{"id":3050,"date":"2020-08-31T11:04:27","date_gmt":"2020-08-31T09:04:27","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=3050"},"modified":"2025-10-08T10:52:40","modified_gmt":"2025-10-08T08:52:40","slug":"teatri-possibili-compagni-che-destino-avremo-tornano-allassalto-le-bluse-gialle-di-eresia-della-felicita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3050","title":{"rendered":"Compagni, che destino avremo? Tornano all&#8217;assalto le bluse gialle di Eresia della felicit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Di Lucia Cominoli<\/p>\n<p>Milano, sabato 25 luglio 2015, Torre del Filarete al Castello Sforzesco. Un plotone di duecento adolescenti di diversa et\u00e0 e provenienza gioca, compone e grida per quattro ore sui versi di Vladimir Majakovskij. Indossano una maglietta gialla, dei pantaloni neri e degli anfibi dello stesso colore. Una massa compatta e meticcia, di lingue, culture e fisionomie. Tra di loro ci sono anche due ragazzi con disabilit\u00e0. Si rivolgono a un pubblico misto di familiari, addetti ai lavori, passanti e turisti attoniti. Parlano di desiderio, di slancio e di rivoluzione e ci invitano a seguirli fino alla Piazza del Duomo. L\u00ec il culmine e l\u2019apoteosi dell\u2019happening, l\u2019ultima tappa lombarda di Eresia della felicit\u00e0, creazione a cielo aperto per Vladimir Majakovskij diretta da Marco Martinelli.<br \/>\nIl regista, fondatore con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, \u00e8 tra gli autori della non-scuola, una poetica laboratoriale etica ed estetica sui generis, nata in opposizione ai canoni della pedagogia teatrale tradizionale con l\u2019idea di mettere l\u2019energia dell\u2019esperienza creativa al centro dell\u2019incontro con l\u2019altro, del cambiamento umano e della comune responsabilit\u00e0 politica.<br \/>\nQuella di Eresia della felicit\u00e0 \u00e8 una lunga storia, o meglio una genesi, perch\u00e9 questo spettacolo, se cos\u00ec si pu\u00f2 chiamare, non \u00e8 frutto di un atto di narrazione ma di creazione, una creazione non finita e in continuo divenire, mutevole e instabile come i corpi dei suoi protagonisti e gli sguardi dei suoi spettatori.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Per questo, prima di arrivare a Milano, \u00e8 meglio fare un passo indietro e tornare a quel che accadde nel 2011 a Santarcangelo di Romagna. L\u00ec a Santarcangelo 41, la quarantunesima edizione di uno dei pi\u00f9 noti Festival di teatro contemporaneo in Italia e in Europa, Eresia fu per la prima volta sperimentata e insieme proposta al pubblico.<br \/>\nRicordo bene la nuvola di polvere, gli schiamazzi e il caos che il primo giorno si sollevarono sul terriccio dello Sferisterio all\u2019arrivo dei ragazzi.<br \/>\nDuecento adolescenti provenienti da Emilia Romagna, Brasile, Senegal, senza contare le trib\u00f9, cos\u00ec come ancora le chiama il regista Marco Martinelli, di Napoli, Stati Uniti, Belgio, Foligno, Conegliano Veneto, Milano e Mazara del Vallo. Una disordinata babele di figurine gialle si apprestava a entrare in azione davanti a un timido gruppo di spettatori seduti sul prato in prossimit\u00e0 delle mura cittadine.<br \/>\nA guidarli, su e gi\u00f9 dallo Sferisterio, un uomo sempre in corsa, tutt\u2019uno con il suo microfono, le sue mani, le sue gambe e l\u2019ultimo soffio di fiato rimastogli. Quell\u2019uomo era ed \u00e8 Marco Martinelli, fondatore con la moglie Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, dal Novanta impegnato con gli attori e i collaboratori del gruppo, le cosiddette guide, in laboratori teatrali nelle scuole elementari, medie e superiori intorno a cui si \u00e8 sviluppato ed \u00e8 cresciuto il metodo della non-scuola delle Albe. Il metodo, volutamente definito antipedagogico, colp\u00ec alle origini per la sua carica eversiva, lontana dai dettami della pedagogia teatrale tradizionale bench\u00e9 fondante le radici nel teatro greco, nella dimensione corale in particolare, a favore della relazione con l\u2019altro e di un attento impegno politico.<br \/>\nUn contesto in cui anche diversit\u00e0 e differenza trovano spazio, trasformandosi in risorsa.<br \/>\nBasta lasciar parlare la prima lettera del Noboalfabeto, il manifesto teorico-pratico dei principi della non-scuola: \u201cA. Asinit\u00e0. [&#8230;]Vieni, sussurra la non-scuola all\u2019asinello, vieni da me. Lascia perdere chi non ti ama. Da me troverai acqua e biada a volont\u00e0. Che tu sia benedetto, asinello errante! Vieni da me, e apri con la chiave dell\u2019occasione l\u2019asinin palato, sciogli la lingua, fai uscir dalla tua bocca quell\u2019estraordinario rimbombo che la largit\u00e0 divina, in questo confusissimo secolo, nell\u2019interno tuo spirito ha seminato. Vieni da me, e con me fai valere la tua barbara natura, raccogli i frutti e i fiori che sono nel giardino dell\u2019asinina memoria. Vieni da me, e in me trovati con tutti, discorri con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, a tutti regala verit\u00e0, domina a tutti, sii tutto! Nella non-scuola l\u2019asino \u00e8 l\u2019adolescente, nella non-scuola l\u2019asino \u00e8 la guida: entrambi ragliano forte\u201d.<br \/>\nI ragazzi erano pronti a mettersi in cerchio. Ragazzi diversi per origini, lingua e cultura che si mettevano con curiosit\u00e0 a confronto con le proprie biografie. Tra questi non si pu\u00f2 certo dimenticare Carletto, un ragazzo con Sindrome di Down, serissimo e assolutamente compreso nel suo ruolo.<br \/>\nAl centro dello Sferisterio sostava una presenza complice: appeso al muro, il ritratto-santino di Vladimir Majakovskij, il poeta del Caucaso dai versi aguzzi.<br \/>\nAnnoverato tra principali fondatori del Cubo-Futurismo Russo l\u2019autore diverr\u00e0 presto per i ragazzi modello assoluto, esempio di slancio, azzardo, grido di ribellione e inno alla bellezza, giovane fautore di un\u2019utopia realistica e di una rivoluzione magnifica nata a colpi di poesia.<br \/>\n\u201cMi cucir\u00f2 calzoni neri\/Con il velluto della mia voce\/E una blusa gialla\/Con tre metri di tramonto\u201d, cos\u00ec canta il poeta per parlarci di s\u00e9 e presto scalpiteranno allo stesso modo le voci dei ragazzi, a svelarci la divisa di scena, i pantaloni neri, gli anfibi e la gi\u00e0 mitica maglietta gialla.<br \/>\nUn piccolo segreto messo nero su bianco, \u00e8 cos\u00ec, sembrano dirci i duecento, che si comincia la propria, piccola, personale rivoluzione. Ad accompagnarli alla conoscenza del poeta e drammaturgo russo non solo i laboratori condotti dalle Albe ma l\u2019incontro con il professor Fausto Malcovati, uno dei massimi esperti di teatro russo, docente di letteratura russa alla Statale di Milano, grande amante dei versi del giovane Majakovskij. Il professore dedica ai ragazzi una vera e proprio lectio magistralis sul poeta e sulla Russia dell\u2019epoca. Chiede ai ragazzi che cosa facevano a dodici anni. Qualcuno risponde candidamente \u201cle medie\u201d. \u201cEcco Majakovskij \u2013 risponde il professore \u2013 a dodici anni era in galera per attivit\u00e0 sovversiva\u201d.<br \/>\nA fare la differenza in quel che accadde dopo non furono tuttavia n\u00e9 la suggestiva cornice, n\u00e9 gli splendi versi del poeta. Fu piuttosto la moltiplicazione di quei versi nell\u2019energia creativa di un coro. Fu il crescendo di un\u2019esperienza di massa lunga e faticosa, in cui per un\u2019intera settimana i duecento, vissuti insieme giorno e notte nella Foresteria del paese, ci hanno portato sotto la guida di Marco Martinelli all\u2019interno del loro percorso di prova e di scoperta, rendendoci di volta in volta partecipi per quattro ore al giorno di esercizi teatrali e improvvisazioni che finivano per diventare esse stesse spettacolo. Composte come vere proprie orchestrazioni rituali, le stesse abitualmente utilizzate da Martinelli e dalle guide nei laboratori condotti nei singoli gruppi, le improvvisazioni si trasformavano in tappe fisse, come lo scongiuro iniziale, un leggero calcio sulle chiappe del proprio vicino, l\u2019Ottava toscana tratta dall\u2019Orlando Innamorato del Boiardo o ancora E cape, letteralmente le teste, esercizio nato con il gruppo di Scampia. Momenti cardine che diverranno giorno dopo giorno partitura costante dello spettacolo, attesi e riconosciuti dagli spettatori in continuo aumento. Una prova aperta, per certi versi un happening, o meglio, \u201cuna creazione a cielo aperto\u201d come la definisce il titolo. Una regia anarchica che ci porta alle origini del fare teatro, alla potenza divina del rito. Dioniso, il dio del teatro, viene chiamato in causa pi\u00f9 volte a sostenere il nostro sguardo e la nostra presenza e di quei versi ci far\u00e0 custodi e testimoni. Majakovskij dalla sua conclude ogni giorno il ciclo, quando i ragazzi arrivano a gridarne in gruppo, la ciaccona, i versi.<br \/>\nLa discussione che quest\u2019esperienza di non-spettacolo ha generato intorno a s\u00e9 a Santarcangelo 41 \u00e8 stata continua, segno di un\u2019eco lasciata da una traccia di natura diversa.<br \/>\nNel momento in cui si diventa testimoni di Eresia della felicit\u00e0 accade infatti qualcosa di insolito, qualcosa di legato a sentimenti di partecipazione antichi: ci sente meno soli. Nei dialoghi che ne sono seguiti tra antropologi, teatranti e pedagogisti nessuno ha potuto negare quanto, al di l\u00e0 dei possibili risvolti dell\u2019operazione, Eresia metta in campo questioni personali. \u201cLe aperture pubbliche della non-scuola \u2013 spiega la critica Cristina Ventrucci \u2013 non sono saggi scolastici o esibizioni di abilit\u00e0. E al contempo non si pongono come opere teatrali da guardare attraverso una lettura critica. Pongono quindi lo spettatore di fronte a una terza via, a una partecipazione diretta e molto personale. Sono momenti di teatro che suggeriscono una sospensione del giudizio e che pongono una domanda di appartenenza a una comunit\u00e0\u201d.<br \/>\nLo stato di ebbrezza diffuso che ci coinvolse in quei giorni pensai che fosse inscindibile dall\u2019energia dei ragazzi e mi chiesi se mai un\u2019esperienza del genere avesse potuto essere replicata altrove. Mi risposi che no, non era possibile. E invece \u00e8 accaduto in parte a Venezia, a Marghera, nel 2012, e soprattutto lo scorso luglio a Milano, al Castello Sforzesco, grazie a Olinda, la Cooperativa sociale che ha preso in gestione l\u2019ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini.<br \/>\nAnche questa volta giovani provenienti da tutto il mondo, con molti stranieri gi\u00e0 parte delle classi di Milano, e un bambino, Riccardino, sette anni, che ha vissuto l&#8217;esperienza del terremoto a San Felice sul Panaro, senza contare l\u2019irriducibile Carletto e un ragazzo in carrozzina. \u201cTra le bluse gialle siamo tutti uguali e tutti diversi\u201d \u2013 spiegano i ragazzi \u2013 \u201cperch\u00e9 \u00e8 la diversit\u00e0 a renderci unici e uniti\u201d. Cos\u00ec il ragazzo si muove sulla carrozzina aiutato dai compagni come un compito tra i tanti. Arriviamo in Piazza del Duomo, dove il plotone ci conduce al passo dei versi di Majakovskij e sventolando la bandiera della Patafisica di Ubu Roi. Improvvisamente tutto sempre possibile, modificabile tanto \u00e8 forte il riconoscimento della massa in se stessa e in chi la sostiene. Mi chiedo se quello che vedo e la gioia che provo siano anacronistiche e mi rispondo con le parole di Martinelli: \u201cTenere la scioccheria come passaggio per il recupero della nudit\u00e0, dell\u2019essere umano disarmato: solo in quell\u2019essere nudo possiamo schivare la truffa e sfiorare la felicit\u00e0\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>Un dovere che anche i recenti fenomeni migratori ci pongono di fronte e che questi ragazzi hanno gi\u00e0 fatto proprio. Conoscersi, mischiarsi, parlarsi, giocare, studiare, condividere l\u2019esperienza di essere umani. Cos\u2019altro pu\u00f2 voler dire educare?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Lucia Cominoli Milano, sabato 25 luglio 2015, Torre del Filarete al Castello Sforzesco. 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