{"id":3082,"date":"2021-03-16T16:20:55","date_gmt":"2021-03-16T15:20:55","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=3082"},"modified":"2025-09-24T11:11:01","modified_gmt":"2025-09-24T09:11:01","slug":"5-il-tempo-di-una-sosta-per-non-dimenticare-viaggio-tra-il-cibo-dei-migranti-allorient-experience-di-hamed-ahmadi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3082","title":{"rendered":"5. Il tempo di una sosta per non dimenticare. Viaggio tra il cibo dei migranti all\u2019Orient Experience di Hamed Ahmadi"},"content":{"rendered":"<p>A Venezia a Campo Santa Margherita accanto agli spritz, alle cichetterie e agli studenti in libera uscita aleggiano profumi speziati. Piove, ma li senti lo stesso. Cardamomo, cumino, curcuma e qualcosa che non avevi mai odorato e che non sapresti affatto come definire. \u00c8 la curiosit\u00e0 di visualizzare quel profumo che ti spinge a fermarti dritto davanti a una piccola vetrata e alzare gli occhi verso una semplice insegna: \u201cOrient Experience\u201d. Dentro \u00e8 un tripudio di colori, piccoli tavolini di legno e un bancone che trasuda abbondanza. Fai in tempo a inumidirti la bocca che ti accorgi di una lavagna dove a lato campeggia una scritta: \u201cMen\u00f9 sulla Via della Seta\u201d.\u00a0 Pi\u00f9 sotto la scritta continua: \u201cPakistan, Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Italia, Iraq, Kurdistan, Siria, Palestina. Questa storia comincia a Tessera, o meglio a Kabul e racconta attraverso il cibo di tre continenti esperienze di migrazioni forzate e ibridazioni culturali e culinarie vissute da rifugiati e minori stranieri in fuga dalla guerra. Potete assaggiare e raccogliere saperi e sapori direttamente dai protagonisti\u201d.<br \/>\nMigrazione e fuga. Due forme di viaggio costrette, che siamo abituati ad associare a paura, abbandono e dolore, il pi\u00f9 delle volte a ragion veduta. Chi scappa approda in un paese che quasi mai ha scelto e nel quale la percezione del sentirsi e dell\u2019essere diverso va di pari passo con ogni pi\u00f9 piccolo tentennamento. Eppure qui il senso di disfatta che attorno il mondo sembra insistentemente ruotare non c\u2019\u00e8. Non c\u2019\u00e8 nemmeno un generico senso di speranza. Sembra piuttosto che al problema sia stata data una risposta ovvia, qualcosa di semplice e sovversivo al tempo stesso, una risposta pratica, fatta di mani, persone e buon gusto cui nessuno prima aveva mai pensato.<br \/>\nTutto \u00e8 iniziato con Hamed Ahmadi, con lui Sarah Grimaldi, la sua ragazza, Mandana Nedimi, Al\u00ec Khan Qualandari, Hadi Nooi, Mohammad Dalas e Al\u00ec Rezai, i suoi soci. Ed ecco che, con la sua sciarpa a fiori e i nerissimi occhi scuri Hamed si avvicina divertito al nostro tavolo per spiegarci che cosa c\u2019\u00e8 sotto.<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><strong>Hamed, dove ci troviamo? Siamo ancora a Venezia?<br \/>\n<\/strong>Assolutamente s\u00ec, ed \u00e8 proprio questo il bello. Quello che vedi \u00e8 il frutto di una vicenda personale, la mia, cominciata dieci anni fa, nel 2006 quando da Kabul, la mia citt\u00e0 dove facevo il regista, mi sono recato alla Mostra del Cinema per presentare un cortometraggio, <em>Maama, Buddha, la ragazza e l\u2019acqua<\/em> di Mohammad Haidari, facevo parte del suo gruppo di lavoro. A Venezia sono stato costretto a rimanere come rifugiato perch\u00e9 il primo ministro afghano non poteva tollerare che un corto fosse presentato al Festival di Venezia. Sono stato tuttavia un rifugiato privilegiato, ho viaggiato in aereo, a differenza di tanti miei coetanei. In tutto ci\u00f2 ho dovuto comunque chiedere l\u2019asilo che mi \u00e8 stato concesso passando, come succede a tutti, per il Boa, il centro di accoglienza per i rifugiati di Tessera, fuori Venezia. \u00c8 l\u00ec che tutto \u00e8 cominciato.<\/p>\n<p><strong>Cosa \u00e8 accaduto al Boa?<\/strong><em><br \/>\n<\/em>Al Boa ci sono molti rifugiati Afghani, Pakistani, Iraniani e anche molti Africani. Non tutti conoscono l\u2019inglese o altre lingue e c\u2019erano molti ragazzi Afghani che parlavano solo la propria lingua. Mi sono ritrovato a fare da interprete, mi ci sono buttato, un po\u2019 per cultura, un po\u2019 per carattere.<br \/>\n\u00c8 finita che quando sono uscito da l\u00ec mi hanno richiamato in veste di mediatore culturale, con la richiesta non solo di fare da tramite al momento dell\u2019arrivo dei ragazzi, un momento per tutti molto difficile con l\u2019ansia dei permessi, dei documenti e tutto il resto, ma anche di organizzare delle attivit\u00e0 ricreative che potessero coinvolgere un buon numero di persone di diversa et\u00e0, cultura di provenienza e estrazione.<br \/>\nNon era mica facile. Alla fine per\u00f2 ho capito che la cosa che poteva unirci tutti e che ci accumunava sullo stesso livello era il cibo, il ricordo del cibo di casa, dei propri paesi ma anche di quelli in cui si \u00e8 temporaneamente soggiornato, magari perch\u00e9 erano finiti i soldi e non si poteva pi\u00f9 proseguire, considerando che chi viaggia dall\u2019Afghanistan pu\u00f2 arrivare a spendere fino a 10 mila euro. Ho chiesto perci\u00f2 loro di ritornare a quei ricordi, profumi, atmosfere e ricette per poi provare insieme a riproporle e, s\u00ec, a cucinarle. Ognuno ha portato un piatto e abbiamo costruito un intero men\u00f9. Un men\u00f9 enorme a dire il vero, troppo grande, mi viene ancora da ridere se ci penso, con forse sessanta piatti diversi, che poi abbiamo ridotto e cominciato a testare tra di noi. Piano piano, poi, ci siamo affinati e abbiamo cominciato a costruire ricette meticce, a mischiare cio\u00e8 i piatti d\u2019origine con gli altri creandone dei nuovi, anche in base agli ingredienti che riuscivamo a trovare in Italia e al costo, molte volte per esempio all\u2019agnello abbiamo sostituito il pollo e cos\u00ec via.<br \/>\nDa l\u00ec abbiamo aperto le porte del Boa alle cene aperte al pubblico, a cui hanno avuto accesso molti giovani italiani del territorio e la fama dei nostri piatti e delle nostre cene ha cominciato a diffondersi.<\/p>\n<p><strong>Poi siete arrivati in centro citt\u00e0\u2026<br \/>\n<\/strong>S\u00ec, oggi possiamo parlare di due Orient Experience all\u2019attivo, uno a Fondamenta della Misericordia, uno in campo Santa Margherita e poi un nuovo locale a Calle Lunga San Barnaba. Il nuovo progetto \u00e8 Africa Experience, sempre con lo stesso principio ma con pi\u00f9 tavoli a sedere, i punti di partenza saranno il Ghana e la Somalia\u2026<\/p>\n<p><strong>\u00a0Spiegaci meglio qual \u00e8 il principio\u2026<\/strong><em><br \/>\n<\/em>Come nel caso di Orient Experience l\u2019idea \u00e8 quella di ripercorrere i propri viaggi di migranti attraverso il ricordo dei cibi incontrati e riproporre questi viaggi al pubblico, \u00e8 qualcosa che davvero accomuna tutti. Poi di idee alla base non ce ne \u00e8 solo una, ce ne sono tante. Tra queste senza dubbio quella di creare per me e i miei soci un\u2019occasione di lavoro per noi e per altri profughi in citt\u00e0. In questo senso offriamo formazione professionale ma anche un luogo dove confrontarci e aiutarci vicendevolmente, scambiarci informazioni utili e supporto per affrontare la vita qui in Italia.<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><strong>Com\u2019\u00e8 il rapporto con i veneziani?<br \/>\n<\/strong>Ottimo, nonostante tutti gli amici stranieri mi avessero messo in guardia. \u201cGli Italiani pensano di avere il cibo pi\u00f9 buono del mondo! Non mangiano altre cose\u201d, mi dicevano. Un pregiudizio all\u2019inverso, forse. Il fatto \u00e8 che da noi il cibo \u00e8 buono, non costa tanto, l\u2019atmosfera \u00e8 accogliente, ti viene voglia di fermarti e chiacchierare, di sapere chi c\u2019\u00e8 dietro il bancone, anche perch\u00e9 la nostra lavagna ti spinge a farlo. E poi Venezia non \u00e8 grande, non siamo nelle zone pi\u00f9 turistiche ma in quelle pi\u00f9 frequentate dalla gente del posto.<\/p>\n<p><strong>Dal passaparola all\u2019integrazione spontanea insomma.<\/strong><em><br \/>\n<\/em>Esattamente.<\/p>\n<p><strong>Dall\u2019altro lato del bancone, in cucina, invece, che aria tira?<br \/>\n<\/strong>I ragazzi che vengono qui a lavorare sono contenti perch\u00e9 si sentono valorizzati, non solo per quello che sanno fare e per tutto ci\u00f2 che riguarda l\u2019integrazione ma perch\u00e9 possono portare agli occhi di tutti anche le bellezze dei propri paesi che non sono rappresentati dalle guerre. Il viaggio che loro ripercorrono con il cibo \u00e8 di rimessa in contatto con la propria identit\u00e0, ricordi e percorsi, quello del pubblico \u00e8 un viaggio in luoghi lontani e magnifici, come Venezia, gustando sapori che non conoscono e che li avvicinano alla presenza di altre culture semplicemente coesistenti.<\/p>\n<p><strong>\u00a0\u00c8 per questo che avete intitolato il vostro men\u00f9 alla Via della Seta?<br \/>\n<\/strong>Per quello e perch\u00e9 a Venezia il Milione di Marco Polo \u00e8 ovviamente un\u2019istituzione! Un viaggio che si compone di fuga ma anche di bellezza.<\/p>\n<p><strong>\u00a0I vostri locali sono accessibili a persone con disabilit\u00e0?<br \/>\n<\/strong>Direi che lo sono in senso lato, proprio per l\u2019accoglienza che offriamo a tutti.\u00a0 Alcuni dei nostri tavoli sono troppo alti ma quelli di Africa Experience direi che sono alla portata di tutti!<\/p>\n<p><strong>\u00a0Viaggi in programma?<br \/>\n<\/strong>Colombia&#8230; Magari, chiss\u00e0, potrebbe essere l\u2019occasione per un Latin Experience! E poi c\u2019\u00e8 Bologna&#8230; una citt\u00e0 dove ho molti cari amici e dove mi piacerebbe immaginare qualcosa di simile.<\/p>\n<p><strong>Bussola n. 4. Direzione Ovest<br \/>\n<\/strong>La Joelette<em><br \/>\n<\/em>Un racconto di Nicola Rabbi, giornalista<\/p>\n<p>La strana carrozzina gli stava di fronte. Una grande ruota centrale sormontata da un comodo e spazioso sedile imbottito e una struttura metallica di color giallo che iniziava da dietro con una sorta di manubrio per spingere e terminava davanti con due aste da tirare. Assomigliava a un calesse, anzi a un risci\u00f2, visto che i due volontari che dovevano portarlo fino al rifugio erano una ragazza e un ragazzo e non due cavalli.<br \/>\nPrima andava da solo in montagna; amava particolarmente andarci da solo perch\u00e9 cos\u00ec poteva stabilire lui il passo e la testa era libera di pensare a quello che voleva.<br \/>\n\u201cCiao mi chiamo Teresa lui invece \u00e8\u2026 siamo i due volontari dell\u2019associazione \u2018Su e gi\u00f9 senza barriere\u2019 \u2026 quella che gestisce le Joelette, carrozzine da montagna\u2026\u201d.<br \/>\nLo trasferirono senza difficolt\u00e0 sul mezzo; lei gli sosteneva le gambe inerti mentre il ragazzo lo aveva preso per le ascelle.<br \/>\nIl sentiero iniziava in leggera salita ed era abbastanza battuto. Sentiva la ruota sobbalzare sui sassi e nelle buche della strada che era illuminata a macchie da un bel sole che filtrava tra i rami degli alberi. Filava veloce, o meglio, pensava, lo facevano andare veloce; sentiva addirittura l\u2019aria accarezzargli la pelle, un\u2019aria tiepida e profumata dalla resina degli abeti. Teresa camminava senza fatica tirando le due aste che sobbalzavano a ogni buca, disegnando dei tratti invisibili attorno al sedere e a parte del busto.<br \/>\nGuardava un po\u2019 quel corpo lungo e insolitamente muscoloso per una ragazza e un po\u2019 le foglie degli alberi da cui filtrava la luce, una luce frizzante.<br \/>\nQuesta alternanza gli riempiva gli occhi di piacere.<br \/>\nPoi la strada cominci\u00f2 a cambiare pendenza e anche il fondo si fece pi\u00f9 discontinuo, cos\u00ec che i due spingitori dovettero diminuire la velocit\u00e0. Presto gli alberi cominciarono a diradarsi e la luce del sole copr\u00ec ogni cosa: le pietre, i prati, le sue gambe inerti e le anche di Teresa.<br \/>\nLa vista si fece pi\u00f9 aperta. Poteva vedere oramai la valle dall\u2019alto, le case minuscole come nei presepi, degli animali rosati che non capiva se fossero mucche o capre. Alzando lo sguardo invece poteva vedere i forti fianchi delle montagne cinte dai boschi verde scuro fino a una certa linea dopo la quale rimanevano solo l\u2019erba brillante per la luce e i sassi colorati.<br \/>\nLe biglie colorate, pens\u00f2 e ricord\u00f2 l\u2019illustrazione di quel castello che da bambino lo aveva tanto affascinato; un grande castello color sabbia addobbato di pietre verdi, rosse, azzurre\u2026 azzurri erano anche i bottoni dei jeans di Teresa posti nella parte alta delle natiche, erano tondi e gli sembrarono due occhi che lo guardavano con insistenza.<br \/>\nSpost\u00f2 lo sguardo infastidito e percep\u00ec che qualcosa era cambiato, non capiva cosa. Se lo stava chiedendo quando un piede di Teresa urt\u00f2 un sasso e il rumore del sasso che rotolava fece per alcuni battiti il rumore del suo cuore.<br \/>\nQualcosa di cupo lo avvolse e guard\u00f2 l\u2019erba diventata scura e i sassi privi di colore; alz\u00f2 gli occhi e vide delle pesanti nubi madreperlacee coprire il sole. Correvano veloci, pi\u00f9 della sua Joelette, pens\u00f2. E pens\u00f2 ancora che Joelette sembrava un nome di donna. Guard\u00f2 Teresa e non la riconobbe. Riconobbe un\u2019altra donna simile a lei, con la stessa pelle chiara, i capelli di un castano dorato. Da molti anni non la vedeva pi\u00f9, prima ancora del suo incidente, l\u2019aveva mai saputo? Non aveva importanza. Ma era lei adesso che lo stava trascinando.<br \/>\nGuard\u00f2 stupito la trasformazione, ma poi lo stupore cess\u00f2 e torn\u00f2 a guardare le nubi. Il cielo era nero e non c\u2019era riparo attorno. L\u2019aria era diventata pesante, ogni odore era scomparso. Ma dove stavano andando? Perch\u00e9 lei lo stava trasportando e quando aveva dato il cambio a Teresa? E poi perch\u00e9 questa fretta, questo correre sul ciglio della montagna?<br \/>\nNon aveva paura. Si ascolt\u00f2 dentro e non sent\u00ec nessuna paura. E se fosse scivolato ora gi\u00f9 con la Joelette per il fianco della montagna? Trovava piacevole questa idea, cadere gi\u00f9 per la montagna, passando veloce sull\u2019erba, superando le pietre colorate del castello, gi\u00f9 fino in fondo, un fondo senza fine per\u00f2, nero, vuoto. Andare gi\u00f9, sempre pi\u00f9 velocemente, tanto da vedere i colori che sfumano in qualcosa di incerto, e poi ancora pi\u00f9 in gi\u00f9, un gi\u00f9 senza fine, nero, vuoto.<br \/>\nUn crepitio di sassi che battono lo riscosse e nello stesso momento la corsa di lei s\u2019interruppe. Stava ferma, non si sentiva nemmeno il rumore del suo respiro. Le guardava le spalle, il capo, le braccia; voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa. O meglio un pensiero l\u2019aveva ma rimaneva l\u00ec nella sua testa. Voleva dirle \u201cNon fermarti, continua a correre, gi\u00f9\u2026 fino in fondo\u201d, ma non poteva dirlo.<br \/>\nLei mosse leggermente la testa, si gir\u00f2 piano, poteva vedere ora meglio la guancia, la punta del naso&#8230; poi si ferm\u00f2 e non pot\u00e9 vederle gli occhi.<br \/>\nIl temporale era finito; era passato semplicemente sopra di loro, togliendo la luce, borbottando, caricando l\u2019aria di umidit\u00e0, ma poi era passato innocuo e una luce tiepida aveva ridato colore ai sassi, il verde brillante all\u2019erba e l\u2019aria profumava ancora pi\u00f9 intensamente di resina e del lichene smeraldino.<br \/>\nLa meta era stata raggiunta e oramai poteva tornare indietro. Scendeva allargando le braccia, come per occupare pi\u00f9 posto in quello spazio benedetto e, camminando, i suoi piedi colpivano con forza il terreno sollevando lievi nuvolette di polvere d\u2019oro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A Venezia a Campo Santa Margherita accanto agli spritz, alle cichetterie e agli studenti in libera uscita aleggiano profumi speziati. Piove, ma li senti lo stesso. 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