{"id":2857,"date":"2020-08-30T21:51:33","date_gmt":"2020-08-30T19:51:33","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2857"},"modified":"2025-10-01T09:57:27","modified_gmt":"2025-10-01T07:57:27","slug":"4-e-sempre-difficile-essere-padre-qualche-volta-e-piu-difficile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2857","title":{"rendered":"4. \u00c8 sempre difficile essere padre. Qualche volta \u00e8 pi\u00f9 difficile."},"content":{"rendered":"<p>di Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale \u2013 Universit\u00e0 di Bologna<\/p>\n<p>\u00c8 pi\u00f9 difficile se ci si sente in colpa e non si capisce perch\u00e9.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Se si pensa che tutti gli altri siano colpevoli, perch\u00e9 non capiscono.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Se si fanno confronti e ci sembra di essere sempre perdenti.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Se nonostante tutto ci si sente vincitori, ma gli altri\u2026<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>E tanti altri \u201cse\u201d.<\/p>\n<p><b>Nessuno \u00e8 a parte<br \/>\n<\/b>Cervo Mite, un indiano del sud del Dakota nato nel 1903 e morto nel 1974, diceva: \u201cTutti noi dobbiamo imparare a vederci come parte di questa Terra, non come un nemico che viene dall\u2019esterno e cerca di imporre la sua volont\u00e0. Noi, che conosciamo il Segreto della Pipa, sappiamo anche che, in quanto parte vivente di questa Terra, non possiamo farle violenza senza ferire anche noi stessi\u201d.<br \/>\nCervo Mite pu\u00f2 dirci qualcosa di utile per la nostra riflessione. Vederci come parte di questa terra significa ragionare sull\u2019appartenenza. Il Segreto della Pipa, per le nazioni indiane, era l\u2019evocazione di un simbolo ma anche di una possibilit\u00e0 concreta, quella di incontrare l\u2019altro e avere un mediatore, la pipa. Un simbolo che collega al respiro del mondo quindi ha una possibilit\u00e0 di non agire unicamente con la propria solitudine ma di aspettare che il respiro del mondo suggerisca. Si potrebbe anche dire \u201cprendere tempo\u201d: invece di scandire immediatamente le nostre idee, avere un oggetto mediatore che ci impegni e ci permetta di aspettare. Non solo aspettare che una decisione gi\u00e0 realizzata nel nostro animo, nella nostra testa, cambi, non esista pi\u00f9, sparisca, ma anche, eventualmente, aspettare per trovare il modo per realizzare quella decisione senza ferire. In una altro punto Cervo Mite diceva: \u201cIl fumo della nostra sacra Pipa \u00e8 il respiro del Grande Spirito. Quando noi sediamo insieme e fumiamo la Pipa formiamo un cerchio, che \u00e8 senza fine e circonda tutto ci\u00f2 che esiste sulla Terra\u201d.<br \/>\nDon Lorenzo Milani scriveva in una lettera \u2013 che quindi aveva la dimensione del rapporto a due e non di una dichiarazione per tanti \u2013 : \u201cIl sacerdote \u00e8 padre universale? Se cos\u00ec fosse mi spreterei subito. E se avessi scritto un libro con cuore di padre universale non v\u2019avrei commosso. V\u2019ho commosso, convinto, solo perch\u00e9 vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature, ma che le amavo con cuore singolare e non universale\u201d.<br \/>\nVi \u00e8 da prendere queste parole con molta delicatezza ma anche con l\u2019attenzione all\u2019irruenza con cui vengono scritte. L\u2019amore ha bisogno di radicarsi, di essere in contesti, non pu\u00f2 essere qualcosa di elegantemente \u2013 diciamolo cos\u00ec \u2013 ideale. Ha bisogno di incarnarsi e di esprimersi in relazioni concrete, fatte di carne e parole.<br \/>\nDue elementi quindi, l\u2019attesa e la relazione al singolare.<br \/>\nAttesa intesa come tempo necessario all\u2019elaborazione, all\u2019ascolto, alla scoperta.<br \/>\nRelazione come strumento e mezzo fondamentale dell\u2019amore.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><b>Che cosa dire? Si pu\u00f2 dire la verit\u00e0?<br \/>\n<\/b>Cosa si deve dire a chi cresce come nostro figlio o figlia e ha bisogni speciali?<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Far finta di niente? Dire o non dire?<br \/>\nBonhoeffer scrive: \u201cColui che pretende di \u2018dire la verit\u00e0\u2019 dappertutto, in ogni momento e a chiunque, \u00e8 un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verit\u00e0, circondandosi dell\u2019aureola di fanatico della verit\u00e0, che non pu\u00f2 aver riguardo per le debolezze umane, costui distrugge la verit\u00e0 vivente tra gli uomini. Egli offende il pudore, profana il mistero, viola la fiducia, tradisce la comunit\u00e0 in cui vive, e sorride con arroganza sulle rovine che ha causato e sulla debolezza umana che \u2018non sopporta la verit\u00e0\u2019. Egli dice che la verit\u00e0 \u00e8 distruttiva ed esige delle vittime, e si sente come un dio sopra delle deboli creature, ma non sa di essere al servizio di Satana\u201d.<br \/>\nIl teologo ci fa riflettere sulla posizione che possiamo assumere nei confronti della verit\u00e0. Brandirla come una clava oppure cercare le mediazioni per poterla offrire come una ricerca e come una realt\u00e0 che salva. Far crescere i bambini e le bambine all\u2019interno della ricerca di verit\u00e0 \u00e8 importante, affrontarli con una verit\u00e0 che colpisce come un pugno e stordisce con un colpo in testa \u00e8 quello che Bonhoeffer dice essere un modo arrogante di utilizzare la verit\u00e0. Ed \u00e8 questo il punto importante per cui abbiamo bisogno di mediatori e di mediazioni, non per nascondere ma per ricercare, non per opprimere ma per offrire. E allora bisogna trovare i mediatori giusti e condividere questa ricerca con altri, sapendo che non \u00e8 facile, sapendo che esige anche una sopportazione di sofferenza e di attesa.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Bisogna mettere insieme i tempi di molte persone e farlo con una pazienza che a volte \u00e8 proprio quella che manca quando si \u00e8 in una fase di ricostruzione, e si vorrebbe subito affrontare un terreno nuovo, un\u2019aria nuova, una vita nuova. Ma la vita nuova non pu\u00f2 che essere costruita tenendo conto che la vecchia non va distrutta ma solo messa in condizioni di essere anch\u2019essa nuova.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Vi \u00e8 una dimensione orizzontale che facilita il contatto, la costruzione di percorsi e non di un solo percorso. \u00c8 molto importante avere una rete di percorsi, per evitare l\u2019insuccesso ripetuto. Avere una sola strada e trovarla sbarrata significa rischiare di avere un insuccesso che ripetendosi pu\u00f2 creare la sindrome da insuccesso. E oltre alla mediazione nella rete orizzontale, c\u2019\u00e8 anche l\u2019altra dimensione, verticale, che vuol dire avere una possibilit\u00e0 di trascendere dall\u2019attuale.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Il padre pu\u00f2 essere mediatore ma ha anche bisogno di mediazioni. Ha un ruolo di traduttore ma anche lui ha bisogno che gli vengano tradotte le esperienze che sta vivendo.<\/p>\n<p><b>Indicazioni su cui lavorare<br \/>\n<\/b>Tre parole: responsabilit\u00e0, rituali, resilienza. Tre elementi di un\u2019educazione che possono essere: proposte, innovazioni ma, e questo ci sembra pi\u00f9 importante<i>, <\/i>modi di leggere il valore, il positivo che gi\u00e0 esiste.<br \/>\nTre parole che possono aiutarci a passare dalla logica del \u201cse\u201d che ci destina a un\u2019attesa senza impegno a quella del \u201cquando\u201d che presuppone, al contrario, un\u2019accettazione della situazione di partenza e una progettualit\u00e0 condivisa che proponga un orizzonte verso il quale muoversi.<br \/>\nVorremmo che i padri fossero capaci di assumersi la responsabilit\u00e0 di mettere in movimento una dinamica che favorisca non l\u2019imposizione ma la scelta, non la spavalderia dell\u2019azzardo, ma l\u2019avventura del progetto sostenibile.<br \/>\nIndicazioni per padri, quindi, che, al di l\u00e0 delle specifiche caratteristiche del ruolo o dei bisogni dei loro figli, vogliano vivere il loro ruolo con impegno e motivazione ma anche con prospettive e indicatori di direzione.<br \/>\nUno studioso che riteniamo importante, Antoine De La Garanderie, sostiene che la motivazione non \u00e8 un fatto solitario, esige una vita di relazione. Sostiene ancora che gli educatori dovrebbero essere motivati dalla loro ignoranza. Una motivazione, quella del padre, che lo porti ad agire con maggiore intenzionalit\u00e0 e, quindi, una maggiore capacit\u00e0 di efficacia e di riproducibilit\u00e0 nel tempo e nello spazio della sua esperienza.<\/p>\n<p><b>La responsabilit\u00e0<br \/>\n<\/b>Una prima indicazione si riferisce al termine responsabilit\u00e0 che ha una evidente radice nel termine rispondere: rispondere di s\u00e9 e rispondere agli altri. Educare alla responsabilit\u00e0 lo vogliamo intendere non tanto e non solo come un\u2019assunzione di compiti straordinari, quanto come una necessit\u00e0 di sapere che anche il piccolo gesto della quotidianit\u00e0 ha delle conseguenze di cui dobbiamo assumerci la responsabilit\u00e0. Un esercizio della responsabilit\u00e0, quindi, attraverso la quotidianit\u00e0 delle piccole cose che, senza facile retorica, sono i mattoni che ci permettono di costruire un percorso, un movimento che, basato su solide basi, ci permetta di crescere, ognuno nel proprio ruolo.<br \/>\nChi cresce, si dice, impara a camminare cadendo, ma anche impara a camminare evitando di cadere. Un bambino o una bambina piccola inevitabilmente cadono ma sta agli adulti, che sono in qualche modo responsabili di quella crescita, evitare che vi siano degli elementi di pericolo per cui le cadute diventino una minaccia con conseguenze gravi. Vi \u00e8 quindi la necessit\u00e0 di predisporre un contesto, e questo esige una prima assunzione di responsabilit\u00e0, perch\u00e9 vi sia, da parte di chi cresce, una possibilit\u00e0 di assumere le conseguenze dei propri movimenti, certamente quelli corporei, e poi dei propri \u201cmovimenti mentali\u201d, dei propri pensieri, delle proprie espressioni, delle proprie scelte, di parole, di strumenti, di azioni da fare. Questa complessit\u00e0 di elementi collega il controllo e la responsabilit\u00e0.<br \/>\nIl padre in questo ha una maggiore libert\u00e0, nel permettere al figlio di correre dei rischi, di scontrarsi, anche fisicamente, con le proprie difficolt\u00e0, per sperimentare, per imparare, per apprendere e per accettare. Un rischio, ovviamente, collegato a un contesto protetto, o meglio potremmo dire, adatto all\u2019et\u00e0 e alle singole esigenze di ognuno.<br \/>\nPadre come promotore del rischio controllato ma padre anche come sostegno alla definizione di un progetto. Responsabilit\u00e0 sia nell\u2019evitare il pericolo che nel permettere al figlio di affrontare<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>le difficolt\u00e0 che sono alla loro portata.<br \/>\n\u00c8 interessante trovare, in un altro autore importante della nostra epoca come Frankl, alcune indicazioni che riguardano un atteggiamento di provvisoriet\u00e0 nella vita. Frankl considera tale atteggiamento come tipico di coloro che, vivendo in un periodo bellico, sono costretti a vivere alla giornata. Sembra, per\u00f2, che anche in un periodo di pace apparente, come nella nostra epoca e nei nostri paesi, vi sia questo stesso senso di provvisoriet\u00e0, di incertezza del domani, che porta, o si accompagna, a un atteggiamento da Frankl chiamato fatalista, ovvero a un\u2019accettazione di quello che accade. Avere un progetto, pensare e immaginare un futuro, definire un orizzonte di senso contrasta con questo atteggiamento fatalista perch\u00e9 ci spinge a una partecipazione responsabile alla costruzione di chi vogliamo essere.<br \/>\nFatalit\u00e0, inoltre, contrasta con accettazione, anzi \u00e8 una falsa accettazione. Perch\u00e9 accettare significa aprirsi alla possibilit\u00e0, significa sperimentare possibilit\u00e0, significa cadere e rialzarsi.<\/p>\n<p><b>I rituali<br \/>\n<\/b>La nostra realt\u00e0 educativa in generale \u00e8 assai povera di rituali, e in generale tutta l\u2019esperienza educativa \u00e8 all\u2019insegna di una certa irrisione per quelli che sono i rituali. Certo, vi sono aspetti dell\u2019educazione che hanno rituali propri, ma all\u2019interno di settori specifici: la specificit\u00e0 degli sport, ad esempio, oppure quella dell\u2019educazione nelle religioni. Ma anche in questi casi i rituali portano a essere piuttosto derisi che non compresi per la loro importanza. In particolare, poi, quelli che vengono definiti i riti di passaggio, sono quanto mai confusi. I nostri anni sono contrassegnati da una totale confusione di quelle che sono le tappe di sviluppo e di assunzione di compiti, all\u2019interno di un contesto sociale. Le possibilit\u00e0 di comprendere con esattezza quale \u00e8 la fase di sviluppo di una persona, attraverso i periodi e i riti che sono connessi ai diversi periodi di sviluppo, \u00e8 oggi molto pi\u00f9 difficile di ieri, perch\u00e9 anche a chi \u00e8 molto giovane viene chiesta una presenza, o viene indotta una necessit\u00e0 di essere presente, da molte azioni che sono nell\u2019ordine della giornata e della nottata: le stesse scansioni ritmiche del giorno e della notte diventano degli elementi opzionali a seconda delle occasioni, dell\u2019interesse, delle convenienze che il soggetto potrebbe avere.<br \/>\nI riti di passaggio sono confusi, a volte sembrano addirittura scomparsi. \u00c8 vero che per quanto riguarda la situazione del nostro paese i rituali hanno avuto un periodo, quello del ventennio fascista, contrassegnato da una volont\u00e0 di controllo e da un\u2019esaltazione delle parate, delle messe in scena. Questo ha provocato indubbiamente una certa seria avversione nei confronti di un modo di intendere i rituali. Ma \u00e8 anche vero che all\u2019interno della riflessione pedagogica vi sono state due correnti di pensiero: una considerata pi\u00f9 progressista, e legata all\u2019\u00e9ducation nouvelle, che aveva nei confronti dei rituali una certa diffidenza, pensando che avessero una natura essenzialmente conservatrice; l\u2019altra era invece, sempre all\u2019interno dell\u2019educazione attiva, considera i rituali un valore nella definizione dei passaggi di crescita.<br \/>\nIl padre \u00e8 il punto di riferimento del rito di passaggio. Come un antico capo villaggio conduce il giovane, ormai pronto per entrare nel mondo adulto, ad affrontare tale rito, consapevole delle sue potenzialit\u00e0 e fiducioso nel suo coraggio.<br \/>\nAncora pi\u00f9 importante diventa il ruolo del padre quando il figlio, per la propria condizione di disabilit\u00e0, mette in crisi i riti di passaggio condivisi dai suoi coetanei. Sia nei tempi che nei modi. La prima uscita da solo, il primo bacio, la prima trasgressione alle regole.<br \/>\nRiti che aiutano a definire un\u2019identit\u00e0, a sperimentarsi, a varcare i confini.<br \/>\nRiti che, troppo spesso, vengono negati o evitati al giovane con disabilit\u00e0. Ecco che il padre, allora, pu\u00f2 porsi come conduttore, favorendo esperienze rituali che, tenendo conto delle specifiche esigenze, consentano al figlio di sperimentarsi e affrontare prove che lo aiutino a diventare adulto.<\/p>\n<p><b>La resilienza<br \/>\n<\/b>La parola resilienza deriva dalla fisica. Il vocabolario Larousse la spiega come una caratteristica meccanica, che definisce la resistenza alla pressione e all\u2019urto di un materiale. La resilienza umana va anche oltre, e viene definita come la capacit\u00e0 di una persona, o di un gruppo sociale, di una famiglia, di una comunit\u00e0, di un villaggio, di una minoranza etnica, dei rifugiati, e anche di una scuola, a svilupparsi nonostante circostanze difficili, come ad esempio un ambiente sfavorevole o anche ostile. Gli adulti resilienti hanno sviluppato questa capacit\u00e0 dall\u2019infanzia, avendo assorbito il trauma con un senso di competenza e di coscienza che gli consente di aver sviluppato un certo controllo sul proprio destino e sulla propria vita.<br \/>\nEd \u00e8 importante tenere memoria di ci\u00f2 che abbiamo affrontato, elementi importanti e significativi in una prospettiva di apprendimento. Si pu\u00f2 anche parlare di una \u201cvaccinazione\u201d che si realizza attraverso i piccoli contrasti dell\u2019esistenza. La persona che cresce pu\u00f2 sviluppare una sicurezza interna che, mettendo alla prova, rinforza attraverso la possibilit\u00e0 di interiorizzare quelli che sono gli elementi di sostegno e di fiducia, senza bisogno di averli sempre vicini, sempre evidenti, sempre manifesti; li sente propri, e quindi li rinforza attraverso le prove.<br \/>\nQueste dinamiche sono conosciute ma a volte solo a posteriori, e non \u00e8 ancora chiaro come produrle, cio\u00e8 come educare alla resilienza. Gli studiosi insistono su tre grandi insiemi di fattori:<br \/>\n&#8211; le caratteristiche della personalit\u00e0, l\u2019autostima, la riuscita di alcuni compiti&#8230; un senso dell\u2019umorismo e la presa di distanza, la capacit\u00e0 di organizzare la propria vita;<br \/>\n&#8211; la coesione, il calore del gruppo, l\u2019assenza di discordia o almeno una buona relazione con le figure educative, con un pari del proprio sesso e anche dell\u2019altro sesso;<br \/>\n&#8211; i sistemi di sostegni esterni che incoraggiano e appoggiano gli sforzi che chi cresce fa per fronteggiare una situazione.<br \/>\nQuesti tre insiemi di fattori possono essere in qualche modo progettati da un ambiente educativo che si faccia carico di questo tipo di elementi, importanti per l\u2019apprendimento. Pensiamo a come oggi ci sia una continua \u201cdoccia scozzese\u201d dei ragazzi e delle ragazze, fra la protezione eccessiva che vorrebbe impedire che siano sfiorati dal dolore, dalla sofferenza, e che interpreta dolore e sofferenza qualsiasi cosa, come ad esempio la mancanza di un oggetto; e diventa poi trasmissione dell\u2019incapacit\u00e0 di soffrire per un\u2019attesa, di costruire con fatica.<br \/>\nLa \u201cdoccia scozzese\u201d \u00e8 fatta di contrasti: l\u2019abbandono, il lasciar soli, lasciare che chi cresce si trovi improvvisamente in certe ore della giornata a dover decidere da solo, da sola, di tutto, ad esempio come vestirsi, cosa mangiare, come usare i soldi. A volte le avversit\u00e0 condivise con il gruppo di riferimento o con degli adulti sono un fattore che protegge l\u2019individuo molto pi\u00f9 che il riparare dalle avversit\u00e0.<br \/>\nA ben pensarci, in effetti, \u00e8 meglio condividere la fatica di una difficolt\u00e0 oppure evitare tale difficolt\u00e0? \u00c8 pi\u00f9 utile far sentire la presenza e condividere dubbi e preoccupazioni o scegliere per l\u2019altro evitando dubbi e responsabilit\u00e0?<br \/>\nIl padre \u00e8 maggiormente capace di mantenere l\u2019equilibrio tra protezione e sofferenza, tra concessione e attesa, tra sostituzione e menefreghismo.<br \/>\nUn equilibrio necessario alla formazione della resilienza come abilit\u00e0 che permetta di trasformare un ostacolo in un\u2019occasione, una difficolt\u00e0 in una possibilit\u00e0.<br \/>\nSe pensiamo al percorso di crescita di un ragazzo o una ragazza, con disabilit\u00e0 o meno, gli ostacoli e le difficolt\u00e0 sono all\u2019ordine del giorno. Compito della famiglia, come della scuola e degli altri contesti educativi \u00e8 proprio quello di permettere loro di sviluppare la capacit\u00e0 di crescere nonostante circostanze difficili e, anzi, fare di queste un apprendimento.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><b>Bibliografia<br \/>\n<\/b>A. De La Garanderie, <i>La motivation. Son \u00e9veil son d\u00e9veloppement<\/i>, Bayard \u00e9d., Paris, 1996.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>K. Recheis, G. Bski (a cura di) <i>Sai che gli alberi parlano? La saggezza degli Indiani di America<\/i>, Il Punto di incontro edizioni, Vicenza, 1992, p. 15 e p. 44<br \/>\nL. Milani, <i>I care ancora. Inediti. Lettere, appunti e carte varie<\/i>, EMI, Bologna, 2001 (il volume \u00e8 curato da G. Pecorini), p. 146.<br \/>\nD. Bonhoeffer, <i>Etica<\/i>, Bompiani, Milano, 1999, p. 131.<br \/>\nV.E. Frankl, <i>Homo patiens. Soffrire con dignit\u00e0<\/i>, Queriniana, Brescia, 1998.<br \/>\nP. Bertolini, <i>La responsabilit\u00e0 educativa<\/i>, Il Segnalibro, Torino, 1996.<br \/>\nB. Cyrulnik, <i>Un merveilleux maleur<\/i>, Ed. O. Jacob, Paris, 1999.<br \/>\nIDEM,<i> Playdoyer pour les Enfants<\/i>, Fond Houtman 1989-1999, Bruxelles, 1999.<br \/>\nB. Cyrulink, E. Malaguti, <i>Costruire la resilienza<\/i>, Erickson, Trento, 2006.<br \/>\nE. Malaguti, <i>Educarsi alla resilienza<\/i>, Erickson, Trento, 2006.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale \u2013 Universit\u00e0 di Bologna \u00c8 pi\u00f9 difficile se ci si sente in colpa e non si capisce perch\u00e9. Se si pensa che tutti gli altri siano colpevoli, perch\u00e9 non capiscono. Se si fanno confronti e ci sembra di essere sempre perdenti. 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