{"id":2902,"date":"2020-08-30T23:24:10","date_gmt":"2020-08-30T21:24:10","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2902"},"modified":"2025-10-08T11:21:01","modified_gmt":"2025-10-08T09:21:01","slug":"2-sulla-propria-pelle-le-ragioni-di-un-laboratorio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2902","title":{"rendered":"2. Sulla propria pelle: le ragioni di un laboratorio"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Giovanna Di Pasquale<\/p>\n<p>Intervista a Luca Cenci e Tristano Redeghieri<\/p>\n<p><b>Come nasce il laboratorio<br \/>\n<\/b>L\u2019idea del laboratorio nasce dalla convinzione che il corpo sia uno dei maggiori strumenti per relazionarsi con gli altri. Essendo un insegnante Isef specializzato nell\u2019attivit\u00e0 motoria per bambini da 0 a 5 anni uso molto il corpo per relazionarmi con il bambino, proponendo giochi e attivit\u00e0 attraverso il contatto fisico. Nel lavoro che svolgiamo qui in Cooperativa Accaparlante, l\u2019obiettivo \u00e8 quello di \u201cportare fuori\u201d la disabilit\u00e0 non solo con contenuti teorici, ma attraverso il protagonismo attivo delle persone disabili. In questo senso \u00e8 fondamentale essere il pi\u00f9 possibile consapevoli del rapporto che si ha con il proprio corpo che, spesso, nella persona disabile \u00e8 un corpo non consono ai canoni riconosciuti e convenzionali. (T)<br \/>\nLa consapevolezza poi \u00e8 una conseguenza della conoscenza, senza conoscenza non si pu\u00f2 parlare di consapevolezza n\u00e9 tanto meno di accettazione. Avevamo l\u2019esigenza di capire, soprattutto per le persone pi\u00f9 giovani (all\u2019inizio il laboratorio era nato per loro) che rapporto avessero con il proprio corpo. Nel lavoro quotidiano infatti il corpo era nominato solo in funzione dell\u2019attivit\u00e0 di fisioterapia o per la gestione delle routines della vita quotidiana (lavarsi, vestirsi, mangiare..) (L)<br \/>\nLa presentazione del percorso non \u00e8 stata cos\u00ec difficile. Neanche noi sapevamo dove saremmo arrivati. Siamo partiti descrivendo l\u2019idea di fare un laboratorio sul corpo, anche in modo blando. Con il prosieguo del lavoro, nel gruppo si \u00e8 creato un clima di un certo tipo, un\u2019intimit\u00e0 di un certo tipo che ha dato vita a un ambiente protetto che ha reso possibile lavorare in profondit\u00e0 su tutto il resto. In questo senso la presentazione non \u00e8 stata una parte fondamentale perch\u00e9 siamo partiti sperimentando insieme a loro. Non abbiamo detto che avevamo gi\u00e0 degli obiettivi definiti da raggiungere o standard a cui uniformarci, abbiamo solo detto: iniziamo raccontando il nostro corpo poi vediamo fino a dove possiamo spingerci.(L)<br \/>\nAbbiamo presentato questo percorso cercando di fare capire quanto \u00e8 importante il corpo nella relazione, quanto si usa per relazionarsi con gli altri, facendo esempi tratti dalla quotidianit\u00e0. Uno degli obiettivi era quello di fare acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e di come lo si usa nei vari contesti, se e quanto lo si usa.<br \/>\nIl laboratorio sul corpo \u00e8 stato inevitabilmente un laboratorio con il corpo, in cui giochi, situazioni, ecc. venivano provati sulla propria pelle. \u00c8 stato una sorta di reincontro con il proprio corpo, corpo che \u2013 dalle parole delle persone coinvolte \u2013 non incontrano spesso.<br \/>\nNon l\u2019incontrano n\u00e9 lo conoscono. (T)<\/p>\n<p><b>Le aspettative<br \/>\n<\/b>Non avevo delle aspettative gi\u00e0 definite, il laboratorio \u00e8 stato costruito in base all\u2019andamento del percorso stesso, volta per volta decidevamo su cosa puntare cercando un collegamento fra gli incontri per dare continuit\u00e0 al percorso. Anche i partecipanti, per me, non si aspettavano niente di specifico per\u00f2 \u00e8 emersa da subito una grande curiosit\u00e0 per dove si sarebbe arrivati. Per molti aspetti la stessa cosa vale per noi.<br \/>\nQuando ci rendevamo conto che saltava fuori qualcosa di interessante, abbiamo cercato di seguirlo sempre nel rispetto dei tempi delle persone e facendoci aiutare anche da esperti L\u2019arma vincente di questo percorso \u00e8 stato il tempo lungo in cui \u00e8 stato articolato, tempo che \u00e8 stato dilatato quando gli elementi che emergevamo avevano bisogno di essere ripresi e approfonditi. Non si \u00e8 trattato di una lezione dopo l\u2019altra, ma di nuclei tematici che si sono sviluppati per tutto il tempo che noi, ma anche i partecipanti, abbiamo ritenuto necessario in funzione della rielaborazione di quanto avveniva negli incontri. Essere in un luogo protetto ci ha permesso di lavorare anche sull\u2019intimit\u00e0 del corpo. (T)<br \/>\nLe aspettative erano quelle che si hanno di solito quando cominciamo un laboratorio, perch\u00e9 quella sul corpo non \u00e8 l\u2019unica attivit\u00e0 laboratoriale che la Cooperativa propone. I partecipanti quindi si aspettavano di fare al mercoled\u00ec attivit\u00e0 incentrate s\u00ec sul corpo, ma sempre con lo stile e il metodo gi\u00e0 sperimentati da loro stessi in tanti altri laboratori.<br \/>\nDi diverso c\u2019era la curiosit\u00e0 verso una tematica totalmente sconosciuta soprattutto per le persone che abbiamo scelto di coinvolgere. La selezione non \u00e8 stata casuale, abbiamo molto riflettuto su chi coinvolgere per il lavoro che andavamo ad affrontare. Conoscendo molto bene il gruppo, ci siamo orientati verso i pi\u00f9 giovani e verso chi, tra i pi\u00f9 maturi ci sembrava avere pi\u00f9 blocchi in questa area.<br \/>\nAnche per quanto riguarda le mie aspettative mi sono sentito molto vicino a quelle del gruppo, ero molto curioso ma del tutto ignaro del potenziale che poteva avere un laboratorio di questo tipo e non mi aspettato certo di arrivare a trattare di temi personali, intimi e anche molto belli, che invece sono riusciti a emergere. (L)<\/p>\n<p><b>Il percorso<br \/>\n<\/b>Il laboratorio \u00e8 stato realizzato su tre anni con l\u2019obiettivo generale di lavorare sulla consapevolezza della percezione di s\u00e9. Conosco il mio corpo? Quanto lo conosco? Come lo uso nei vari contesti, se lo uso?<br \/>\nPer partire abbiamo chiesto aiuto a esperti, in particolare a un\u2019amica psicologa. Con lei ci confrontavamo su quanto, volta per volta, veniva fuori dagli incontri per mirare meglio gli incontri successivi. Questo monitoraggio ha permesso di individuare anche obiettivi specifici legati alla reale immagine di s\u00e9, al ruolo dello sguardo degli altri come mediatore nell\u2019immagine di s\u00e9. Ci siamo accorti che i pi\u00f9 giovani riportavano nelle parole con cui si descrivevano molto della visione dei genitori che, in alcuni casi, era molto lontana da quanto si vedeva nello specchio. Altro obiettivo specifico \u00e8 l\u2019uso del corpo in un contesto di lavoro o di attivit\u00e0 o nello sport.<br \/>\nLe persone con disabilit\u00e0 conoscevano molto bene il loro corpo dal punto di vista fisioterapico, cosa funziona, cosa non funziona ma non sapevano cosa fa piacere o non piacere sul loro corpo.<br \/>\nIl terzo anno abbiamo lavorato sul corpo come piacere e non piacere, come corpo capace di dare e ricevere piacere e benessere, per esempio attraverso il massaggio, il tocco con acqua calda e fredda, la memoria di gesti motori come \u201cstirarsi\u201d la schiena che possono essere rifatti anche nella quotidianit\u00e0 da soli o, se non si riesce, chiedendo aiuto a qualcuno.<br \/>\nUno degli esperti che hanno collaborato con noi in questo terzo anno ha detto una frase: \u201c\u00c8 lecito che io non mi muova ma \u00e8 lecito che qualcun altro mi muova, perch\u00e9 questo mi faccia stare bene\u201d. Questa frase l\u2019abbiamo poi ripresa tante volte nel corso del laboratorio.<br \/>\n\u00c8 stato un percorso legato alla consapevolezza e di conseguenza anche all\u2019autostima, perch\u00e9 il nostro corpo parla e non \u00e8 solamente usato. Negli scritti delle persone disabili seguiti agli incontri dedicati al massaggio questo corpo parlava del benessere che avevano provato, delle emozioni belle e positive che avevano provato. (T)<br \/>\nIl primo anno si \u00e8 trattato di giochi con il corpo: iniziamo giocando, proviamo a vedere come riesce a muoversi il nostro corpo, quello che possiamo fare e quello che non possiamo fare.<br \/>\nIl secondo anno \u00e8 stato molto incentrato sulla conoscenza del s\u00e9, dei limiti e delle possibilit\u00e0, ci\u00f2 che il mio corpo pu\u00f2 fare o non pu\u00f2 fare, sa fare o non sa fare. Avere un limite non significa non poter fare niente, su questo abbiamo costruito la parte finale del percorso cercando strategie e adattamenti, costruendo anche piccoli ausili in maniera semplice e giocosa che potessero aiutare a compiere gesti come portare una tazzina di caff\u00e8. La cosa pi\u00f9 difficile \u00e8 stata per tutti riconoscere i limiti e le difficolt\u00e0. Una volta preso atto di ci\u00f2, si \u00e8 potuto cominciare a ragionare su come si pu\u00f2 fare per raggiungere un obiettivo in un altro modo, un aspetto questo centrale nella disabilit\u00e0. Nel terzo anno abbiamo deciso di sperimentare ci\u00f2 che piace al mio corpo e ci\u00f2 che non piace, attraversando il tema del piacere e dei rapporti fra corporeit\u00e0, emozionalit\u00e0, sessualit\u00e0. Spesso in famiglia o nelle strutture i momenti dedicati al corpo sono frettolosi o meccanicamente finalizzati al lavarsi, mentre noi sappiamo che una doccia, ad esempio, \u00e8 anche un momento di rilassamento, benessere in cui scelgo quanto stare sotto l\u2019acqua, la temperatura, ecc. Ecco queste scelte spesso non sono possibili per le persone disabili.<br \/>\nQuesto ultimo anno \u00e8 stato quello pi\u00f9 delicato dal punto di vista emotivo perch\u00e9 parlando di piacere si \u00e8 arrivati a parlare di cose molto personali in un clima intimo e protetto dove si poteva parlare senza la paura di essere giudicati. Un ragazzo che ha una disabilit\u00e0 acquisita, dopo alcuni massaggi ha cominciato a raccontare di quando da bambino ha iniziato a perdere l\u2019uso delle gambe. \u00c8 un avvenimento di tanto tempo fa e questo ragazzo che lavora con noi da parecchi anni non aveva mai parlato francamente di quel passaggio delicatissimo per lui. Un\u2019altra ragazza per la prima volta ha voluto parlare della sua unica esperienza sessuale vissuta a vent\u2019anni, questo per lei \u00e8 stato non solo importante ma anche, sono le sue parole, \u201cbellissimo che mi sia tornata in mente quell\u2019emozione\u201d.<br \/>\nC\u2019era chi il primo anno faceva fatica ad accettare il contatto con noi ma anche il contatto con il proprio corpo, che in alcuni casi coincideva con la carrozzina. In un\u2019attivit\u00e0 fatta davanti allo specchio in cui descrivere il proprio corpo, molti parlavano di un tutto unico: io sono seduto sulla mia carrozzina, la carrozzina \u00e8 il mio corpo. Fondamentale invece distinguere e separare, imparare e sperimentare che si hanno le gambe, la schiena, i piedi che per molti dei partecipanti erano parti del corpo completamente sconosciute.<br \/>\nUna delle ragazze pi\u00f9 giovani che era venuta in Cooperativa con l\u2019obiettivo di scrivere sui film, sull\u2019arte, sulle cose che pi\u00f9 la interessavano non voleva essere coinvolta in nessuna attivit\u00e0 che comportasse il contatto corporeo. \u00c8 entrata, quindi, in questo laboratorio con moltissime remore e preoccupazioni. L\u2019ultimo anno era lei che richiedeva di essere tolta dalla carrozzina e messa a terra e aveva fiducia in come gli altri si avvicinavano a lei, anche perch\u00e9 la sua maggiore consapevolezza le permetteva di guidare e di indicare come fare gli spostamenti e i movimenti.<br \/>\nQuesto anche in una prospettiva di vita adulta pu\u00f2 significare essere capace di dare indicazioni a figure esterne alla famiglia su come gestire i momenti fondamentali della quotidianit\u00e0. (L)<\/p>\n<p><b>Il ruolo dei conduttori<br \/>\n<\/b>Io ero molto in difficolt\u00e0 nell\u2019ultimo anno al momento della condivisione. Il livello di profondit\u00e0 toccato ha messo in moto in noi conduttori una sorta di attesa implicita di dover andare sempre pi\u00f9 in profondit\u00e0. Era come se non ci bastassero commenti generici ma avessimo bisogno di riflessioni e descrizioni sempre pi\u00f9 dettagliate. Un\u2019aspettativa sbagliata, come ho capito a posteriori, che andava a contrastare il rispetto dell\u2019intimit\u00e0 di ciascuno, il nostro essere persone che hanno voluto condividere emozioni anche forti ma che hanno diritto di scegliere quando fermarsi, e di dire tanto ma non tutto. Questo limite rafforza e non indebolisce la qualit\u00e0 della relazione nel gruppo in quel contesto.<b><br \/>\n<\/b>Per noi il ruolo dell\u2019educatore \u00e8 quello di proporre delle possibilit\u00e0 che si possono sperimentare anche fuori di qui, ma questo sta alla persona, alla sua famiglia, al contesto che c\u2019\u00e8 intorno, ai servizi. Soprattutto sta all\u2019individuo andarsele a prendere queste possibilit\u00e0. Ovviamente questo pu\u00f2 spaventare anche molto, le famiglie in primis, ma anche le persone con disabilit\u00e0 stesse che vengono a chiedere: \u201cMa perch\u00e9 dobbiamo parlare del piacere del corpo quando fuori di qui questo piacere non lo sperimentiamo mai?\u201d.<br \/>\nQuesta \u00e8 una delle parti che pi\u00f9 mi ha messo in difficolt\u00e0. (L)<br \/>\nIo avevo un\u2019aspettativa alta verso le persone \u201cpi\u00f9 vecchie\u201d che vengono qui da pi\u00f9 tempo, di loro non mi bastava il dire un s\u00ec o un no ma cercavo di tirare fuori le loro motivazioni sul fatto che una determinata cosa fosse bella o brutta, e per questo facevo a volte domande troppo dirette. La paura \u00e8 stata quella di superare il limite nonostante pensassi molto prima di chiedere ancora. Mi rendo conto adesso che avevo bisogno di capire se questo percorso avesse smosso qualcosa in loro, perch\u00e9 a volte mi sembra che siano abituati a dire va tutto bene o va tutto male, ma faticano a esprimere i motivi interni di questo pensiero. Queste difficolt\u00e0 sono state per\u00f2 anche quelle che hanno portato le maggiori soddisfazioni, sentire le persone contente ed emozionate per aver fatto emergere, anche attraverso l\u2019aiuto delle domande che facevo, sensazioni nascoste o dimenticate mi ha dato una grande soddisfazione. Siamo riusciti perch\u00e9 ci siamo dati i giusti tempi per la rielaborazione e perch\u00e9 nessuno \u00e8 stato mai obbligato a parlare. Abbiamo condiviso il tempo del silenzio e l\u2019imbarazzo che spesso ne nasce. Anche questo per me \u00e8 stato utile perch\u00e9 l\u2019imbarazzo \u00e8 un\u2019emozione viva.<br \/>\nUn altro aspetto difficile per me \u00e8 stato pensare che stavamo percorrendo un terreno di esperienze che fuori, nella vita di tutti i giorni, non trovano spazio o non vengono recepite. Mi sono domandato spesso \u201cE adesso cosa succede? Fuori di qui cosa succede? Creo pi\u00f9 frustrazione o pi\u00f9 giovamento?\u201d. E infatti questo \u00e8 stato uno degli argomenti con i genitori, affinch\u00e9 non fosse un percorso solo fine a se stesso. (T)<\/p>\n<p><b>Il coinvolgimento delle famiglie<br \/>\n<\/b>Durante gli incontri del laboratorio le famiglie sapevano, ma non sono state direttamente coinvolte. Lo sapevano dalle richieste che facevamo loro rispetto all\u2019abbigliamento pi\u00f9 adatto o altre cose simili di tipo pratico, lo sapevano da quello che i loro figli raccontavano tornando a casa. Erano molto curiosi e quasi in attesa di sapere&#8230; Ci \u00e8 sembrato giusto quindi coinvolgere in un qualche modo anche loro.<b><br \/>\n<\/b>Alla fine c\u2019\u00e8 stato un momento, importante, di restituzione dell\u2019esperienza nella globalit\u00e0 per comprendere meglio insieme cosa \u00e8 stato questo percorso che ha fatto tornare a casa i loro figli a volte esaltati, sempre molto coinvolti emotivamente.<b> <\/b>Abbiamo raccontato loro cosa succedeva in quella stanza un po\u2019 misteriosa dove il gruppo si trovava e lavorava per tre ore. Un racconto non semplice e non lineare perch\u00e9 dare voce ad attivit\u00e0 che muovono sensazioni ed emozioni \u00e8 molto difficile. <b><br \/>\n<\/b>Nel laboratorio poi sono emersi ricordi e racconti molto intimi e anche dolorosi o emozionanti; questo \u00e8 potuto accadere per il clima intimo e la promessa di riservatezza che era implicita. Nel raccontare ai genitori, quindi, abbiamo voluto rispettare questo tratto e abbiamo scelto insieme alle persone disabili cosa dire e restituire ai genitori, e anche a un pubblico pi\u00f9 grande come possono essere i lettori di una rivista e cosa invece continuare a tenere protetto. Anche da parte dei genitori nell\u2019ascolto delle parole dei loro figli o nella visione di alcuni spezzoni di attivit\u00e0 c\u2019\u00e8 stato grande coinvolgimento e grande commozione, un rispetto direi, nell\u2019impatto con un\u2019immagine anche inedita delle persone che sono i loro figli. (L)<br \/>\nLa scelta di non coinvolgere direttamente i genitori \u00e8 stata anche dovuta dalla necessit\u00e0 di non farsi mettere dei paletti in maniera anticipata. Come gi\u00e0 si \u00e8 detto, per noi il ruolo di educatori \u00e8 legato a costruire pi\u00f9 occasioni possibili con e per le persone, una sorta di palestra dove provare direttamente in prima persona per poi, se si vuole e si riesce, continuare nella quotidianit\u00e0.<br \/>\nCon questa scelta le persone con disabilit\u00e0 sono state protagoniste anche nel racconto con i propri genitori, hanno deciso se avevano voglia di raccontare e, quando lo hanno fatto, \u00e8 stato con le loro parole. \u00c8 stato anche un modo di rinnovare la relazione con i genitori con argomenti nuovi che toccano la dimensione del corpo e anche l\u2019essere adulti, le scelte, gli imbarazzi, le emozioni. (T)<\/p>\n<p><b>Pensieri per non concludere<br \/>\n<\/b>Tempo e continuit\u00e0: il tempo del laboratorio era <i>sacro<\/i>. Nonostante i mille altri impegni o richieste, il mercoled\u00ec mattina tutto il gruppo era al laboratorio, punto. Non esisteva niente che potesse intralciare. Non mettere pause in mezzo \u00e8 stato fondamentale per non rompere quella sorta d\u2019incantesimo costruito settimana per settimana.<br \/>\nUn percorso come questo tocca corde molto sensibili: \u00e8 d\u2019obbligo farsi aiutare da chi \u00e8 esterno e da chi ha competenze pi\u00f9 specifiche. Noi siamo educatori con una formazione di un certo tipo, dentro al laboratorio gli esperti non c\u2019erano ed eravamo noi due a gestire questo turbinio di sensazioni ed emozioni. C\u2019era paura, e c\u2019era anche la voglia di poter dare risposte, ma noi non siamo tuttologi. Non \u00e8 un\u2019esperienza che puoi fare senza il supporto di altri pi\u00f9 specializzati e senza una rete di confronto esterna data dai colleghi e dalla supervisione.<br \/>\nNoi come Cooperativa lavoriamo molto sul ruolo attivo della persona con disabilit\u00e0. Ma il corpo ha veramente un ruolo quando io sono con me stesso e con gli altri? Ne parliamo tanto ma poi dobbiamo anche utilizzarlo questo corpo. Un\u2019attivit\u00e0 molto bella \u00e8 stato quando nell\u2019ultimo incontro le persone disabili hanno assunto il ruolo di massaggiatori e ci hanno massaggiato con tutte le loro difficolt\u00e0 e con modi personalizzati per riuscire a farlo.<br \/>\nDopo tre anni di percorso c\u2019erano quelle condizioni di fiducia nell\u2019altro e di confidenza nel proprio corpo per cui \u00e8 stato possibile per le persone disabili assumere un ruolo attivo nel dare piacere agli altri e provare per questo grande soddisfazione. Anche il corpo disabile pu\u00f2 avere un ruolo attivo nella relazione con gli altri, relazione che ci ha fatto vivere l\u2019esperienza rara e preziosa di essere alla pari da un punto di vista esistenziale per il coinvolgimento emotivo che, al di l\u00e0 dei ruoli professionali e istituzionali, ha toccato tutti noi. (T) (L)<b><\/b><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura di Giovanna Di Pasquale Intervista a Luca Cenci e Tristano Redeghieri Come nasce il laboratorio L\u2019idea del laboratorio nasce dalla convinzione che il corpo sia uno dei maggiori strumenti per relazionarsi con gli altri. 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