{"id":2893,"date":"2020-08-30T22:50:13","date_gmt":"2020-08-30T20:50:13","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2893"},"modified":"2025-10-08T10:18:59","modified_gmt":"2025-10-08T08:18:59","slug":"13-ripensare-le-politiche-pubbliche-e-il-ruolo-dei-servizi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2893","title":{"rendered":"13. Ripensare le politiche pubbliche e il ruolo dei servizi"},"content":{"rendered":"<p>di Raffaele Monteleone, docente di Politiche Sociali \u2013 Laboratorio di Sociologia dell\u2019azione pubblica \u201cSui generis\u201d, Universit\u00e0 degli Studi di Milano-Bicocca<\/p>\n<p>Sono davvero onorato di partecipare a questo primo incontro nazionale su come \u201cinventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza per donne con disabilit\u00e0\u201d. Cercher\u00f2 di prendere questo mandato in modo un po\u2019 laterale, discutendo di quello che so e vedo nel mio lavoro quotidiano di ricerca, che incrocia \u2013 purtroppo e con una certa frequenza \u2013 i punti di debolezza del sistema di presa in carico del nostro welfare.<br \/>\nMi ha molto colpito il fatto che il tema della violenza sulle donne con disabilit\u00e0, discusso e rappresentato dalle diverse voci che hanno contributo a questo dialogo molto fertile, emerga come un tema affatto specialistico, nel senso che le questioni che sono state poste hanno una portata assolutamente generale: costituiscono delle sfide con cui ripensare nel complesso le politiche pubbliche che cercano di dare risposte alle persone colpite non solo da disabilit\u00e0, ma \u2013 pi\u00f9 in generale \u2013 da forme di fragilit\u00e0 sociale.<br \/>\nIl tema della violenza sulle donne con disabilit\u00e0, di fatto, illumina questioni di interesse generale e temi che dovrebbero trovare collocazione all\u2019interno di un dibattito pubblico ampio e aperto.<br \/>\nCredo che sia necessario, innanzitutto, elaborare gli strumenti per riconoscere i problemi, nominarli e parlarne pubblicamente, di questo sentiamo tutti un gran bisogno. Penso infatti che la questione del riconoscimento pubblico di alcune delle questioni toccate sia centrale, perch\u00e9 permette di lavorare sulla costruzione di una cultura diffusa che sappia fare prevenzione della violenza e che renda la societ\u00e0 molto pi\u00f9 accogliente sul terreno dell\u2019inclusione delle persone con disabilit\u00e0. Diversi interventi hanno toccato questo punto, a partire da quello dell\u2019assessore Majorino, che ha sottolineato quanto sia importante costruire percorsi di formazione: oltretutto anche chi si occupa di violenza di genere e disabilit\u00e0 deve ripartire da capo, perch\u00e9 non \u00e8 certo che sia attrezzato \u2013 pi\u00f9 di tanto \u2013 a confrontarsi con la complessit\u00e0 delle situazioni; bisognerebbe, poi, immaginare percorsi di formazione rivolti alle famiglie, cos\u00ec come agli operatori, professionali e non, perch\u00e9 agire per contrastare forme di violenza sulle donne con disabilit\u00e0 vuol dire, per esempio, fare formazione rivolta ai famigliari di persone con disabilit\u00e0, che rischiano di conoscere la violenza all\u2019interno delle mura domestiche; in secondo luogo una questione cruciale \u00e8 la formazione di chi opera nel mondo dei servizi: bisognerebbe fare un grande sforzo, per cercare di sorpassare quella cultura dell\u2019autoreferenzialit\u00e0 dei professionisti che sono sistematicamente abituati (e addestrati) a operare su problemi complessi con forme di riduzionismo specialistico.<br \/>\nI problemi complessi, in quanto tali, richiederebbero forme di intervento non di tipo riduzionistico; questi problemi non sono trattabili in modo adeguato con quello che il sistema dell\u2019offerta attualmente \u00e8 capace di offrire e nemmeno con gli strumenti d\u2019intervento che ciascuno a livello operativo ha a disposizione o riconosce come concretamente disponibili.<br \/>\nI servizi un po\u2019 dappertutto (a nord come a sud) lavorano poi per competenze d\u2019intervento molto separate; questa separazione a volte si trasforma nel gioco dello <i>scarica barile<\/i>: \u201cse sei un disabile non certificato forse non devi parlare con me\u201d, \u201cse sei una donna vittima di violenza forse non devi parlare con me\u201d. Ma sappiamo, per esperienza, che quasi tutte le situazioni che prevedono degli interventi da parte dei servizi sono, nel caso delle donne con disabilit\u00e0 vittime di violenza (ma non solo), delle situazioni assolutamente al confine, molto poco standard nella loro ordinariet\u00e0. Ecco, le politiche pubbliche dovrebbero costruire contesti e strumenti per intervenire in modo personalizzato: non si possono assumere i punti di partenza delle persone come eguali perch\u00e9 non lo sono affatto, e questa oltretutto rappresenta una forma di discriminazione istituzionale.<br \/>\nSe vogliamo davvero parlare di <i>empowerment<\/i> e se c\u2019\u00e8 un punto da cui partire, \u00e8 quello di costruire sistemi di presa in carico che siano davvero orientati alla capacitazione degli individui. Di fatto, i sistemi istituzionali tipicamente sono incapacitanti, sottraggono capacit\u00e0, non riconoscono risorse pur presenti e non sanno costruire condizioni di integrazione e sinergia tra diversi interventi. Mi ricollego all\u2019intervento di Nadia Muscialini, \u00e8 bellissimo ci\u00f2 che ha detto: \u201cle organizzazioni dovrebbero essere dei mezzi per raggiungere dei fini\u201d, ma la cosa capita raramente, sembra piuttosto che le organizzazioni siano attivamente impegnate per non cambiare, presidiando i propri terreni e i propri confini, in cui si fanno sempre le stesse cose, magari sempre di pi\u00f9, perch\u00e9 quello che viene semmai richiesto \u00e8 di avere pi\u00f9 risorse per fare sempre le stesse cose al di l\u00e0 di una valutazione ragionevole su quello che producono. Dovremmo auspicare, invece, un cambiamento di mentalit\u00e0 (e di culture organizzative): gli operatori pubblici e privati, professionali e non dovrebbero ragionare sulle proprie organizzazioni concependole come mezzi e non come fini in s\u00e9, mettendo al centro la complessit\u00e0 delle vite delle persone che dovrebbero sostenere e supportare.<br \/>\nQueste sono alcune delle sfide che ho cercato di mettere insieme in modo rapido e che, invece, bisognerebbe imbastire e riordinare un po\u2019 in vista di un futuro incontro nazionale. Occorre capire fino a che punto siamo, come collettivit\u00e0, attrezzati per rendere i dettami della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilit\u00e0 un riferimento stringente per fare e valutare le politiche, in senso generale e nel caso in cui alle limitazioni derivanti dalla disabilit\u00e0 si aggiungano anche le fragilit\u00e0 legate alla violenza di genere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Raffaele Monteleone, docente di Politiche Sociali \u2013 Laboratorio di Sociologia dell\u2019azione pubblica \u201cSui generis\u201d, Universit\u00e0 degli Studi di Milano-Bicocca Sono davvero onorato di partecipare a questo primo incontro nazionale su come \u201cinventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza per donne con disabilit\u00e0\u201d. 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