{"id":2863,"date":"2020-08-30T21:59:30","date_gmt":"2020-08-30T19:59:30","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2863"},"modified":"2025-10-01T11:37:29","modified_gmt":"2025-10-01T09:37:29","slug":"7-racconto-quindi-esisto-la-necessita-dei-padri-di-raccontarsi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2863","title":{"rendered":"7. Racconto, quindi esisto. La necessit\u00e0 dei padri di raccontarsi"},"content":{"rendered":"<p>Nel suo testo La valigia di mio padre, Orhan Pamuk racconta di cosa significhi per lui essere uno scrittore. Il percorso e il ragionamento che ci propone partono dal racconto della relazione con suo padre e dal timore di aprire la valigetta che gli aveva lasciato in eredit\u00e0, dentro la quale il padre conservava ci\u00f2 che aveva scritto. Paura del confronto, da una parte, e desiderio che suo padre fosse solo suo padre e non un padre scrittore, dall\u2019altra. Nasce quindi una riflessione rispetto a cosa significhi scrivere e a chi \u00e8 lo scrittore, anche in relazione alla propria storia pi\u00f9 personale.<br \/>\n\u201cLo scrittore che si chiude in una stanza con i suoi libri o intraprende un viaggio dentro se stesso scoprir\u00e0 anche la norma indispensabile della grande letteratura: l\u2019abilit\u00e0 di raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro e la storia di un altro come se fosse la propria\u201d. (Cfr. O. Pamuk, La valigia di mio padre, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2007).<br \/>\nPrendendo in prestito il ragionamento di Pamuk, mi chiedo se, quando un padre scrive della propria esperienza, compie lo stesso percorso descritto dallo scrittore.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Parlando di s\u00e9, raccoglie anche la storia di tutti gli altri? Racconta la propria esperienza come se fosse l\u2019esperienza di ogni altro padre?<br \/>\nIo credo di s\u00ec, perch\u00e9 penso che nel momento in cui qualcuno decide di raccontare il proprio mondo, piccolo o grande che sia, nel momento in cui descrive il proprio vissuto, anche quello pi\u00f9 personale, ci presenta argomenti, emozioni e desideri che sono parte della storia di ogni padre.<br \/>\nRaccontare come una necessit\u00e0, quindi. Quella di conoscere, di condividere e, soprattutto, di affermare la propria esistenza, in un contesto sociale che, come abbiamo gi\u00e0 detto, ancora fatica a capire qual \u00e8 il ruolo specifico dei padri.<\/p>\n<p><b>7.1. Quando un padre si dedica, prima alle radici poi alle gemme<br \/>\n<\/b>Massimiliano Verga ha tre figli: Jacopo, Cosimo e Moreno.<\/p>\n<p>A volte dice che ne ha 2+1, poi per\u00f2 rettifica e sostiene di averne tre.<br \/>\n\u00c8 tre volte padre, perch\u00e9 per ogni figlio la sfida e il libretto di istruzioni \u00e8 diverso, anzi sostiene che il libretto di istruzioni lo devi scrivere tu, mettendo in fila ci\u00f2 che l\u2019esperienza, sempre differente, ti insegna.<br \/>\nNel suo Un gettone di libert\u00e0 Massimiliano racconta il proprio percorso di padre, un\u2019autobiografia che passa dalla passione per l\u2019Inter alle difficolt\u00e0 legate al sistema assistenziale ma anche un insieme di riflessioni sui propri ruoli, quello di padre e quello di figlio. Questo, infatti \u00e8 l\u2019aspetto forse pi\u00f9 interessante e nuovo, rispetto ad altri testi che parlano di paternit\u00e0. Leggendo il libro scopriamo l\u2019intreccio tra la sua esperienza in quanto padre e quella come figlio. Nel momento in cui assapora il gusto della prima paternit\u00e0, infatti, Massimiliano Verga scopre che suo padre \u201c\u00e8 una persona diversa da quella che gli ha dato il nome\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Questa specie di cortocircuito, tra l\u2019essere padre e l\u2019essere figlio, porta l\u2019autore a unire le due riflessioni e ad affermare che \u201c\u00e8 vero che i figli sono di chi li cresce. E non conta il sangue. Il sangue \u00e8 un dettaglio. Non \u00e8 il sangue a renderti genitore di un bambino [\u2026] S\u00ec i figli sono di chi li cresce. Ma questa frase ha senso soltanto se dai un significato preciso e inappellabile a che cosa si debba intendere per \u2018crescere un figlio\u2019 [\u2026] I figli non appartengono a nessuno. Quando li metti al mondo \u00e8 tuo dovere crescerli come meglio ti viene. Hai una responsabilit\u00e0 nei loro confronti, ma non sono tuoi [\u2026] la paternit\u00e0 non \u00e8 un fatto di sangue. Per come la vedo io, la paternit\u00e0 e qualcosa d\u2019altro: \u00e8 un susseguirsi di domande e voglia di esserci\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Massimiliano parla del suo essere padre, dal punto di vista particolare del suo essere figlio e, soprattutto, del suo essersi scoperto un figlio \u201cdiverso\u201d. Come se, a un certo punto, non potessimo parlare di cosa significa per noi essere padri, avere una responsabilit\u00e0 sui figli e sul loro futuro, se prima non facciamo i conti, fino in fondo, con la nostra esperienza in quanto figli. Come se potessimo dedicarci ai rami e alle gemme solo dopo aver conosciuto le radici e, per quel che \u00e8 possibile, dopo averle curate.<br \/>\nOltre a questo nucleo, nel libro c\u2019\u00e8 un altro aspetto specifico del ruolo paterno che trovo molto interessante e che si potrebbe raccogliere in tre parole chiave: l\u2019autonomia, la libert\u00e0, il futuro.<br \/>\n\u201cNon esiste un manuale di istruzioni sulla paternit\u00e0 buono per tutte le occasioni. Esiste soltanto una risma di fogli bianchi che i tuoi figli ti aiutano a riempire. Fogli pieni di inevitabili errori, poesie improvvisate, arrabbiature ricorrenti, dolci sorprese\u2026 Dei miei tre figli, uno \u00e8 disabile. Moreno non vede, non parla e non pu\u00f2 capire quasi nulla di quello che gli succede intorno. Moreno<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>non sar\u00e0 mai un uomo libero, anche se io fossi il padre migliore del mondo. Perch\u00e9 Moreno non pu\u00f2 scegliere\u201d.<br \/>\nUn\u2019affermazione forte che, come abbiamo visto nelle interviste rivolte ai padri, non sempre \u00e8 condivisa o forse richiederebbe un confronto approfondito rispetto a ci\u00f2 che si intende con il termine libert\u00e0. Ma, al di l\u00e0 di un semplice giudizio, la cosa interessante del ragionamento di Verga \u00e8 la necessit\u00e0 per il padre di interrogarsi, riflettere e disegnare il proprio personale percorso che unisca questi tre temi: come l\u2019autonomia del figlio, rispetto alla costruzione del proprio futuro, pu\u00f2 esplicitarsi attraverso atti, pi\u00f9 o meno piccoli, di libert\u00e0?<\/p>\n<p><b>7.2. Quando un padre impara a cadere<br \/>\n<\/b>Diogo Mainardi, giornalista e scrittore brasiliano, trapiantato a Venezia, porta alla nostra attenzione un aspetto importante della genitorialit\u00e0, quello dell\u2019accettazione dell\u2019imperfezione dei figli.<\/p>\n<p>Ne La caduta &#8211; I ricordi di un padre in 424 passi Mainardi racconta del figlio Tito, nato a Venezia con un danno cerebrale molto grave causato dell\u2019imperizia di un medico durante il parto. Al centro della narrazione ci sono le infinite cadute di Tito e la sfida a riuscire a fare 424 passi consecutivi. Un passeggiata, potremmo dire, durante la quale l\u2019autore connette arte, scrittura, storia. \u00c8 un libro sentimentale senza essere sentimentalistico, riconduce la loro vita privata a una circolarit\u00e0 che riguarda tutti, che tutti coinvolge. Perch\u00e9, in fondo, lo svolgersi della vita non \u00e8 una linea retta ma una serie di cerchi che si susseguono nello spazio e nel tempo.<br \/>\nDopo i primi tempi di angoscia e terrore per ci\u00f2 che era successo all\u2019ospedale e per quella vita inaspettata che i due genitori si trovano tra le mani, succede qualcosa di inaspettato e, allo stesso tempo, inconsciamente desiderato, un\u2019occasione per cambiare il punto di vista.<br \/>\nAnna, la moglie di Mainardi e la mamma di Tito, cade inciampando in un tappeto. Non si fa nulla ma, come spesso capita quando vediamo qualcuno cadere, scoppia una risata. Il primo \u00e8 Tito, si mette a ridere e lo stesso fanno Diogo e successivamente anche Anna.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>\u201cLa paralisi celebrale di Tito divent\u00f2 immediatamente pi\u00f9 familiare. La comicit\u00e0 <i>slapstick<\/i> era un linguaggio che capivamo tutti. Tito cade. Mia moglie cade. Io cado. Ci\u00f2 che ci unisce \u2013 che ci unir\u00e0 sempre \u2013 \u00e8 la caduta\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Caduta come simbolo della precariet\u00e0, della fragilit\u00e0, della difficolt\u00e0 e come passaggio necessario di ogni crescita. Chi, infatti, non \u00e8 caduto quando in casa stava imparando a camminare oppure dalla bicicletta mentre cercava di imparare a stare in equilibrio sulle due ruote?<br \/>\nA tutti \u00e8 successo ed \u00e8 proprio attraverso quelle cadute che abbiamo imparato qualcosa.<br \/>\nCosa succede, per\u00f2, se le cadute non rimangono un fatto dei primi anni di vita ma si definiscono come un aspetto caratteristico della persona?<br \/>\nCosa succede, non tanto a un livello di praticit\u00e0, per il quale \u00e8 possibile identificare strategie adeguate, quanto a un livello simbolico? Cosa si fa con quell\u2019aspetto di imperfezione che giornalmente viene sottoposto alla nostra attenzione e che ci definisce come incapaci e imperfetti?<br \/>\n\u201c48<br \/>\nVertigo<br \/>\nQuando Tito cammina, i suoi muscoli si contraggono. Quando i suoi muscoli si contraggono, lui si spaventa. Quando lui si spaventa, i suoi muscoli si contraggono ancora di pi\u00f9.<br \/>\nVertigo, in Brasile, venne tradotto con il titolo di Um Corpo que Cai (Un corpo che cade). Tito \u00e8 un corpo che cade.<br \/>\nOgni passo fatto da Tito equivale a un gradino salito da James Stewart, nel campanile di San Giovanni Battista. S\u00ed: manca Alfred Hitchcock. S\u00ed: manca Kim Novak. S\u00ed: manca la colonna sonora di Bernard Herrmann. Il resto \u2013 l\u2019ho gi\u00e0 detto \u2013 \u00e8 identico. Gli occhi sbarrati. La bocca aperta. La lingua secca. Le gambe rigide. Il sudore che scorre dalle basette. Lo zoom in. Lo zoom out.<br \/>\nNelle ultime scene di Vertigo, James Stewart vince finalmente la paura dell\u2019altezza e sale sul campanile di San Giovanni Battista.<br \/>\nDice:<br \/>\n&#8211; Ce l\u2019ho fatta.<br \/>\nAnche Tito, gradino dopo gradino, ce la sta facendo.<br \/>\n49<br \/>\nAlla fine di Vertigo, Kim Novak cade dal campanile di San Giovanni Battista. Cade e muore. James Stewart sopravvive. Tito \u00e8 James Stewart. Cade e sopravvive.<br \/>\nTanto peggio per Kim Novak\u201d.<br \/>\nIl ruolo del padre, nel percorso di accettazione del figlio, bilancia quello della madre. Il padre infatti sostiene il figlio nel distacco dal mondo protettivo materno, necessario ma che a un certo punto va abbandonato, aiutandolo a sperimentare le sue capacit\u00e0, affrontando difficolt\u00e0 e cadute, senza sentirsi in colpa per ci\u00f2 che succede, probabilmente perch\u00e9 pi\u00f9 facilitato nel chiedere al figlio adattamento, responsabilit\u00e0 e un confronto franco con la realt\u00e0.<br \/>\nDa qui, infatti, parte quel processo di accettazione che, pur riguardando tutti, chiede alla persona con disabilit\u00e0 uno sforzo maggiore, forse un cadere e un rialzarsi una volta in pi\u00f9. E il padre pu\u00f2 svolgere un compito importante nel chiedere al figlio uno sforzo e un dolore necessario a questo rituale, centrale nel processo di crescita. Se parliamo di accettazione, inoltre, dobbiamo riconoscere al padre una maggiore capacit\u00e0 di accettare difetti e limiti del figlio perch\u00e9, al contrario della madre, riesce pi\u00f9 facilmente a non ricondurli a una propria responsabilit\u00e0; il padre riesce pi\u00f9 facilmente a rinunciare al figlio del desiderio, il figlio cio\u00e8 come lo si sarebbe voluto, per accettare il figlio reale, cos\u00ec come \u00e8. L\u2019accettazione da parte dei genitori, intesa come riconoscimento dell\u2019identit\u00e0 psicofisica del figlio, indubbiamente favorisce un percorso di accettazione anche nel figlio.<br \/>\n\u201c163<br \/>\nCome i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a ignorare tutte le prognosi da bestioli dei medici, ottimistiche o pessimistiche. Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a festeggiare ogni passo in avanti di Tito, per quanto barcollante.<br \/>\nA partire da un determinato momento, imparammo a festeggiare perfino i suoi capitomboli. Nei primi anni, Tito si sfracellava cadendo. Con il tempo and\u00f2 sviluppando sempre nuove tecniche per attutire le cadute.<br \/>\nSaper cadere ha molto pi\u00f9 valore che saper camminare\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><b>7.3. Quando un padre disegna un orizzonte<br \/>\n<\/b>\u201cIo, quando ho saputo di te bambina mia, mi sono sentito derubato del futuro. Non parler\u00e0 mai, mi avevano detto. Anzi no, l\u2019avevo saputo dalla Rete spulciando gli inevitabili e numerosi siti dedicati alla sindrome che stavano per diagnosticarti [\u2026] \u00c8 del tutto insospettata la quantit\u00e0 di attese implicite che governano un evento come il diventar genitori. Attese che esplodono tutte assieme davanti ai tuoi occhi proprio quando ti accorgi d\u2019improvviso che non puoi pi\u00f9 attenderle [\u2026]<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Il problema, con un figlio disabile, \u00e8 che il futuro \u00e8, assieme, segnato e del tutto imprevedibile. Non mi avresti salutato dai gradini con la manina il tuo primo giorno di scuola. Non mi avresti raccontato della gita con i tuoi compagni in quel posto bellissimo che all\u2019inizio non ci volevi neppure andare [\u2026] E poi nessuna possibilit\u00e0 di vederti uscire la sera con gli amici tra una quindicina d\u2019anni, attanagliato dalla voglia di non permettertelo ancora e dal desiderio di vederti pi\u00f9 grande. Di litigare con te perch\u00e9 non studi o studi troppo, perch\u00e9 non ti impegni abbastanza o non ti diverti abbastanza, perch\u00e9 pensi solo ai ragazzi o non ci pensi per nulla E i nipoti? \u2026lasciamo stare [\u2026] Il problema \u00e8 che la genitorialit\u00e0, questa parola oggi buona per far allentare i cordoni della borsa ai finanziatori di turno di qualsivoglia intervento sociale, \u00e8 essenzialmente progetto. Almeno al maschile. E io sono \u201cal maschile\u201d. Ossia sono tuo padre, e che cos\u2019\u00e8 un padre se distoglie gli occhi dall\u2019orizzonte per piegare il proprio sguardo solo sulle necessit\u00e0 quotidiane di cura? Nulla. L\u2019esperienza del nulla infatti \u00e8 quella che segue immediatamente quella del furto del futuro\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Igor Salomone, professionista dell\u2019educazione, scrive un diario nel quale raccoglie la sua esperienza di padre. In <i>C<\/i>on occhi di padre &#8211; Viaggio intorno a quel che resta del mondo l\u2019 autore descrive situazioni, eventi, ci offre alcune riflessioni ma anche le sue emozioni di uomo che si trova ad affrontare la sfida della paternit\u00e0 con una figlia, per\u00f2, che scardina tutte le sue certezze, che mette in crisi l\u2019immaginario comune di chi si trova ad accogliere un figlio.<br \/>\nQuesto brano sottolinea alcuni aspetti centrali nella relazione genitoriale e, nello specifico, paterna: futuro e progetto.<br \/>\nCome \u00e8 stato detto pi\u00f9 volte, il padre ricopre una funzione di differenziazione. Aiuta il figlio, o dovrebbe aiutarlo, a differenziarsi dal contesto familiare volgendo il proprio sguardo al di fuori di tale contesto, cercando un orizzonte proprio, un percorso personale. Partire, cio\u00e8, staccarsi dal conosciuto per scoprire il proprio futuro.<br \/>\nMa com\u2019\u00e8 possibile questo, quando tuo figlio \u00e8 disabile e, come ci dice Salomone, non potr\u00e0 corrispondere all\u2019idea sociale e condivisa di figlio? Come riuscir\u00e0 il padre a favorire la differenziazione quando il figlio richiede assistenza continua?<br \/>\n\u201cL\u2019essenza dell\u2019umano \u00e8 trasmettersi, ovvero consegnarsi a qualcuno perch\u00e9 a sua volta si consegni a qualcun altro. E a noi, amore mio, sembra negata ogni chance di parteciparvi?<br \/>\n\u2026 Forse l\u2019ho gi\u00e0 detto, ma io sono tuo padre e il mio compito \u00e8 portarti nel mondo in questo mondo, insegnandoti a incontrarlo. Quindi, non \u00e8 costruirtene uno tutto per noi e viverci felici fino alla fine del nostro tempo\u201d.<br \/>\nDifferenziare e progettare, quindi, significano integrare e non escludere, passeggiare nel mondo come cittadino e non come straniero, protagonista della storia secondo le proprie abilit\u00e0 e potenzialit\u00e0. Non, quindi, la ricerca di una realt\u00e0 parallela ma l\u2019acquisizione degli strumenti adatti a far parte di questo mondo.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><b><i><br \/>\n7<\/i>.4. Quando un padre cerca di mettere insieme i pezzi<\/b><span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>\u201cUna spiaggia infinita di sabbia fine, un orizzonte blu, un sole che non tramonta mai e un secchiello rosso\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Ecco com\u2019\u00e8 il piccolo paradiso di Maria, una bambina allegra e sorridente. Diversa dalla maggior parte delle altre bambine perch\u00e9 autistica.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Maria ha un pap\u00e0 che si chiama Miguel.<br \/>\nMiguel ha sempre disegnato, prima per lavoro poi per permettere a sua figlia Maria di ricordare, o meglio, di poter gestire, conservare, organizzare i suoi ricordi.<br \/>\nMaria vive alle Canarie con la madre, mentre suo padre Miguel vive a Barcellona.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><i>Maria e io<\/i><b><i> <\/i><\/b>di Miguel Gallardo<b><i> <\/i><\/b>\u00e8 il racconto di una vacanza, di un tempo dedicato alla relazione tra il padre e la figlia. \u00c8 una storia autobiografica, un viaggio, un pezzo di vita di una vita tutta divisa in piccoli pezzi.<br \/>\nMiguel Gallardo \u00e8 un famoso illustratore e fa parte della corrente <i>comics<\/i>, un genere di fumetti dal contenuto umoristico.<br \/>\nAnche il libro, in effetti, pu\u00f2 essere considerato un grande fumetto con un po\u2019 di parole e tanti disegni, schizzi quasi infantili, che parlano di cose semplici, di un quotidiano comune a tanti. Piccole abitudini, strategie, scelte, percorsi, desideri, scoperte, paure, soluzioni, stanchezza.<br \/>\nUna vita quasi banalmente normale.<br \/>\nCome sono normali tutte le vite che si srotolano tra un pezzo e l\u2019altro, tra un prima e un dopo, tra un problema e una soluzione e un altro problema.<br \/>\n\u201cOltre ai capelli folti e robusti, bianchi io e neri quelli di Maria, dalla mia parte lei ha ereditato il naso e da quella di sua madre il viso rotondo con le fossette. Condividiamo anche manie e abitudini, le mie me le sono inventate io, le sue sono una fusione tra la sua disabilit\u00e0 e la testardaggine che ha preso da sua nonna. Tutti e due siamo restii ai cambiamenti e vogliamo che le cose siano sempre al loro posto\u201d.<br \/>\nQuesta normalissima vita, diventa diversa negli occhi degli altri che si girano per osservare Maria quando grida improvvisamente, quando fa un capriccio o quando comunica in quel modo cos\u00ec strano.<br \/>\nIl viaggio alle Canarie raccontato nel libro, infatti, contiene un altro viaggio, quello dentro l\u2019autismo.<br \/>\nIl libro spiega l\u2019autismo raccontandoci la vita di Maria, un pezzettino della sua vita.<br \/>\nQuello che fa il pap\u00e0\/scrittore, in fondo, \u00e8 qualcosa di tipicamente paterno: aiuta la figlia a mettere insieme i pezzi. Nel caso specifico raccoglie, riordina e unisce per restituire alla figlia un ordine, il proprio, a partire dal quale lei possa dar senso alla vita, la propria.<br \/>\nPossiamo affermare che \u00e8 del paterno la capacit\u00e0 di restituire al figlio un\u2019immagine di se stesso, ricomponendo i pezzi di una storia \u2013 temporale, emotiva e cognitiva \u2013 con i quali il figlio potr\u00e0 cominciare quel percorso di riconoscimento di chi \u00e8 e di scoperta di chi vorr\u00e0 essere.<br \/>\nIl padre pu\u00f2 fare questo perch\u00e9 \u00e8 capace di lasciare spazi vuoti, di accettare un incompiuto che solo il figlio pu\u00f2 compiere. Non sempre i lati dei pezzi di questo puzzle che il padre dona al figlio combaciano, ci sono pezzi che si ripetono mentre altri ancora sono nascosti.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Si tratta di un intreccio che per\u00f2 rispetta i tempi e accetta le distanze, che non ha bisogno di controllare ma nel quale il padre gioca un ruolo di guida, pronto ad accogliere, non a imporre.<br \/>\nQuesta distanza non definisce una lontananza ma rende le relazioni pi\u00f9 forti perch\u00e9 lascia spazio allo sviluppo dell\u2019identit\u00e0, spazio di manovra perch\u00e9 succeda qualcosa che, nel caso di Maria e del suo pap\u00e0 Miguel, spesso, \u00e8 divertente.<\/p>\n<p>\u201cE questo \u00e8 tutto,<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Maria \u00e8 Maria<br \/>\ne io sono il suo<br \/>\npap\u00e0, a volte ci<br \/>\narrabbiamo, il pi\u00f9<br \/>\ndelle volte ridiamo,<br \/>\nnon la smettiamo<br \/>\nmai di parlare,<br \/>\nsoprattutto lei.<br \/>\nMi piace disegnare<br \/>\nper lei e che questo<br \/>\nsia un modo<br \/>\ndi comunicare tra<br \/>\nnoi. Maria \u00e8 la<br \/>\nfiglia migliore che<br \/>\nsi possa desiderare\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel suo testo La valigia di mio padre, Orhan Pamuk racconta di cosa significhi per lui essere uno scrittore. 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