{"id":282,"date":"2009-11-04T17:05:30","date_gmt":"2009-11-04T17:05:30","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=282"},"modified":"2025-12-15T10:34:02","modified_gmt":"2025-12-15T09:34:02","slug":"fare-festa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=282","title":{"rendered":"2. Fare festa"},"content":{"rendered":"<p>di Roberto Ghezzo<\/p>\n<p>Immaginate un\u2019aula affollata da una sessantina di persone provenienti dai paesi pi\u00f9 vari\u2026 Si sentono voci mai sentite prima, ognuno veste in un modo diverso: ci sono quelli con maglioncini<!--break--> di fortuna sorpresi dall\u2019aria fresca-freddina di ottobre, indiane con la pancia scoperta\u2026Ad un certo punto, prima di iniziare i lavori della giornata, Sunil Deepak che \u00e8 il moderatore di questo workshop voluto dall\u2019AIFO, lancia sorridendo un invito: chi vuole pu\u00f2 intonare un canto della propria terra. Per primo ci si butta un africano che inizia a cantare; \u00e8 un po\u2019 stonato (che stia usando una scala musicale che non conosco?), con un grande senso del ritmo, e canta in inglese (almeno mi sembra tale &#8211; curioso sentire i vari \u201cinglesi\u201d che il mondo propone: Meera Shiva, indiana, la frase \u201cwe think that disabled people\u201d la pronuncia pari pari \u201cvi tink tet disebl pipl\u201d, ma ancor di pi\u00f9 \u00e8 l\u2019inflessione, la musicalit\u00e0 della frase, con le improvvise accelerazioni e diverse cadenze, che stupisce). Il nero continua a cantare (si dice nero o negro? Non lo so pi\u00f9 da quando in Brasile cercavo di spiegare, candidamente \u00e8 il caso di dire, ad una infermiera che si autodefiniva negra che era forse meglio lei dicesse nera, preta: al che scotendo la testa ma con infinita pazienza ha preso in mano una borsetta e mettendoci il braccio vicino mi ha detto: \u201cQuesta borsetta \u00e8 nera: la vedi la differenza?\u201d) e continuando a cantare dall\u2019inglese saltano fuori anche parole africane. Mentre canta inizia ad ondeggiare col corpo, e tutti sono presi dalla frenesia di battere le mani a ritmo: qualche asiatico ride soltanto, qualche altro si alza per danzare. Quando finisce con un inchino, tutti applaudono ma nel frattempo si \u00e8 alzato un sacerdote brasiliano, che ho conosciuto il giorno prima. Padre Jo\u00e3o lavora con gli indios dell\u2019Amazzonia, dal viso e dalla corporatura denota la sua provenienza dal nord est del suo paese. Ed esordisce cos\u00ec: \u201cMi sentivo un po\u2019 imbarazzato quando avete chiesto di cantare qualcosa, ma dopo aver ascoltato il nostro amico dall\u2019Africa, beh, ho pensato che non potevo fare tanto peggio di lui!\u201d. Poi attacca con una vocina soave, intonatissima, una canzone che parla di un amore perduto, di un fiume, di una storia che si tramanda in generazioni, anzi prima di cantarla il padre la spiega, con un piglio proprio da padre, socchiudendo ogni tanto gli occhi e sollevando le braccia come se officiasse alla sua comunit\u00e0, con voce ferma e calma. Da lui e da altri ho imparato a capire la lentezza, lo stile di comunicazione cui noi europei non siamo pi\u00f9 abituati. Il padre, in uno dei due gruppi di lavoro ristretto di lingua portoghese (ce n\u2019erano altri in inglese e in italiano) ci spiegava che se vuoi affrontare con uno yanomani un discorso, non bisogna iniziare subito da quell\u2019argomento ma bisogna girarci intorno. Per il pensiero occidentale (in Brasile la convivenza di tre culture &#8211; la portoghese, l\u2019africana e l\u2019indigena &#8211; ha sempre visto dominante la prima), se si vuole congiungere due punti, la linea pi\u00f9 veloce e pratica \u00e8 quella retta: se voglio parlare di un particolare argomento lo affronto di petto, non per niente si dice \u201cvai al nocciolo della questione\u201d, o \u201cvai al dunque\u201d (come se l\u2019argomentare sillogistico avesse automaticamente un valore in s\u00e9) \u00e8 come se lo indicassi con una freccia. Per gli indios invece, quando bisogna arrivare ad un punto bisogna girarci intorno, lentamente, senza fretta, e mentre ci si passeggia intorno si parla di altro, ci si conosce, si fa festa, eccetera. Gli occidentali hanno una visione rettilinea del tempo, animata dal progresso, dalla tensione allo sviluppo (non mi ricordo pi\u00f9 dove ho letto che la parola sviluppo nel pensiero buddista pu\u00f2 significare anche peggioramento!). E\u2019 relativamente da poco che, visti anche i danni causati dal cosiddetto progresso, si \u00e8 diventati un po\u2019 pi\u00f9 cauti ad usare questa parola. Per i popoli ancora in simbiosi con la natura, quello che conta \u00e8 il ciclo delle cose, delle trasformazioni, e qualsiasi cosa deve avere un ritmo lento, armonico. Girarci intorno, parlare anche d\u2019altro: quanto fondamentale \u00e8 questa semplice considerazione! Mentre Padre Jo\u00e3o parlava, riandavo ad una serie di cose che sapevo e che trovavano finalmente una sistemazione pi\u00f9 ampia: ad esempio avevo letto che nel jazz, una delle espressioni della musicalit\u00e0 afro-americana, \u00e8 fondamentale il gusto del dialogare, del girare intorno alla nota che si vuol suonare magari senza suonarla, come se la si volesse far emergere costruendole intorno la tazza che la contiene. Evocare una cosa, senza metterla violentemente sotto il riflettore, lasciarla emergere piano piano, tenendone i contorni sfumati, senza pretenderne una idea chiara e distinta (mi torna in mente Leopardi e la differenza tra Illuminismo e Romanticismo) rende molte volte giustizia alla sua bellezza e realt\u00e0.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Niente di importante si fa senza la festa<br \/>\n<\/strong>Il workshop era suddiviso in tanti gruppi di lavoro, suddivisi per lingua: ce n\u2019erano due in italiano, due in inglese e due in portoghese. Il sottogruppo di lavoro di cui ho fatto parte era composto da alcuni medici ed educatori dal Brasile, dall\u2019Angola, dal Mozambico, dalla Guinea-Bissau; alcuni di loro erano italiani impegnati da tanti anni in questi paesi lusofoni. L\u2019argomento della nostra ristretta sessione di lavoro era la comunicazione: come si pu\u00f2 parlare alla comunit\u00e0 di educazione alla salute? Come si pu\u00f2 arrivare anche ai pi\u00f9 poveri di questa comunit\u00e0? Come li si pu\u00f2 coinvolgere nel processo di potenziamento ed autonomia della comunit\u00e0? E\u2019 un argomento importantissimo per chi vuole lavorare nel sud del mondo, dove spesso gli aiuti non arrivano alla destinazione per cui erano partiti e chi ne fa le spese sono proprio i pi\u00f9 poveri, spesso emarginati dalla loro stessa comunit\u00e0.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>E la risposta inaspettata per me, quasi un fulmine a ciel sereno, ma che mi spiegava tutto era: fare festa. Suor Dionisia Kandeia poco dopo avrebbe detto: niente di importante in Africa inizia senza fare festa, niente di interessante si pu\u00f2 fare, se prima non si chiamano con i tamburi tutti gli abitanti della zona, che ci impiegano sempre qualche ora per arrivare. Poi ad un certo punto si pu\u00f2 anche mangiare qualcosa insieme, arriva il momento di dare due indicazioni sulle medicine, di vaccinare qualcuno, ma poi si ritorna alla festa, e quando \u00e8 finita ognuno ritorna contento da dove \u00e8 venuto. Ci ho pensato per un sacco di tempo e pian pianino le caselle si mettevano al posto giusto: ecco perch\u00e9 a Vila Esperan\u00e7a, la scuola che ho visitato a Goias Velho in Brasile, le lezioni iniziano sempre con dei canti attorno ad un palo tutto colorato, ecco perch\u00e9 ci sono cos\u00ec tante feste a Bahia\u2026Fare festa vuol dire affermare che la comunit\u00e0 c\u2019\u00e8, che tutto parte da una positivit\u00e0, dal fatto di appartenere a qualcosa di pi\u00f9 grande e bello. Qui in Italia si riescono a fare convegni, anche su argomenti allegri, rigidamente bloccati dalle regole: Galeano invece sogna che la solennit\u00e0 cessi di essere una virt\u00f9. Nel nostro mondo chi sa qualcosa conta pi\u00f9 degli altri; un professore universitario conta pi\u00f9 di un genitore se si parla di educazione: e come al solito sapere \u00e8 potere. Ma quanto \u00e8 importante invece recuperare la dimensione dello scambio, dello stare insieme alla pari, dialogare veramente, ascoltandosi e dandosi lo spazio e i tempi giusti: in altre parole la dimensione della festa, dove non si \u00e8 obbligati a presentarsi per quello che facciamo, o per dove lavoriamo, ma abbiamo la possibilit\u00e0 di presentarci per quello che siamo. Quante volte ai convegni ci si stiracchia perch\u00e9 \u00e8 una barba, l\u00ec inchiodati alle sedie, come alle terribili feste di matrimonio, in cui per ore e ore si tengono le gambe sotto il tavolo. Festa vuol dire musica e musica vuol dire ballare: niente si fa di interessante se non ballando, danzando. E noi occidentali guardiamo queste manifestazioni di gioia e ci chiediamo: come fanno con tutti i problemi che hanno a ballare, a fare festa? Come se la festa fosse solo divertimento e non avesse invece un profondo significato di condivisione, e di risposta anche ai problemi. Riflessione: per dire <i>noi<\/i> spesso in Brasile si dice a gente. Quando sentivo dire:- \u201cagora onde va a gente? A gente pensa que\u2026\u201dE io mi chiedevo la gente chi, gli altri? No, la gente siamo noi, non c\u2019\u00e8 l\u2019io e gli altri, ma la gente, che siamo noi.<\/p>\n<p><strong>Il miracolo della festa<br \/>\n<\/strong>Fare festa. Quanto pu\u00f2 essere fertile questo concetto anche per le nostre associazioni italiane, per quelle che si chiedono: come faccio a coinvolgere i volontari? Siamo soli, siamo pochi. Il rischio \u00e8 di fare la \u201cfesta dei disabili\u201d: la gente che ci va magari fa un piccolo fioretto, lascia l\u2019obolo, e se si diverte non se l\u2019aspetta. Ci siamo cos\u00ec allontanati dal senso di comunit\u00e0 che il miracolo \u00e8 quello di divertirsi insieme ad un disabile. \u201cChi non crede nei miracoli, magari quando avvengono veramente non se ne accorge\u201d: vado a memoria, ma pi\u00f9 o meno sono le parole dello straordinario protagonista del film Parla con lei di Almodovar. Non \u00e8 che se ci credi allora i miracoli avvengono: ma se ci credi allora ti accorgi di quanti ne avvengono. Bisogna recuperare la dimensione della festa vera dove nemmeno il divertimento \u00e8 un obbligo: \u00e8 una dimensione aperta, non troppo piena di cose n\u00e9 troppo organizzata, \u00e8 uno spazio che aspetta le cose e anche i miracoli accadere. Ascoltavo Roberto Farn\u00e8 dell\u2019Universit\u00e0 di Bologna (durante il convegno Giocare insieme, giocare tutti, organizzato dall\u2019AIAS di Bologna) riportare un interessante esperimento: alcuni ricercatori hanno verificato con quali criteri i bambini utilizzano gli spazi all\u2019interno di un parco diviso in tre zone (una conteneva i campi da calcio e basket, l\u2019altra era dedicata a giochi per bambini &#8211; con altalene, eccetera &#8211; e l\u2019ultima era uno spazio aperto). Proprio questa area risultava la pi\u00f9 utilizzata: i bambini giocano sperimentando, si divertono a codificare sempre nuove regole, si sporcano, scavano la terra, salgono sugli alberi\u2026 tutte cose che nei nostri parchi non si possono pi\u00f9 fare. La festa quindi non \u00e8 uno spazio tutto deciso, controllato e riempito di attivit\u00e0 ma \u00e8 uno spazio dove si gira, ci si incontra, non si sta fermi ma si sperimenta: che bello quel matrimonio dove si mangiava bene ma anche ci si muoveva, chi ballava, chi andava sulla mongolfiera, chi giocava a calcio, chi beveva birra\u2026<br \/>\nPer coinvolgere e far partecipare la comunit\u00e0 bisogna partire da cose che interessano tutti, dallo sport per esempio. Non ha senso, non ha lo stesso risultato fare la festa dello sport per disabile, fare la giornata del disabile, fare gli \u201camici del disabile\u201d, perch\u00e9 quello che interessa non \u00e8 l\u2019handicap, la difficolt\u00e0, il sale, ma la persona, il gioco, la minestra. L\u2019handicap diventa interessante e il sale della vita quando riusciamo a connetterlo appunto alla vita. Nelle \u201cfeste dei disabili\u201d partiamo gi\u00e0 col piede sbagliato: bisogna fare feste dove conta la musica, il gioco, il mangiare: la gente verr\u00e0, noi ci andremo pi\u00f9 volentieri. E poi quello che accade accade: l\u2019incontro porta l\u2019amicizia, salda la comunit\u00e0, sono cose che nascono nel tempo, senza forzare il ritmo, con spontaneit\u00e0.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Stare bene<\/strong><\/p>\n<p>Mi chiedo quante volte noi europei facciamo festa, quante volte io faccio festa: una volta alla settimana in discoteca o a cena con gli amici? Una volta al mese, quando si va a fare i turisti da qualche parte? tutti i giorni? Eppure la giornata tipo \u00e8 dominata dal lavoro, si lavora sempre. Abbiamo addirittura messo al lavoro i nostri bambini: l\u2019altro ieri ho provato a cambiare l\u2019orario delle lezioni di chitarra ad una mia alunna e quando le ho chiesto:- \u201ce se facessimo venerd\u00ec pomeriggio?\u201d &#8211; mi ha guardato come si guarda un marziano. Assolutamente no, non esistono buchi nella sua settimana, impegnata com\u2019\u00e8 a studiare, fare judo, nuoto, inglese, chitarra\u2026Quand\u2019ero piccolo io dalle tre alle sei del pomeriggio andavo nel parco e l\u00ec trovavo gli amici, e si stava l\u00ec, senza adulti intorno, giocando, scalando gli alberi, esplorando, inventandosi giochi. Alcune volte non facevamo niente, stavamo seduti a parlare.<\/p>\n<p>Eppure abbiamo bisogno anche da adulti di queste cose! Da cosa dipende il benessere? Innanzitutto bisogna dormire bene (ho letto da poco un libro di seicento pagine, <i>I segreti del sonno<\/i>, di un tale che si chiama Dement, e una delle poche cose che ricordo di questo libro \u00e8: bisogna dormire di pi\u00f9!), e per dormire bene bisogna muoversi e mangiare adeguatamente. Questo individualmente uno lo pu\u00f2 fare, ma nell\u2019altrettanto essenziale dimensione collettiva bisogna anche fare festa, ridere, giocare. E quando abbiamo il tempo di fare questo? Abbiamo mediamente circa diecimila oggetti in casa. Passiamo la maggior parte del nostro tempo a lavorare per comprare cose (ovviamente gi\u00e0 belle e fatte, dato che noi abbiamo disimparato a costruirle: adesso vendono addirittura la pastasciutta pronta): poi ci tocca spolverarle, aggiustarle o buttarle via, occuparci di loro\u2026 Un indigeno ha pochissimi oggetti e tutti essenziali: \u201cLa vita \u00e8 quella che cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare delle altre cose\u201d, diceva Antony De Mello.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Saude e alegria<br \/>\n<\/strong>Fare festa non \u00e8 essere disimpegnati, ma \u00e8 un modo di fare e anche di affrontare i problemi, utilizzando il riso, l\u2019animazione, il circo. Il nome del progetto fondato dal dottore brasiliano Scannavino \u00e8 Saude e alegria, salute ed allegria. Quando durante una conferenza gli hanno chiesto il perch\u00e9 di questo nome, lui ha risposto che in tutta fretta aveva dovuto riempire un modulo e quelle erano le prime parole che gli erano venute in mente. Allora una signora indigena, quella che definiremmo ignorante, povera, si \u00e8 alzata e ha detto: \u201cperch\u00e9 la salute \u00e8 l\u2019allegria del corpo e l\u2019allegria \u00e8 la salute dell\u2019anima\u201d. Scannavino \u00e8 riuscito a incontrare\u00a0 popolazioni disperse in Amazzonia, cercando di fare un po\u2019 di educazione alla salute, partendo dal principio che il primo presidio sanitario non \u00e8 l\u2019ospedale ma l\u2019individuo, e che bastano alcune regole base per debellare tantissime malattie. Per insegnare a fare il sapone ad esempio non ci vuole molto: basta poco per ottenere dei grandi risultati. Durante la sessione di lavoro un medico ha per\u00f2 detto: \u201cIo ho spiegato ai contadini che dovevano lavarsi le mani prima di mangiare, di togliersi la terra dalle mani, ma loro mi hanno spiegato che era offensivo nei confronti della terra, Pachamama, la Grande Madre\u201d. \u00c8 lo stesso motivo per cui prima di bere si versa sempre un po\u2019 del contenuto del bicchiere per terra per far bere prima la Grande Madre. Sono atti che interpellano noi europei profondamente.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>In Europa la salute e l\u2019allegria spesso stanno rigidamente separate, anzi quasi quasi non si pu\u00f2 pi\u00f9 ormai fare festa senza farsi del male, o non si pu\u00f2 frequentare un ospedale senza provare quel senso di frustrazione e depressione a causa dell\u2019asetticit\u00e0 delle cose o dell\u2019incuria di muri grigi. Per fortuna che Patch Adams, il dottore inventore della clown therapy ha fatto proseliti con il suo: \u201cQuando si cura la malattia si pu\u00f2 vincere o perdere, quando si cura la persona si vince sempre\u201d!<br \/>\nSapete come Scannavino fa educazione sessuale? \u201cParto dal fatto che dovunque in Brasile, in qualsiasi villaggio, anche il pi\u00f9 povero, c\u2019\u00e8 un campo da calcio. Allora si divide il gruppo in due squadre, si disegnano sul campo due enormi tube di Fallopio alle cui estremit\u00e0 ci sono due ragazze molto belle. Tutti gli uomini e ragazzi sono in fila ed al via devono correre per arrivare alle ragazze\u2026quando gli spermatozoi sono arrivati, il gioco continua, fino alla nascita del bambino, e cos\u00ec via\u2026\u00e8 un modo divertente di spiegare l\u2019educazione sessuale, in questo modo resta nella testa. Per convincere gli uomini spesso maneschi e con poco rispetto a usare il profilattico, abbiamo organizzato per le donne un corso di danza erotica utilizzando il preservativo\u201d. Scannavino lavora in zone dove dominano i <i>garimpeiros<\/i>, i cercatori d\u2019oro che terrorizzano le popolazioni indigene per farle lasciare i loro territori, favorendo cos\u00ec anche le multinazionali per lo sfruttamento dell\u2019immenso patrimonio che \u00e8 l\u2019Amazzonia. Addirittura quando i <i>garimpeiros<\/i> scoprono una trib\u00f9 che non \u00e8 entrata mai in contatto con l\u2019uomo bianco, portano un malato in modo che il morbo passi alla popolazione per sterminarla. Scannavino stesso quando visita i malati nella foresta utilizza una mascherina: sono popolazioni che ad esempio non conoscono le malattie ai denti.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Immaginate un&#8217;aula affollata da una sessantina di persone provenienti dai paesi pi&ugrave; vari&#8230; Si sentono voci mai sentite prima, ognuno veste in un modo diverso: ci sono quelli con maglioncini<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3609,3585],"edizioni":[30],"autori":[296],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3689],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/282"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=282"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/282\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5788,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/282\/revisions\/5788"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=282"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=282"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=282"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=282"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=282"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=282"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=282"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=282"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=282"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}