{"id":3306,"date":"2025-06-05T11:40:46","date_gmt":"2025-06-05T09:40:46","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3306"},"modified":"2025-06-16T11:29:32","modified_gmt":"2025-06-16T09:29:32","slug":"ritratti-sensibili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3306","title":{"rendered":"Ritratti sensibili"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Lucia Cominoli<\/p>\n<p>Lenz Fondazione, nata nel 2015 a Parma dall\u2019unione tra le Associazioni Culturali Lenz Rifrazioni e Natura D\u00e8i Teatri, raccoglie l\u2019eredit\u00e0 del gruppo fondato nel 1986 da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. Rivolto anche ad attori con disabilit\u00e0 psichica, intellettiva e sensoriale, il lavoro del gruppo si \u00e8 contraddistinto negli anni per il forte segno pittorico e contemporaneo.<br \/>\nDal 1996 il gruppo cura la direzione artistica del festival Natura D\u00e8i Teatri, dedicato alle performing arts nazionali e internazionali.<br \/>\nUn organismo complesso, quello di Lenz e dei suoi \u201cattori sensibili\u201d, che spazia tra i classici, architetture massive e dispositivi tecnologici sofisticati, utilizzando spesso spazi non convenzionali a favore del coinvolgimento dei pubblici.<br \/>\nNe abbiamo discusso con la drammaturga e regista Maria Federica Maestri.<i><\/i><\/p>\n<p><i>Lenz Fondazione compie trent\u2019anni e si definisce oggi come uno spazio di creazione performativa contemporanea, una definizione che quindi non include come identificativa la presenza al proprio interno di attori con disabilit\u00e0 psichica e intellettiva.<\/i><i> <\/i><i>La<\/i><i> <\/i><i>maggior<\/i><i> <\/i><i>parte<\/i><i> <\/i><i>degli<\/i><i> <\/i><i>attori di Lenz, tuttavia, ne seguono da tempo il percorso artistico parallelamente a uno pi\u00f9 personale di autoconsapevolezza e espressione creativa. Quali sono le origini di questo incrocio che ha portato a sovvertire i confini imposti dalle etichette e a costituirvi invece davvero come gruppo eterogeneo?<br \/>\n<\/i><i><\/i><i><\/i>Il percorso, come io penso poi valga per ogni formazione artistica, era scritto all\u2019origine, nel senso che il primo lavoro che tra l\u2019altro ci battezza nel 1986 \u00e8 stato proprio <i>Lenz<\/i>, tratto dalla novella di Karl Georg B\u00fcchner, una delle opere pi\u00f9 intense dedicate al poeta e intellettuale Jakob Michael Reinhold Lenz, la cui indentit\u00e0 \u00e8 palesemente sensibile\u2026 Lenz, pazzo, che vaga per le vie della citt\u00e0&#8230;<br \/>\nQuesta dedica iniziale, importante e identitaria, \u00e8 stata una premessa e anche una nostra sensibilit\u00e0 che non si manifestava direttamente con la presenza dell\u2019attore \u201csensibile\u201d ma che lo conteneva, l\u2019identit\u00e0 poetica conteneva insomma in s\u00e9 l\u2019idea del contagio e della contaminazione psichica con le persone differenti. L\u2019incontro vero e proprio avviene pi\u00f9 avanti, alla fine degli anni \u201990, precisamente nel \u201998 ed \u00e8 un incontro illuminante che non si esaurisce nella meraviglia e nello stupore di quella che \u00e8 la fenomenologia e l\u2019evidenza della sensibilit\u00e0 ma \u00e8 un incontro che si trasforma in una lunga presentazione e trasformazione artistica, un lungo matrimonio che matura ogni anno dal punto di vista esperienziale nostro e del linguaggio.<br \/>\nQuesto incontro folgorante dal punto di vista emotivo e intellettuale si \u00e8 trasformato nella costruzione di una lingua comune che viene interpretata e ristrutturata dal nostro attore sensibile.<\/p>\n<p><i>La tua \u00e8 stata definita una \u201cdrammaturgia della materia\u201d, che attinge ai classici, alla<\/i><i> <\/i><i>poesia,<\/i><i> <\/i><i>che<\/i><i> <\/i><i>non<\/i><i> <\/i><i>rifiuta<\/i><i> <\/i><i>la<\/i><i> <\/i><i>parola,<\/i><i> <\/i><i>amplificandola piuttosto nel corpo e nello spazio. Come accompagnare o forse non accompagnare una persona con disabilit\u00e0 intellettiva nella creazione collettiva<\/i><i> <\/i><i>di un organismo cos\u00ec complesso? \u00c8 possibile parlare di scambio oltre che di improvvisazione? Quanto contano in questo il ruolo dell\u2019immagine e dei nuovi lin<\/i><i>guaggi?<br \/>\n<\/i><i><\/i>Credo che sia inevitabile e non sostituibile la dimensione del tempo. Avere un tempo sufficiente per\u00f2 non significa solo avere un tempo lungo ma conoscere profondamente la persona con cui lavori, l\u2019artista con cui lavori, perch\u00e9 di questo parliamo e trovare il tempo di quell\u2019artista. Penso anche alle nostre esperienze pi\u00f9 complesse e radicali dal punto di vista spaziale, l\u2019ultima in senso immaginifico \u00e8 stata in un padiglione dell\u2019Ospedale Maggiore di Parma, un luogo complesso dal punto di vista architettonico che ci ha permesso di lavorare in stanze, con una compresenza assoluta di tutti gli elementi. Un altro grande allestimento \u00e8 stato quello di <i>Amleto <\/i>nel 2012 all\u2019interno del Teatro Farnese o altri spettacoli alla Galleria Nazionale. Come sono entrati gli attori? Che tempo abbiamo utilizzato per far s\u00ec che non fosse un\u2019esperienza imposta in cui l\u2019attore semplicemente prendeva posto ma renderla un\u2019esperienza condivisa e coabitata? Ecco per quanto riguarda l\u2019<i>Amleto <\/i>la differenza direi che sono stati i quattro anni precedenti di studio e di lavoro, quindi un percorso lunghissimo che ha portato a una pratica della drammaturgia shakespeariana profonda anche se poi \u00e8 stata restituita in un percorso relativamente breve di circa un mese all\u2019interno di uno spazio per l\u2019appunto complesso. Per <i>Il Furioso <\/i>i tempi sono stati brevissimi, c\u2019\u00e8 una furia drammatica insita al testo che ha creato le condizioni per un tempo brevissimo ma \u00e8 stato un progetto a cadenza biennale, per cui sono comunque due anni che noi siamo all\u2019interno della materia con il nostro gruppo di attori. E poi, non dimentichiamoci, ci sono sedici anni di lavoro alle spalle, sedici anni di forte aderenza reciproca, di un forte colloquio dove la lingua che trattiamo \u00e8 una lingua che si fa in comune. Non solo strumenti decorativi di un\u2019installazione dunque ma con i nostri e i loro tempi abbiamo ottenuto un\u2019assoluta partecipazione coerente, poi a livello intellettivo le risposte sono ovviamente diverse a seconda dell\u2019attore.<\/p>\n<p><i>Il vostro \u00e8 un teatro sospeso, basato sulla lentezza e il tempo dilatato, un teatro che<\/i><i> <\/i><i>arriva<\/i><i> <\/i><i>alle<\/i><i> <\/i><i>radici<\/i><i> <\/i><i>animali<\/i><i> <\/i><i>pur<\/i><i> <\/i><i>toccando riferimenti colti e sofisticati, un\u2019esplorazione del corpo complessa che pu\u00f2<\/i><i> <\/i><i>arrivare<\/i><i> <\/i><i>a<\/i><i> <\/i><i>giocare<\/i><i> <\/i><i>su<\/i><i> <\/i><i>strumenti<\/i><i> <\/i><i>e<\/i><i> <\/i><i>ausili pi\u00f9 strettamente legati alla disabilit\u00e0. Penso per esempio allo spettacolo Daphne dove sulla scena ci sono anche gli zoccoli ortopedici. Un richiamo cos\u00ec diretto alla difficolt\u00e0 pi\u00f9 quotidiana come viene percepito dal pubblico?<br \/>\n<\/i><i><\/i>L\u2019uso drammaturgico sempre coerente dei linguaggi e dei dispositivi tecnologici contemporanei \u00e8 fondamentale per rafforzare il potenziale enorme che hanno i nostri attori e dare a volte luce e suono all\u2019oscurit\u00e0 espressiva, dall\u2019amplificazione delle voci o alla registrazione o a dare luce all\u2019espressivit\u00e0 nascosta. La luce crea la dilatazione della figura e della figurazione. Penso alla ritrattistica drammaturgica di Francesco Pititto che ha portato proprio luce nell\u2019espressivit\u00e0, potenziando gi\u00e0 quella che \u00e8 la loro straordinaria bellezza, la loro straordinaria intensit\u00e0.<br \/>\nQuesti mezzi sono dunque degli amplificatori che fanno maturare la presenza anche rispetto alla fruizione dello spettatore. Questo dal punto di vista dell\u2019esito spettacolare.<br \/>\nDal punto di vista invece dell\u2019organizzazione costruttiva del lavoro, io ho impostato nel tempo una forma che non prescinde mai da alcuni elementi che sono le scritture orali stimolate in maniera molto diretta e tematica che vengono registrate e ritradotte e poi riportate all\u2019attenzione per essere nuovamente ritrascritte dal drammaturgo. Ci sono una serie di stratificazioni fondamentali insomma alla base di tecnologie che su entrambi i lati, quello dell\u2019attore e quello dello spettatore, fanno maturare l\u2019esperienza scenica.<br \/>\nPer quanto riguarda l\u2019uso degli oggetti, si uniscono a pi\u00f9 \u201ccampi oggettuali\u201d, non si tratta cio\u00e8 di attrezzi, li considero di pi\u00f9 sotto un codice estetico e insieme prolungamenti corporei e visivi della personalit\u00e0 dell\u2019attore e della sua sensibilit\u00e0.<br \/>\nOgni elemento nel suo minimalismo o nel suo essere massivo dipende di volta in volta dagli allestimenti ed \u00e8 in relazione determinata con l\u2019attore, \u00e8 sempre molto forte l\u2019interscambio personale.<\/p>\n<p><i>Nel 2016 avete dato vita a cinque nuove produzioni particolarmente ambiziose, come Il Furioso, una creazione \u201cinstallativa\u201d<\/i><i> <\/i><i>a<\/i><i> <\/i><i>episodi,<\/i><i> <\/i><i>in<\/i><i> <\/i><i>luoghi<\/i><i> <\/i><i>non<\/i><i> <\/i><i>specificatamente teatrali. Perch\u00e9 proporre a una citt\u00e0 come Parma questa sfida?<br \/>\n<\/i><i><\/i>La forma di dialogo con il pubblico si \u00e8 estremamente rafforzata da quando creiamo opere <i>site-specific<\/i>, dove andiamo davvero con la nostra identit\u00e0 specifica a trasformare i luoghi che ci ospitano e questa trasformazione \u00e8 un nutrimento per chi \u00e8 parte della citt\u00e0 ma anche per chi si sottrae ai propri luoghi di riferimento, a volte necessariamente nascosti, a volte per mancanza di stimolazione. Quello che in questo senso stiamo perseguendo \u00e8 un po\u2019 quello che oggi fanno tutti i musei internazionali, rendiamo quei luoghi vitali, non solo perch\u00e9 dentro c\u2019\u00e8 uno spettacolo ma perch\u00e9 crei una sommatoria di segni che rende quel luogo contemporaneo. Sentiamo forte la continuit\u00e0, pi\u00f9 che con un pubblico generico, con i nostri spettatori che sono parte integrante nei lavori che anche a livello spaziale ti chiedono una presa di posizione diversa rispetto all\u2019altro, al performer, una dislocazione. Penso ai <i>Promessi<\/i><i> <\/i><i>Sposi<\/i>, nella grande sala questa volta di Lenz Teatro, in quello spettacolo non c\u2019era pi\u00f9 direzione nello sguardo, era davvero una sorta di grande romanzo dove ogni spettatore guardava e leggeva la propria pagina.<br \/>\nAnche se Parma \u00e8 una piccola citt\u00e0, resta una citt\u00e0 che negli anni \u00e8 stata ricca di stimoli e che negli anni ha percepito la nostra lezione come importante e necessaria.<\/p>\n<p><i>Sempre all\u2019interno di una cornice contemporanea, Lenz non rinuncia mai all\u2019utilizzo dei classici, classici che ci parlano<\/i><i> <\/i><i>della<\/i><i> <\/i><i>storia<\/i><i> <\/i><i>di<\/i><i> <\/i><i>ieri<\/i><i> <\/i><i>e<\/i><i> <\/i><i>di<\/i><i> <\/i><i>quella<\/i><i> <\/i><i>attuale. Come vivono questa dimensione gli attori di Lenz?<br \/>\n<\/i><i><\/i>\u00c8 una domanda interessante e senza dubbio complessa. Credo che la risposta debba essere intesa coralmente. Ogni soggetto sensibile ha chiaramente una propria visione del mondo, del tempo e dello spazio, questa \u00e8 forse la policromia psichica del gruppo, formato da una decina di attori.<br \/>\n\u00c8 chiaro che in alcuni di essi, come nel caso di Barbara Voghera, un\u2019attrice con Sindrome di Down che lavora con noi dal 1998, c\u2019\u00e8 una consapevolezza diversa.<br \/>\nAl Tempio della Cremazione di Valera, un luogo molto austero, la sua percezione di essere in una lingua contemporanea \u00e8 stata pi\u00f9 forte di un altro attore sensibile che ha anche un\u2019alfabetizzazione di altro tipo.<br \/>\nAbbiamo per\u00f2 per tutti una resa dei conti finale, tutto dipende da quanto ne parlano dopo, a fine spettacolo e percorso, da quanto \u00e8 rimasto. Pi\u00f9 se ne riparla, pi\u00f9 si conferma la loro presenza in una dimensione assolutamente innovativa.<\/p>\n<p><i>Di cosa si \u00e8 occupata l\u2019ultima edizione del festival Natura D\u00e8i Teatri?<br \/>\n<\/i><i><\/i>Mentre noi portavamo lo spettacolo <i>Punto<\/i><i> <\/i><i>Cieco<\/i><i> <\/i>c\u2019\u00e8 stato il passaggio da <i>Il<\/i><i> <\/i><i>Furioso <\/i>agli spazi del Tempio di Valera e l\u2019intervallarsi di presenze tra danza e musica di artisti internazionali. Uno dei punti pi\u00f9 alti \u00e8 stato <i>Autodaf\u00e9<\/i><i> <\/i>all\u2019interno del Festival Verdi, una grande installazione complessa ma a cui teniamo molto, maneggiare il materiale verdiano \u00e8 diventata una delle funzioni del nostro percorso. Il festival ha previsto molti appuntamenti da Simon Mayer, che ha rimaneggiato Il Furioso dal punto di vista di un austriaco e Tim Fuhrer, un artista poliforme che lavorer\u00e0 sul nostro <i>Macbeth<\/i>, il nostro ultimo lavoro dedicato ai quattrocento anni di Shakespeare con gli attori ex detenuti dell\u2019ospedale psichiatrico giudiziario, un altro tassello molto forte e grosso della nostra storia che ci ha messo in fascinazione e tensione profonda.<\/p>\n<p><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura di Lucia Cominoli Lenz Fondazione, nata nel 2015 a Parma dall\u2019unione tra le Associazioni Culturali Lenz Rifrazioni e Natura D\u00e8i Teatri, raccoglie l\u2019eredit\u00e0 del gruppo fondato nel 1986 da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. 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