{"id":3193,"date":"2024-08-29T13:56:24","date_gmt":"2024-08-29T11:56:24","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3193"},"modified":"2025-09-23T12:40:15","modified_gmt":"2025-09-23T10:40:15","slug":"europa-europa-punti-blu-e-buchi-neri-la-crisi-dei-rifugiati-e-le-persone-con-disabilita-lungo-la-rotta-balcanica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3193","title":{"rendered":"Punti blu e buchi neri: la crisi dei rifugiati e le persone con disabilit\u00e0 lungo la rotta balcanica"},"content":{"rendered":"<p>di Massimiliano Rubbi<\/p>\n<p>Il 12 e 13 marzo 2016 l\u2019European Disability Forum ha incontrato Kirstin Lange dell\u2019UNHCR, l\u2019Agenzia ONU che si occupa della protezione dei rifugiati, per discutere della crisi dei migranti in corso da mesi in Europa. Il risorgere di frontiere con filo spinato e nazionalismi accentuati appare assai lontano dall\u2019auspicio del Presidente EDF Yannis Vardakastanis, ad \u201caffrontare la crisi dei migranti in base ai diritti umani, mettendo prima la vita delle persone\u201d, e in particolare delle persone con disabilit\u00e0, pi\u00f9 vulnerabili tanto nei contesti di guerra da cui fuggono quanto in quelli in cui vengono accolti in Europa.<br \/>\nNell\u2019incontro, riferisce Lange, le questioni sollevate sono state \u201cla mancanza di dati disponibili sulle persone con disabilit\u00e0 in arrivo in Europa, la limitata accessibilit\u00e0 fisica delle strutture di accoglienza, la necessit\u00e0 che le informazioni siano<br \/>\nin formati accessibili (incluso l\u2019uso di interpreti di lingua dei segni), la necessit\u00e0 di formazione degli attori umanitari coinvolti nella risposta, per costruire la loro capacit\u00e0 di lavorare con persone con disabilit\u00e0, e la richiesta di un pi\u00f9 forte coordinamento tra l\u2019UNHCR e le organizzazioni di persone con disabilit\u00e0 in Europa\u201d: tutte carenze emerse nei momenti pi\u00f9 caldi della crisi, quando nei mesi centrali del 2015 decine di migliaia di persone hanno percorso caoticamente la \u201crotta balcanica\u201d verso l\u2019Europa centrale, ma avvertite anche oggi che tale rotta \u00e8 chiusa e, con l\u2019accordo assai discusso siglato da Unione Europea e Turchia il 18 marzo 2016, \u00e8 stata rinforzata la disciplina dei respingimenti per chi, arrivato in Grecia, non chiede o non ottiene il diritto di asilo.<\/p>\n<p><strong>L\u2019intollerabile e l\u2019improvvisazione<br \/>\n<\/strong>Jodi Hilton, una fotoreporter indipendente, nel dicembre 2015 ha documentato per il sito IRIN, in un servizio dal titolo \u201cStrada rocciosa: rifugiati disabili combattono attraverso i Balcani\u201d (http:\/\/goo.gl\/BQi6iN), le condizioni in cui un profugo di Homs privo di una gamba tentava di superare il confine tra Macedonia e Serbia nei pressi del centro accoglienza di Tabanovce, spinto e sollevato in una carriola su un terreno fangoso che rendeva impossibile usare la carrozzina. Hilton riferisce, anche rispetto alla sua esperienza in altri campi dei Balcani, che \u201cc\u2019\u00e8 molta improvvisazione nell\u2019aiuto a queste persone\u201d, un aiuto a passare la frontiera illegale e quindi fornito solo da organizzazioni \u201cdi base\u201d che agiscono in base al \u201cdovere morale di non lasciare indietro qualcuno\u201d \u2013 oppure da trafficanti di esseri umani, ma \u201cper andare con i trafficanti devi camminare molto, ed \u00e8 pericoloso, quindi non penso che molte persone disabili provino a farlo\u201d.<br \/>\nLa presenza di persone con disabilit\u00e0 anche gravi tra i migranti non \u00e8 un fatto eccezionale. Boris Cheshirkov, portavoce dell\u2019UNHCR sull\u2019isola greca di Lesbo, ricorda che \u201clo scorso inverno, su ognuna delle barche che arrivavano c\u2019erano dalle 50 alle 60 persone, e almeno una famiglia aveva un membro con una vulnerabilit\u00e0 significativa. Sulla spiaggia ho visto arrivare centinaia di barche, e sulla maggioranza di esse c\u2019era qualcuno con una disabilit\u00e0 evidente\u201d. La ragione principale per cui le persone con disabilit\u00e0 scappano da zone in guerra, affrontando un viaggio assai pericoloso anche per chi \u00e8 nel pieno delle proprie capacit\u00e0 fisiche, \u00e8 \u201cil collasso dei servizi nei Paesi di origine, dove le persone a rischio elevato non possono pi\u00f9 ottenere sostegno e assistenza dal governo o da altre agenzie. Molti, se non la maggior parte, fuggono all\u2019improvviso, perch\u00e9 vivono con complicazioni in alcuni casi per anni, ma a un certo punto ci\u00f2 diventa semplicemente intollerabile e non possono pi\u00f9 rimanere. Perci\u00f2, in molti casi, coloro che sono giunti con una vulnerabilit\u00e0, ad esempio in Grecia, considerano che la vulnerabilit\u00e0 sia un fattore che ha contribuito al loro movimento. Mi ricordo molto chiaramente di aver incontrato nel campo di Moria [a Lesbo] una famiglia allargata di 20 persone proveniente da Aleppo, con una nonna di circa 85 anni, i suoi figli e le loro famiglie, e uno dei suoi figli aveva una paralisi; i familiari erano commossi quando ne parlavano, e dicevano \u2018lui \u00e8 una delle ragioni principali per cui siamo partiti\u2019\u201d.<br \/>\nBarbara Colzi, responsabile della protezione UNHCR per la Macedonia e quindi anche per il centro di Vinojug-Gevgelija, al confine con la Grecia e di fronte a Idomeni, ricorda il caso di \u201cun rifugiato siriano che era arrivato in sedia a rotelle con tutta la famiglia, e che ci raccontava le grossissime difficolt\u00e0 per riuscire a salire sulla barca per la Grecia; il tragitto via mare \u00e8 descritto come la parte pi\u00f9 difficile, perch\u00e9 poi, una volta arrivati in Grecia, i profughi ricevevano un\u2019assistenza e potevano continuare con mezzi come l\u2019autobus\u201d (prima della chiusura delle frontiere). Anche chi non \u00e8 partito con la famiglia spesso si \u00e8 aggregato lungo il viaggio a gruppi da cui ha trovato l\u2019aiuto necessario a superare difficolt\u00e0 personali anche gravi: \u201cabbiamo visto persone che non avremmo mai detto potessero arrivare fino in Macedonia nelle loro condizioni\u201d.<br \/>\nNon a tutti, per\u00f2, \u00e8 andata cos\u00ec bene. Nel settembre 2015, Jodi Hilton era in Serbia sul confine ungherese: \u201cho incontrato un uomo che stava spingendo un altro uomo in una carriola, lo stava spingendo sin da quando si erano incontrati in Turchia, e mi chiedeva se avevo una pompa, perch\u00e9 la ruota della carriola era sgonfia. Il giorno dopo ci sono stati scontri quando i rifugiati hanno cercato di assalire il confine ungherese, e quest\u2019uomo, che era stato ferito ad Aleppo e aveva un\u2019amputazione, si \u00e8 disperso \u2013 hanno trovato solo la sua carriola\u201d. A trovarlo \u00e8 stata la polizia ungherese, come documentato dai media britannici nella primavera 2016: Ghazy Faisa Hamad, insieme a una donna con una cecit\u00e0 a un occhio e ad altri 9 siriani e iracheni, \u00e8 comparso davanti a un tribunale di Szeged, accusato di aver partecipato attivamente alla rivolta. Secondo Hilton, \u201cnon so quanto violento possa essere stato lui, altre persone gettavano sassi e hanno tirato gi\u00f9 il primo steccato, e a quel punto molte famiglie con bambini e persone comuni si sono precipitate verso il confine per cercare di entrare, e per quanto ne posso capire lui \u00e8 stato catturato dalla polizia perch\u00e9 non \u00e8 potuto fuggire\u201d. Sta di fatto che, secondo le leggi ungheresi inasprite proprio nei giorni caldi di settembre, Hamad, nel processo ancora in corso, rischia una condanna a 5 anni di carcere.<\/p>\n<p><strong>Difficili risposte per bisogni in movimento<br \/>\n<\/strong>Di fronte al flusso di persone nei mesi pi\u00f9 intensi della crisi migratoria, ammette Kirstin Lange, \u201calcuni siti lungo la rotta sono stati migliori nell\u2019assicurare un accesso egualitario (come Gevgelija, in Macedonia) mentre altri sono rimasti sotto lo standard. L\u2019alta mobilit\u00e0 della popolazione all\u2019inizio, e ora il contesto in drammatico cambiamento, hanno reso difficile per tutti gli attori rispondere in modo appropriato\u201d. Secondo Barbara Colzi, facendo riferimento proprio a Gevgelija, \u201cfino all\u2019inizio di marzo, quando c&#8217;erano dalle 7.000 alle 11.000 persone<br \/>\nal giorno che transitavano, rimanevano solo poche ore, ma questo non vuol dire che non ci fosse una risposta per persone che avevano bisogni specifici \u2013 un&#8217;assistenza minima veniva fornita a tutte le persone con problemi medici o disabili, per esempio il trasporto dalla frontiera greca fino al centro di Gevgelija\u201d.<br \/>\nDai bisogni legati al momento pi\u00f9 critico \u00e8 nato il progetto dei \u201cBlue Dots\u201d (\u201cPunti blu\u201d), ovvero \u201ccentri di sostegno a bambini e famiglie\u201d destinati a fornire un insieme di servizi minimi anche alle persone con disabilit\u00e0. Come spiega Colzi, \u201cabbiamo iniziato a implementare questo nuovo progetto a partire da dicembre 2015, e centrale era il fatto di utilizzare la stessa visibilit\u00e0, la riconoscibilit\u00e0 con un punto blu, nei vari Paesi della rotta, dalla Grecia alla Macedonia e alla Serbia\u201d. Anche se i servizi minimi descritti nel documento illustrativo del progetto sono centrati sulle esigenze generali di bambini e genitori (punto informazioni, ripristino di collegamenti tra famigliari dispersi, riunificazione familiare, spazi a misura di bambino e idonei all\u2019allattamento), i \u201cPunti blu\u201d servono anche a identificare bisogni specifici e fornire assistenza di tipo medico, psicologico e fisico, oltre che, come riferisce Colzi, \u201cservizi approvati per persone con disabilit\u00e0, come bagni adattati per persone con mobilit\u00e0 ridotta\u201d; secondo Kirstin Lange, l\u2019inclusione delle persone con disabilit\u00e0 segue questo approccio, sicch\u00e9 sotto l\u2019insegna dei \u201cPunti blu\u201d si potrebbe in futuro \u201cgarantire la disponibilit\u00e0 di interpreti di lingua dei segni e altri mezzi di comunicazione accessibili\u201d. \u201cIl problema\u201d rileva purtroppo Colzi \u201c\u00e8 che nel momento in cui abbiamo iniziato a implementare questo progetto, tra gennaio e febbraio 2016, il movimento dei profughi tra i diversi centri si stava gi\u00e0 riducendo a causa delle crescenti restrizioni alle frontiere\u201d, fino a che la loro chiusura totale all\u2019inizio di marzo ha costretto i profughi a fermarsi negli ultimi campi raggiunti, stanzializzandone la popolazione e vanificando la riconoscibilit\u00e0 dei \u201cPunti blu\u201d.<br \/>\nIl primo passo per rispondere ai bisogni dei profughi con disabilit\u00e0 rimane per\u00f2 identificarli, e anche qui i due centri macedoni di Tabanovce e Gevgelija sono un passo avanti: due report basati su dati raccolti a met\u00e0 marzo e successivamente aggiornati, con la stessa metodologia, tracciano una profilazione delle due popolazioni, \u201cintrapresa al fine di identificare individui e gruppi con bisogni specifici che possono non essersi fatti avanti da soli per rendere tali bisogni noti\u201d. Le persone \u201cvulnerabili\u201d cos\u00ec censite sono quelle in gravi condizioni mediche, i minori non accompagnati o separati dalla famiglia o a rischio (in quanto con figli o in gravidanza), i nuclei monoparentali, le donne in allattamento o in gravidanza, le persone con disabilit\u00e0 e gli anziani con bisogni specifici ulteriori rispetto a quelli legati all\u2019et\u00e0. Colzi spiega che \u201ci rapporti e la profilazione sono stati fatti dall&#8217;UNHCR con l\u2019obiettivo di aiutare le organizzazioni partner, che non avevano la capacit\u00e0 di registrare tutta la popolazione e che gi\u00e0 fornivano assistenza a persone disabili o donne incinte, senza per\u00f2 sapere quante fossero e poter quindi pianificare l\u2019attivit\u00e0\u201d. Alla precisione del censimento fa da contraltare la mutevolezza della popolazione, specialmente a Tabanovce: se nella prima rilevazione edita ad aprile gli ospiti del centro erano 1.024, in quella successiva, meno di due mesi dopo, erano scesi a 415. La maggior parte dei 600 mancanti si \u00e8 affidata a trafficanti per cercare di entrare irregolarmente in Serbia, ma secondo Colzi chi aveva problemi di mobilit\u00e0 \u00e8 in genere rimasto nel centro, perch\u00e9 per provare a proseguire \u201cdevi avere innanzitutto i soldi, ma se in pi\u00f9 in famiglia hai una persona che non pu\u00f2 camminare facilmente, attraversare la frontiera di notte con gruppi di altre persone non \u00e8 possibile\u201d.<br \/>\nNelle strutture di accoglienza in Grecia non esistono censimenti cos\u00ec dettagliati, ma a Lesbo, secondo Cheshirkov, il governo greco ha promosso \u201cazioni positive nell\u2019identificazione delle persone a rischio elevato, come donne incinte o in allattamento, minori non accompagnati, persone con disabilit\u00e0 mentali o fisiche, anziani, sopravvissuti a stupri, tortura o traffico umano\u201d. Questa identificazione \u00e8 decisiva nell\u2019isola dell\u2019Egeo, dove oggi alcune migliaia di persone sono ospitate in due campi profughi, Moria e Kara Tepe: dal 28 marzo, entrato in vigore l\u2019accordo UE-Turchia, il primo \u00e8 diventato un \u201csito di detenzione\u201d chiuso (in cui l\u2019UNHCR ha sospeso le attivit\u00e0), mentre le persone vulnerabili sono state trasferite nel secondo, dove oggi \u201cci sono circa 900 persone, molte delle quali sono famiglie con un membro in situazione di vulnerabilit\u00e0, inclusa la disabilit\u00e0\u201d. Se a Moria \u201cil governo continua a condurre valutazioni di vulnerabilit\u00e0\u201d in un contesto in cui i nuovi arrivi sono comunque molto limitati, a Kara Tepe, riporta Cheshirkov, \u201cstiamo conducendo focus groups con rifugiati e migranti e cerchiamo di identificare quali siano i principali problemi e sfide che percepiscono, ne stiamo prendendo nota, e ci\u00f2 influisce sul modo in cui svolgiamo e introduciamo i nostri programmi\u201d.<br \/>\nSempre in Grecia, fino al 24 maggio 2016, c\u2019era la situazione pi\u00f9 problematica e famigerata: nel campo non ufficiale e temporaneo di Idomeni, migliaia di persone si ammassavano nel fango dal giorno della chiusura del vicino confine con la Macedonia. Proprio il giorno prima dello sgombero, la portavoce UNHCR Stella Nanou rilevava che per le persone con disabilit\u00e0 mancavano un monitoraggio specifico, un\u2019assistenza mirata e anche molte attrezzature di base: \u201cper esempio, carrozzine e stampelle dipendono in gran parte da donazioni, e c\u2019\u00e8 anche una risposta inadeguata per chi soffre di menomazioni alla vista o all\u2019udito\u201d. Quanto agli altri campi aperti dal governo greco nel Nord del Paese, Nanou affermava che \u201cnessuno di loro consente di rispondere adeguatamente a queste sfide, ma questi campi formali offrono condizioni di vita migliorate a confronto di Idomeni\u201d. Purtroppo, i campi a cui Nanou stava facendo riferimento erano quelli gi\u00e0 attivi, e non i nuovi siti in cui le persone sarebbero state trasferite il giorno dopo. Nelle ore dello sgombero di Idomeni, una fonte di una ONG attiva in loco lamentava che di questi siti \u201cnon ne sappiamo nulla, non li abbiamo visitati, non possiamo dire altro che di avere visto le immagini di alcuni di questi campi nei social media, e sembrano altrettanto temporanei, con persone che vivono ancora in tende, una sistemazione inadatta ai bisogni di chi deve essere assistito\u201d. A distanza di pochi giorni, mentre l&#8217;UNHCR dichiarava ufficialmente che \u201cle condizioni di alcuni di questi siti in cui rifugiati e migranti vengono trasferiti cadono ben al di sotto di standard minimi\u201d, il \u201cGuardian\u201d ha definito queste condizioni come \u201cnon adatte per gli animali\u201d, descrivendo e fotografando magazzini con finestre distrutte in cui le tende sono piantate su pavimenti sporchi di cemento e in cui la disponibilit\u00e0 di acqua \u00e8 come minimo intermittente, e ha segnalato che dalla popolazione di Idomeni mancherebbero all\u2019appello 4.000 persone, ipotizzando che \u201cstiano vivendo nelle strade di citt\u00e0 greche come Salonicco, si nascondano nelle foreste vicino al confine macedone o siano stati portati da trafficanti a nord verso l\u2019Europa\u201d. Giorgos Kyritsis, portavoce del governo gre-<br \/>\nco, oltre a smentire questa fuga di massa ha invece sostenuto l\u2019opportunit\u00e0 dello sgombero: \u201cnon diciamo che le condizioni siano perfette, vogliamo migliorarle, ma non c\u2019\u00e8 assolutamente paragone tra le nuove strutture e Idomeni. Almeno ora hanno un tetto sulla testa. Quando piove non si bagnano e non sono costretti a vivere nel fango\u201d.<\/p>\n<p><strong>Al di l\u00e0 del mare<br \/>\n<\/strong>Se in Grecia sono presenti, nelle condizioni descritte, circa 50.000 profughi, la Turchia \u00e8 il Paese che ne ospita di pi\u00f9 al mondo con 3 milioni, di cui il 90% circa dalla Siria. L\u2019accordo con la UE siglato a marzo \u00e8 un\u2019estensione dello \u201cStrumento per la Turchia a favore dei rifugiati\u201d creato gi\u00e0 nel novembre 2015, e definisce il respingimento di potenziali rifugiati in Turchia, per poi prevederne la ricollocazione entro la UE ove la loro domanda di asilo fosse accolta; anche se \u201cl\u2019aiuto specializzato a persone con disabilit\u00e0, la salute mentale e il sostegno psicosociale\u201d figura tra i progetti umanitari immediati inclusi in una delle prime linee di finanziamento aperte in aprile, colpisce che lo \u201cStrumento\u201d non stabilisca standard minimi di assistenza nei campi turchi, cruciali per la stessa sopravvivenza di profughi in situazione di disabilit\u00e0 grave durante l\u2019esame della domanda di asilo. E capire quale sia il livello dell\u2019accoglienza in Turchia \u00e8 molto difficile: Cheshirkov riferisce che \u201cmolti dei campi, se non la maggior parte, sono mantenuti e gestiti molto bene\u201d, sicch\u00e9 \u201cdobbiamo riconoscere lo sforzo che la Turchia ha messo in campo, inclusa l\u2019assistenza nei campi anche alle persone con bisogni speciali\u201d, ma al contempo ammette la diffusione di fenomeni come la prostituzione e il lavoro minorile legati alle necessit\u00e0 di sussistenza. Quanto all\u2019assistenza specifica per le persone disabili, secondo Jodi Hilton, \u201cin generale in Turchia non ci sono infrastrutture per le persone disabili, molti cittadini turchi che hanno una disabilit\u00e0 sono accuditi dalla loro famiglia in casa; sarei molto sorpresa se facessero qualcosa di speciale per le persone con disabilit\u00e0 nei campi turchi\u201d.<br \/>\nLa mancanza di dati impedisce di approfondire una impressione ancor pi\u00f9 inquietante. Si stima che il 15% della popolazione mondiale abbia una disabilit\u00e0; se tale condizione, come si \u00e8 detto, non impedisce e anzi incentiva la fuga dalle zone di guerra, e per\u00f2 ostacola il passaggio illegale tra frontiere europee oggi cinte di filo spinato, ci si attenderebbe di ritrovare una percentuale analoga nei centri che ospitano i profughi. Stando agli ultimi monitoraggi citati e relativi alla Macedonia, per\u00f2, a Gevgelija le persone con disabilit\u00e0 (incluse quelle anziane con bisogni specifici) sono 5 su 141, pari al 3,5%, a Tabanovce addirittura 8 su 415, meno del 2%. Dove \u00e8 finito quel 10% abbondante che manca? Dando per buona la correttezza del censimento, e tenendo conto che pochissimi sono gli ospiti sopra i 60 anni (6 a Tabanovce, solo 2 a Gevgelija), il dubbio \u00e8 che molte pi\u00f9 persone con disabilit\u00e0 in fuga dalla Siria, ma anche dall\u2019Iraq e dall\u2019Afghanistan, siano rimaste nei Paesi di primo asilo, la Turchia ma anche il Libano e la Giordania, e si trovino in condizioni di cui non sappiamo nulla o quasi \u2013 oppure, peggio ancora, che per ogni persona con disabilit\u00e0 che \u00e8 riuscita ad arrivare in Europa molte di pi\u00f9 non siano riuscite a completare il viaggio.<br \/>\nKirstin Lange ricorda che \u201cl\u2019UNHCR fa pressione sui governi perch\u00e9 rendano disponibili modi pi\u00f9 sicuri e legali per i rifugiati per viaggiare verso l\u2019Europa in base a programmi gestiti \u2013 per esempio programmi di ammissione umanitaria, patrocini privati, riunificazione familiare, borse di studio per studenti e schemi di mobilit\u00e0 lavorativa \u2013 cos\u00ec che i rifugiati non ricorrano ai trafficanti per trovare la sicurezza. Una disponibilit\u00e0 maggiore di tali opzioni ridurrebbe i rischi che le persone con disabilit\u00e0 stanno attualmente affrontando tanto nelle aree di conflitto quanto nei Paesi di primo asilo\u201d. N\u00e9 la UE n\u00e9 i suoi Stati membri hanno finora cercato seriamente di costruire questi \u201ccorridoi umanitari\u201d, preferendo gestire il flusso di chi \u00e8 costretto a partire in termini di mera emergenza, con i salvataggi in mare, o con una \u201cprevenzione\u201d tesa a mantenere i profughi, senza garanzie, fuori dai confini europei (due approcci peraltro poco coerenti tra loro, come reso evidente dalla vicenda Mare nostrum\/Triton). Se la cronaca non riesce a definire l\u2019esistenza e la collocazione di quel 10%, non \u00e8 escluso che sia la storia a chiederne conto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Massimiliano Rubbi Il 12 e 13 marzo 2016 l\u2019European Disability Forum ha incontrato Kirstin Lange dell\u2019UNHCR, l\u2019Agenzia ONU che si occupa della protezione dei rifugiati, per discutere della crisi dei migranti in corso da mesi in Europa. 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