio esser \u2018strani\u2019, quasi lo apparissero solo ai nostri occhi\u201d.<br \/>\nPorre lo sguardo su certe realt\u00e0 senza compassione \u00e8 fondamentale.<br \/>\nLa compassione, intesa come desiderio di bene per gli esseri viventi, \u00e8 assolutamente augurabile, ma quando diventa atteggiamento pietistico, non accetta e definisce una distanza di sicurezza oltre la quale diventa difficile andare. Le fotografie dell\u2019artista annullano proprio questa distanza e ci permettono una relazione empatica ma non devota, esageratamente emotiva. Guardando quegli scatti ti sembra veramente di entrare nei loro panni, di sentire il loro stato d\u2019animo, percepisci persino l\u2019allegria o lo smarrimento. Non ti senti uno spettatore distaccato ma non provi nemmeno il desiderio di piagnucolare, come fosse il modo migliore per dimostrare che certe situazioni di vita ti interessano.<br \/>\nNelle foto, come nella quotidianit\u00e0 di ognuno di noi, l\u2019altro, chiunque esso sia, non \u00e8 strano perch\u00e9 diverso. Questo senso di estraneit\u00e0 \u00e8 dato dal nostro sguardo. La diversit\u00e0, intesa come definizione di vincitori e vinti, di migliori e peggiori, di assistenti e assistiti, \u00e8 data proprio dal modo in cui noi \u201cguardiamo\u201d l\u2019altro, in cui ci poniamo nella relazione con l\u2019altro.<br \/>\nL\u2019accettazione reciproca, forse anche mediata dalla presenza di una macchina fotografica, che la Arbus definiva con i soggetti che voleva fotografare, ribalta ancora una volta il senso comune.<br \/>\nNon c\u2019\u00e8 chi deve accettare e chi deve essere accettato. In una relazione che funziona entrambi i protagonisti sono chiamati e autorizzati a fare un piccolo sforzo. Mi vengono allora in mente tante storie di educazione nelle quali insegnanti o educatori o assistenti si arrogano il diritto della fatica dell\u2019accettazione dell\u2019altro\/assistito, bambino o anziano o disabile, come fosse un privilegio donato, un\u2019approvazione che viene concessa dall\u2019alto. Mentre l\u2019assistito deve stare zitto, non ha diritto di domandarsi, di capire, di affrontare la fatica dell\u2019accettazione. Uno vale l\u2019altro, comunque, a qualunque condizione.<br \/>\n\u201cVoglio fotografare i rituali degni di nota del nostro presente, dato che tendiamo, vivendo qui e ora, a percepirne solo la parte casuale, arida, informe. E mentre lamentiamo che il presente non somigli al passato e disperiamo che possa mai diventare il futuro, i suoi innumerevoli e imperscrutabili aspetti giacciono in attesa del loro significato\u201d.<br \/>\nIl 26 luglio 1971 Diane Arbus muore.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Si toglie la vita. Troppa depressione, insopportabile compagna di vita.<br \/>\nCi lascia con una ferita, non poteva farci regalo migliore.<br \/>\nUna ferita come una feritoia, una fessura dalla quale guardare l\u2019interno oltre l\u2019involucro, un invito ad andare oltre, a non accontentarsi dell\u2019apparenza e preferire la sostanza.<br \/>\nQuella che lei ha tentato, ogni volta, di fissare sulla pellicola.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una fotografia \u00e8 un segreto che parla di un segreto, pi\u00f9 essa racconta, meno \u00e8 possibile conoscere. Diane Arbus Ci sono persone, che con il loro agire, fanno la differenza. Permettono alla storia di fare un passo, un salto in avanti. 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