{"id":3349,"date":"2025-06-10T10:43:56","date_gmt":"2025-06-10T08:43:56","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3349"},"modified":"2025-09-29T12:58:55","modified_gmt":"2025-09-29T10:58:55","slug":"3-il-nostro-calamaio-dialogo-tra-due-animatori-vecchia-data","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3349","title":{"rendered":"3. Il nostro Calamaio. Dialogo tra due animatori vecchia data"},"content":{"rendered":"<p>di Floriana De Nigris e Roberto Ghezzo, ex educatori e formatori del Progetto Calamaio<\/p>\n<p>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Quando Sandra Negri ci ha chiesto di scrivere un articolo sui primi anni del Calamaio ho pensato che sarebbe stato bello intitolarlo cos\u00ec: \u201cIl nostro Calamaio\u201d, un po\u2019 seguendo le orme de \u201cLa mia Africa\u201d della Blixen.<\/p>\n<p>ROBERTO<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Perch\u00e9 no? Il Calamaio \u00e8 sempre stato qualcosa di molto personale, inscindibile dalle persone in carne e ossa che lo compongono. Il Calamaio \u00e8 una dimensione dell\u2019Io e del Noi, del mio e del nostro: abbiamo vissuto un grande senso di appartenenza a questo lavoro. Un Progetto sempre uguale nella ispirazione di fondo e sempre diverso a seconda delle persone che lo compongono. Parlare di come era nei suoi primi anni e parlare di noi stessi \u00e8 la stessa cosa. Inizia tu.<\/p>\n<p>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Mi chiamo Floriana De Nigris, sono nata a Bologna nel maggio del 1963, ho fatto studi sociopedagogici e avevo gi\u00e0 fatto un corso di specializzazione come Tecnico della riabilitazione settore handicap e avevo lavorato per l\u2019AIAS in un servizio di sostegno scolastico nelle scuole elementari prima di entrare nella sede del CDH, la prima sede, quella di via Alamandini: due stanze, credo, o tre\u2026 piccole, insomma un buco, sede della rivista \u201cAccaparlante\u201d. Tutte le mattine si faceva una riunione per impostare il lavoro e relazionarsi col resto del gruppo. Talvolta durava pi\u00f9 la riunione del lavoro stesso.<br \/>\nC\u2019era un bel fermento: tutti i progetti che dopo sono diventati famosi, e chi conosce il CDH sa di che parlo, erano agli esordi, germogli rivestiti di entusiasmo e forti idea- li. Persone giovani che affiancavano persone giovani con disabilit\u00e0, tutti sullo stesso piano, fianco a fianco a costruire un mondo nuovo, quella che chiamavamo <i>una<\/i><i> <\/i><i>nuova<\/i><i> <\/i><i>cultura<\/i><i> <\/i><i>dell\u2019handicap<\/i>. Che bell\u2019aria si respirava! Era la Bologna della cultura e della solidariet\u00e0!<\/p>\n<p>ROBERTO<br \/>\n\u00c8 vero! Anche io, che sono arrivato qualche anno dopo, mi sentivo nel posto giusto proprio per l\u2019atmosfera che tutto poteva essere possibile, tutto si poteva costruire, con un sano ottimismo, realistico, e anche divertimento. Il lavoro con persone con disabilit\u00e0 si trasformava: da noioso, ripetitivo, assistenziale, a qualcosa di coinvolgente, sorprendente, un\u2019avventura. Il Calamaio era un nuovo lavoro che ci trasformava, nei ruoli, nella relazione tra chi era con disabilit\u00e0 e chi non lo era.<\/p>\n<p><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Infatti, inizialmente ero l\u00ec per una borsa lavoro con una ragazza affetta da tetraparesi spastica. Il suo compito era inserire i dati degli abbonati per stampare le etichette per la spedizione della rivista \u201cAccaparlante\u201d. Io ero al controllo perch\u00e9 il lavoro venisse eseguito bene, <i>trainer<\/i><i> <\/i>motivazionale e assi- stente alla toilette naturalmente; \u00e8 l\u00ec che ci ho rimesso la schiena: L1, L2, L3, L4\u2026 Era pesantino sollevarla di peso, busto compreso. Ma ero giovane, le volevo bene, era il mio lavoro e pensavo di essere invincibile. Eh s\u00ec, perch\u00e9 Stefania era deliziosa e lo \u00e8 tuttora che ha gi\u00e0 tutti i capelli bianchi e qualche rughetta attorno agli occhi: aveva occhi grandi e nocciola, espressivi, con il di- to indice un po\u2019 curvo puntato verso l\u2019alto quando asseriva delle cose inarcando la schiena, con il capo riccioluto all\u2019ins\u00f9 per far uscire fuori meglio la voce. Era dolcissima e lo \u00e8 tuttora, insisto col concetto!<br \/>\nNaturalmente il lavoro, inserire dati, era noiosissimo: qualche volta sbagliavamo entrambe la dicitura delle etichette (lei a scriverle e io a controllarle: complici?). Apparentemente intente a guardare lo schermo, origliavamo in realt\u00e0 ci\u00f2 che avve- niva alle nostre spalle: incontri nelle scuole, handicap come tesoro\u2026 tesoro? Quale tesoro? Contatti con le scuole\u2026 interessante, altro che abbonati!<br \/>\nIdea geniale: e se anche Stefania cominciasse a collaborare e la borsa lavoro si veicolasse su questo progetto? Detto, fatto! L\u2019idea all\u2019ASL piacque. Ci ritrovammo coinvolte in riunioni, programmazioni, incontri istituzionali e io mi trasformai in animatrice, promotrice, ideatrice di percorsi didattici. Stefania \u00e8 diventata col passare del tempo una bravissima animatrice nelle scuole, un lavoro molto pi\u00f9 gratificante e creativo che inserire dati!<br \/>\nMi venne in mente che ogni incontro doveva essere pagato. All\u2019inizio chiedemmo un contributo forfettario e negli incontri iniziali, quelli pi\u00f9 importanti (io non avevo ancora esperienza) ci aiut\u00f2 Andrea Pancaldi, il coordinatore storico del CDH. Una volta preso il coraggio, certi del significato e dell\u2019importanza di ci\u00f2 che si proponeva, stabilimmo un giusto tariffario e non fu cosa da poco, perch\u00e9 ogni progetto deve avere un proprio sostentamento, una base solida.<\/p>\n<p>ROBERTO<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Questa \u00e8 stata un\u2019idea fondamentale, l\u2019essere pagati per un lavoro professionale svolto da persone con disabilit\u00e0 nel ruolo di animatori protagonisti. \u00c8 qualcosa che ha cambiato qualitativamente tutto, lasciandosi definitivamente alle spalle una certa mentalit\u00e0 pietistica e instradando il gruppo del Calamaio verso una consapevolezza pi\u00f9 alta, una maggiore autostima, direi.<\/p>\n<p>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Se ci pensi sono passati 30 anni e il progetto esiste ancora e conta 20 persone al suo attivo. Se non ci fosse stata una base solida sarebbe stata una bellissima e brevissima meteora (e, nel sociale, quante se ne vedono in giro). Iniziammo a differenziare gli interventi per gli ordini di scuola e contattammo Regione, Provincia, Comune, Provveditorato, Assessori Scuola e Cultura, Direttori, Presidi, Associazioni: quante porte bussate!<br \/>\nToc, Toc\u2026 Toc, Toc\u2026 Lunetta Gamberini: siamo ora nella nuova sede. Riunione con Imprudente, il suo obiettore Luigi Burzi, Stefani Baiesi, io\u2026 Toc, Toc\u2026 \u00c8 Fazzioli, un <i>handy <\/i>che gioca a calcetto in carrozzina, collabora al CDH da un sacco di tempo, questa mattina col suo nuovo operatore: Roberto Ghezzo!<\/p>\n<p>ROBERTO<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Eccomi qua. Il mio Calamaio \u00e8 iniziato per <i>puro caso<\/i>: l\u2019allora responsabile degli educatori dell\u2019AIAS di Bologna, Rita Serra, mi aveva chiesto di fare l\u2019assistente domiciliare di Alberto Fazzioli, un ragazzo con tetraparesi spastica. Dovevo prelevarlo da casa e portarlo al CDH, in via degli Orti 60. 16 ore settimanali. A tempo determinato.<br \/>\nEra il mio primo lavoro vero (mi ero laureato in Filosofia a Venezia e durante il periodo di obiezione di coscienza mi ero interessato alla disabilit\u00e0): un\u2019amica, con la quale avevo fatto il volontario in una vacanza a Fano organizzata dall\u2019ANFFAS, mi aveva detto che cercavano persone all\u2019AIAS.<br \/>\nHo iniziato cos\u00ec, portando Alberto al CDH che allora era vicino a casa mia: il CDH era una piccola struttura piacevole inserita in un bel parco, tutto piano terra senza barriere, vicino a un centro anziani. Alberto si occupava della societ\u00e0 sportiva S.P.Q.R., Sportivi a Quattro Ruote, che aveva inventato il calcetto in carrozzina. Dentro al CDH era tutto un ribollire di idee e attivit\u00e0: la rivista HP, la biblioteca e ovviamente il Progetto Calamaio. Mi colpivano le persone, alcune decisamente intellettuali, altre pi\u00f9 creative, l\u2019ambiente era allegro, sereno, fuori dagli schemi per essere un luogo di lavoro. Mi aspettavo di trovarmi di fronte a un centro riabilitativo o qualcosa del genere, e invece l\u2019attenzione non era centrata sulla disabilit\u00e0 delle persone, ma sulla loro creativit\u00e0, sulla loro voglia di costruire una \u201cnuova cultura dell\u2019handicap\u201d, allora la chiamavamo cos\u00ec.<br \/>\nLa giornata iniziava invariabilmente attorno a un tavolo per la riunione quotidiana e poi ci si metteva a lavorare in maniera individuale. \u00c8 stato a quel tavolo che una volta, trovandomi da solo e un po\u2019 spaesato, ho provato a comunicare con Claudio Imprudente, che era l\u00ec che mi fissava, attendendo il momento in cui avrei avuto voglia di prendere in mano la lavagnetta trasparente che gli permette di comunicare. Pensare a quante cose abbiamo fatto da allora con quel primo gruppo di persone mi riempie di orgoglio.<br \/>\nLa formazione base era costituita dai <i>disabili <\/i>Claudio, Stefania, Cinzia e Alberto, con gli <i>operatori<\/i><i> <\/i>Floriana, Roberto e Luca, che aveva iniziato come obiettore a Maran\u00e0tha e poi si era trasformato in operatore di Claudio. Ma la distinzione disabili-operatori era pi\u00f9 per l\u2019esterno, per i rapporti formali. In realt\u00e0 ci sentivamo parte di un unico gruppo di persone che aveva in mente un ideale: ridurre l\u2019handicap a livello culturale, con tutta la creativit\u00e0 e immaginazione che avevamo.<br \/>\n1992. Mi ricordo i primi incontri in una scuola materna, a Borgo Panigale: gli incontri del Calamaio di Claudio funzionavano alla grande, sia alle elementari che alle medie e ancor meglio alle superiori. Ma la materna \u00e8 stata un\u2019incognita\u2026 Come parlare di disabilit\u00e0 con bambini di 4-5 anni? Mi ricordo con affetto e gratitudine Andrea Canevaro, il nostro nume tutelare, che alla riunione con i genitori e le maestre ci aiutava a spiegare le ragioni del Calamaio, dell\u2019integrazione possibile.<\/p>\n<p><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>E da allora, Roberto, il mio Calamaio \u00e8 diventato anche il tuo Calamaio perch\u00e9 tu non ti sei solo incuriosito, ti sei appassionato e hai sposato la causa: tanto che io nel 1995 andr\u00f2 via e tu invece ti fermerai ancora 10 anni. Finalmente non ero pi\u00f9 sola. Qualcuno potrebbe protestare: gli obiettori con i quali ho lavorato prima di te, e ne ho contati diversi, andavano e venivano, ogni anno dovevo rispiegare tutto. Certo a ognuno di loro devo tanto, ma in primis devo tanto a Claudio Imprudente, il disabile che per primo ha costruito l\u2019idea coniandola sulla propria persona, come un bel vestito cucito su misura, l\u2019idea del Progetto Calamaio. Carta e penna, parole e sguardi, inchiostro e incontri, parliamo della disabilit\u00e0 ma con una piccola-grande rivoluzione copernicana: protagonista \u00e8 la persona con disabilit\u00e0 che parla di s\u00e9. Il motto era: non pi\u00f9 <i>sull\u2019handicap<\/i>, ma <i>con l\u2019handicap<\/i>. Idea geniale, frutto di Claudio Imprudente e del suo collaboratore dei primi anni, Triche (Marco Tibaldi).<\/p>\n<p>ROBERTO<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>\u00c8 vero Fl\u00f2, il Calamaio \u00e8 soprattutto fatto di incontri, a tu per tu, a tu per noi, a noi per voi\u2026 Sempre incontri, inviti a pranzo, contatti per vedersi all\u2019ora x nel posto y per incontrare bambini, famiglie, insegnanti, in tutta Italia. Quando ti muove un sogno, una causa importante, alla fine incontri persone che credono in quello che credi anche tu. Si fa contatto: in modo naturale, sembra di averli conosciuti da sempre, ci si incontra ma \u00e8 quasi come fosse un rincontrarsi. Ho in mente un sacco di volti amici, persone che ci hanno voluto bene e a cui noi abbiamo voluto bene, con le quali ci siamo fatti un sacco di risate o abbiamo condiviso un\u2019emozione.<\/p>\n<p>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>E cresci&#8230; cresci personalmente, cresci professionalmente, cresci senza accorgertene, cresci senza sforzo, come una pianta che non pu\u00f2 fare a meno di crescere, partendo dal germoglio che con forza prorompente spacca l\u2019involucro, contrasta la forza di gravit\u00e0 e sale facendosi spazio in quella terra fredda e nuda di Carducci per uscire allo scoperto e guardare il cielo. \u00c8 stata dura, in fase iniziale, per il Calamaio rompere il germoglio. Ma non avevamo detto senza sforzo? S\u00ec ma non da subito. Il primo germoglio da rompere eravamo noi stessi, il nostro pregiudizio. Col tempo siamo anche diventati consapevoli che poteva essere un limite contare troppo su un\u2019immagine di disabilit\u00e0 vincente. Tetraparesi s\u00ec, con tanto di carrozzina: ma quanta intelligenza per\u00f2, quanta sensibilit\u00e0&#8230; e che arguzia&#8230; fanno pure le battute spiritose. Ci rendevamo conto che agli occhi degli altri si poteva passare per fenomeni, per l\u2019eccezione che conferma la regola, passando dall\u2019immagine perdente e pietistica verso un\u2019altra immagine altrettanto costruita e perdente, saltando a pi\u00e8 pari la <i>normalit\u00e0<\/i>.<br \/>\nL\u2019autoconsapevolezza, costruita giorno per giorno attraverso il dialogo tra di noi, cresceva unita a tanto entusiasmo e ottimismo per i risultati raggiunti, grazie agli incontri e al dialogo con persone che ci aiutavano a crescere. Tutta questa positivit\u00e0 in parte guadagnata con le fatiche di una vita, in parte costruita come una riserva per i periodi di vacche magre, andava di tanto in tanto scaricata per costruire altre certezze, altre possibilit\u00e0: non \u00e8 forse vero che bisogna levare l\u2019attracco e prendere il mare aperto per trovare nuovi porti, nuovi paesi e genti?<\/p>\n<p>ROBERTO<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Il Calamaio \u00e8 stato un lavoro continuo che ci ha trasformato. Io all\u2019inizio, agli incontri di animazione soprattutto con i pi\u00f9 piccoli, ero un po\u2019, come dire, di legno, piuttosto cerebrale: poi imparando da te mi sono lasciato contagiare dalla magia dell\u2019animazione, del divertirsi imparando. Credo che la specificit\u00e0 del Calamaio, che poi non ho sperimentato in nessun altro luogo di lavoro, stia nel coniugare l\u2019attenzione alle persone (i loro ritmi, le loro capacit\u00e0, i loro talenti, le loro difficolt\u00e0) con la ricerca dell\u2019efficacia, del risultato di qualit\u00e0, sempre perseguiti attraverso il benessere di un lavoro creativo, che coinvolge tanti aspetti di noi. La piccola comunit\u00e0 del Calamaio, inserita nella piccola comunit\u00e0 del CDH, \u00e8 la riprova che se le persone stanno bene, vengono riconosciute, allora riescono a comunicare agli altri benessere. Tutte le persone che abbiamo incontrato (in particolar modo, secondo me, i genitori di persone con disabilit\u00e0) ci hanno riconosciuto una capacit\u00e0 di vivere la disabilit\u00e0 non in modo passivo ma attivo, consapevole (talora imprudente e incosciente!), insomma vivo e creativo. Questo \u00e8 l\u2019aspetto filosofico che mi ha entusiasmato e tuttora, adesso che faccio l\u2019insegnante di sostegno, mi entusiasma, mi acchiappa, mi sorprende: la disabilit\u00e0 non tanto come oggetto di cura, di assistenza, di conoscenza specialistica, ma come punto di vista sul mondo, come prospettiva che tiene conto del limite e delle risorse di tutti, uscendo dalla logica della <i>riserva<\/i>, degli addetti ai lavori, per farsi patrimonio di bellezza e creativit\u00e0 di un contesto, di una comunit\u00e0. Il nostro Calamaio fa parte della nostra storia, ci ha aiutato a trasformarci in quello che siamo diventati e tu, cara Fl\u00f2, sei diventata naturopata.<\/p>\n<p>FLORIANA<b><br \/>\n<\/b><b><\/b>Eri di legno, ma di legno buono, di quel legno che se lo metti nel camino, il fuoco dura e si spande un gradevole profumo. Ma bisogna bruciarlo quel legno perch\u00e9 questo avvenga e tu hai accettato di ardere. Di legno, mica poi tanto\u2026 Suonavi, scaricavi carrozzine, materiali, e poi suonavi ancora le note delle nostre canzoncine che cantavamo assieme ai bimbi e io ho creduto persino di essere intonata mentre cantavo a squarciagola \u201cSveglia il mattino e guardalo con gioia\u201d, nel pratone della scuola materna di Borgo Panigale di fronte a centinaia di persone fra bambini, nonne, genitori, insegnanti. Tutti insieme a guardare con gioia i due orsi, Alberto Fazzioli e Stefania Baiesi, che hanno rischiato pi\u00f9 volte di morire di caldo nel loro travestimento di pelliccia (le feste di fine anno naturalmente si fanno a fine maggio) e tutti i piccoli nei loro vestitini, animaletti, fiori, farfalle, attorno, a quei due <i>handicappati<\/i><i> <\/i>che anzich\u00e9 essere utenti erano animatori.<br \/>\nIn effetti, a ripensarci, sembravamo una famiglia. Mi \u00e8 sempre piaciuto creare dei varchi, sperimentare e nello steso tempo <i>fare<\/i><i> <\/i><i>casa<\/i>. Lavorare e fare casa curando i rapporti nella quotidianit\u00e0 in un clima familiare, di impegno ma anche di divertimento.<br \/>\nQuando andavamo in trasferta con Claudio, la Baiesi, il Fazzioli, Toschi, la Cinzia, guai a non divertirsi! Il clima buono e festaiolo era uno degli elementi indicatori che le cose stavano procedendo bene e fu questo stare bene insieme a essere il segreto del nostro successo.<br \/>\nEravamo come un virus, contagiavamo: i bambini, i ragazzi, i genitori e pure gli insegnanti e anche gli assessori che, contagiati, riuscivano a trovare con mille <i>escamotages<\/i><i> <\/i>i finanziamenti, spulciando i comma di leggi e leggine per investire su di noi, sulla buona scuola, quella buona davvero, quella che fa stare bene.<br \/>\nMa stare bene secondo quale tipo di concezione? Si pu\u00f2 parlare di benessere e disabilit\u00e0? Questa \u00e8 una buona domanda. \u00c8 un ossimoro o realt\u00e0 vivibile e fattibile?<br \/>\nFacciamoci aiutare dalle immagini, linguaggio di antichi archetipi. Quando diciamo benessere subito pensiamo ai centri con terme e <i>beauty farm<\/i>, candele accese e orchidee, vapori e mani sapienti che decontraggono anche l\u2019impossibile\u2026 e poi suggestioni di aromi che attivano e disattivano, fragranze che dialogano con l\u2019infinito.<br \/>\nE la disabilit\u00e0, come si colloca al mondo delle fragranze? Il contatto con la disabilit\u00e0 avr\u00e0 un effetto de-stressante? Un buon incontro con la disabilit\u00e0 crea un\u2019essenza? Il Progetto Calamaio nelle scuole, una presenza qualitativamente gradevole ed efficace, non continua forse tutt\u2019oggi a creare quella scenografia olfattiva la cui fragranza dipende dalla presenza di ognuno (disabili e non)? E allora qualcosa di antico, di profondo, di arcaico, viene risvegliato. Da cosa? Dal torpore dei consumi, dell\u2019omologazione, del sempre uguale, del \u201cnon si pu\u00f2 fare perch\u00e9 \u00e8 inutile\u201d, dal torpore della morte che non muore mai e non morendo ti logora, ti consuma, ti spegne ci\u00f2 che non ha mai acceso, senza che tu lo sappia, che tu te ne accorga, cos\u00ec non fai in tempo neppure a reagire.<br \/>\nMa c\u2019\u00e8 un ricordo che qualcuno ha risvegliato\u2026c\u2019\u00e8 un profumo che persiste, come se fosse un primo ricordo, che risale all\u2019infanzia. Cos\u2019\u00e8 questo odore che mi fa star male, che se lo prendo anche in dose massiccia mi fa star bene?<br \/>\nAllora abbondiamo, senza misura, dove non c\u2019\u00e8 misura, dove ci si apre al crescendo e il troppo non d\u00e0 disgusto. Chi l\u2019ha mai detto che la via giusta \u00e8 quella che sta nel mezzo?<br \/>\nIl mezzo non sa di niente, non sta n\u00e9 da una parte n\u00e9 dall\u2019altra, il mezzo \u00e8 mezzo mica \u00e8 uno! E io voglio l\u2019uno, io sono l\u2019uno.<br \/>\nIl Calamaio: tanti uni ma per fare gli <i>uni <\/i>e gli altri. Come fanno gli altri a stare senza gli uni? Noi, uno+uno+uno, noi uni del Calamaio, volevamo essere uni per incontrare altri uni, quelli interi, mica mezzi, mica pressappoco.<br \/>\nE mentre cercavamo questo, si spandeva quell\u2019odore strano, quell\u2019odore che riguarda me, che riguarda te, che ci fa riconoscere, quell\u2019odore che fa rima con amore, dolore, sapore, migliore, valore\u2026 Un odore che \u00e8 come un colore, quello del cuore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Floriana De Nigris e Roberto Ghezzo, ex educatori e formatori del Progetto Calamaio FLORIANA Quando Sandra Negri ci ha chiesto di scrivere un articolo sui primi anni del Calamaio ho pensato che sarebbe stato bello intitolarlo cos\u00ec: \u201cIl nostro Calamaio\u201d, un po\u2019 seguendo le orme de \u201cLa mia Africa\u201d della Blixen. ROBERTO Perch\u00e9 no? 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