{"id":256,"date":"2009-11-04T17:05:22","date_gmt":"2009-11-04T17:05:22","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=256"},"modified":"2025-12-12T11:08:07","modified_gmt":"2025-12-12T10:08:07","slug":"all-ombra-del-lungo-camino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=256","title":{"rendered":"4. All&#8217;ombra del lungo camino, la storia di un popolo: ebrei, ghetti e campi di sterminio"},"content":{"rendered":"<p><strong>La farfala<br \/>\n<\/strong>Cuntent propri cuntent<br \/>\nA so st\u00e9 una masa ad volti tla voita<br \/>\nmo pi\u00f2 di ttot quand ch\u2019i m\u2019a liber\u00e8<br \/>\nin Germania<br \/>\nch\u2019a m do mes a guard\u00e8 una farfala<br \/>\nsenza la voia ad magnela.<\/p>\n<p><strong>La farfalla <\/strong><i><br \/>\n<\/i>Contento proprio contento<br \/>\nsono stato molte volte nella vita<br \/>\nma pi\u00f9 di tutte quando mi hanno liberato<br \/>\nin Germania<br \/>\nche mi sono messo a guardare una farfalla<br \/>\nsenza la voglia di mangiarla.<br \/>\nTonino Guerra<\/p>\n<p><b>Uri Orlev, Gioco di sabbia, Salani Editore, Milano, 2000<br \/>\n<\/b>\u201cPap\u00e0, e tu come hai fatto a scappare dai tedeschi?\u201d E\u2019 per rispondere a questa domanda che Uri Orlev, oggi scrittore conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, racconta la propria storia di bambino ebreo. Con parole semplice, tono pacato, momenti di ironia ci riporta agli anni terribili vissuti prima, insieme alla madre e al fratello, nel ghetto di Varsavia e poi , rimasti orfani, nel campo di deportazione di Bergen- Belsen. Orlev \u00e8 uno scrittore molto bravo nel trovare il modo giusto di porgere ai suoi giovani lettori una storia cos\u00ec drammatica e triste. Sono molti i momenti in cui comunque la voglia di essere bambino riesce ad essere espressa e leggiamo cos\u00ec di giochi inventati nel buio del nascondiglio segreto, di grandi battaglie inventate dai due fratellini usando i nomi dei personaggi dei libri letti; anche Robin Hodd, Tarzan, il capitan Nemo e molti altri eroi fantastici fanno compagnia ai protagonisti reali di Gioco di sabbia. E\u2019 la forza vitale dell\u2019infanzia che non molla e inaspettatamente compare a ridare fiato e speranza ma anche l\u2019unico modo per Orlev per fare della sua memoria una storia. \u201cI ragazzi spesso mi domandano : scrivere ti aiuta a superare tutto quello che ti \u00e8 successo in passato?\u201d Non so. Non so se scrivere mi aiuti a superare il passato. So solo che non posso parlare, raccontare o pensare a quanto \u00e8 successo come un adulto. In altre parole: quando ricordo, torno ad essere il bambino che ero, e tutto mi ricompare davanti agli occhi\u201d.<\/p>\n<p><b>Hans Peter Richter, Si chiamava Friederich, Junior +10, Mondadori, Milano, 1994 <\/b>Siamo in Germana nell\u2019anno 1925 e in una cittadina qualsiasi, nella stessa casa, nascono due bambini. Uno, la voce narrante, \u00e8 tedesco, l\u2019altro ebreo. Ma non sembra che questo faccia alcuna differenza. All\u2019inizio, la storia scorre veloce seguendo la vita e la crescita dei due ragazzi, amici per la pelle. Ogni capitolo \u00e8 scandito, quasi un rintocco, dall\u2019anno in cui si svolge ci\u00f2 che viene descritto. E anche i lettori sono trascinati nella follia della persecuzione nazista e provano a farsi domande cui \u00e8 difficile dare risposte. E\u2019 un libro semplice in cui i fatti sono narrati senza fronzoli e sentimentalismi e proprio per questo sono cos\u00ec difficili. In pochi tratti ci viene presentata una folla di persone \u201cnormali\u201d che non vollero e non seppero fare nulla per fermare qualcosa di pi\u00f9 grande di loro. La famiglia del ragazzo che racconta non ha nome, non ne conosciamo le caratteristiche fisiche, \u00e8 anonima\u2026. La famiglia di Friederich invece \u00e8 descritta con grande vivezza e simpatia. Ci vengono raccontati i momenti pi\u00f9 significativi come la celebrazione del Sabbath e la festa del Bar Mitzv\u00e0 cui sempre Friederich invita l\u2019amico che osserva stupito, come probabilmente faremmo anche noi, lo svolgimento di riti antichi ma con profondi significati. E, anche se fra le due famiglie, e in particolare fra i due ragazzi, c\u2019\u00e8 amicizia e solidariet\u00e0, \u00e8 sempre pi\u00f9 chiaro che il destino si compir\u00e0, prima per i genitori poi per lo stesso Friederich che muore durante un bombardamento perch\u00e9 viene cacciato dal rifugio dove si trovano anche gli amici. Con una scrittura asciutta, l\u2019autore riesce a farci rivivere la tragedia di un popolo che non \u201cvolle\u201d capire (\u2026\u201cche cosa andremmo a fare all\u2019estero? Crede veramente che altrove gli ebrei siano pi\u00f9 ben visti che qui? E poi, con il tempo, la situazione migliorer\u00e0 (\u2026). Noi ebrei dobbiamo adattarci: nel Medioevo questi pregiudizi minacciavano la nostra vita, ma nel frattempo gli uomini sono diventati pi\u00f9 ragionevoli\u201d, dice il pap\u00e0 di Friederich all\u2019amico che lo esorta ad andarsene) ma soprattutto punta il dito verso un popolo che non seppe fare altro che stare a guardare.<\/p>\n<p><b>Enrico Deaglio, La banalit\u00e0 del bene, Feltrinelli, Milano, 2002<br \/>\n<\/b>\u201cVedevo delle persone che venivano uccise e semplicemente non potevo sopportarlo. Ho avuto la possibilit\u00e0 di fare, e ho fatto. Tutti, al mio posto, si sarebbero comportati come me. Si dice: l\u2019occasione fa l\u2019uomo ladro ma di me ha fatto un\u2019altra cosa.\u201d Questo rispondeva Giorgio Perlasca a chi gli chiedeva perch\u00e9 lo fece. La storia vera e incredibile di un commerciante padovano che si finse console spagnolo a Budapest e salv\u00f2 centinaia di ebrei dalla deportazione e dalla morte. Una storia che i ragazzi devono conoscere perch\u00e9 possano crescere pensando che non sono solo gli eroi che salvano il mondo e perch\u00e9 possano rispondere a testa alta alla domanda \u201cChe cosa avresti fatto al mio posto?\u201d. E se \u00e8 vero che non sempre \u00e8 possibile fare qualcosa \u00e8 altrettanto vero che qualcosa \u00e8 sempre meglio di niente.<\/p>\n<p><b>Irene Dische, Le lettere del sabato, Feltrinelli Kids, Milano, 1999<br \/>\n<\/b>E\u2019 attraverso gli occhi di un bambino ebreo ungherese, ignaro delle sue origini e di quello che sta accadendo, che vediamo il nazismo prendere il potere, le prime persecuzioni, la notte dei cristalli\u2026 Tutto \u00e8 raccontato con tocco leggero ma senza nulla nascondere della tragedia di quegli anni. E Peter, che da tutto questo uscir\u00e0 \u201cindenne\u201d e che, apparentemente, capisce poco di quello che succede intorno a lui, porter\u00e0 sempre con s\u00e9 l\u2019insegnamento del padre: \u201cChi \u00e8 l\u2019ebreo? E\u2019 quel mostriciattolo che la tua maestra ha disegnato sulla lavagna? O forse \u00e8 Herr Bauer? (\u2026) Oppure, l\u2019ebreo non esiste. Esiste una \u201cpersona ebrea\u201d. In ungherese si dice zsidoember. E\u2019 una parola che suona bene. Si pu\u00f2 usare, per esempio, per Herr Bauer. Perch\u00e9 pratica la religione ebraica. (\u2026) Non hai mai notato quella strana stella dipinta sulla sua vetrina? E\u2019 la stella degli ebrei. I nazisti l\u2019avevano dipinta per far vedere ai clienti che Herr Bauer era ebreo. Perch\u00e9 senn\u00f2 non ce ne saremmo accorti. Perch\u00e9 naturalmente Herr Bauer \u00e8 prima di tutto e soprattutto un abitante della Renania\u201d. (pp. 52-53)<\/p>\n<p><b>Judith Kerr, Quando Hitler rub\u00f2 il coniglio rosa, Delfini Fabbri, Milano, 1995<br \/>\n<\/b>Anna \u00e8 tedesca e vive a Berlino. Ma \u00e8 anche ebrea e viene il giorno in cui deve lasciare la sua citt\u00e0 per salvarsi. Siamo nel 1933. Anna andr\u00e0 in Svizzera poi a Parigi e, infine, in Inghilterra. Il libro racconta la sua vita di tutti i giorni, la vita di una semplice bambina di undici anni, le nuove amicizie, la scuola, i litigi con il fratello\u2026 Hitler, l\u2019avvento del nazismo, le leggi razziali restano sullo sfondo come un\u2019ombra minacciosa che non si pu\u00f2 dimenticare. Ma l\u2019elemento chiave di questo bel romanzo, quello che lo rende attuale, \u00e8 la condizione di profuga di Anna e della sua famiglia. Faeti, nell\u2019introduzione, ben sottolinea questo elemento: \u201cE di profughi sappiamo che ce ne sono, anche oggi, e anche nelle strade delle nostre citt\u00e0. Tutto intero, questo libro, \u00e8 una storia di profughi (\u2026) La vita del profugo, del resto, interessa tutti noi, soprattutto quando \u00e8 raccontata in questo modo, quando \u00e8 distillata giorno dopo giorno come nelle pagine di questo libro\u201d.<\/p>\n<p><b>Helga Schneider, Stelle di cannella, Salani, Milano, 2002<br \/>\n<\/b>\u201cStelle di cannella\u201d \u00e8 un libro denso e forte. Con tono pacato e per questo ancora pi\u00f9 incisivo l\u2019autrice racconta di come il tranquillo e benestante quartiere di Wilnersdoft si trasformi, nella Germania dei primi anni \u201930 in un luogo di inimicizia e rancori razziali, vero e propri preludio alla persecuzione che di li a poco seguir\u00e0. David, il ragazzino ebreo protagonista insieme alla sua famiglia della storia, vive e subisce questo cambiamento tanto inaspettato e violento quanto pi\u00f9 colpisce gli affetti pi\u00f9 cari. Emblematica in questo senso \u00e8 la figura di Fritz l\u2019amico per la pelle, il compagno di banco di David che nel giro di pochi mesi, entrato nella giovent\u00f9 hitleriana, diventa il suo peggior nemico fino ad uccidere Kotz, l\u2019amatissimo gatto di David. La scoperta di questo gesto impone, in una delle scene pi\u00f9 strazianti del libro, la decisione di partire, di lasciare la Germania. Come si diceva un testo forte, bello , coinvolgente, non privo di speranza. Pieno di speranza \u00e8 infatti l\u2019epilogo dove scopriamo che la storia di David e dei suoi genitori ha origini reali e li seguiamo nei brevi ma significativi sviluppi nella terra che li ha accolti. Simbolo di fiducia sono infine le stelle di cannella, un dolce tradizionale tedesco tanto amato da David, che la madre ostinatamente prepara per lui: ricordo di casa, di dolcezza, qualcosa di buono da portarsi dietro oltre l\u2019orrore del giorno presente.<\/p>\n<p><b>Frediano Sessi, Ultima fermata: Auschwitz, Einaudi ragazzi, 1996<br \/>\n<\/b>Attraverso il diario di Arturo, ragazzo ebreo di Bologna, trasferitosi con la famiglia a Roma dopo le leggi razziali del 1938, ci scorre davanti agli occhi la storia dell\u2019Italia e delle persecuzioni, le diverse reazioni di fronte alle discriminazioni sempre pi\u00f9 evidenti e i primi germi di ribellione che porteranno poi alla Resistenza. Il diario si conclude il 16 ottobre 1943 con la deportazione. Sar\u00e0 Giulia, amica carissima cui Arturo ha giurato eterno amore, a raccontare cos\u2019\u00e8 successo dopo e concluder\u00e0 il suo racconto dicendo che \u201cad Auschwitz non sono morti soltanto cloro che sono scomparsi senza lasciare traccia, inghiottiti dall\u2019inferno nazifascista. La mia vita e quella di milioni di persone sopravvissute alla guerra e alla dittatura \u00e8 stata segnata indelebilmente dall\u2019Olocausto. Il mio, il nostro imperativo futuro \u00e8: non dimenticare. Nelle parole che Arturo mi scrisse, prima di raggiungere coraggiosamente la sua famiglia, questo \u00e8 un imperativo ben chiaro e ogni uomo dovrebbe farlo suo nel presente, incaricandosi di tramandarlo alle generazioni che verranno\u201d (p. 129).<\/p>\n<p><b>Rose Lagercrantz, La ragazza che non voleva baciare, Grand\u2019istrici, Salani, Milano, 1998<br \/>\n<\/b>E\u2019 avventurosa, divertente e drammatica la storia di Orge, ebreo tedesco di cui la figlia racconta in questo libro. S\u00ec, perch\u00e9 Orge \u00e8 esistito veramente e ha davvero fatto il pugile, ha davvero preso parte, ragazzo, alla prima guerra mondiale e ha resistito al nazismo a cui \u00e8 riuscito a sopravvivere. Raccontata in chiave umoristica la storia lascia capire la realt\u00e0 drammatica di quegli anni e come doveva essere difficile vivere, lavorare ed amare per chi era perseguitato. Il grande pregio di questo romanzo \u00e8 la sua apparente \u201cleggerezza\u201d che lo rende adatto anche ai ragazzini pi\u00f9 giovani cui per\u00f2 non nasconde le persecuzioni, gli arresti ingiustificati e i campi di lavoro e di concentramento, fino ai forni crematori. Orge si salva e permette di credere che la salvezza \u00e8 possibile anche ai pi\u00f9 giovani per i quali forse sarebbe insopportabile affrontare subito la verit\u00e0 di una salvezza riservata a troppo pochi. Ma non si salva Annie che a Orge aveva riservato tutti i suoi baci e di cui resta solo un nome sul muro della sinagoga di Praga. Un nome insieme a quello di altri 77.926 ebrei della Moravia e della Boemia, deportati e uccisi dai nazisti.<\/p>\n<p><b>Annika Thor, Un\u2019isola nel mare, Feltrinelli Kids, Milano, 2001<br \/>\n<\/b>Forse la maggioranza dei bambini non sa quanti loro coetanei, ebrei, sono stati salvati dall\u2019ospitalit\u00e0 di famiglie di altri paesi disposte ad accoglierli in attesa di poterli riconsegnare ai loro genitori. E\u2019 per tutti loro questo bel romanzo che ci parla di Steffi e Nelli costrette a lasciare i genitori a Vienna per andare ad abitare in un\u2019isola della Svezia. Incontreranno tante persone nuove, nasceranno amicizie ma dovranno anche fare i conti con la nostalgia e le difficolt\u00e0 ad essere accettate da chi (come tanti) pensava che se gli ebrei erano perseguitati dovevano aver fatto qualcosa di male.<\/p>\n<p><b>Annika Thor, Lo stagno delle ninfee, Feltrinelli kids, Milano, 2002<br \/>\n<\/b>Chi ha amato Staffi e la sua sorellina Nelli, legger\u00e0 volentieri questo libro che racconta cosa \u00e8 successo alle due ragazzine, in particolare a Staffi, accolta da una famiglia di Goteborg perch\u00e9 possa proseguire gli studi. E\u2019 una storia che parla di ragazzine, di amicizie, primi amori e gelosie, che parla del diventare grandi e del doversi misurare con cose pi\u00f9 grandi. Ma parla anche della fatica di \u201cdover sempre essere riconoscenti a qualcuno\u201d, parla della condizione di profugo, accolto s\u00ec ma senza un eccessivo sforzo di comprensione, e anche della disperata nostalgia di casa, permettendoci di ripensare ad un\u2019ospitalit\u00e0 poco sentita e di rivedere quindi la nostra capacit\u00e0 di accoglienza nei confronti di quelli, e sono ancora tanti, che bussano alle nostre frontiere, alle nostre case.<\/p>\n<p><b>Uri Orlev, L\u2019isola in via degli Uccelli, Le Linci, Salani, Milano, 1993<br \/>\n<\/b>E\u2019 Alex, un ragazzino di undici anni, che racconta la sua vita nel ghetto di Varsavia dopo che il padre \u00e8 stato catturato dai nazisti. Alex vive nascosto in un palazzo diroccato e osserva quello che succede attorno a lui. Nella sua ricerca di cibo e vestiti fa anche numerosi incontri, non sempre piacevoli. E\u2019 costretto a crescere in fretta e a misurarsi con cose pi\u00f9 grandi di lui ma riesce anche a trovare il modo di divertirsi, conoscere altri bambini e addirittura a innamorarsi. E soprattutto non perde mai la speranza nel ritorno del padre e quindi in un futuro migliore. Orlev \u00e8 realmente vissuto nel ghetto di Varsavia prima di essere internato nel campo di Bergen Belsen e quello che racconta, pur romanzato, pu\u00f2 essere successo realmente. Ed \u00e8 vero che racconta del ghetto di Varsavia ma\u2026\u201dpensa alla citt\u00e0 in cui vivi o a quella pi\u00f9 vicina al posto in cui vivi. Immagina la citt\u00e0 completamente occupata da un esercito straniero che ha separato una parte degli abitanti dal resto: per dire, tutti quelli con la pelle gialla o nera, o tutti quelli con gli occhi verdi\u2026\u201d (p. 5). Dice cos\u00ec Orlev, nell\u2019introduzione che spiega ai lettori pi\u00f9 giovani com\u2019era il ghetto. Ma queste poche righe riportano agli occhi una realt\u00e0 pi\u00f9 vicina nel tempo, riportano altri nomi, diversi eppure accomunati dalla stessa disperazione, dalla stessa tragedia. Come non pensare a Sarajevo? Come non pensare a quanti bambini nelle citt\u00e0 dell\u2019ex Jugoslavia hanno dovuto cercare di sopravvivere come fa Alex in questo racconto?<\/p>\n<p><b>Roberto Innocenti, Rosa Bianca, Edizioni C\u2019era una volta\u2026, Pordenone, 1990<br \/>\n<\/b>Poche righe di testo e grandi, bellissime illustrazioni accompagnano la piccola Rosa Bianca a pochi passi dalla cittadina tedesca in cui vive, nei boschi, dove trova un campo di concentramento. Nessuno si accorge della sua scoperta e dei suoi tentativi di sfamare i piccoli prigionieri. Il silenzio la circonda come circondava allora i campi di cui tanti, troppi, non vollero sapere.<\/p>\n<p><b>Claudine Vegh, Non gli ho detto arrivederci. I figli dei deportati parlano, Giuntina, Firenze, 1981<br \/>\n<\/b>Segnaliamo questo libro a molti anni dalla sua pubblicazione per il prezioso lavoro che rid\u00e0 voce a quei bambini, orfani ebrei i cui genitori sono morti nei campi di sterminio, che per molti anni non hanno potuto o voluto parlare. L\u2019autrice, francese, \u00e8 medico e psichiatra e ha due figli. I suoi genitori sono stati entrambi deportati e suo padre \u00e8 morto nel lager. Claudine Vegh si \u00e8 salvata grazie a una coppia di coniugi che l\u2019 ha tenuta con s\u00e9 dal 1942 sino alla liberazione. Da questa sua esperienza \u00e8 partita per raccogliere diciassette brevi storie di vita vissuta, diciassette infanzie tra i cinque e i quattordici anni, narrate in poche pagine dai protagonisti, gli orfani dei deportati. E\u2019 un libro toccante, i racconti brevi, densi, incisivi, permettono almeno in parte quella difficile identificazione che \u00e8 premessa indispensabile per una compassione autentica e una ribellione inevitabile di fronte a tante analogie con situazioni di guerra a noi pi\u00f9 vicine.<\/p>\n<p><b>Jona Oberski, Anni d\u2019infanzia. Un bambino nei lager, Giuntina, Firenze, 1989<br \/>\n<\/b>Sono gli occhi di bambino, gli occhi di Jona, quelli attraverso cui vediamo cosa \u00e8 stato un campo di sterminio. E\u2019 la voce di sua madre che filtra e media fin dove si pu\u00f2, alcune volte oltre ci\u00f2 che \u00e8 possibile, quella terribile realt\u00e0. E tutto il libro \u00e8 un dialogo d\u2019amore e protezione dentro l\u2019orrore. Non ci sono connotazioni geografiche o temporali, non sono fornite spiegazione. Tutto \u00e8 detto, senza compiacimento o retorica, tutto \u00e8 insopportabilmente vero, un peso durissimo da portare sulle spalle di Jona bambino. Che riesce a farcela proprio grazie alla presenza rassicurante dei genitori, che costituisce il filo a cui aggrapparsi e che permetter\u00e0 a Jona di uscirne vivo. Un libro molto bello, anche duro nella sua semplicit\u00e0, una storia verso cui accompagnare i bambini anche attraverso la voce e la partecipazione degli adulti.<\/p>\n<p><b>Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni, Piemme pocket, Casale Monferrato, 2000<br \/>\n<\/b>Il libro racconta la storia vera di una ragazzina sopravvissuta ai campi di sterminio e trasferitasi poi in Israele. Le sue parole bastano a spiegare perch\u00e9 ha scritto questo libro: \u201cSpero che la mia storia sia letta da adulti e da bambini, perch\u00e9 nessuno al mondo possa dimenticare il destino dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista\u201d. (p. 6) \u201cQuanto all\u2019opera di commemorazione \u00e8 estremamente importante. Provo grande rispetto per coloro che hanno costruito lo Yad Va-Shem, l\u2019istituzione in memoria dell\u2019Olocausto a Gerusalemme, e altri luoghi simili in Israele e all\u2019estero. Se non si fossero dedicati a raccogliere documenti, a creare musei, e a organizzare programmi educativi, il popolo ebraico avrebbe potuto lasciarsi tentare e far scivolare l\u2019Olocausto nell\u2019oblio. Se noi ebrei avessimo dimenticato la terribile ferita riportata, una ferita che probabilmente non si rimarginer\u00e0 mai del tutto, sarebbe passata sotto vergognoso silenzio, un male segreto nel cuore dell\u2019umanit\u00e0, che avrebbe portato altro male\u201d. (p 211-212) \u201c\u2026ogni giorno qualcosa mi ricorda l\u2019Olocausto (\u2026). Questi ricordi sono cos\u00ec intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti pu\u00f2 riuscire a capire? Mi ha procurato un certo sollievo scrivere questo libro, sebbene a volte sia stato anche molto penoso. Prima di iniziare a lavorarci, i miei ricordi erano molto vividi e immediati, ma quando ho cominciato ad approfondire i dettagli, ho scoperto che c\u2019erano molti terribili eventi che mi ero quasi permessa di dimenticare. Ho dovuto riviverli per poterne parlare. Comunque sia, anche dopo che il lettore avr\u00e0 chiuso e riposto questo libro, io rester\u00f2 con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, \u00e8 terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza. Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all\u2019Olocausto, pu\u00f2 pienamente comprendere quello che ci \u00e8 successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si pu\u00f2 spogliare e mettere nell\u2019armadio. Sono incisi sulla nostra pelle. Non possiamo liberarcene\u201d. (p. 222)<\/p>\n<p><b>Art Spiegelman, Maus, Einaudi, Torino, 2000<br \/>\n<\/b>Un padre scampato all\u2019Olocausto, una madre che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 da troppo tempo, un figlio che fa il cartoonist e cerca di ristabilire un rapporto con quel genitore anziano, malato, cos\u00ec lontano per mentalit\u00e0 e abitudini. Forse, l\u2019unica via per ritrovarsi \u00e8 ripercorrere insieme, padre e figlio, la lontana vicenda di Vladek e Anja Spiegelman: dall\u2019epoca felice del loro fidanzamento e matrimonio nella Polonia degli anni Trenta fino all\u2019incubo della guerra, dell\u2019occupazione nazista, della persecuzione e dell\u2019internamento ad Auschwitz. Cos\u00ec, la Polonia invasa dai tedeschi si intreccia agli Stati Uniti dei nostri giorni, una baracca di Auschwitz a una casa di New York. Cos\u00ec, la piccola struggente storia di una famiglia ebraica travolta dalla pi\u00f9 immane tragedia del Novecento si intreccia alla piccola struggente storia di un giovane uomo che tenta di fare i conti con le sue origini. Ma quel passato non riguarda soltanto lui: riguarda tutti, e tutti costringe a confrontarsi con quanto \u00e8 successo e con un sotterraneo, inevitabile senso di colpa. La colpa di essere, ancora e comunque, dei sopravvissuti. (risvolto di copertina) E tutto questo Spiegelman ce lo dice utilizzando il fumetto e trasformando tutti i protagonisti in animali. E cos\u00ec gli ebrei sono topi (Maus appunto, in tedesco), i tedeschi gatti, i polacchi maiali e cos\u00ec via. Il fumetto \u00e8 un mezzo inconsueto e che molti associano solo a letture distensive e poco impegnate ma quando si chiude questo libro si pu\u00f2 proprio dire con Moni Ovadia che l\u2019autore \u00e8 riuscito \u201ca dire l\u2019impossibile attraverso la pietas artistica\u201d.<\/p>\n<p><b>Alison Leslie Gold, Mi ricordo Anna Frank, Delfini, Fabbri, Milano, 1999<br \/>\n<\/b>Il libro raccoglie la testimonianza di Hannah Pick-Goslar, la pi\u00f9 cara amica di infanzia di Anna Frank, cui l\u2019autrice fa una lunga intervista; da qui nasce il racconto, in terza persona, della vita di Hannah, prima in Olanda, poi nei campi di sterminio. La storia si snoda su due binari: da un lato la vicenda della piccola protagonista, e di milioni di persone insieme a lei, che diventa sempre pi\u00f9 drammatica dal luglio del \u201942 quando si apre il racconto alla primavera del \u201945, la liberazione. Dall\u2019altro lato, vividi e divertenti, i ricordi della vita di \u201cprima\u201d, quando le due amiche erano sempre insieme e crescevano come bimbi qualsiasi. Il libro \u00e8, in qualche modo, anche l\u2019ideale conclusione del diario di Anna Frank che si interrompe quando la famiglia viene scoperta e deportata. Sar\u00e0 Hannah a raccontare gli ultimi giorni dell\u2019amica, morta poco prima della liberazione. E sar\u00e0 ancora Hannah a lasciarci con un interrogativo: \u201cPerch\u00e9 lei e non io?\u201d che si potrebbe semplicemente tradurre in \u201cperch\u00e9 \u00e8 successo?\u201d. Proprio per impedire che si dimentichi, Hannah ha accettato di ripercorrere con la memoria un periodo lontano e cos\u00ec drammatico.<\/p>\n<p><b>Andrea Molesini, All\u2019ombra del lungo camino, Super Junior Mondadori, Milano, 1992<br \/>\n<\/b>Un ragazzo ebreo e uno zingaro. Insieme, in un campo di sterminio. Una storia avvincente e realistica pur se contrassegnata da una vena fantastica che crea personaggi magici in grado di aiutare i protagonisti a salvarsi ma in grado anche di rendere il libro leggibile dai ragazzini pi\u00f9 giovani. E non con l\u2019intento di nascondere la verit\u00e0 che comunque emerge da tutte le pagine ma per lasciare ai ragazzi la speranza e insieme il desiderio di non dimenticare. E Molesini lo esplicita fin dalle prime pagine quando fa dire allo zingaro Merlino, rivolto al ragazzo, Schulim: \u201cQuello che davvero vogliono \u00e8 farci simili a bestie cos\u00ec, quando ci uccideranno, uccideranno delle bestie non degli uomini. Ma finch\u00e8 avremo memoria e sapremo dare il giusto nome a ogni cosa, noi resteremo uomini e, a dispetto delle botte, della fame e delle umiliazioni, li costringeremo a uccidere degli uomini: cos\u00ec, fino alla fine dei tempi, gli assassini verranno chiamati assassini\u201d (pp. 12-13).<\/p>\n<p><b>Uri Orlev, I soldatini di piombo, Fabbri, Milano, 2001<br \/>\n<\/b>Non \u00e8 un libro facile questo che racconta l\u2019infanzia dell\u2019autore, passato dalla libert\u00e0 nella sua Polonia al ghetto per finire col fratello a Bergen Belsen cui riesce a sopravvivere per essere accolto in un kibbutz in Israele. Non \u00e8 facile perch\u00e9 non si tratta di un romanzo vero e proprio. Piuttosto di tanti flash pi\u00f9 o meno lunghi, accesi su momenti diversi, su figure significative, su ricordi dolorosi o divertenti. E cos\u00ec la lettura non \u00e8 fluida ma si \u00e8 costretti a \u201cfaticare\u201d insieme a Yurek e Kazik per poter sopravvivere anche nelle condizioni pi\u00f9 difficili, insieme a loro si devono ingoiare lacrime cocenti per la scomparsa di persone care, a partire dalla stessa madre. Ed \u00e8 con senso di stupore che si legge di come i due fratelli potessero trovare il modo di giocare e divertirsi anche se solo con qualche soldatino di piombo. E\u2019 un libro difficile perch\u00e9 ha il grande pregio di raccontare la tragedia di un popolo con la voce di un bambino i cui occhi hanno visto solo singoli episodi, apparentemente non collegati fra loro e che quindi ci permette davvero di capire come hanno vissuto tanti, troppi bambini di cui Orlev si fa portavoce ideale.<\/p>\n<p><b>Steve Schnur, Il segreto di Mont Brulant, Shorts, Mondadori, Milano, 1997<br \/>\n<\/b>E\u2019 pi\u00f9 indicato il titolo originale \u201cI bambini ombra\u201d per questo bel libro che affronta un nodo difficile ed estremamente doloroso: l\u2019impossibilit\u00e0 di dimenticare le tragiche vicende della guerra e dello sterminio e il dover continuare a vivere con i sensi di colpa e il rimpianto per non aver fatto niente, per essere rimasti a guardare. Etienne, un ragazzino di citt\u00e0, passa le sue estati dal nonno in campagna e un anno incontra altri ragazzini laceri e tristi che non aveva mai visto. Quando ne chiede ai grandi si trova di fronte un muro di silenzio. Gli dicono che non esistono altri bambini oltre lui ma che \u201cnei boschi vagano le anime di un migliaio di bambini smarriti. &#8211; Fantasmi? chiesi ancora sorridendo. \u2013 S\u00ec, fantasmi, rispose lei, brusca. \u2013 Sono troppo grande per crederci. \u2013 Allora chiamali memorie.\u201d (p. 26) In un\u2019atmosfera rarefatta trascorre l\u2019estate di Etienne, tra le reticenze degli adulti e gli incontri irreali coi bambini ombra, finch\u00e8 il nonno decide di raccontare come il paese fosse diventato un nascondiglio sicuro per i bambini ebrei che vi arrivavano soli, sperando di scampare al massacro. \u201c\u2026Poi, un giorno dell\u2019ultima estate di guerra i nazisti arrivarono con carri armati e mitragliatrici e ci ordinarono d consegnare tutti i bambini (\u2026) Se non avessimo consegnato i bambini avrebbero arrestato anche noi o ci avrebbero fucilato. \u201cE avete consegnato i bambini?\u201d domandai incredulo. \u201cPrego Dio che non l\u2019avessimo fatto \u2013 ammise lentamente Grand-P\u00e8re \u2013 ma in tempo di guerra non esistono scelte facili; sono sempre angosciose, strazianti\u201d. (p. 61). Nel racconto del nonno emerge l\u2019impotenza della gente, di tanta gente che sapeva, vedeva, ma non faceva niente, e la difficolt\u00e0 di scegliere di agire piuttosto che di girar la testa. Un tema poco trattato nei libri per ragazzi ma invece di fondamentale importanza proprio per loro, perch\u00e9 la riflessione sull\u2019impegno e la capacit\u00e0 di difendere le proprie idee e quindi anche la vita umana li deve accompagnare mentre crescono, deve diventare punto saldo e scelta irrinunciabile per futuri adulti consapevoli. Cos\u00ec \u00e8 bene che i ragazzi leggano del nonno di Etienne e di tanti che, come lui, non seppero fare nulla e che, insieme ad Etienne, ne ricavino anche una nuova consapevolezza.<\/p>\n<p><b>Gaye Hicyilmaz, Vietato rubare le stelle, Buena Vista, Milano, 2001<br \/>\n<\/b>\u201cNon ci resta altro che sperare che dovunque essi siano, anche loro possano ancora alzare lo sguardo e vedere le stelle\u201d (p. 89) Proprio le stelle uniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino, Richard, la cui mamma sparisce misteriosamente, con la storia di un uomo, Stef, un anziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l\u2019ombra che l\u2019accompagna. Deportato in Unione Sovietica con la madre e il fratello minore, stremato dalla fatica e dalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante un trasferimento in treno. Non li rivedr\u00e0 pi\u00f9 e di questo si sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato, anche se a distanza di anni, dal senso di colpa. E se l\u2019incontro con il ragazzo gli permetter\u00e0 di \u201cprendere le distanze\u201d da una colpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggere eventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, sicuramente le pagine pi\u00f9 belle dell\u2019intero libro.<\/p>\n<p><b>George Layton, Io da te e tu da me, Istrici Salani, Milano, 2001<br \/>\n<\/b>Raccontati in prima persona da un ragazzino, il libro raccoglie diversi episodi di un anno scolastico, in un paesino vicino a Londra, poco dopo la fine della guerra. L\u2019episodio centrale, il pi\u00f9 lungo di tutto il libro, riflette l\u2019esperienza dell\u2019autore, ebreo austriaco, che scappa dalla sua terra ed evidenzia molti dei luoghi comuni che hanno contraddistinto quell\u2019epoca. Luoghi comuni cui tanti hanno creduto (tutti i tedeschi sono nazisti\u2026.gli ebrei hanno ucciso Ges\u00f9\u2026), respingendo ed escludendo quindi, come succede appunto al ragazzino del racconto, chi apparteneva a quei popoli. Il racconto \u00e8 anche un invito a non omologarsi, a non seguire il gruppo, ma a ragionare con la propria testa. L\u2019apparente debolezza di Passerotto non lo far\u00e0 soccombere alle minacce e all\u2019isolamento dei suoi compagni, anzi. La profonda convinzione di avere ragione gli permetter\u00e0 di uscire vincitore dall\u2019ultima discussione con il bullo della scuola. Se ne andr\u00e0, \u00e8 vero, in una scuola frequentata da altri ragazzi ebrei, ma non se ne andr\u00e0 da perdente e lascer\u00e0 un segno profondo, una strada tracciata, tanto che il protagonista continuer\u00e0 a frequentarlo.<\/p>\n<p><b>Myron Levoy, Alan e Naomi, Junior Mondandori, Milano, 1998<br \/>\n<\/b>Questo \u00e8 il racconto di una speranza di guarigione, della scommessa di una seconda nascita attraverso il legame dell\u2019amicizia. Alan, ragazzino ebreo che vive in un quartiere popolare di New York, incontra Naomi, anch\u2019essa ebrea, scampata alla furia della Gestapo dopo aver assistito all\u2019omicidio del padre e rifugiatasi negli Stati Uniti. Da questo incontro difficile e spiazzante \u201cNaomi \u00e8 pazza, Naomi \u00e8 diversa, lontana da tutto e da tutti\u201d nascono nuove possibilit\u00e0. Per Naomi certo che pu\u00f2 ricominciare ad avere fiducia, ritornare a giocare e sorridere ma anche per Alan che attraverso lo sconcerto prima e il coinvolgimento poi impara a non scappare davanti alle prove difficili che l\u2019amicizia con Naomi gli impone. Anche la fine, non lieta, si inserisce in questo percorso di crescita e di apprendimento. E\u2019 un libro bello, appassionante, in grado di far nascere emozioni intense. Per questo pi\u00f9 che ad una lettura in solitudine si presta alla narrazione da parte di una voce adulta che accompagna e media il racconto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La storia di un popolo: ebrei, ghetti e campi di sterminio<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3608,3603],"edizioni":[35],"autori":[2860],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3691],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/256"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=256"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/256\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5664,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/256\/revisions\/5664"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=256"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=256"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=256"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=256"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=256"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=256"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=256"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=256"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=256"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}