{"id":2974,"date":"2020-08-31T03:05:49","date_gmt":"2020-08-31T01:05:49","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2974"},"modified":"2025-09-23T11:19:05","modified_gmt":"2025-09-23T09:19:05","slug":"7-lesperienza-degli-autori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2974","title":{"rendered":"7. L\u2019esperienza degli autori"},"content":{"rendered":"<p>Diceva Calvino che \u201cl\u2019arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si \u00e8 capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s\u2019accorge che quel che si sapeva \u00e8 proprio un nulla\u201d.<br \/>\nEcco, quindi, che lo scrittore non \u00e8 colui che pu\u00f2 insegnare qualcosa ma semplicemente qualcuno che, pi\u00f9 consapevolmente, riconosce di non conoscere e, scrivendo, tenta di porvi rimedio.<br \/>\nAd alcuni autori, scrittori e illustratori, abbiamo chiesto di raccontare il loro rapporto con la narrazione e la rappresentazione. Il come, appunto, si pu\u00f2 raccontare ai bambini e ai ragazzi la realt\u00e0 che ci circonda<\/p>\n<p><strong>7.1. Le parole giuste<br \/>\n<\/strong>di Arianna Papini, scrittrice, artista, docente, arteterapeuta<\/p>\n<p>I miei tre principali mestieri sono accolti dai libri che scrivo e illustro. L\u00ec le storie che incontro come terapeuta, le immagini che nascono tra le mie mani di artista e le parole non dette ma indelebili nella mia mente di scrittrice entrano in contatto tra loro e creano, al di l\u00e0 di quello che posso decidere razionalmente. Perch\u00e9 i temi ci chiamano. La vita ci pone di fronte a essi quando meno ce l\u2019aspettiamo.<br \/>\nSpesso tali temi, cosiddetti difficili, portano le persone di tutte le et\u00e0 a varcare la soglia del mio studio di arteterapia, a chiedere aiuto, quasi fossi un\u2019isola in mezzo al mare in tempesta. Cos\u00ec mi sento per i miei pazienti e cos\u00ec, a mio parere, devono essere anche i libri. L\u00ec dobbiamo poter incontrare le nostre storie e trovare definizione di eventi indicibili che ci annientano, tanta \u00e8 la loro forza ardente, ci portano via, distolgono la nostra creativit\u00e0 dalla strada immensa del fare per proiettarci, a volte, verso quella del distruggere.<br \/>\nL\u2019arteterapia ci dona strumenti per costruire sempre, usare le mani, il corpo, i sensi in modo creativo cos\u00ec da andare oltre e rinominare l\u2019accaduto. Spesso quando conduco grandi gruppi inizio leggendo un buon libro per bambini, quindi un libro senza et\u00e0, in cui gli adulti possano ritrovarsi e incontrare gli altri, rendere poetico ci\u00f2 che proprio non lo \u00e8, tradurre eventi in immagini, esattamente come accade con la terapia non verbale nel momento in cui lavoriamo con i materiali artistici.<br \/>\nLa stanza, quando vi si condivide un buon libro, diventa densa. Le parole e le immagini di alta qualit\u00e0 artistica e letteraria creano percorsi bellissimi e dunque accettabili, poich\u00e9 la bellezza \u00e8 linguaggio universale e inter-et\u00e0. Gli sguardi commossi, le guance arrossate di chi ascolta e pende dalle tue labbra creano ponti affettivi indelebili, preziosissimi. Condividere la lettura \u00e8 un\u2019opportunit\u00e0 grande, colma di senso.<br \/>\nCi\u00f2 che giunge continuamente ad adulti e bambini \u00e8 una serie di informazioni poco affettuose, che vanno dritto al motivo per cui sono erogate, pensiamo alla pubblicit\u00e0 ad esempio. \u00c8 utilizzato fortemente l\u2019accento didascalico, tu devi fare questo perch\u00e9 \u00e8 bene per te e avrai cos\u00ec in cambio qualcosa. Tale messaggio \u00e8 terribile. Abitua al pensiero che le cose vadano fatte e comprate con l\u2019aspettativa di un ritorno visibile, concreto. La vita per fortuna non \u00e8 cos\u00ec. Ci\u00f2 che abbiamo di pi\u00f9 prezioso non ci siamo accorti di quando ci \u00e8 stato dato, sono doni in natura, percorsi comuni, condivisioni di senso, di spazio e di tempo. Comprendiamo quanto preziosi siano solamente quando ci vengono a mancare e il nostro dovere, come terapeuti, \u00e8 quello di essere grandi lenti d\u2019ingrandimento per i pazienti, cos\u00ec che possano concretamente osservare quanto siano ricchi.<br \/>\nLa dimostrazione di quanto il falso segnale di scambio oggetto-felicit\u00e0 sia deleterio \u00e8 l\u2019osservazione dell\u2019infelicit\u00e0 costante in cui vivono persone che lo perseguono, che spesse volte finiscono in un turbine di compulsivit\u00e0 legato all\u2019alimentazione, al gioco o all\u2019acquisto di oggetti inutili. E ancora, quanto ci si senta ricchi appena usciti da un\u2019esperienza di volontariato, quando non siamo pagati per niente, ci dice molto sulla falsit\u00e0 del suddetto precetto.<br \/>\nIn controtendenza il libro, quando \u00e8 bello, non \u00e8 mai didascalico. Invita a un percorso che per forza \u00e8 lento, altrimenti non potrebbe essere letto o ascoltato. L\u2019invito \u00e8 opzionale e di ampia interpretazione. Il nostro linguaggio \u00e8 cos\u00ec sfaccettato\u2026 Molte parole hanno pi\u00f9 di un significato e nella poesia questo \u00e8 accentuato incredibilmente, per non parlare delle immagini. Ci\u00f2 che l\u2019autore desidera comunicare \u00e8 elevato all\u2019ennesima potenza e prende strade diversificate e misteriose, andando a sondare ci\u00f2 di cui l\u2019autore stesso non ha tenuto conto. Accade quindi che leggendo ad alta voce un proprio scritto e osservando chi ascolta si aprano nuove strade interpretative allo scrittore stesso che trova, attraverso la condivisione del libro, significati nuovi e allo stesso tempo antichissimi, profondamente radicati nella propria storia.<br \/>\nSpesso sento dire che un libro contiene un messaggio troppo difficile o duro per i bambini. \u00c8 un tema importante questo, che riguarda la fiducia che noi, operatori della crescita, abbiamo nei piccoli di cui ci occupiamo. Io ho estrema fiducia nelle persone, quando poi sono ancora piccole hanno sempre una capacit\u00e0 immensa di comprendere ci\u00f2 che accade. Assisto alla loro frustrazione, poich\u00e9 i temi che hanno ben presenti non sono svolti dagli adulti come da loro richiesto. La nascita, la morte, la guerra, il dolore giungono ai bambini in modo diretto e spesse volte cruento, ma \u00e8 difficile che gli adulti si impegnino nel trovare le parole giuste, poich\u00e9 sono ossessionati dal dover dimostrare di saper spiegare.<br \/>\nSappiamo bene che dove la scienza non arriva nascono l\u2019arte, la musica, il sogno, la spiritualit\u00e0. Dunque non sapere rappresenta una grande opportunit\u00e0 creativa. Ma l\u2019adulto perde coscienza di questo, poich\u00e9 l\u2019essere umano nasce attento ma cresce distratto.<br \/>\n\u00c8 inutile voler spiegare l\u2019inspiegabile o cercare di essere forti nel sostenere il dolore dei bambini, che evidentemente \u00e8 insopportabile anche per chi lo accoglie per mestiere, oppure cercare di distrarli da un pensiero perch\u00e9 non sappiamo affrontare il loro tema, troppo doloroso per noi. Quando un bambino, fissandoci negli occhi, ci chiede dove sia il suo zio ora che \u00e8 morto o da dove sia nata la sua sorella o ancora perch\u00e9 il suo gatto si sia ammalato anche se \u00e8 tanto buono, credo che si debba abbandonare l\u2019idea di spiegare e che l\u2019unica via sia quella di condividere le sane, difficili curiosit\u00e0 tornando bambini, dando nome e colore alla via comune del racconto, che appartiene alla vita e come tale \u00e8 sempre molto prezioso<\/p>\n<p><strong>7.2. Pesi massimi e segni leggeri<br \/>\n<\/strong>di Federico Appel, illustratore<\/p>\n<p>Come illustratore, con il mio tratto che prova il pi\u00f9 delle volte a essere leggero e surreale e ironico, affrontare i cosiddetti temi difficili non \u00e8 semplice. Anzi, posso dire che in ogni lavoro che mi \u00e8 stato commissionato, ho sempre provato a svicolare dalla rappresentazione diretta del dramma. Nel romanzo Muschio di David Cirici, che \u00e8 stato da poco pubblicato da Il Castoro, e che racconta la storia di un cane alle prese con la guerra, ho provato in ogni illustrazione a deviare l\u2019attenzione dal dramma verso particolari secondari e ho preferito rappresentare, anzich\u00e9 l\u2019azione principale e pi\u00f9 spettacolare, momenti marginali ma che potevano fornire una chiave inedita per leggere la storia.<br \/>\nMa \u00e8 anche vero che quest\u2019operazione non sempre \u00e8 possibile. In Pesi Massimi, ad esempio, che ho scritto e illustrato, \u00e8 successo che il tema difficile sia comparso anche quando ho provato a eluderlo. Anzi: quando mi sono prefisso di raccontare storie di sport e razzismo, mi ero prefisso anche di non cedere a una fantomatica retorica e di provare a mantenere inalterata la mia voglia di ironia. Cos\u00ec, anche quando ho raccontato momenti drammatici di esclusione o di segregazione, ho sempre provato, nelle illustrazioni di quel libro a fumetti, a inserire nelle immagini elementi incongrui, per strappare un sorriso ma anche e soprattutto per punzecchiare l\u2019intelligenza. Cos\u00ec \u00e8 uscito fuori un Mickey Mouse tra i prigionieri dello stadio di Santiago del Cile, oppure un pavone posato sulle spalle di Arthur Ashe che annuncia al mondo di essere sieropositivo. Avevo cio\u00e8 paura dei momenti difficili e paura che il mio disegno poco accademico e molto selvaggio non avesse spalle abbastanza larghe per sorreggere la complessit\u00e0. Invece poi, a lavoro finito, ho visto che il tema difficile e complesso e ricco di sentimento usciva fuori comunque, a prescindere dal mio disegno. Anzi, ho notato, o scoperto, che i sotterfugi ironici che ho usato in taluni casi, nella loro bizzarria, sono riusciti ad amplificare la potenza espressiva del tema. Ed ecco che sono usciti fuori momenti commoventi (la morte di Luz Long ad esempio), efficaci, nonostante la mia riottosit\u00e0 ad affrontare il sentimento. A riprova, se vogliamo, che una storia bella, se raccontata senza troppi artifici, ha bisogno solo di un onesto raccontatore che la rilanci, per portare fuori tutto quello che contiene.<br \/>\nAllo stesso modo, nel recente La leggenda di Zumbi l\u2019immortale, scritto da Fabio Stassi e da me fumettato, mi sono trovato ad affrontare una storia piena di uccisioni, ingiustizie cosmiche e apparentemente senza soluzione, sofferenza. Stavolta, un po\u2019 pi\u00f9 sicuro forse delle mie possibilit\u00e0 espressive, ho cercato un tratto pi\u00f9 drammatico, forse un po\u2019 pi\u00f9 adulto, ma sono anche riuscito (in maniera per me soddisfacente) a integrare il dramma con un po\u2019 di ironia razionale, cos\u00ec che la storia di Zumbi, primo schiavo ribelle e supereroe ante litteram, acquistasse forza e leggerezza, avesse sentimento ma anche divertimento e anzi ognuno di questi elementi fosse complementare alla forza dell\u2019altro. Provare, cio\u00e8, a opporre alla realt\u00e0, difficile e dura, un ottimismo della volont\u00e0, ironico e leggero. Un po\u2019 come accade ad esempio in Miracolo a Le Havre, splendido film di Aki Kaurismaki che parla di emigrazione e sofferenza con la leggerezza di una favola e con un\u2019ironia veramente irresistibile.<\/p>\n<p><strong>7.3. Offrire ai bambini la variet\u00e0 delle differenze<br \/>\n<\/strong>di Grazia Verasani, scrittrice<\/p>\n<p>Io penso che i bambini siano dei detective naturali.<br \/>\nPenso cio\u00e8 che sappiano molte cose ancora prima che gliele si spieghi.<br \/>\n\u00c8 un istinto. Il terreno vergine di una sensibilit\u00e0 che assorbe in grande quantit\u00e0 e che sa andare al nocciolo, stupendoci spesso, anche per quell\u2019essenzialit\u00e0 che nei bambini \u00e8 un talento innato.<br \/>\nIl bambino chiede. E l\u2019imbarazzo, a volte, \u00e8 solo nostro. Ci arrabattiamo a cercare risposte che non siano complesse e che non li confondano o danneggino. Ma io credo che i bambini, sotto sotto, ridano di noi e dei nostri teatrini. A questo proposito, mi viene in mente un episodio della mia infanzia.<br \/>\nAvevo dieci anni e mi svegliai in piena notte sentendo il trillo del telefono in corridoio, la voce di mia madre che rispondeva e poi scoppiava a piangere.<br \/>\nIl giorno dopo, mio padre non sapeva come dirmi che il nonno era morto quella notte. Mi fece sedere con aria solenne, mi prese le mani ed ebbe inizio il rituale. Avrei potuto fermarlo, dirgli: \u201cGuarda che lo so gi\u00e0 che il nonno \u00e8 morto\u201d. Invece mi misi a piangere perch\u00e9 quella era la reazione che ci si aspettava da me. Questo per dire che i bambini incamerano le nostre ipocrisie, le fiutano a distanza, sono imitativi, fiduciosi, ma non sono stupidi. Il bello \u00e8 che, pur metabolizzando in fretta le <i>regole<\/i>, le infrangono con il gioco, strumento per eccellenza di sdrammatizzazione, di irriverenza, e di amor proprio difensivo. Evitare argomenti come la morte o il dolore \u00e8, a mio parere, l\u2019illusione di offrire loro un riparo impossibile. Aggiungo che, anche se forse \u00e8 una banalit\u00e0, i bambini che crescono con qualche animale hanno molte pi\u00f9 <i>chance<\/i> di accettare la morte come un evento naturale. Se la trovano di fronte come un fatto doloroso ma incontrovertibile, e in un certo senso <i>democratico<\/i>. E anche l\u00ec, il funerale di un gatto o di un cane, svolge un ruolo di rappresentazione onoraria, di rispetto della vita, e quindi della morte, sempre a patto che non ne venga sminuita o ridicolizzata l\u2019importanza.<br \/>\nSono le parole che si usano, a contare. L\u2019attenzione e la cura delle parole. La difficolt\u00e0 maggiore credo sia questa.<br \/>\nTrovare un modo intelligente, delicato, o anche surreale e divertente, per aprire tutte le finestre a disposizione, morte e dolore compresi, senza tab\u00f9 o infingimenti. Dando alla commozione un valore liberatorio, e non trattandola come un segno di debolezza. Dimostrando cio\u00e8 che la fragilit\u00e0 non \u00e8 un difetto, anzi, \u00e8 la nostra vera forza. Perch\u00e9 possiamo condividerla, e quindi consolarcene. Perch\u00e9 siamo tutti umani e fallibili, e la vita \u00e8 pi\u00f9 ampia di una gara a chi perde e chi vince, e non c\u2019\u00e8 manicheismo che tenga. Credo sia importante parlare della sconfitta in termini <i>leggeri<\/i>, per evitare anche quell\u2019ansia da prestazione che vedo in tanti adolescenti e di cui ho parlato nel mio ultimo libro (<i>Senza ragione apparente<\/i>, Feltrinelli, 2015)<br \/>\nMa io non sono un educatore. Sono solo una che, se avesse avuto dei figli, gli avrebbe fatto leggere Rodari. O libri come <i>La nonna addormentata<\/i> di Roberto Parmeggiani che ho trovato bellissimo. E avrei lasciato che la fantasia la facesse da padrona. Perch\u00e9 stimolarla \u00e8 il pi\u00f9 grande regalo che si possa fare a un bambino. Io in questo senso sono stata davvero fortunata, ho avuto Antonio Faeti come maestro elementare: ci faceva disegnare in classe fumetti e a me regal\u00f2 un quaderno da usare come diario (il primo di una lunga serie).<br \/>\nIn sintesi, penso che occorra offrire ai bambini la variet\u00e0 delle differenze (la realt\u00e0 \u00e8 un incontro di opposti), delle scelte possibili che poi saranno solo loro. Ma mostrargliele tutte. Senza tab\u00f9, dogmi, rigidezze, pregiudizi. Del resto, ci si libera della paura solo sapendo che esiste, e non rimuovendola. E presentando ai bambini i modelli migliori, cio\u00e8 adulti che ogni tanto si tolgono le maschere.<\/p>\n<p><strong>7.4. Zio, perch\u00e9 scrivi?<br \/>\n<\/strong>di Roberto Parmeggiani, scrittore<\/p>\n<p>Durante un pranzo domenicale in famiglia, mia nipote Chiara, quattordicenne, all\u2019improvviso mi chiede, un po\u2019 stupita, un po\u2019 inorridita: ma zio, perch\u00e9 scrivi? Cio\u00e8 perch\u00e9 ti piace tanto scrivere?<br \/>\nIn quel momento, colto alla sprovvista, ho fatto fatica a rispondere, ho balbettato qualcosa poi ho cambiato discorso. Quella domanda, per\u00f2, come spesso capita con le cose importanti, mi \u00e8 rimasta attaccata, anzi si \u00e8 messa in contatto con il bambino che ero e che, a scuola, non riusciva a scrivere pi\u00f9 di una riga per mancanza di idee e che forse, cos\u00ec come mia nipote, si meritava una risposta.<br \/>\nQuella risposta, oggi, mi sembra possa servire anche a tentare di rispondere alle domande che ci siamo poste in questa monografia. Come scrittore, infatti, ritengo che prima del chiedersi come sia possibile raccontare temi definiti difficili ai bambini si debba aver chiaro il motivo che ci spinge a scrivere, a usare cio\u00e8 le parole come principale mezzo di relazione. Sono convinto, ancora, che sia proprio nella motivazione del perch\u00e9 che possiamo trovare anche la risposta del come.<br \/>\nEcco, allora, la risposta che ho condiviso con mia nipote.<\/p>\n<p>Cara Chiara,<br \/>\nho avuto bisogno di un po\u2019 di tempo per chiarirmi le idee ma adesso posso rispondere alla tua domanda. Posso finalmente dirti perch\u00e9 ho deciso di dedicare tanto tempo alle parole e di fare della scrittura il mio lavoro.<br \/>\nDei tanti motivi a cui ho pensato, ne ho scelti tre. Non so se sono i pi\u00f9 importanti o i pi\u00f9 significativi, di certo sono quelli che in questo momento mi contraddistinguono maggiormente.<\/p>\n<p><b>Primo, scrivo per costruire luoghi<br \/>\n<\/b>Scrivo per costruire luoghi dove i lettori possano smarrirsi, dove non abbiano paura di perdersi e, anzi, dove desiderino farlo. Perdersi per incontrarsi di nuovo, per scoprire qualcosa di loro che ancora non conoscono e che riesca a svelare ai loro occhi un aspetto che prima era incosciente, sommerso, qualcosa che causava vergogna, per esempio, perch\u00e9 percepita come diversa dal normale e che fino a quel momento, magari, avevano rifiutato. Un luogo dove le persone, e io per primo, possano passeggiare, sedersi, mangiare, incontrarsi, condividere; dove sia possibile identificarsi e trovare un legame tra quello che il lettore vive, la sua esperienza personale, e la storia raccontata nel libro. Un luogo, cio\u00e8, dove non essere soli ma, al contrario, sentirsi compresi e non estranei a questo mondo.<br \/>\nChiara, quando penso a un <i>luogo<\/i> penso a un paese come quello delle meraviglie di Alice, a una fabbrica come quella di cioccolato di Willy Wonka, o una citt\u00e0 come quelle invisibili di Calvino. Ma anche a un giardino segreto come quello dove sono cresciuti Mary e Colin, alla strada di mattoni gialli del Mago di Oz, a un bosco come quello dove vivevano i Fratelli Grimm o, infine, al fondo del mare, come quello della Sirenetta o del Capitano Nemo.<br \/>\nCome dice lo scrittore turco Omar Pamuk: \u201cScrivere \u00e8 riconoscere le proprie ferite segrete e condividerle\u201d, trasformarle, cio\u00e8, in uno specchio nel quale gli altri possano riflettersi scoprendo che non sono gli unici a sentire e vivere certe cose.<br \/>\nAnche tu avrai un luogo dove ti rifugi quando ti senti triste oppure dove ti piace andare quando sei felice. Io spero di riuscire a offrire ai miei lettori spazi dove stare bene, dove qualcuno come te possa trovare se stessa.<\/p>\n<p><b>Secondo: scrivo perch\u00e9 scrivere significa amare<br \/>\n<\/b>Scrivo perch\u00e9 scrivere \u00e8 narrare e narrare \u00e8 un modo di amare.<br \/>\nForse ti stai chiedendo in che senso. Amare, soprattutto per un\u2019adolescente come te, \u00e8 qualcosa di apparentemente molto diverso dalla scrittura: \u00e8 sudore, sguardi imbarazzati, il cuore che batte senza fermarsi, lo stomaco chiuso, ore senza fine in attesa di un nuovo gesto.<br \/>\nBeh, ti dir\u00f2 che tutto questo ha molto a che fare con la scrittura e con l\u2019amore del narratore.<br \/>\nNarrare, infatti, significa lasciare una traccia nel lettore, nella societ\u00e0 e nella storia. Significa sudare con i propri personaggi, lanciare sguardi imbarazzati, avere un cuore che batte senza fermarsi, andare a dormire con lo stomaco chiuso, aspettare ore senza fine un nuovo gesto che cambi la giornata. Io scrivo perch\u00e9 esprimo, attraverso la narrazione, il mio amore per l\u2019altro, per la societ\u00e0 in cui vivo e per la storia. Scrivo perch\u00e9 narrare significa disegnare la mappa dell\u2019anima degli esseri umani, una mappa che porta sempre all\u2019incontro con l\u2019umanit\u00e0 che tutti ci unisce.<br \/>\nLa mia storia personale si incontra con quella del lettore, in un dialogo amoroso.<br \/>\nQuante volte, leggendo un libro, mi sono incontrato in mezzo a quelle parole! Come poteva saperlo lo scrittore? Come poteva aver inserito nel testo qualcosa che era successo prima nella mia vita? In molti hanno parlato di me: Pirandello, Hesse, Dostoevskij, Austen, Grossman\u2026 e molti altri continueranno a farlo. Parleranno di me, di te e dell\u2019umanit\u00e0 intera, in una continua narrazione amorosa.<br \/>\nCerto, non \u00e8 sempre facile amare come non lo \u00e8 scrivere. Ci sono momenti nei quali vorrei desistere, chiudere la finestra e non lasciare pi\u00f9 entrare nessuno: persone, storie, desideri, parole. Ma sono solo momenti passeggeri e ti assicuro che se trasformerai ogni azione della tua vita in una declinazione del verbo amare, non ti sentirai mai perduta. Soffrirai, ti arrabbierai, sarai triste\u2026 ma mai perduta.<\/p>\n<p><b>Terzo, scrivo per prestare le parole<br \/>\n<\/b>Quando scrivo non mi pongo l\u2019obiettivo di dare risposte, non ho scoperto nessuna verit\u00e0 e non ho nemmeno formule magiche per risolvere problemi pi\u00f9 o meno gravi.<br \/>\nPi\u00f9 semplicemente scrivo per prestare le parole.<br \/>\nAttraverso le mie storie spero che i lettori possano trovare le parole per dire quello che sentono, per nominare, raccontare, definire le emozioni, le sensazioni, l\u2019indefinibile che spesso sperimentiamo.<br \/>\nNon so se ti \u00e8 mai successo. Leggi una citazione, ascolti certi versi di una canzone e ti dici che nessuno ti capisce come quell\u2019autore, capace di dar voce a quello che stai sentendo meglio di chiunque altro, anche di te stessa. Ecco, quando ho scritto della morte e della malattia oppure del valore della diversit\u00e0 e del piacere delle relazioni, l\u2019ho fatto con questo intento: raccontare una storia che permettesse al lettore bambino di mettere da parte le parole per poter nominare le emozioni, nel momento in cui ne avr\u00e0 bisogno.<br \/>\nParole come le briciole di Pollicino, come lo Specchio delle Brame trovato da Harry Potter, come il Supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins o come la polverina magica di Trilly. Parole, cio\u00e8, capaci di non farci perdere la strada di casa e ritrovar noi stessi, di mostrarci i ricordi e di farci immaginare il futuro, di modificare il contesto che ci circonda e di renderci leggeri e capaci di guardare le situazioni da un altro punto di vista.<br \/>\nVedi, Chiara, le parole sono di tutti, quello che pu\u00f2 fare uno scrittore \u00e8 metterle insieme, dar loro una forma e prestarle sapendo che, prima o poi, gli torneranno indietro.<br \/>\nPer questo, ti auguro di essere generosa: sia con le parole che con i gesti. Perch\u00e9 le uniche cose che possediamo davvero sono quello che abbiamo condiviso con gli altri.<br \/>\nSpero di essere riuscito a rispondere alla tua domanda.<br \/>\nDi certo il bambino che ero ti ringrazia perch\u00e9 almeno lui, adesso, ha le idee un po\u2019 pi\u00f9 chiare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Diceva Calvino che \u201cl\u2019arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si \u00e8 capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s\u2019accorge che quel che si sapeva \u00e8 proprio un nulla\u201d. 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