{"id":2807,"date":"2020-06-16T16:33:42","date_gmt":"2020-06-16T14:33:42","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2807"},"modified":"2025-10-06T10:20:42","modified_gmt":"2025-10-06T08:20:42","slug":"7-i-laboratori-sessione-1-il-corpo-e-presente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2807","title":{"rendered":"7.  I laboratori"},"content":{"rendered":"<p>Il cuore del progetto Postmarks sono stati i laboratori che abbiamo realizzato in collaborazione con il Dipartimento educativo MAMbo e, in particolare, l\u2019artista educatrice Ilaria del Gaudio.<br \/>\nAbbiamo scelto di presentarveli in ordine cronologico, descrivendone il contenuto e la metodologia, perch\u00e9 possano divenire uno strumento utile e replicabile in altri contesti.<br \/>\nLa descrizione dei laboratori \u00e8 accompagnata dal commento di alcuni partecipanti, esperienze personali che offrono uno sguardo intimo sulle attivit\u00e0 e, complementariamente, un approfondimento dell\u2019aspetto educativo che arricchisca e completi lo strumento.<\/p>\n<p><b>Sessione 1: Il corpo \u00e8 presente<br \/>\n<\/b><b>Laboratorio 1<br \/>\n<\/b>Al centro del primo laboratorio abbiamo messo il corpo come metafora in grado di raccontare la nostra identit\u00e0 personale. Abbiamo deciso di cominciare da questo tema perch\u00e9 lo riteniamo importante per noi, per la nostra consapevolezza e la nostra crescita, specialmente per le persone con disabilit\u00e0.<br \/>\nSiamo partiti dall\u2019idea che il corpo \u00e8 un luogo nel quale la nostra identit\u00e0 fa esperienza di se stessa. Alcune opere d\u2019arte ci hanno offerto lo spunto di partenza: i dipinti di Frida Kahlo e le performance di Sissi. Entrambe le artiste condividono l\u2019idea del corpo come un contenitore emotivo, con un\u2019anatomia parallela e un particolare linguaggio: al posto delle parole usano colori e atmosfere particolari, forme e movimenti, emozioni e ricordi. Come se il corpo fosse una specie di percorso, camminare attraverso le sue strade ti permette di scoprire una mappa personale fatta di tracce e organi considerati come le radici dei sentimenti e delle sensazioni. In sintesi, l\u2019idea del workshop era quella di realizzare un viaggio attraverso il s\u00e9, una ricerca in giro per il proprio corpo.<br \/>\nI partecipanti sono stati invitati a creare una mappa personale ed emotiva dei propri corpi. Ognuno ha ricevuto una sagoma anatomica del corpo umano sulla quale si dovevano segnare i punti forti con segni rossi, i punti deboli con segni neri e il percorso delle emozioni all\u2019interno del corpo con il colore preferito.<br \/>\nPoi i partecipanti hanno dovuto scegliere, tra alcuni disegni di organi interni come stomaco, cervello, utero e polmoni, quello che li rappresentava meglio, e personalizzare il disegno secondo l\u2019emozione o il pensiero che volevano comunicare. Una ragazza, per esempio, ha scelto il cervello e l\u2019ha coperto con fili di cotone aggrovigliati in modo da rappresentare la grande quantit\u00e0 dei suoi \u201cpensieri aggrovigliati\u201d.<br \/>\nCos\u00ec, a partire da uno schema comune, tutti hanno dovuto riflettere a livello personale, e ogni partecipante ci ha mostrato una parte molto intima del s\u00e9.<\/p>\n<p><b>Esperienze<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/b>Dapprima ci hanno presentato l\u2019esperienza vissuta dall\u2019artista Frida Khalo, a proposito della quale sono rimasto davvero a bocca aperta quando ci hanno raccontato del gravissimo incidente subito e di come l\u2019artista sia sostenuta da un ferro che attraversava tutta la colonna vertebrale. Ci\u00f2 le permette cos\u00ec, non solo di svolgere pi\u00f9 o meno normalmente gli atti della vita quotidiana, ma riesce al contempo a trasmetterci i propri sentimenti e le proprie emozioni fissandoli su un supporto artistico. Sono rimasto enormemente affascinato dalla sua smisurata voglia di vivere. Penso anche che questa sua stramaledetta voglia di vivere la vita sia un ottimo stimolo anche per tutti quelli che, come me, hanno incontrato un grosso ostacolo (il coma) al normale svolgimento della propria vita, ma sono riusciti a ottenere un buon miglioramento grazie alla terapia, alla fede e alla forza di volont\u00e0.<br \/>\nSubito dopo le ragazze del museo ci hanno mostrato le opere di Sissi, un\u2019artista che ama mostrare il suo corpo visto attraverso la lente del profondo dolore interiore che ha caratterizzato tutta la sua vita; infatti giovanissima ha dovuto imparare a arrangiarsi da sola e in piena autonomia, in quanto \u00e8 rimasta orfana, ma questo fatto non l\u2019ha privata della sua \u201cvena\u201d artistica e del desiderio di dare visibilit\u00e0 alle sue opere. Emblematico, a questo proposito, l\u2019esempio di una sua prestazione: una foto che la ritraeva nuda in mezzo a un mare di scooby-doo. Questa opera riesce a trasmettere, al meglio, le vicissitudini e il travaglio interiore e questa rappresentazione riesce bene a offrire l\u2019immagine di un\u2019artista eclettica nel trascendere il suo profondo disagio intimo, esibendo il proprio corpo tale e quale a se stesso.<br \/>\nMattias Fregni, animatore disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><b>Laboratorio 2<br \/>\n<\/b>Fulcro del secondo laboratorio \u00e8 stato l\u2019autoritratto, concepito come uno sforzo per definire la propria identit\u00e0. Uno dei motivi pi\u00f9 importanti del nostro percorso \u00e8 riflettere sulla differenza tra l\u2019immagine che abbiamo di noi stessi e l\u2019immagine che gli altri hanno di noi, argomento assolutamente centrale per il gruppo. Dopo aver mostrato ai partecipanti diversi ritratti e autoritratti, dal XV secolo alla contemporaneit\u00e0, come opere d\u2019arte di Piero della Francesca, Rembrandt, Giuseppe Penone e Arman, insieme abbiamo discusso le diverse tonalit\u00e0 della pratica dell\u2019autoritratto e i suoi diversi obiettivi, che non sono solo connessi alla somiglianza fisica, ma anche ai valori sociali o all\u2019introspezione personale. Un altro aspetto importante \u00e8 stato quello di considerare le diverse tecniche usate dagli artisti: pittura, fotografia o oggetti personali con un valore metaforico. A partire da tutto ci\u00f2, l\u2019idea sulla quale si \u00e8 basata il laboratorio \u00e8 stata quella di riflettere sull\u2019identit\u00e0 personale rappresentando noi stessi sia a un livello fisico che a uno pi\u00f9 emotivo.<br \/>\nAi partecipanti \u00e8 stato chiesto di creare quattro diversi autoritratti: autoritratto frontale, autoritratto laterale, autoritratto posteriore e autoritratto interiore. Per i primi tre lavori si doveva scegliere tra fotografia o disegni. Chi ha scelto il disegno aveva a disposizione uno specchio mentre abbiamo preparato una sorta di set per coloro che hanno preferito autoritrarsi in una \u201csessione fotografica\u201d. L\u2019autoritratto interiore, invece, \u00e8 stato creato usando colori e diversi materiali con valori metaforici, come cotone per la tenerezza o corde per indicare vincoli o limiti.<br \/>\nPer i primi tre lavori i partecipanti si erano concentrati sulla posa del corpo o l\u2019espressione del volto, mentre questo quarto autoritratto \u00e8 stato come una sorta di radiografia interiore.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Abbiamo raccolto tutti i lavori prodotti nei due laboratori, li abbiamo spediti al gruppo inglese, poi li abbiamo presentati durante il seminario a Castell\u00f3n.<\/p>\n<p><b>Esperienze<br \/>\n<\/b>Uno splendido salto indietro nel tempo: allo stesso modo in cui da bravo scolaretto mi sono recato per la prima volta a scuola, mi sono sentito tutto eccitato e, come mai prima, ansioso di cogliere il meglio dall\u2019esperienza. Nel creare questo sentimento sensazionale ha contribuito anche il fatto che in nessun caso prima di allora mi ero imbarcato su un aeroplano.<br \/>\nMi si \u00e8 spalancato davanti agli occhi un mondo completamente nuovo della cui esistenza non avevo la minima idea. Mi sono stupito anche di quanto fosse immediato, musicale e semplice hablar (parlare) questa, a parer mio, meravigliosa lingua, lo Spagnolo.<br \/>\nProfessionalmente parlando, abbiamo preso parte a un progetto basato sull\u2019idea che l\u2019arte e la creativit\u00e0 non vanno dati per scontati, ma sono un importante motore sociale volto all\u2019inclusione e all\u2019apprendimento permanente. Abbiamo trascorso molto tempo a conoscerci, anche se all\u2019inizio eravamo un po\u2019 diffidenti, ognuno nel suo gruppo, ci siamo pian piano aperti per approfondire la conoscenza fra noi partecipanti, cos\u00ec da poter cogliere al meglio ogni informazione sull\u2019altro. Ogni istituzione ha scelto di lavorare su una comunit\u00e0 svantaggiata del suo territorio.<br \/>\nGioved\u00ec tanto per fare una breve cronaca del memorabile evento vissuto, siamo stati accolti al museo \u201cEspai\u201d e poi ci siamo recati in una sala da the per fare reciproca conoscenza. Inizialmente il clima era un po\u2019 freddino, anche a causa delle naturali difficolt\u00e0 di comunicazione, ma la birra spagnola era eccellente! Venerd\u00ec, dopo una bellissima colazione a base di orzo, miele e torta da leccarsi i baffi, ci siamo diretti verso il paese di Les Coves, a un\u2019oretta di pullman da Castell\u00f3n, dove abbiamo passato in rassegna e commentato i lavori svolti da tutti i gruppi partecipanti al progetto e precedentemente spediti via posta. Di questo momento ben ricordo la stupenda sensazione provata, di orgoglio mista a grandissima soddisfazione.<br \/>\nSabato abbiamo visitato Valencia e dopo aver visto il mercato cittadino, siamo andati a vedere la mostra di un\u2019artista del territorio, che ha scelto di mostrare fiori a cui erano stati divelti i pistilli in varie riprese, per rappresentare la lotta all\u2019infibulazione femminile, da lei sentita in modo fortissimo. Inoltre mentre abbiamo girato in lungo e in largo Valencia per cercare anche un po\u2019 di ricordini da portare a casa, ci siamo imbattuti nelle opere di Blu, lavori davvero meravigliosi capaci di rendere vivo il pi\u00f9 semplice muro cittadino.<br \/>\nSconvolgente quanto fosse buono il cibo che abbiamo gustato in questi quattro giorni\u2026<br \/>\nAlla fine della piacevolissima trasferta abbiamo risolto con successo i problemi di comprensione, mischiando e integrando le nostre personalit\u00e0 e le nostre culture, tanto che dopo esserci salutati a fine di una cena alla Tasca \u2013 un locale davvero tipico e a conduzione familiare \u2013 a base di ottime tapas, ci siamo augurati vicendevolmente: \u201calla prossima\u201d, facendoci il saluto spagnolo \u201cHola, hasta luego\u201d!<i><br \/>\n<\/i>Mattias Fregni, animatore disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><strong>Ci caliamo nel Calamaio<br \/>\n<\/strong>Quanti di noi, guardandosi allo specchio, accelerano il passaggio sulle parti che non ci piacciono! Le evitiamo, fingiamo che non ci siano, non le riconosciamo. Lo sguardo fugge e si va a posare su ci\u00f2 che ci piace, che sentiamo nostro, che ci fa sentire ad agio con noi stessi.<br \/>\nLavorare sulla sagoma del corpo, sui punti forti e sui punti deboli \u00e8 stato per il nostro gruppo occasione di nuove scoperte, di nuove cose da dire a noi stessi, dire agli altri e soprattutto lasciarci dire dagli altri.<br \/>\nQuanto e come una persona con disabilit\u00e0 motoria sente il corpo? Quanto e come sente le parti che non funzionano, che sono causa della propria disabilit\u00e0? Il laboratorio ha permesso alle persone con disabilit\u00e0 del gruppo di esprimere in modo molto chiaro la difficolt\u00e0 a vedere e a riconoscere alcune parti negate. Per alcuni erano le gambe, immobili sulla carrozzina, per qualcuno era pi\u00f9 facile lavorare solo con il viso, escludendo il corpo intero, per altri \u00e8 stata la possibilit\u00e0 di dare un\u2019immagine di s\u00e9 al gruppo e ricevere un feedback rispettoso ma diverso. \u201cNon \u00e8 vero che il tuo braccio \u00e8 dritto\u201d, e con la complicit\u00e0 degli altri, potere riconoscere e dire che, s\u00ec il mio braccio \u00e8 proprio storto; \u00e8 il mio braccio e ora lo guardo e lo sento come tale.<br \/>\nMa anche per gli educatori \u00e8 stato possibile avere un confronto diverso, diretto e autentico sul sentire reale, non mediato dal ruolo e dai contenuti che caratterizzano la riflessione e il lavoro quotidiano. Abbiamo toccato con mano la carne viva di ognuno di noi. Il gruppo, e soprattutto il gruppo misto, ha permesso che \u2013 nel metterci in gioco e nell\u2019accogliere il lavoro faticoso o giocoso degli altri \u2013 sentissimo che l\u2019aspetto della fragilit\u00e0 appartiene a tutti noi. La condivisione lo ha reso visibile e riconoscibile come elemento insostituibile e immancabile della nostra identit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Sessione 2: Lo spazio per noi<\/strong><br \/>\n<b>Laboratorio 1<br \/>\n<\/b>La seconda sessione di laboratori \u00e8 stata dedicata alla relazione emotiva con la nostra citt\u00e0 e l\u2019ambiente che ci circonda. Il territorio si \u00e8 trasformato in uno spazio condiviso, un punto di partenza per la produzione di lavori che raccontano l\u2019identit\u00e0, reale e percepita, al fine di indagare il senso di appartenenza, la relazione tra le persone e i luoghi di vita quotidiana, l\u2019identit\u00e0 privata e lo spazio pubblico. In base a queste idee abbiamo dato un\u2019occhiata al \u201cgeoblog\u201d <a href=\"http:\/\/www.percorsi-emotivi.com\/\">www.percorsi-emotivi.com<\/a>. Questo sito web \u00e8 stato costruito dal gruppo di ricerca Associazione Mappe Urbane e mira a sviluppare il dialogo e l\u2019interazione tra i cittadini di Bologna e la mappa elettronica della loro stessa citt\u00e0. Le persone che consultano la mappa possono collocare su un punto specifico di essa i loro pensieri, la loro proposta o i loro ricordi, suscitati da uno spazio determinato (strade, edifici, giardini&#8230;). I contributi caricati possono essere foto, video, disegni o testi, allo scopo di far crescere una Bologna \u201cesperita\u201d, vissuta e suggerita accanto a quella reale. Abbiamo anche guardato una sezione del sito web dedicato al progetto Percorsi emotivi per bambini e giovani, realizzato con il Dipartimento Educativo del MAMbo con lo scopo di costruire un geoblog con una nuova mappa emotiva, totalmente dedicata ai bambini e creata dai loro contributi. Abbiamo inoltre condiviso un breve resoconto del seminario a Castell\u00f3n, trattando la forte appartenenza territoriale mostrata dal gruppo spagnolo. Il tour che abbiamo fatto a Les Coves, i racconti che abbiamo ascoltato, il cibo che abbiamo mangiato sono divenuti una grande fonte di ispirazione.<br \/>\nCon queste basi abbiamo avviato il seminario chiedendo al gruppo di costruire insieme una mappa emotiva collettiva di Bologna. Avevamo gi\u00e0 preparato una grande mappa del centro storico della citt\u00e0 composta di circa 40 cartoline illustrate, ognuna con una parte della citt\u00e0, come fosse una specie di puzzle. Ogni partecipante ha risposto alla domanda \u201cquale parte della citt\u00e0 rappresenta davvero una parte di me?\u201d. Inoltre, abbiamo scelto alcune parole chiave come amore, paura, stupore e ricordo che potessero essere inserite nelle mappe. Ogni partecipante ha riflettuto sulla domanda, quindi ha scelto una cartolina\/mappa sulla quale intervenire e una parola chiave per descrivere il proprio lavoro. Per personalizzare le cartoline potevano disegnare, tracciare segni, usare colori con valore simbolico o materiali particolari come disegni di strade e edifici realizzati da bambini. Per questo laboratorio abbiamo considerato Bologna come una specie di simbolo comune ma con valori differenti e personali: ecco perch\u00e9 abbiamo deciso di concentrarci solo sul centro della citt\u00e0 e non anche sulla periferia.<\/p>\n<p><b>Laboratorio 2<br \/>\n<\/b>Dalla citt\u00e0 simbolica comune, all\u2019esperienza personale quotidiana. Abbiamo iniziato il secondo laboratorio con l\u2019idea che uno \u201cspazio assoluto\u201d non esiste. Solo lo \u201cspazio per me\u201d esiste, perch\u00e9 lo spazio \u00e8 qualcosa di davvero soggettivo e profondamente collegato con le nostre esperienze. Abbiamo discusso molto su questi argomenti con i partecipanti, per esempio a proposito delle differenti percezioni di alcuni luoghi sentite da una persona normodotata e da una persona disabile, o a proposito dei diversi sentimenti che lo stesso luogo ci suggerisce ora oppure quando eravamo bambini. Inoltre, \u00e8 possibile trovare molte cose diverse dentro lo spazio, come rumori, voci, odori, atmosfere e contatti. I nostri sentimenti danno alla nostra percezione dello spazio molti toni emotivi e la rendono un\u2019esperienza in continuo cambiamento. Ci\u00f2 perch\u00e9 lo spazio \u00e8 sempre vissuto e costruito dalle relazioni tra il \u201cs\u00e9\u201d e l\u2019\u201caltro\u201d.<br \/>\nPerci\u00f2, l\u2019idea del laboratorio era considerare lo spazio con occhi rinnovati. Se lo spazio \u00e8 qualcosa che cambia sempre, possiamo sempre guardare le strade, gli edifici, gli angoli che siamo abituati a vedere in molti modi diversi, come se ogni giorno fosse la prima volta che li vediamo. Ai partecipanti \u00e8 stato chiesto di creare una mappa emotiva del loro percorso quotidiano personale da casa al lavoro. Abbiamo dato a tutti dei colori e un cartoncino bianco su cui abbozzare il percorso. Il primo passo \u00e8 consistito nel disegnare il punto di partenza \u2012 la loro casa \u2012 e il punto di arrivo \u2012 la sede di lavoro. Poi hanno potuto collegare questi due luoghi disegnando il percorso e tutte le cose che \u201cincontrano\u201d durante il tragitto. Dovevano riflettere sulle strade che attraversano abitualmente, gli odori e i rumori che sentono solitamente, i colori e le dimensioni degli edifici che vedono, ricordando i pi\u00f9 piccoli dettagli. \u00c8 stata molto interessante la differenza tra ogni lavoro: da un percorso molto complesso e colorato a uno molto minimale, fatto di rumori e suoni.<br \/>\nAbbiamo raccolto tutti i lavori prodotti durante i due laboratori e li abbiamo spediti al gruppo spagnolo.<\/p>\n<p><strong>Ci caliamo nel calamaio<\/strong><br \/>\nParlare di spazio comune, di luoghi condivisi, relazione con la citt\u00e0 prevede alcuni aspetti della vita personale quali l\u2019autonomia di movimento, le relazioni all\u2019interno di una rete sociale, la frequentazione di luoghi della citt\u00e0, i propri rituali, una propria storia. Elementi non scontati quando parliamo di disabilit\u00e0.<br \/>\nNon si pu\u00f2 parlare del proprio territorio, di una parte precisa della citt\u00e0 che ci rappresenta se non abbiamo una frequentazione, una vita, una nostra quotidianit\u00e0.<br \/>\nI laboratori di questa sessione hanno messo in luce proprio le differenze di ognuno di noi rispetto al proprio modo di vivere e percepire lo spazio e il tempo quotidiano. Che si traducono in differenze sostanziali su come vengono percepite le relazioni, la partecipazione alla vita sociale, la frequentazione dei diversi contesti e dei diversi luoghi. Qualcuno ha identificato come zona rappresentativa di s\u00e9 la zona universitaria, perch\u00e9 il suo percorso universitario \u00e8 stato particolarmente caratterizzante del suo percorso di vita. Qualcuno la gelateria del proprio quartiere, dove intrattiene con regolarit\u00e0 le pubbliche relazioni con il vicinato. Altri hanno identificato zone significative del periodo dell\u2019infanzia. E qualcuno la finestra sul canale, utilizzata come strumento di seduzione con le ragazze.<\/p>\n<p><strong>Sessione 3: Disegnare suoni e suonare disegni<br \/>\n<\/strong><b>Laboratorio 1<br \/>\n<\/b>Il laboratorio \u00e8 stato dedicato a rispondere ai lavori che abbiamo ricevuto dal gruppo inglese. Quando abbiamo aperto il pacco, tra curiosit\u00e0 ed entusiasmo, abbiamo trovato due CD-ROM con tracce audio, un grande foglio marrone con strani segni colorati e molte foto stampate del gruppo al lavoro. Abbiamo seguito le istruzioni che Emma ci ha mandato per capire meglio i lavori. I titoli dei due CD erano \u201cSuoni fatti di Disegni\u201d e \u201cDisegni fatti di Suoni\u201d. Dovevamo ascoltare un CD guardando il grande foglio marrone e guardare le foto ascoltando l\u2019altro CD.<br \/>\nQuesto lavoro era il frutto di un laboratorio nel quale una musicista produceva suoni di cui il gruppo ha tracciato schizzi sul foglio e nel quale, in seconda battuta, la musicista ha suonato usando alcuni disegni fatti dai partecipanti come fossero spartiti musicali.<br \/>\nAbbiamo riflettuto sui possibili collegamenti tra arte e musica, segni e suoni. Come suona l\u2019arte? \u00c8 possibile disegnare un suono? Cosa succede se scambiamo i ruoli? Abbiamo sempre bisogno di uno strumento o possiamo suonare anche con il nostro stesso corpo? Al fine di rispondere a queste domande abbiamo iniziato a sperimentare. Abbiamo ascoltato di nuovo i due CD. Durante l\u2019ascolto, i partecipanti hanno prodotto molti segni e tracce colorate. L\u2019unica regola che avevamo consisteva nel non disegnare immagini o simboli. Era importante creare connessioni dirette tra suoni sentiti e gesti liberi. Uno degli obiettivi pi\u00f9 importanti era che ogni partecipante trovasse il proprio ritmo, in base ai suoni ma anche al movimento che il corpo poteva\/voleva fare. Quindi abbiamo dato a tutti una cornice vuota, utile per scegliere solo una piccola parte dei segni prodotti che sono diventati i nostri spartiti musicali che successivamente abbiamo provato a suonare usando le voci, le mani o alcuni strumenti musicali. Nell\u2019ultima parte del laboratorio abbiamo scambiato i ruoli della prima attivit\u00e0. Su un grande foglio bianco appeso al muro un paio di noi dovevano produrre segni con un colore. Loro erano i direttori d\u2019orchestra mentre gli altri sono diventati l\u2019orchestra di strumenti che dovevano suonare \u2012 sempre con voci o mani o strumenti \u2012 seguendo il ritmo dei due \u201cdirettori di disegno\u201d. Abbiamo iniziato a disegnare suoni e siamo finiti a suonare disegni.<\/p>\n<p><b>Esperienze<br \/>\n<\/b>Ricordo un laboratorio fatto con la musica dove mettevamo in musica i nostri stati d\u2019animo con degli strumenti musicali. Seguivo la musica con Sandra e praticamente disegnavamo la musica!!!<i><br \/>\n<\/i>Tiziana Ronchetti, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Ilaria ci ha raccontato la storia di una musicista che aveva trovato dei segni e questi segni li aveva usati come uno spartito e li aveva trasformati in musica.<br \/>\nIlaria ha messo su un CD e tutti noi dovevamo ascoltare ci\u00f2 che la musicista suonava, che poi erano i segni che gli spagnoli avevano creato. La musicista non ha fatto altro che trasformare quei segni in musica.<br \/>\nIn una seconda fase dell\u2019attivit\u00e0 dovevamo ascoltare la musica che la musicista suonava e trasmettere le emozioni che ci dava disegnandole attraverso solo dei segni.<br \/>\nPer essere ancora pi\u00f9 concreta vi spiegher\u00f2 cosa si vedeva sul mio cartoncino alla fine del lavoro.<br \/>\nNel mio cartoncino c\u2019erano segni di tre colori: il nero che rappresentava le parti musicali molto tristi; il secondo segno di colore viola era un colore molto indeciso, perch\u00e9 la seconda parte dei suoni\u00a0 mi sono sembrati molto indecisi. Il terzo colore, quello giallo, invece\u00a0 rappresentava gli ultimi suoni della musicista che ho trovato molto sgradevoli, difficili da ascoltare.<br \/>\nMi \u00e8 piaciuta tantissimo questa attivit\u00e0 perch\u00e9 disegnavo facendo dei segni molto particolari, perch\u00e9 seguivo molto i miei stati emotivi attraverso tutti i sensi; riuscivo proprio a immaginare e a riprodurre lo stato emotivo che stavo vivendo in quei giorni.<br \/>\nDurante la terza fase dell\u2019attivit\u00e0 ci siamo divisi in coppie. Ogni coppia, a turno, doveva fare dei segni sul foglio e il resto del gruppo doveva trasformare quei segni in suoni. I suoni potevano essere fatti sia con gli strumenti che con la voce. Avendo usato questo bellissimo modo a forma di coro, mi \u00e8 piaciuta la terza fase dell\u2019attivit\u00e0, perch\u00e9 si era creata un\u2019atmosfera molto magica e molto bella.<i><br \/>\n<\/i>Tiziana Ronchetti, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Abbiamo presentato la nostra risposta al gruppo inglese durante il seminario a Berlino.<\/p>\n<p><b>Esperienze<\/b><i><br \/>\n<\/i>Gioved\u00ec mattina io e Sandra siamo partite per una meravigliosa avventura berlinese.<br \/>\nPer me era la prima volta che partivo in aeroplano. Avevo molta paura ma per fortuna con me c\u2019erano Sandra, Ilaria, Anna e Veronica. Ero molto emozionata visto che viaggiavo da sola senza i miei, ma solo con la mia collega di lavoro Sandra e le ragazze del museo MAMbo di Bologna che mi hanno fatto vivere una bellissima e indimenticabile esperienza. Spero di ritornarci presto; grazie al Calamaio e ai miei meravigliosi colleghi sono stata contentissima.<br \/>\nSono partita con l\u2019aereo della Lufthansa; il viaggio \u00e8 durato su per gi\u00f9 due ore. Mi ero messa al braccio un bracciale bianco antistress e guardavo dal finestrino gi\u00f9 in basso perch\u00e9, essendo la prima volta, avevo una paura folle che l\u2019aereo precipitasse. Ora che \u00e8 andato tutto bene, non ho pi\u00f9 paura dell\u2019aereo e spero al pi\u00f9 presto di ripetere questa bellissima esperienza. Vedendo Bologna cos\u00ec piccolina avevo le vertigini. Ma per fortuna la hostess passava con il carrello della colazione, cos\u00ec ho preso una barretta di cioccolata che mi ha\u00a0 dato un po\u2019 di energia.<br \/>\nFinalmente siamo arrivate a Berlino. Ero emozionata e contenta di essere in una citt\u00e0 straniera.<br \/>\nDall\u2019aeroporto abbiamo preso il taxi che ci ha portato al nostro albergo, dove, stanche morte dal viaggio, ci siamo riposate. Io e Sandra eravamo in una stessa camera, nell\u2019altra camera di fronte c\u2019erano Ilaria, Anna e Veronica.<br \/>\nIl momento centrale della trasferta a Berlino \u00e8 stato il laboratorio alla sede del gruppo berlinese. Quella mattina abbiamo intrecciato fili di lana. Abbiamo fatto un intreccio grandissimo che occupava tutta la stanza, dal soffitto alle pareti e da una parete all\u2019altra, tanto che era diventato difficile camminarci in mezzo.<br \/>\nDopo abbiamo visto i lavori che erano stati esposti alle pareti da tutti i gruppi: il nostro italiano, quello tedesco, lo spagnolo e quello inglese. Ogni gruppo ha presentato i propri lavori e anch\u2019io ho presentato i nostri lavori italiani insieme a Ilaria che mi traduceva dall\u2019italiano all\u2019inglese. Abbiamo fatto vedere alcuni video in cui si vedeva che uno di noi disegnava sulla carta appesa al muro e un altro cercava di ostacolarlo in tutti i modi. Questo laboratorio a me \u00e8 piaciuto perch\u00e9 mi sono divertita tanto a ostacolare Ilaria.<br \/>\nQuel che mi \u00e8 piaciuto maggiormente di Berlino \u00e8 stato il Museo della Cultura Ebraica. Ricordo delle pietre gigantesche su cui appoggiavo le mani e sentivo che erano calde o fredde\u2026<br \/>\nQuando non andavamo in giro per i musei, di sera, nel tempo libero, andavamo nei locali.<br \/>\nLa cucina tedesca non \u00e8 ottima come la nostra bolognese, ma siccome dovevo mangiare\u2026 ho mangiato carne cruda e patate lesse; a colazione, fette biscottate con latte e the, e delle gran pizze\u2026Venerd\u00ec sera siamo andate a cena con la delegazione in un posto carino di Berlino. Per fortuna Ilaria e Veronica hanno tradotto le chiacchere che ho fatto con tutti gli altri.<br \/>\nQuella sera abbiamo fatto un giro turistico per la citt\u00e0 arrivando ad Alexander Platz. Io allora, euforica, mi sono messa a cantare la canzone di Milva che dice \u201cAlexander Platz, auf wiedersehen\u2026 c\u2019era la neve\u2026\u201d.<br \/>\nSabato pomeriggio, dopo aver lavorato alla mattina, siamo andate in giro per i negozi di Berlino. Mi sono comprata un paio di pantacalze larghe alle caviglie, bianche con dei soli disegnati sopra; per mia sorella Grazia ho comprato un pupazzo del segno del leone e per la mia nipotina Giulia una scatola di acquarelli. Purtroppo per mio padre, per la Lucia, la Romana, mia zia Pina e i miei colleghi del Calamaio non ho preso niente perch\u00e9 avevano dei prezzi allucinanti.<br \/>\nBerlino \u00e8 una citt\u00e0 molto bella; ci muovevamo con l\u2019autobus perch\u00e9 a forza di camminare ero stanca morta. Venerd\u00ec sera siamo state invitate a una cena, poi sabato ho conosciuto un ragazzo spagnolo piuttosto carino che mi ha fatta ballare. Questo ragazzo mi piaceva parecchio, tanto che mentre ballavamo stretti la Sandra mi ha detto \u201cLorella, lo conosci da due giorni e gi\u00e0 ci balli stretta stretta!\u201d.<br \/>\nEra un bel ragazzo, avr\u00e0 avuto circa trent\u2019anni. Per me era perfetto perch\u00e9 io ne ho 40!<br \/>\nSpero almeno di diventare sua amica, anche se purtroppo lo vedr\u00f2 pochissime volte. Ma lui mi ha promesso che a ottobre verr\u00e0 da me in Italia per il prossimo appuntamento del progetto, cos\u00ec chiss\u00e0 se ce la faccio a costruire una bella amicizia!<i><br \/>\n<\/i>Lorella Picconi, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><strong>Ci caliamo nel calamaio<br \/>\n<\/strong>La disabilit\u00e0 offre molte occasioni di sperimentare forme diverse di comunicazione e di espressione. Spesso le impone; diventano necessarie quando le forme tradizionali non funzionano, non sono efficaci.<br \/>\nIn questo laboratorio i linguaggi del disegno in musica ci hanno fatto sentire l\u2019armonia degli stati emotivi che si possono liberare senza codici comunicativi restrittivi e a volte paralizzanti. Ci hanno fatto sentire ed esprimere le nostre sfumature e ci hanno permesso di cogliere le sfumature dell\u2019altro.<br \/>\nL\u2019alfabeto delle emozioni \u00e8 ricco e infinito. Il linguaggio verbale lo limita, lo incasella in schemi che devono necessariamente essere restrittivi per essere compresi da tutti. Ma disegnare la musica e suonare il disegno ha rappresentato per noi l\u2019esperienza di uscire doppiamente da quegli schemi. Abbiamo sperimentato in modo inusuale una forma comunicativa ed espressiva differente: per il tempo del laboratorio quella forma espressiva \u00e8 diventata per il gruppo una forma convenzionale e condivisa, perch\u00e9 non si limitava a farci esprimere il nostro stato emotivo, ma ci ha permesso di esprimerlo agli altri, di condividerlo, di sentire l\u2019altro nella sua parte pi\u00f9 intima. Il disegno insieme all\u2019altro nel rispetto degli spazi ma nella possibilit\u00e0 di narrare la propria unicit\u00e0 \u00e8 diventato cos\u00ec uno spartito di suoni e di accordi, un\u2019armonia relazionale.<br \/>\n<strong><br \/>\nSessione 4: Confini e relazioni<br \/>\n<\/strong><b>Laboratorio 1<br \/>\n<\/b>La quarta sessione del nostro percorso laboratoriale ha messo al centro l\u2019idea dei confini personali e delle modalit\u00e0 pi\u00f9 intime attraverso le quali costruiamo relazioni con le persone. Nel primo laboratorio queste idee chiave hanno preso la forma di connessioni e\/o legami. Abbiamo iniziato con un resoconto del seminario a Berlino e abbiamo tratto ispirazione dall\u2019installazione collettiva che abbiamo costruito insieme al Raum 29, sede del gruppo berlinese, dove abbiamo riempito in forma tridimensionale la stanza tessendo una rete di fili colorati con gomitoli di lana che venivano lanciati e passati da una persona all\u2019altra. Lo abbiamo considerato come una rappresentazione del processo che viviamo e mettiamo in atto ogni volta che ci avviciniamo alle persone e ci siamo chiesti: qual \u00e8 il nostro modo specifico e personale di costruire relazioni? Indubbiamente ci\u00f2 \u00e8 sempre diverso, perch\u00e9 dipende da fattori come la propria personalit\u00e0, le emozioni interiori e il linguaggio del corpo. Inoltre, quando stiamo creando relazioni, il nostro comportamento \u00e8 uno specchio della nostra identit\u00e0 \u201ccon\u201d e \u201cper\u201d gli altri. Possiamo rappresentare questi processi a livello visivo?<br \/>\nCi siamo fatti suggestionare da una vecchia mappa dell\u2019apparato circolatorio umano, che ci sembrava simile a uno strano corpo tutto fatto di strade, passaggi e vicoli o di fili, nodi e corde. Ogni partecipante ha ricevuto due copie di tale mappa, che si dovevano unire per creare un solo grande foglio di carta. Una mappa simbolizzava il s\u00e9, mentre la seconda rappresentava l\u2019altro. A quel punto \u00e8 stato chiesto a tutti di rendere visibile il proprio personale modo di avvicinarsi alle persone collegando insieme le due mappe con segni, colori e scarabocchi. Ognuno doveva scegliere un punto di partenza \u2013 cervello, braccia, stomaco, ecc. \u2013 un tipo di percorso \u2013 diretto, complesso o instabile \u2013 e un punto di arrivo sulla seconda mappa. Il risultato finale era una rappresentazione grafica dei tentativi personali di creare relazioni. Tutto \u00e8 stato scelto da un punto di vista fisico ed emotivo. Il secondo stadio del laboratorio \u00e8 consistito nel trasformare i legami rappresentati bidimensionalmente sul foglio, in relazioni tridimensionali, usando lana, cotone, fili di plastica e altri materiali simili. Nella fase finale i partecipanti hanno realizzato una specie di <i>tableaux vivants<\/i> al fine di rappresentare fisicamente i loro legami con gli altri. Per compiere questo lavoro hanno posato per alcune foto insieme a un compagno, utilizzando il legame tridimensionale creato in precedenza, del tutto simile a quello rappresentato nelle mappe bidimensionali. Abbiamo preso in considerazione soltanto la persona che cerca di avvicinarsi all\u2019altra e non la persona che viene avvicinata. Ci\u00f2 perch\u00e9 questa attivit\u00e0 \u00e8 stata un allenamento per il secondo laboratorio e ha portato il gruppo a pensare alle relazioni come percorsi sconosciuti i cui territori sono costruiti dalle connessioni di due \u2012 o pi\u00f9 \u2012 identit\u00e0 differenti.<\/p>\n<p><b>Esperienze<br \/>\n<\/b>Il laboratorio del MAMbo si \u00e8 svolto in questo modo: ci hanno consegnato due fogli in cui erano raffigurate le sagome di corpi con i centri nervosi. Noi dovevamo collegare un foglio con l\u2019altro partendo dall\u2019organo con cui, principalmente, ci relazioniamo con gli altri. Io ho scelto il cuore e l\u2019ho collegato con il cuore dell\u2019altro perch\u00e9 \u00e8 la parte che mi rappresenta di pi\u00f9, perch\u00e9 mi relaziono con gli altri soprattutto attraverso il sentimento. Per questo ho fatto una linea col pastello rosso dal mio cuore al cuore dell\u2019altra persona.<br \/>\nPer la rappresentazione della relazione con l\u2019altro dovevamo scegliere una persona a caso e alcuni materiali tra carta, filo, nastri, carta d\u2019alluminio, corda, ecc. Cio\u00e8 dovevamo rappresentare quello che avevamo disegnato. Poi ci hanno fotografato e dovevamo cos\u00ec spiegare la nostra scelta del materiale, del colore, dell\u2019organo, ecc.<br \/>\nIo ho scelto il filo rosso perch\u00e9 il rosso \u00e8 il colore della passione e perch\u00e9, quando conosco delle persone, non \u00e8 scontato entrare subito in sintonia e quindi il rosso \u00e8 anche il colore del sentimento che pu\u00f2 nascere, se nasce, col tempo e che nasce se anche l\u2019altro vuole entrare in relazione.<br \/>\nStefania Mimmi, animatrice disabile del Progetto Calamaio<br \/>\nIo invece ho rappresentato il mio segno con vari fili di lana di colore rosso che esprimono il mio affetto quando incontro gli altri. A volte \u00e8 ingarbugliato, ci\u00f2 rappresenta il mio sentimento ma anche la mia paura perch\u00e9 non tutti gli incontri sono uguali. Il mio filo partiva dal mio stomaco e arrivava a quello dell\u2019altro perch\u00e9 a me le emozioni sia positive che negative arrivano allo stomaco. Un\u2019altra cosa che mi \u00e8 piaciuta \u00e8 stato fare la regista del mio lavoro e nel finale, lavorare insieme a Robby mi \u00e8 piaciuto.<br \/>\nTiziana Ronchetti, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Ricordo il laboratorio sulla relazione con l\u2019altro. Sceglievamo una parte del corpo che utilizziamo per relazionarci con gli altri. Abbiamo lavorato a coppia e utilizzato dei materiali che ci collegavano. Io ho fatto questo laboratorio con Tatiana e ho legato la mia mano sinistra con la sua, utilizzando un filo rosso, perch\u00e9 \u00e8 una parte del corpo che utilizzo bene e credo che le mani siano importanti per relazionarci con gli altri.<br \/>\nLorella Picconi, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Io invece ho scelto gli occhi perch\u00e9 la mia relazione con l\u2019altro parte dallo sguardo.<i><br \/>\n<\/i>Diego Centinaro, animatore disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><b>Laboratorio 2<br \/>\n<\/b>Il secondo laboratorio \u00e8 stato ispirato dalle opere di Matthew Barney, in particolare Drawing Restraint [\u201cDisegnare con limiti\u201d, ndt]. In quest\u2019opera \u2012 ancora in corso \u2012 l\u2019artista esplora i limiti e le nuove possibilit\u00e0 dell\u2019atto di disegnare dandosi dei vincoli. La parte interessante di questi video \u00e8 vedere come Barney provi a superare le difficolt\u00e0 e come i suoi disegni siano il risultato del rapporto tra segni e confini.<br \/>\nAbbiamo provato a \u201cimportare\u201d queste idee nel complesso campo della relazione con le persone. Questo argomento \u00e8 cruciale per il nostro gruppo perch\u00e9 l\u2019incontro con l\u2019altro \u2012 in modo particolare con persone disabili \u2012 spesso abbandona le convenzioni e ti porta in una terra sconosciuta. Inizialmente pu\u00f2 apparire come un\u2019esperienza dura o difficile e l\u2019imbarazzo \u00e8 una delle conseguenze pi\u00f9 comuni. Avvicinarsi a una persona con disabilit\u00e0 \u2012 ma non solo \u2012 provoca questo sentimento perch\u00e9 la diversit\u00e0 in generale ci costringe a uscire da noi stessi, oltre i nostri confini, per confrontarci con l\u2019alterit\u00e0. Questo movimento verso l\u2019esterno viene sentito come una perdita di parte della nostra identit\u00e0. Considerando questo tipo di ostacoli, possiamo scegliere tra mantenere un atteggiamento di paura e diffidenza o trasformarlo in curiosit\u00e0 e creativit\u00e0. Se supereremo queste difficolt\u00e0, constateremo che \u00e8 possibile sperimentarci in questo territorio sconosciuto, scoprendo altri modi di comunicazione e contatto. In questo modo possiamo creare una relazione, sempre rispettando i limiti reciproci, con la soddisfazione di averli superati insieme.<br \/>\nQueste considerazioni sono state il punto di partenza del laboratorio. I partecipanti sono stati coinvolti in una performance allo scopo di rappresentare i limiti o le possibilit\u00e0 che una relazione con le altre persone pu\u00f2 darci. Abbiamo appeso su un muro una lunga striscia di carta bianca. Il gruppo \u00e8 stato diviso in coppie, tutte composte da una persona normodotata e da una con disabilit\u00e0. I due soggetti di ogni coppia dovevano scegliere il loro ruolo. Uno di loro avrebbe dovuto essere \u201cil disegnatore\u201d, mentre l\u2019altro avrebbe dovuto impersonare il ruolo del \u201climite\u201d. \u201cIl disegnatore\u201d doveva dichiarare un semplice obiettivo come, per esempio, disegnare una linea retta o piccoli cerchi tutti della stessa dimensione. \u201cIl limite\u201d, invece, doveva scegliere in segreto tra essere un ostacolo oppure un aiuto. La prima persona ha iniziato a disegnare sulla striscia di carta, cercando di raggiungere il proprio obiettivo, mentre la seconda ha rivelato il proprio scopo attraverso il proprio comportamento. La relazione tra di loro cominciava dall\u2019interazione perch\u00e9 \u201cil disegnatore\u201d era costretto a considerare la presenza dell\u2019altra persona e a reagire evitandola o trasformandola in un elemento utile. \u201cIl limite\u201d poteva anche decidere di cambiare il proprio ruolo durante la performance, da un ostacolo a un aiuto e viceversa. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe avvenuto. Tutto era nelle mani della coppia che si stava esibendo. Con questo laboratorio abbiamo cercato di concentrarci sul costruire o cambiare una relazione, mostrando il suo processo \u2012 con le varie performance \u2012 e i suoi \u201cpercorsi\u201d descritti in forma di segni, limiti e scarabocchi.<\/p>\n<p><b>Esperienze<br \/>\n<\/b>Restraint \u00e8 una parola inglese.<br \/>\nTradotta nella nostra lingua indica un vincolo, un trattenimento, un freno.<br \/>\nUtilizzando il vocabolo in ambito giuridico-legale pu\u00f2 addirittura significare un confinamento, una reclusione, una segregazione.<br \/>\nIl termine restraint, dunque, indica certamente un limite, che sia questo fisico, psicologico o spaziale.<br \/>\nRisalendo etimologicamente dal lemma \u201climite\u201d arriviamo al latino: limes, ovvero confine, frontiera.<br \/>\nI limiti, i confini, le barriere rappresentano degli ostacoli. Ostacoli quotidiani con i quali metterci alla prova, confrontarci.<br \/>\nEra una mattina di luglio dello scorso anno quando le ragazze del dipartimento educativo del MAMbo ci hanno proposto un laboratorio sulla sfida al nostro limite, alle nostre difficolt\u00e0, oggettive o autoimposte.<br \/>\nIl workshop era ispirato da una parte della serie dell\u2019opera di un artista statunitense, Matthew Barney, chiamata appunto Drawing Restraint.<br \/>\nIl nome dell\u2019opera non mi era nuovo, essendo il titolo di un disco di Bjork che possedevo da alcuni anni. Quel giorno venni a conoscenza che non era altro che la colonna sonora dell\u2019omonimo film sperimentale diretto dallo stesso Barney, compagno della cantautrice islandese.<br \/>\nIn questo lavoro l\u2019artista esplora i confini e le possibilit\u00e0 dell\u2019atto del disegnare, imponendosi alcune difficolt\u00e0, alcuni ostacoli: restraints, appunto.<br \/>\nIl lavoro di Barney \u00e8 un\u2019unione tra segni e limiti.<br \/>\nLe educatrici del MAMbo hanno cercato di trasportare queste idee nell\u2019ambito della relazione tra persone. Il discorso relazionale e della consapevolezza dei proprio limiti \u00e8 fondamentale per chi come noi si confronta quotidianamente con la disabilit\u00e0.<br \/>\nSiamo stati coinvolti in una performance artistica che \u00e8 diventata una meravigliosa metafora di come la relazione con l\u2019altro possa darci nuove prospettive e possibilit\u00e0.<br \/>\nL\u2019incontro quotidiano con la disabilit\u00e0 ci \u201ccostringe\u201d a forti sensazioni emotive, a non sottovalutare mai l\u2019aspetto relazionale, a osservare le nostre frontiere e a confrontarci con esse.<br \/>\nIspirati dalla \u201cfollia artistica\u201d di Barney ci siamo di nuovo resi conto del potenziale presente nella relazione e di come il limite, qualsiasi limite, pu\u00f2 comunque essere sfidato. D\u2019altra parte, pur vivendo in un momento storicamente controverso, la sfida per iniziare ad abbattere alcuni restraints\/limiti\/frontiere \u00e8 gi\u00e0 stata avviata, almeno a livello politico e geografico, come mostrano gli accordi di Schengen.<br \/>\nLa battaglia \u00e8 culturale, non solo politica. Noi del Calamaio, aiutati dalle educatrici del MAMbo e da Matthew Barney, giocando con i nostri limiti li abbiamo rimessi in discussione.<br \/>\nLuca Cenci, educatore del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Io ho aiutato Laura, che era in coppia con me, a disegnare. All\u2019inizio non ci riuscivo ma con un po\u2019 di aiuto ce l\u2019ho fatta e sono rimasta anche contenta di vedere il risultato che \u00e8 venuto fuori.<br \/>\nStefania Mimmi, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Un altro laboratorio che ricordo \u00e8 quello sulla relazione e sull\u2019aiuto. Anche qui lavoravamo a coppie, mentre uno dei due disegnava l\u2019altro poteva scegliere se aiutarlo o essergli di ostacolo. Io ho scelto di ostacolare Patrizia, le tiravo il braccio e le facevo i dispetti!<br \/>\nStefania Baiesi, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><strong>Ci caliamo nel calamaio<br \/>\n<\/strong>Il laboratorio ci ha offerto l\u2019occasione di lavorare sul nostro modo di entrare in relazione con l\u2019altro, ed \u00e8 stato certamente fra i pi\u00f9 emotivi. Ci ha richiesto un passaggio ulteriore rispetto ai precedenti perch\u00e9, dopo avere contattato molte parti della nostra identit\u00e0 personale \u2013 ognuno di noi secondo la propria capacit\u00e0 e disponibilit\u00e0 ad andare negli strati pi\u00f9 profondi di s\u00e9 \u2013 abbiamo potuto uscire dall\u2019Io per andare verso l\u2019altro. Abbiamo cos\u00ec individuato e riconosciuto il personale modo di ognuno di partire dal dentro per cercare l\u2019altro, il diverso, il nuovo.<br \/>\nLe attivit\u00e0 ci hanno permesso di ascoltarci nel contatto diretto fra i corpi o attraverso strumenti di mediazione che rappresentavano simbolicamente, ma in modo molto riconoscibile, il legame, la ricerca, le vicinanze e le distanze.<br \/>\nLa sperimentazione dei punti di contatto e dei limiti ha ancora una volta permesso di condividere sensazioni dense di significato emotivo attraverso gesti e segnali non convenzionali. E ancora una volta la potenza del gruppo, che accoglie e contiene, ha autorizzato espressioni forti quali la provocazione del limite, che pu\u00f2 essere della persona con disabilit\u00e0 ma che il disabile stesso pu\u00f2 anche trasformare in risorsa.<\/p>\n<p><strong>Sessione 5: Identit\u00e0 provvisorie<br \/>\n<\/strong><b>Laboratorio 1<br \/>\n<\/b>Il laboratorio doveva essere dedicato a rispondere ai lavori ricevuti dal gruppo spagnolo. Un evento inaspettato ha cambiato, in parte, le carte in tavola. Qualche tempo dopo il terremoto in Emilia, l\u2019intera Cooperativa Sociale Accaparlante ha dovuto abbandonare la sede resa inagibile per alcuni danni alla struttura e spostarsi in un altro edificio per ragioni di sicurezza. Questo grande cambiamento ha sconvolto il gruppo, che era molto legato alla vecchia sede in quanto rappresentazione dell\u2019identit\u00e0 comune, il \u201ccorpo\u201d della sua storia di gruppo, il luogo delle sue radici, abitato e vissuto. Dall\u2019altro lato, il nuovo edificio veniva percepito come estraneo, troppo piccolo, troppo scomodo, troppo lontano dalla gran parte delle loro case. Purtroppo, o per fortuna, per\u00f2, la nuova sede rappresentava l\u2019unica concreta possibilit\u00e0 per continuare a lavorare e, quindi, si doveva accettare. Ecco perch\u00e9, a differenza di quanto avevamo programmato, l\u2019attivit\u00e0 ha subito una modifica per riorganizzare il laboratorio cercando sia di rispondere al gruppo spagnolo che di dare espressione al forte disagio sentito dal gruppo. Insieme abbiamo aperto il pacco e abbiamo trovato molte cartoline con attaccate immagini dei volti del gruppo spagnolo. Sembrava una specie di puzzle colorato perch\u00e9 i visi erano divisi a met\u00e0 e ci siamo davvero divertiti a creare nuove e folli facce oppure a cercare di ricomporre le facce nel modo giusto. Abbiamo riconosciuto alcune persone che avevamo gi\u00e0 incontrato durante i primi due seminari e le abbiamo presentate a tutto il gruppo. \u00c8 stato molto interessante verificare che cosa le persone che erano a Castell\u00f3n e Berlino ricordassero del gruppo spagnolo e come raccontassero i loro ricordi agli altri partecipanti. Quindi abbiamo riflettuto su una possibile reinterpretazione delle cartoline e abbiamo deciso di dare importanza pi\u00f9 al \u201cprocesso di ricostruzione\u201d piuttosto che al risultato finale. Ci siamo concentrati sull\u2019idea di identit\u00e0 come qualcosa che cambia sempre, anche supponendo condizioni provvisorie a un livello emotivo, sociale e fisico. Che cosa succede durante il momento di passaggio da uno stato particolare a un altro? Come possiamo definire il momento di transizione di questo delicato processo? Le parole \u201cdifficolt\u00e0\u201d, \u201ccrisi\u201d e \u201cframmento\u201d sono state le pi\u00f9 usate dai partecipanti. Le discussioni originatesi hanno consentito agli allievi di connettere queste idee sia al loro trasloco forzato che al lavoro del gruppo spagnolo, che si \u00e8 trasformato in un pretesto per poter parlare dell\u2019identit\u00e0 del gruppo, della sua crisi e dei suoi frammenti.<br \/>\nQuindi siamo passati alla fase pratica del lavoro.<br \/>\nOgni partecipante ha ricevuto una cornice vuota con la richiesta di trovare la loro parte preferita della nuova sede. Le cornici hanno costretto i partecipanti a isolare un solo dettaglio o parte dello spazio e a guardarlo in modo diverso. Dovevano anche riportare i dettagli selezionati su carta, usando varie tecniche come disegno, colori, frottage e collage di elementi naturali o materiali simbolici. Non c\u2019erano regole particolari perch\u00e9 la cosa importante era considerare che cosa avrebbero scelto e come lo avrebbero riportato su carta. Qualcuno ha scelto il giardino perch\u00e9 gli ricordava un parco pubblico, un luogo piacevole dove passare del tempo, qualcuno ha scelto la cucina perch\u00e9 gli ricordava la vecchia sede dove lo spazio cucina era uno di quelli maggiormente condivisi, qualcuno ha fatto il frottage di un muro grezzo perch\u00e9 era simile ai muri della propria casa. Ognuno ha fatto una scelta diversa ma con un elemento comune: tutti i dettagli selezionati sono stati scelti per le loro qualit\u00e0 evocative e non per la loro appartenenza a quello specifico edificio. Abbiamo creato un catalogo di identit\u00e0 frammentate.<br \/>\nAbbiamo presentato la nostra risposta al gruppo spagnolo durante il seminario a Bologna.<\/p>\n<p><b>Esperienze<br \/>\n<\/b>Vi racconto una cosa molto carina e emozionante che questo lavoro mi ha fatto ricordare.\u00a0 Quando ero piccola, ma forse anche adesso per la mia manualit\u00e0, avendo la mano destra fannullona, non riuscivo ad assemblare i puzzle, cos\u00ec con la mia educatrice di allora mi organizzavo in questo modo: io trovavo i pezzi da unire e lei li prendeva e li attacava. Lo stesso \u00e8 successo in questo laboratorio ed \u00e8 stato molto bello. Io ho raccolto dei pezzi di giardino, dell\u2019erba e delle foglie grandi e secche, alcune anche rosse e ho ricalcato la corteccia di un albero.<br \/>\nQuesto lavoro mi \u00e8 piaciuto molto e mi sono divertita tantissimo.<br \/>\nAlla fine del laboratorio abbiamo raccontato come abbiamo realizzato i nostri lavori. Io ho spiegato al gruppo che avevo scelto il giardino come luogo mio rappresentativo per il fatto che\u00a0 mi ricordava di quando mio pap\u00e0 mi aveva costruito la mia casetta in giardino.<br \/>\nTiziana Ronchetti, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Ma il mio ricordo pi\u00f9 bello \u00e8 legato a quando gli altri ragazzi del progetto europeo sono venuti a trovarci a Bologna per condividere i lavori: quella sera siamo usciti a mangiare e bere tutti insieme\u2026 \u00c8 stato bellissimo uscire con i colleghi del Progetto Calamaio, ero davvero emozionata, anche perch\u00e9 erano presenti anche persone a me molto care. Ho provato forti e calde sensazioni che mi hanno tolto il respiro, tanto da sentirmi il cuore in gola; era come se in quel momento nella mia vita non mi fossero successe delle cose tristi e brutte.<i><br \/>\n<\/i>Tiziana Ronchetti, animatrice disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><strong>Ci caliamo nel calamaio<br \/>\n<\/strong>Le risorse che attiviamo nel nostro quotidiano non bastano quando si verifica un evento traumatico. Un evento imprevisto, una crisi inaspettata mutano necessariamente ci\u00f2 che siamo nelle difficolt\u00e0 \u201cprevedibili\u201d, mutano la nostra identit\u00e0 nota e sperimentata. \u00c8 allora che diventa determinante la nostra capacit\u00e0 di riadattamento, di ricostruzione, di ristrutturazione del contesto e dell\u2019Io che vi si immerge con grande fatica.<br \/>\nL\u2019importante allenamento del nostro lavoro di gruppo \u00e8 stato consolidato nel corso di questi laboratori e in questo preciso momento di difficolt\u00e0 \u00e8 stato importante poterci raccontare il nostro disagio e le risorse su cui volevamo e potevamo contare per ripartire.<br \/>\nLa perdita dei punti di riferimento, quali la sede di lavoro, i nostri oggetti che hanno sempre rappresentato la nostra storia e la nostra identit\u00e0 di gruppo, ci ha fatto ritrovare la nostra storia, la nostra dimensione di insieme.<br \/>\n\u00c8 stato importante guardare e accogliere le nostre identit\u00e0 interrotte per cominciare a ricomporre il nuovo, l\u2019evoluzione e la crescita.<\/p>\n<p><strong>Sessione 6: L&#8217;anatomia della memoria<br \/>\n<\/strong><b>Laboratorio 1<br \/>\n<\/b>L\u2019ultimo laboratorio \u00e8 stato dedicato alla memoria. Abbiamo deciso di riflettere su questo argomento per ultimo, al fine di fare una sintesi dell\u2019intera esperienza del progetto Postmarks, e anche per i partecipanti era di grande interesse poter affrontare la complessa relazione tra memoria e disabilit\u00e0. Siamo partiti con l\u2019idea che ogni ricordo, ogni esperienza che viviamo \u00e8 come una mattonella che aggiungiamo al mosaico in continuo mutamento della nostra identit\u00e0. Inoltre, possiamo considerare i ricordi come le rughe, le tracce, le impronte prodotte in noi stessi da almeno uno dei nostri cinque sensi. Per questo abbiamo mostrato ai partecipanti alcune opere d\u2019arte di Evgen Bav\u010dar, un fotografo che \u00e8 diventato cieco. Ci\u00f2 che maggiormente colpisce di questo artista \u00e8 che ha imparato a usare i suoi limiti e la sua disabilit\u00e0 come ingredienti importanti nel suo processo creativo. L\u2019opera di Bav\u010dar indaga le relazioni tra visione, cecit\u00e0 e invisibilit\u00e0: una delle sue sfide \u00e8 la riunione dei mondi visibile e invisibile. La fotografia gli consente di cambiare il metodo stabilito della percezione tra coloro che vedono e coloro che non vedono. L\u2019artista scatta immagini di cose che non ha mai visto e non vedr\u00e0 mai. Si ricorda di come la sua vista \u2012 e i pensieri che aveva mentre osservava \u2012 funzionava. Quindi si ferma davanti a cose che gli sembrano interessanti e scatta una foto, in cui \u00e8 possibile vedere il soggetto ritratto e le sue mani che toccano il soggetto stesso. Un po\u2019 come se scattasse foto dalla memoria. L\u2019altra fonte di ispirazione \u00e8 stato il lavoro del gruppo tedesco, e in particolare le composizioni di Sylvia e Krystha che hanno dato come regalo a Ilaria durante il seminario a Bologna. Guardandole abbiamo anche riflettuto sull\u2019idea che la memoria assomiglia a un filo che a volte \u00e8 aggrovigliato, a volte lineare, a volte spezzato. Nel nostro cervello questi fili si intrecciano, si annodano e si accavallano fino a creare fitte trame che salvaguardano \u201ctesori\u201d intimi come una piccola pietra, un vecchio biglietto, un odore particolare&#8230;<br \/>\nPartendo da queste basi, abbiamo dato a ogni partecipante una piccola scatola da riempire con materiali differenti, in base alle seguenti categorie:<br \/>\n&#8211; il filo della memoria<br \/>\n&#8211; un oggetto speciale<br \/>\n&#8211; un ricordo dell\u2019infanzia<br \/>\n&#8211; una parola importante<br \/>\n&#8211; un ricordo recente<br \/>\n&#8211; un sogno o un incubo.<\/p>\n<p>Questa attivit\u00e0 ha condotto i partecipanti a riflettere sulla loro memoria personale suddividendola nei suoi elementi fondamentali, rappresentati dalle categorie. Ognuno ha creato il proprio \u201carchivio segreto\u201d trasformando i propri ricordi in immagini, segni, colori, parole e oggetti. I partecipanti hanno messo un\u2019impronta \u2012 che \u00e8 un altro tipo di ricordo \u2012 della parte preferita del loro corpo sul coperchio di ogni scatola.<br \/>\nAbbiamo raccolto tutti i lavori prodotti durante tutte le 6 sessioni e li abbiamo inviati al gruppo inglese.<\/p>\n<p><b>Esperienze<br \/>\n<\/b>I primi accenni di primavera mi facevano ben sperare nella fine dell\u2019inverno, da me sempre detestato, e nell\u2019inizio di una radiosa bella stagione. I pensieri ottimisti si rincorrevano gioiosi in calde fantasie estive: \u201cfinalm\u00e8nt dall\u2019inv\u00e8ran a s\u00e0n f\u00f2ra!\u201d consideravo, io pugliese, nel mio bolognese artefatto. Mi trastullavo nel godimento di tutta questa atmosfera. Rimaneva preminente, comunque, la trasferta lavorativa a Birmingham per l\u2019incontro conclusivo del progetto europeo Postmarks: una \u201cquattro-giorni e tre-notti\u201d tutta da assaporare fino in fondo. Non me ne preoccupavo affatto, sicuro com\u2019ero della mia carica adrenalinica al sapore di olio abbronzante della vicina estate. A spezzare l\u2019incanto, per\u00f2, era la \u201cnuova e lieta novella\u201d di un collega che, con aria seriosa, mi invitava a mettere in valigia abiti invernali perch\u00e9 in Inghilterra nevicava. \u201cM\u00eczzica, questa non ci voleva!\u201d riflettevo tra me e me, condendo il mio slang di un po\u2019 di siculo per poi arricchirlo di coraggioso romanesco \u201cma che me frega, basta che se magna e se dorme bbene!\u201d.<br \/>\nL\u2019arrivo all\u2019aeroporto di Birmingham vedeva i cinque \u201cespatriati\u201d italiani pi\u00f9 spavaldi che mai, sicuri di una calda accoglienza da parte di tutti: \u201cI\u2019m italian, I\u2019m greatest!\u201d, ero sicuro di me e, per fortuna, nessuno poteva ascoltare i miei pensieri nel mio inglese beatlesiano improvvisato. Ero ignaro di quello che avrei incontrato da l\u00ec a pochi minuti, ma fiducioso nel magico e avanzato mondo britannico. Infatti, tutto quel viaggio si stava condendo di fatata magia. A rompere l\u2019incanto, per\u00f2, era un nuovo ostacolo: la scelta del taxi attrezzato per il trasporto dei disabili. \u201cNon c\u2019\u00e8 problema, male che vada ci pensiamo noi a farti salire sul taxi!\u201d sancivano con solennit\u00e0 quasi austera i colleghi, mentre io con tono pi\u00f9 dimesso ribattevo: \u201cNon c\u2019\u00e8 problema?\u201d. I taxi britannici sono diversi dai nostri. Innanzitutto sono pi\u00f9 alti e all\u2019interno sembra di entrare in un piccolo salotto. Mancava solo il the pomeridiano e un altro incantesimo si sarebbe aggiunto a quell\u2019atmosfera incantata. Intirizzito com\u2019ero dal freddo, non mi riusciva tanto facile piegare la gamba per fare il mitico balzo in avanti verso quel \u201csalottino\u201d, ma a provvedere a tutto erano i miei \u201camici di ventura\u201d che afferrandomi, chi dalle gambe e chi dalle braccia, mi sospingevano con decisione. L\u2019aiuto decisivo mi veniva offerto da chi con coraggio premeva sui miei glutei, provocando la mia reazione fatta di risata e smarrimento: \u201cChe m\u2019 tocca f\u00e0 p\u00e8 camp\u00e0!\u201d, tornavo alla madrelingua pugliese.<br \/>\nIl tragitto in taxi fino al nostro hotel era fatto di considerazioni e frasi spiritose. Non si poteva fare a meno di volgere, di tanto in tanto, lo sguardo verso il finestrino per constatare con rassegnazione o con gradimento, a seconda dei gusti di ciascuno, che la neve continuava a cadere gi\u00f9 dal cielo. \u201cMa chi \u00e8 stato quel \u2018santone\u2019 che ha asserito che in Inghilterra si mangia male?\u201d, chiedevo con incredulit\u00e0. \u201cQui si mangia bene, altroch\u00e9\u201d. Il Mario Fast Food che era in me gioiva degustando pietanze a base di riso e pollo. Intanto notavo la compostezza e il silenzio dei commensali ai tavoli vicini, mentre noi \u201citalians\u201d pi\u00f9 fracassoni ci davamo al tono di voce pi\u00f9 sostenuto e alla gestualit\u00e0 pi\u00f9 folkloristica: \u201cSono anch\u2019io vittima di pregiudizi nei miei stessi confronti!\u201d, constatavo con canzonatoria ilarit\u00e0.<br \/>\nDopo il pranzo si correva all\u2019Ikon Gallery dove avremmo incontrato gli altri partners europei: con \u201cHow are you?&#8230; What a nice surprise!\u201d si sarebbe fermata la mia conoscenza d\u2019inglese se non fossero venuti in soccorso vecchi e recenti ricordi di titoli di canzoni, e allora sotto con \u201cStrawberry fields forever!\u201d e pi\u00f9 ancora con \u201cSatisfaction!\u201d fino alla pi\u00f9 recente \u201cSky fall!\u201d. Persino gli inglesi mi facevano i complimenti per l\u2019ottima pronuncia garganico-anglosassone ed io, ignaro di tutto, sorridevo soddisfatto. Che bella sensazione era trovarsi in quella sala ricca dei lavori di ogni gruppo: \u201cOoohhh!\u201d, restavo a bocca aperta.<br \/>\nI giorni passavano velocemente mentre pensavo a cosa portare con me in Italia come souvenir. Prima, per\u00f2, avevo da svolgere un laboratorio ludico-creativo a cui avrebbero partecipato anche famiglie e bambini della zona. Ci veniva chiesto di decorare in modo personale e creativo degli oggetti di varia natura (cornici, bastoncini, griglie di ferro) con nastri colorati: \u201cnelle cose manuali so\u2019 proprj \u2018na chiavica!\u201d asserivo con severit\u00e0. In quel momento mi si avvicinava una graziosa e gentile ragazza belga che, mostrandomi il suo lavoro, me lo regalava: \u201cUn cadeau pour toi!\u201d. Col francese avevo pi\u00f9 confidenza, quindi rispondevo prontamente: \u201cMerci beaucoup, tu es tr\u00e8s gentile!\u201d. Il souvenir britannico era stato cos\u00ec trovato senza costi aggiuntivi. Al quarto giorno la sveglia preannunciava il nostro rientro in \u201cpatria italica\u201d e io non potevo che guardare con nostalgia ai miei magici giorni in terra oltremanica.<br \/>\nMario Fulgaro, animatore disabile del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>Fare memoria di chi siamo e di chi siamo stati \u00e8 un bisogno primario dell\u2019uomo, come mangiare e dormire, tanto che alcune demenze senili che si portano via la memoria quasi annullano la persona, perch\u00e9 ognuno di noi \u00e8 quel che \u00e8 per la sua storia, per quello che si porta dietro da quando \u00e8 nato, gli eventi della sua vita e ancor di pi\u00f9 le emozioni che si risvegliano al ricordo di quegli eventi.<br \/>\nIn fondo noi siamo quello che ricordiamo di noi e quello che ci ricordano gli altri.<br \/>\nNel film Il favoloso mondo di Ameli\u00e8 la protagonista ritrova per caso, nascosta in un buco dentro al muro, dietro a una mattonella della parete della cucina, una vecchia scatola di latta contenente diversi oggetti raccolti di certo da un bambino tanti anni prima e l\u00ec nascosti come un tesoro. E cos\u00ec, informandosi dagli altri vecchi condomini, risale al nome del proprietario precedente e si mette a cercarlo in tutta Parigi, suonando nelle case dove risulta abitare un uomo con quel nome e cognome. E, dopo vari tentativi, alla fine lo trova: senza dire nulla gli fa trovare la scatola in una cabina telefonica e lui, un signore ormai avanti con l\u2019et\u00e0, guarda quell\u2019oggetto della sua infanzia ormai dimenticato e scoppia a piangere.<br \/>\nAmeli\u00e8 riprende cos\u00ec le vie trafficate e caotiche della citt\u00e0, soddisfatta, con la conferma che quello in cui credeva, e cio\u00e8 quanto potesse essere importante quell\u2019oggetto per quella persona, valeva la fatica di quella ricerca. Un gesto gratuito il suo, mosso certamente da una sensibilit\u00e0 acuta e sottile, ma che rivela in fondo il sentire pi\u00f9 intimo di ognuno di noi.<br \/>\n\u00c8 questo che ho ritrovato nello svolgere il laboratorio della scatola: una commozione dolce e dolorosa allo stesso tempo di quel che \u00e8 stato e che non \u00e8 pi\u00f9, una nostalgia per quell\u2019infanzia che sembra sempre bella rispetto ai problemi da adulti e alla vita quotidiana.<br \/>\nCi sono state date sei tracce da seguire:<br \/>\n&#8211; il filo della memoria: la richiesta era di rappresentare la nostra vita dalla nascita fino a quel momento con fili di diversi materiali (lana, plastica, cotone, spago,\u2026) e di diversi colori;<br \/>\n&#8211; un oggetto speciale: dovevamo rappresentare, dando forma alla plastilina, un oggetto reale che possediamo ancora e che per noi ha un\u2019importanza particolare;<br \/>\n&#8211; un ricordo dell\u2019infanzia;<br \/>\n&#8211; una parola importante: reale o immaginaria che ci riporta a momenti speciali, una sorta di parola \u201cmagica\u201d con la quale aprivamo le porte della nostra fantasia;<br \/>\n&#8211; un ricordo recente;<br \/>\n&#8211; un sogno o un incubo.<\/p>\n<p>Sei elementi dentro a un\u2019ordinaria scatolina di plastica bianca con sei scomparti, di quelle per dividere viti, anelline o oggetti di piccole dimensioni, comprata di certo in una normalissima ferramenta\u2026 Ma che, con quel contenuto cos\u00ec prezioso e personale e forte e unico (nessuna scatola aveva anche solo un elemento uguale a quello di un\u2019altra), ha acquistato un valore e una pregnanza non definibili.<br \/>\nNon ci \u00e8 stato chiesto n\u00e9 il nome, il cognome, n\u00e9 il titolo di studio, lo stato civile, l\u2019et\u00e0 o la nostra professione. Sarebbe stato troppo facile e, soprattutto molto arido, perch\u00e9 non significa esporsi, ma comunicare dei semplici dati.<br \/>\nInvece, utilizzare questi strumenti per presentarsi all\u2019Altro che non conosciamo \u2013 era questo uno degli obiettivi del laboratorio \u2013 ha significato aprire una porta molto intima e personale, che qualcuno di noi, forse, aveva tenuto chiusa per tanto tempo anche a se stesso, dimenticata in un angolo della casa, come il personaggio del film, e poi chi ci pensa pi\u00f9\u2026<br \/>\nMa i ricordi si divertono a giocare a nascondino e cos\u00ec \u00e8 sufficiente un odore, un oggetto ritrovato, una vecchia foto per riaprire un passato in fondo mai dimenticato.<br \/>\nOra sono in giardino e da una finestra di qualche casa indecifrata qui attorno \u00e8 uscito un profumo invitante di peperonata: \u00e8 bastato un respiro per riaprire i ricordi di quando da bambina, in estate, la mia nonna mi cucinava il \u201cfriggione\u201d sulla stufa a legna fuori nell\u2019aia\u2026<br \/>\nDi certo questo \u00e8 stato il laboratorio pi\u00f9 bello a cui ho partecipato.<br \/>\nPatrizia Passini, educatrice del Progetto Calamaio<\/p>\n<p><strong>Ci caliamo nel calamaio<br \/>\n<\/strong>Ci\u00f2 che siamo oggi ha origini molto lontane. L\u2019identit\u00e0 attuale \u00e8 la somma di attimi a volte talmente piccoli, da non apparire nemmeno importanti. Ma lo sono, sono determinanti. Sono i dettagli della memoria. Sono ci\u00f2 che rende ogni storia originale e senza eguali. Sono le sfumature di ogni individuo, il colore e il sapore di ogni storia.<br \/>\nQuesta riflessione pare quasi che contrasti e stoni con le storie di vita impregnate e caratterizzate in modo assoluto da elementi tanto ingombranti e travolgenti quali la disabilit\u00e0, il trauma, il lutto, la malattia. Come se non potesse rimanere spazio per nient\u2019altro. Come se chi \u00e8 impegnato a \u201csopravvivere\u201d alla tragedia non avesse alcun interesse e alcuna possibilit\u00e0 di guardarsi attorno e vivere la vita.<br \/>\nPer fortuna non \u00e8 cos\u00ec. O non \u00e8 solo cos\u00ec. Questo laboratorio ha portato a galla dettagli, piccole cose, veloci momenti che hanno caratterizzato le storie di ognuno di noi. La disabilit\u00e0 fa da sfondo, ma non impedisce lo scorrere della vita anche nelle fessure dei particolari.<br \/>\nE in effetti, pensandoci bene, \u00e8 l\u2019unico modo che conosciamo di vivere!<\/p>\n<p><strong>8. L&#8217;ultimo laboratorio<br \/>\n<\/strong>A conclusione del progetto, abbiamo deciso di realizzare un ultimo laboratorio, una sorta di saluto, la chiusura di un cerchio.<br \/>\nLe parole di Francesca Aggio, animatrice disabile del Progetto Calamaio, ci raccontano contenuti e sensazioni, quelle personali ma certamente condivisibili da tutto il gruppo.<br \/>\nLe tirocinanti hanno disegnato il nostro profilo su un foglio poi l\u2019hanno ritagliato come se si aprisse una finestra. Sul cartoncino sottostante dovevamo, attraverso uno scarabocchio, descrivere un\u2019esperienza bella o brutta recente. Io ho scelto di descrivere un\u2019esperienza di<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>teatro.<br \/>\nNella seconda attivit\u00e0 ci era stato dato il compito di spiegare, sempre attraverso il segno, la nostra maniera di relazionarci con l\u2019altro. Questo lavoro l\u2019ho svolto con Sandra: ognuno aveva un pennarello di un colore diverso. Partendo da due punti opposti sul foglio, attraverso degli scarabocchi, dovevamo arrivare a incontrare i segni dell\u2019altro. Dal mio foglio si capiva che la relazione che io instauro con l\u2019altro \u00e8 molto movimentata e anche travagliata e io tendo a invadere il territorio dell\u2019altro.<br \/>\nFacendo questa attivit\u00e0 ho capito che a volte la relazione con l\u2019altro diventa pi\u00f9 profonda e quindi di fiducia. La maggior parte delle mie relazioni all\u2019inizio sono sempre molto travagliate, perch\u00e9 io non mi concedo con molta facilit\u00e0. Non sono assolutamente capace di dimostrare all\u2019inizio di qualsiasi relazione che voglio bene o che accetto quella persona, anche considerando i miei limiti e i suoi limiti.<br \/>\nL\u2019altra attivit\u00e0 che ci \u00e8 stata proposta ha preso spunto da un artista che si chiama Luigi Ontani. Ci sono stati distribuiti dei cartoncini sui quali ci hanno chiesto di comporre un mostro di nostra immaginazione prendendo delle immagini che ci colpivano sparse sui tavoli e poi ritagliarle e incollarle dove e come volevamo noi. In seguito dovevamo assegnare un titolo al nostro lavoro.<br \/>\nIl mostro doveva rappresentare l\u2019Altro diverso da me.<br \/>\nIo ho usato delle immagini di dei greci perch\u00e9 ho sempre amato la mitologia e perch\u00e9 mi sembrava che rappresentassero il diverso da me.<br \/>\nLe immagini che ho scelto avevano anche altri significati. Infatti, ho utilizzato anche delle figure di gambe e di mani di persone per fare il collage del mio mostro perch\u00e9 volevo far trasparire i miei limiti nell\u2019usare le gambe e le braccia, in particolare la mano sinistra, visto che l\u2019altro diverso da me nella mia idea pu\u00f2 muovere le gambe e le braccia e pu\u00f2 camminare, mentre io non posso farlo come vorrei. \u00c8 questo che volevo fare capire con l\u2019immagine del mio mostro.<br \/>\nMi \u00e8 piaciuto fare questo lavoro perch\u00e9 ho potuto mettere in luce cose a cui non avevo mai pensato su di me e sulle persone che mi circondano, e con le quali non avevo mai parlato perch\u00e9 mi sembrava un discorso forzato, sia per me che per gli altri.<br \/>\nPensavo che non fosse di interesse, invece attraverso l\u2019Arte ho potuto fare vedere quello che in realt\u00e0 ho sempre cercato di nascondere, ovvero la mia paura di non essere all\u2019altezza delle altre persone e metterlo in luce senza fare del male a me e fare del male a loro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cuore del progetto Postmarks sono stati i laboratori che abbiamo realizzato in collaborazione con il Dipartimento educativo MAMbo e, in particolare, l\u2019artista educatrice Ilaria del Gaudio. 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