{"id":2557,"date":"2020-03-24T13:47:12","date_gmt":"2020-03-24T12:47:12","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2557"},"modified":"2025-09-08T11:37:46","modified_gmt":"2025-09-08T09:37:46","slug":"beati-noi%e2%80%a8t-dove-la-vittoria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2557","title":{"rendered":"Dov\u2019\u00e8 la vittoria?"},"content":{"rendered":"<p>Si sono da poco concluse le Olimpiadi e, da ancor meno, le Paralimpiadi. Le prime nascono dai Giochi Olimpici antichi, concepiti dai Greci come la massima forma di esibizione e di esaltazione del corpo, forte e perfetto, dell\u2019atleta. Nelle gare, ogni partecipante cerca di superare gli altri ma anche se stesso, i propri limiti umani, cerca di correre sempre pi\u00f9 veloce, polverizzando i record precedenti, che ormai si misurano nell\u2019ordine dei centesimi di secondo, una porzione di tempo cos\u00ec infinitesimale che ci \u00e8 difficile addirittura concepirla. Gli atleti dedicano infinite, costanti attenzioni a quei loro corpi perfetti, ne sono cos\u00ec ossessionati, a volte, da arrivare a gesti insani e sconsiderati come il doping, pur di spremere ogni possibilit\u00e0 di superare i propri limiti e primeggiare nella disciplina praticata. Il limite, non a caso, \u00e8 un concetto assai ricorrente nello sport. La vittoria \u00e8 un superamento di esso, prima che dell\u2019avversario. I Greci raffiguravano i vincitori delle gare come delle divinit\u00e0. Quest\u2019estate ho seguito, come tutti, qualche gara, ammirato dalla potenza, dall\u2019equilibrio e dal controllo di s\u00e9 dei protagonisti. Poi, ci sono state le Paralimpiadi. Corpi imperfetti, mutilati, con limiti sensoriali, pi\u00f9 o meno evidenti. Eppure, era visibile la stessa forza, la stessa determinazione e competizione. L\u00ec, fra gli atleti paralimpici, i limiti si vedevano, eccome. Per questo, il paragone con le Olimpiadi \u00e8 inevitabile e scontato. I limiti, in quanto umani, li hanno anche gli atleti normodotati. In alcuni casi, anche pi\u00f9 evidenti: crampi, stiramenti, cadute, qualcuno che rimaneva indietro, durante le gare olimpiche, c\u2019era sempre, manifestando i limiti della propria fisicit\u00e0 agli occhi del mondo. Nei Giochi Paralimpici, la prima cosa che mi \u00e8 saltata agli occhi \u00e8 stata che, nelle gare, sono ben in mostra anche i limiti del vincitore, non solo quelli dei vinti. Gli atleti sono pi\u00f9 trasparenti, vincitori e vinti, ognuno deve superare almeno due limiti: il proprio, dovuto a qualche deficit, e quello, relativo, che lo sport e la competizione pongono davanti.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Ho istintivamente pensato a vari casi di atleti disabili che hanno, nel tempo, attirato la mia attenzione. Qualche anno fa ci fu il caso di Pistorius, oggi una vera e propria celebrit\u00e0. Da bambino gli furono amputate entrambe le gambe, per una coraggiosa intuizione della mamma \u2013 ah, le mamme! \u2013 che cap\u00ec che sarebbe stato meglio per lui non avere le gambe piuttosto che averle, ma solo come inutili appendici senza forza. Fu una scelta molto coraggiosa di una mamma che seppe mettere da parte le apparenze e la paura del deficit. Da allora, quel bambino lott\u00f2 per superare quell\u2019handicap, affinch\u00e9 diventasse addirittura un punto di forza, fino al punto che, all\u2019inizio della carriera agonistica ad alti livelli, anni fa, gli venne impedito di partecipare alle Olimpiadi perch\u00e9 si diceva che le sue protesi di carbonio potessero avvantaggiarlo rispetto ai normodotati. Trovai gi\u00e0 allora abbastanza paradossale il pensiero che un deficit cos\u00ec significativo potesse addirittura portare giovamento all\u2019atleta. Se un atleta con un qualsiasi handicap compete con un atleta normodotato, nessuno dei due trarr\u00e0 soddisfazione dall\u2019avere affrontato la gara e, allo stesso tempo, i propri limiti. Anche l\u2019atleta normodotato, sia che vinca, sia che venga sconfitto, non potr\u00e0 che nutrire un sentimento ambivalente nei confronti della competizione con un avversario con deficit. \u00c8 lo stesso motivo per cui io, fin da giovane, non sono mai stato particolarmente favorevole all\u2019idea della classe mista, per lo meno nei primi anni di scuola, dal momento che, avendo frequentato scuole primarie speciali, io mi sono sempre sentito valorizzato nei miei talenti dal fatto di confrontarmi ad armi pari con i miei compagni, senza dovere, fin da subito, affrontare sia la sana competizione scolastica, sia la frustrazione dell\u2019idea di partire, comunque, materialmente svantaggiato rispetto ai miei colleghi. D\u2019altra parte, quando, in una competizione si vuole penalizzare un atleta o anche un\u2019intera squadra per un\u2019infrazione o una scorrettezza, si dice che essi partono con una penalit\u00e0 o con un handicap.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Un altro caso di atleti con deficit che questa estate \u00e8 stato largamente diffuso, soprattutto sul web, \u00e8 quello del bambino undicenne brasiliano senza piedi che \u00e8 diventato un asso del calcio. Non credo sia un caso che il piccolo Gabriel abbia scelto di praticare proprio uno sport come il calcio, che \u00e8 la massima espressione dell\u2019abilit\u00e0 di giocare a pallone con i piedi. Ritengo che questa scelta manifesti il suo grande desiderio di superare il suo limite proprio nel campo in cui tale limite sarebbe stato particolarmente evidente, quasi a volere dimostrare che, facendo quello, avrebbe sicuramente potuto fare tutto. Per questo bambino, come emerge dalle interviste, ci\u00f2 che conta non \u00e8 la mancanza dei piedi, ma \u00e8 il fatto di avere potuto giocare con la squadra del Barcelona. Il piccolo sembra quasi non percepire la straordinariet\u00e0 dell\u2019impresa che compie ogni giorno sul campo da calcio in relazione al proprio deficit. Chiaramente, per lui la cosa eclatante \u00e8 il fatto di essere riuscito a giocare con la sua squadra del cuore, \u00e8 questo \u00e8 il limite che lui ha sempre mirato a superare, guardando oltre alla sua diversit\u00e0 di partenza. Un simile esempio dimostra che lo sport per le persone disabili pu\u00f2 essere un obiettivo che d\u00e0 senso almeno a una parte della loro vita, un modo per dire al mondo \u201cposso fare tutto, persino questo!\u201d. La competizione sportiva arriva a modificare la percezione di s\u00e9, in questo caso in senso totalmente positivo. Nello sport, normodotati e non si trovano davanti, fin da piccoli, fin dai primi passi in questo mondo, tanti ostacoli da superare, tanti limiti fisici e psicologici che, spesso, costituiscono vere e proprie barriere. Tutti, in una squadra, hanno dei limiti da superare, delle caratteristiche proprie, dei talenti unici e, per contro, cose che proprio non riescono a fare altrettanto bene rispetto a qualche compagno. Le \u201cdiverse abilit\u00e0\u201d accompagnano tutti gli sportivi, senza distinzione. Con esse, devono misurarsi fin da subito, pi\u00f9 che in qualsiasi altro contesto. Per questo lo sport pu\u00f2 essere davvero un terreno di crescita, di scambio e di confronto sano ed educativo per i ragazzi, abbiano essi deficit pi\u00f9 o meno \u201ctrasparenti\u201d.<br \/>\nMatteo Cavagnini, giocatore di basket in carrozzina, ha espresso benissimo, a mio avviso, questo pensiero sul superamento del limite tramite lo sport. A 14 anni, come tutti i ragazzini, si sentiva invincibile, invulnerabile. Un incidente in scooter gli \u201cporta via\u201d una gamba, per un adolescente si tratta di un trauma terribile da superare, ci mette due anni a risollevarsi. Poi scopre il basket in carrozzina. Lui potrebbe camminare con le stampelle o una protesi, avendo comunque una gamba sana. Ma, per poter giocare a basket, si siede sulla carrozzina, simbolo forse pi\u00f9 emblematico e temuto della disabilit\u00e0. Aggiungere un simbolo cos\u00ec forte alla propria disabilit\u00e0 avrebbe potuto scoraggiare chiunque, ma, per Cavagnini, si trattava di superare un limite grazie all\u2019emblema del limite. Sedersi sulla carrozzina gli permette di riscoprire lo sport. \u201c\u00c8 proprio in quel momento, sedendomi sulla carrozzina per giocare, che ho accettato pienamente la mia disabilit\u00e0\u201d. Queste parole mi sono sembrate estremamente significative. La carrozzina, simbolo del deficit, diventa per qualcuno strumento di libert\u00e0 e di riscatto. Credo che questa testimonianza valga pi\u00f9 di qualsiasi spot per il superamento dell\u2019handicap. Ciascuno di noi, sia che abbia deficit visibili, \u201ctrasparenti\u201d, sia che abbia quelli meno trasparenti, legati alla natura umana, che sono propri di tutti, \u00e8 chiamato ogni giorno a impegnarsi per trasformare a proprio vantaggio un limite in un punto di forza. Se saremo in grado di accettare quella carrozzina tanto temuta e, una volta sedutici sopra, di trasformarla nel nostro trampolino di lancio, allora avremo dato piena realizzazione alla nostra natura umana e la nostra sar\u00e0, s\u00ec, una vita felice.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si sono da poco concluse le Olimpiadi e, da ancor meno, le Paralimpiadi. 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