{"id":287,"date":"2009-11-04T17:05:31","date_gmt":"2009-11-04T17:05:31","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=287"},"modified":"2025-12-15T10:11:24","modified_gmt":"2025-12-15T09:11:24","slug":"il-lavoro-educativo-nelle-comunit-terapeutiche-considerazioni-su-una-piccola-ricerca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=287","title":{"rendered":"10. Il lavoro educativo nelle Comunit\u00e0 Terapeutiche: considerazioni su una piccola ricerca"},"content":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi<\/p>\n<p>HP in collaborazione con il CNCA ha distribuito agli operatori di alcune Comunit\u00e0 dell&#8217;Emilia Romagna un questionario sull&#8217;intervento educativo nelle tossicodipendenze.<br \/>\nL&#8217;interesse comune di<!--break--> questa ricerca non ha i termini della scientificit\u00e0 sociologica, ma vuole semplicemente essere un indicatore della consapevolezza e del carattere degli interventi educativi nell&#8217;ambito delle dipendenze patologiche specificamente nel contesto istituzionale delle comunit\u00e0 terapeutiche, un contesto diverso dai Ser.T. per molti aspetti, il primo dei quali risiede nella differenza tra residenzialit\u00e0 e non.<\/p>\n<p><strong>Trentasei questionari per conoscere gli educatori di comunit\u00e0<\/strong><br \/>\nAbbiamo letto 36 questionari provenienti dalle seguenti Comunit\u00e0:<br \/>\nIl Sorriso di Imola (BO), La Rupe di Sasso Marconi (BO), Il Quadrifoglio (BO), Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia, Coop Sociale Il Piolo di Reggio Emilia, Ass. Nefesh di S. Faustino di Rubiera (RE).<br \/>\nLe domande, aperte, erano:<br \/>\n1. Hai la qualifica professionale? Se s\u00ec, quale?<br \/>\n2. Qual \u00e8 il tuo ruolo di lavoro?<br \/>\n3. Qual \u00e8 la tua anzianit\u00e0 di servizio nel settore della tossicodipendenza?<br \/>\n4. Lavorare con le persone tossicodipendenti: Come si sei arrivato? Ti piace? Perch\u00e8?<br \/>\n5. Sapresti esprimere il senso del lavoro educativo nelle tossicodipendenze?<br \/>\n6. Sapresti esprimere la differenza o la continuit\u00e0 tra intervento terapeutico e intervento educativo?<br \/>\n7. Il lavoro educativo si qualifica come un fare\/stare con la persona: in cosa si concretizza questo concetto nella tua esperienza?<br \/>\n8. Com&#8217;\u00e8 il rapporto con altri ruoli professionali?<br \/>\n9. Come affronti il tema del fallimento terapeutico?<br \/>\n10. Sapresti indicare i principali bisogni formativi dell&#8217;intervento educativo con persone tossicodipendenti?<\/p>\n<p><strong>Un buon livello di qualificazione<\/strong><br \/>\nDalle risposte ricevute possono essere svolte molte riflessioni, di cui in questo articolo solo alcune troveranno rilevanza lasciando ad altri se lo vorranno ulteriori approfondimenti..<br \/>\nIn primo luogo una considerazione sui dati. Su 36 intervistati la met\u00e0 ha la qualifica di educatore professionale o laurea in Pedagogia\/Scienze dell&#8217;Educazione, la restante met\u00e0 ha una netta prevalenza di psicologi e solo una piccola parte (una decina) non hanno qualifiche professionali del settore. Ci\u00f2 segna una globale formazione nell&#8217;ambito istituzionale &#8211; almeno di queste comunit\u00e0 &#8211; e se pensiamo che di quella decina senza titolo la maggioranza sono operatori con una esperienza pi\u00f9 che decennale alle spalle ne esce un quadro di forte competenza professionale, almeno sulla carta. In questo in senso \u00e8 ulteriormente interessante il dato sull'&#8221;anzianit\u00e0 di servizio&#8221; nel settore delle tossicodipendenze (nella stessa comunit\u00e0 o in altre): 4 anni e mezzo di media per operatore, con punte non rare di 13, 15 anni.<\/p>\n<p><strong>Il lavoro educativo: una scelta prima di tutto per noi stessi\u00a0<\/strong><br \/>\nEntrando nel merito dei contenuti e affrontando la questione delle motivazioni, emerge con forza un dato che accomuna tutti coloro, in particolare gli educatori, che lavorano nel campo della relazione di aiuto: il piacere della relazione come potente spinta motivazionale alla scelta del lavoro, in questo caso con le persone tossicodipendenti. Se molti provengono dal volontariato o da esperienze di obiezione di coscienza, la motivazione principale \u00e8 la bellezza o la sfida, del lavoro di relazione. Pochissime risposte hanno un carattere idealistico, quale: &#8220;lo faccio per aiutare gli altri&#8221;; la consapevolezza che il lavoro educativo o di aiuto \u00e8 certamente una scelta civile ma in primo luogo una scelta per s\u00e9, una risposta a bisogni o desideri pi\u00f9 o meno inconsci, accomuna quasi tutte le risposte. Non potrebbe essere altrimenti: la motivazione ideale, ricca di istanze morali e cognitive, ha la necessit\u00e0 di reggere il confronto con le istanze affettive ed emotive del corpo che desidera o non desidera stare in rapporto con l&#8217;altro, col piacere relazionale che alimenta il rinnovarsi del desiderio e compensa la fatica e l&#8217;ansia del contenimento della sofferenza altrui.<br \/>\nPer quanto riguarda i contenuti specifici del lavoro educativo, anche qui vi sono sostanziali concordanze nell&#8217;identificare l&#8217;intervento educativo come un accompagnamento e un sostegno per un pezzo di vita di una persona in difficolt\u00e0, per cercare di mobilizzare le sue risorse e consentirgli di vivere meglio. I classici poli della riflessione pedagogica tra crescita dell&#8217;individuo e dimensione culturale (norme valori stili di vita) \u00e8 potentemente presente nelle risposte, sancendo a volte non una dialettica ma una antinomia. Da chi parla di accompagnamento fondato per far trovare all&#8217;individuo la sua strada, compresa quella della riduzione del danno, a chi parla della ristrutturazione della personalit\u00e0 (evidentemente modellata su valori, norme, modi di chi ha potere e sa qual \u00e8 la giusta via) la forbice \u00e8 grande. La maggioranza cerca per\u00f2 una dialettica tra i due poli, in maniera variegata e a volte confusa, in cui sostanzialmente l&#8217;idea \u00e8 che l&#8217;individuo tossicodipendente, per guarire dalla sua patologia, debba da una parte acquisire o riacquisire fiducia in s\u00e9 stesso e valorizzare le sua risorse, dall&#8217;altra sviluppare relazioni adattandosi o aderendo a vincoli sociali e culturali che gli possano consentire di muoversi nel mondo affrontando il disagio e la fatica che comunque la vita sempre pone.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;occasione data dalla quotidianit\u00e0\u00a0<\/strong><br \/>\nLa misura e lo strumento principale dell&#8217;intervento educativo \u00e8 la quotidianit\u00e0, riconosciuta da tutti gli operatori delle comunit\u00e0: quotidianit\u00e0 come allenamento a relazioni costruttive, come prova di s\u00e9, come occasione di elaborazione, come lento adattamento ai ritmi e agli stili della normalit\u00e0 sociale, come luogo di incontro, scontro e superamento dei conflitti, come luogo del fare per cambiare. Essa rappresenta il &#8220;setting&#8221; specifico dell&#8217;intervento educativo, strumento privilegiato per perseguire il cambiamento, spazio e tempo della strutturazione di norme, ruoli, modi di comunicazione ed elaborazione funzionali alla crescita del soggetto tossicodipendente e all&#8217;abbandono di pratiche di vita e risposte personali al disagio che lo hanno messo in forte difficolt\u00e0. Per contro, nessuna risposta ha messo in evidenza altri aspetti metodologici, quali ad esempio il progetto come strumento di intenzionalit\u00e0 e valutazione del lavoro. Probabilmente le due domande sul senso dell&#8217;intervento e sul fare hanno indirizzato le risposte sugli obiettivi e sulla praticit\u00e0 e non globalmente sugli strumenti. Peccato, perch\u00e9 sarebbe stato interessante sapere quanto le comunit\u00e0 terapeutiche lavorano per progetti, quali strumenti di osservazione, analisi del bisogno e valutazione per definire la qualit\u00e0 dei loro interventi.<br \/>\nPotente \u00e8 l&#8217;accento sulla necessit\u00e0 di competenze relazionali come fondamento dell&#8217;intervento educativo: l&#8217;ascolto, la lettura dei bisogni, fondare la fiducia, l&#8217;appartenenza, la partecipazione come modalit\u00e0 centrali della relazione educativa.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;educatore di fronte ai saperi forti<\/strong><br \/>\nLa domanda relativa alla differenza tra intervento psicoterapeutico ed intervento educativo ha trovato impreparati gli intervistati: nessuno si \u00e8 arrischiato &#8211; se non alcuni in maniera un po&#8217; confusa &#8211; ad analizzare teoricamente la differenza; molti non hanno risposto, oppure in modo molto generico hanno sottolineato una continuit\u00e0 che non chiarisce nulla in quanto non si capisce rispetto a quali ambiti e quali contenuti differenti tale continuit\u00e0 si sostanzi. In realt\u00e0 la confusione \u00e8 grande sotto il cielo del lavoro sociale e vi sono ambiguit\u00e0 profonde sui significati dell&#8217;intervento di aiuto e che riguardano in primo luogo le rappresentazioni istituzionali e culturali di ci\u00f2 che \u00e8 educativo o terapeutico. Non \u00e8 una novit\u00e0 la debolezza culturale, epistemologica e sociale, dell&#8217;educazione, una debolezza che \u00e8 spesso patrimonio comune anche di chi per mestiere fa l&#8217;educatore, che confonde rispetto ai propri presupposti teorici e rispetto al confronto con altri saperi pi\u00f9 forti. E&#8217; forse pi\u00f9 facile per tutti discriminare tra gli strumenti piuttosto che tra i contenuti, nel senso che i &#8220;setting&#8221; di intervento sono facilmente distinguibili e rigidamente differenziati, per cui se \u00e8 vero che entrambi gli interventi lavorano sul cambiamento, psichico e relazionale, della persona &#8211; cambiamento inteso come miglioramento delle sue condizioni esistenziali &#8211; e quindi sulle difficolt\u00e0 del soggetto nel suo rapporto con s\u00e9 stesso e la realt\u00e0, lo psicoterapeuta lo fa attraverso una significativa relazione con il paziente centrata sulla costante elaborazione delle rappresentazioni e dei significati interni che questi produce nella relazione e utilizzando il linguaggio verbale come strumento privilegiato di intervento; l&#8217;educatore gioca il processo di cambiamento su altri piani, in primo luogo cercando di rispondere a bisogni fondamentali della persona (identit\u00e0, autostima, autonomia, appartenenza, socialit\u00e0, rassicurazione) costruendo contesti normativi e relazionali non esclusivamente centrati sul linguaggio ma spesso sul &#8220;fare&#8221; che intervengono nell&#8217;organizzazione interna del soggetto a prescindere dalla consapevolezza o dall&#8217;elaborazione dei significati e dalle rappresentazioni che egli si d\u00e0, offrendogli modelli, stili, opportunit\u00e0 di vita che di fatto modificano i significati e le rappresentazioni che egli ha di s\u00e9. L&#8217;ambiguit\u00e0 tra i due interventi risiede nel concetto di cura, che appartiene ad entrambi gli ambiti, ma se \u00e8 chiaro che l&#8217;intervento terapeutico cerca di guarire o comunque ristabilire un compromesso rapporto del soggetto con la realt\u00e0, tale che gli ha dato un forte disagio, l&#8217;intervento educativo certamente non guarisce ma, quando \u00e8 interpellato nel campo dei servizi di aiuto, ugualmente cerca di ristabilire anch&#8217;esso, con altri strumenti , un equilibrio accettabile della persona in difficolt\u00e0. Certamente l&#8217;intervento educativo \u00e8 un lavoro sporco, per i setting meno strutturati, per i rischi di coinvolgimento emotivo (lavorare ore e ore insieme agli utenti &#8211; quello che a volte viene definito &#8220;maternage&#8221;), per le inconscie implicazioni ideologiche e culturali degli operatori , dei gruppi , delle istituzioni nelle quali gli educatori sono invischiati e che rischiano di non essere affatto controllate e gestite nelle relazioni asimmetriche &#8211; di potere &#8211; con gli utenti. Ma qualcuno lo dovr\u00e0 pur fare.<br \/>\nLa domanda circa i rapporti con gli altri ruoli ha trovato una pressoch\u00e9 unanime risposta positiva e forse, vista la sostanziale omogeneit\u00e0 dell&#8217;\u00e9quipe in senso psicosociale (educatori e psicologi) poteva essere un dato scontato. E&#8217; pi\u00f9 facile infatti riscontrare conflitti, nell&#8217;ambito delle dipendenze patologiche, tra il settore sanitario e quello psicosociale che non all&#8217;interno delle singole appartenenze epistemologiche. La positivit\u00e0 dello stato delle relazioni tra i ruoli nelle comunit\u00e0 terapeutiche non oscura per\u00f2 la complessit\u00e0 del lavoro di \u00e9quipe, individuato come uno dei bisogni formativi primari per gli operatori.<\/p>\n<p><strong>Il problema del fallimento<\/strong><br \/>\nIl tema del fallimento ha visto in assoluto la pi\u00f9 completa eterogeneit\u00e0 di risposte: da chi se lo vive come un esclusivo problema personale (dell&#8217;operatore) a chi lo riversa completamente sull&#8217;utente a chi lo giudica come una questione istituzionale e d&#8217;\u00e9quipe. Qui sembra emergere, proprio per la variet\u00e0 di risposte, una insufficiente elaborazione istituzionale del problema del fallimento, nel senso che nel contesto delle tossicodipendenze i servizi hanno un compito imprescindibile di non lasciar soli gli utenti e gli operatori di fronte al fallimento degli interventi terapeutici. La valutazione di una ricaduta, di un abbandono di un programma, \u00e8 sempre una questione istituzionale e tutti gli operatori devono averne consapevolezza. Riguarda infatti la validit\u00e0 o meno degli approcci relazionali, degli impianti normativi, delle risposte terapeutiche che un servizio mette in atto per aiutare una persona in difficolt\u00e0 e dunque non pu\u00f2 mai essere un esclusivo problema dell&#8217;utente, che sappiamo per definizione resistente alla cura, n\u00e9 tantomeno dell&#8217;operatore, che pure pu\u00f2 sbagliare, od essere insufficientemente preparato ad una relazione che pu\u00f2 essere faticosa e frustrante.<br \/>\nCome accennato, tra i bisogni formativi quello che di gran lunga viene identificato come una necessit\u00e0 forte \u00e8 l&#8217;approfondimento dei processi e delle dinamiche di gruppo e dei relativi corollari della gestione dei conflitti, della conduzione dei gruppi e della leadership. E&#8217; comunque molto variegata la richiesta dei bisogni formativi e spazia da aspetti di approfondimento della relazione educativa e terapeutica a questioni legate specificamente alla dipendenza patologica, quali il tema della doppia diagnosi, le nuove droghe, l&#8217;alcol e il gioco d&#8217;azzardo.<\/p>\n<p><strong>Non esiste una risposta valida per tutti gli utenti\u00a0<\/strong><br \/>\nPer fare qualche considerazione conclusiva, da operatore che lavora in un Ser.T. e quindi con le comunit\u00e0 terapeutiche lavora quotidianamente e non pu\u00f2 certamente avere uno sguardo oggettivo su quanto ha letto, la sensazione \u00e8 che queste comunit\u00e0 abbiano degli operatori globalmente preparati, a un discreto livello di consapevolezza della complessit\u00e0 e dell&#8217;impegno che necessita per affrontare un materia articolata e difficile come la dipendenza patologica e infine sufficientemente attrezzati per affrontare la diversit\u00e0 dei bisogni individuali che gli utenti pongono e i cambiamenti che sta attraversando il consumo di sostanze nella societ\u00e0. Il valore dell&#8217;intervento educativo nelle tossicodipendenze credo risieda proprio nella capacit\u00e0 di adattare e costruire risposte diversificate a seconda dei bisogni del soggetto: non tutti sono malati, non tutti guariscono, non tutti possono accogliere valori norme stili della normalit\u00e0 sociale. Chi crede di avere una risposta valida per tutti coloro che nella loro esistenza hanno incontrato i maniera distruttiva le sostanze credo si sbagli di grosso e finisca per alimentare una societ\u00e0 manichea in cui vi \u00e8 posto solo per i normali e per chi vuole o riesce a guarire; per gli altri rimane solo esclusione e morte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>HP in collaborazione con il CNCA ha distribuito agli operatori di alcune Comunit&agrave; dell&#8217;Emilia Romagna un questionario sull&#8217;intervento educativo nelle tossicodipendenze. 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