{"id":3479,"date":"2025-06-16T12:14:27","date_gmt":"2025-06-16T10:14:27","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3479"},"modified":"2025-06-23T09:24:10","modified_gmt":"2025-06-23T07:24:10","slug":"3-oltre-la-scatola-il-terzo-spazio-e-le-nuove-forme-del-partecipare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3479","title":{"rendered":"3. Oltre la scatola. Il terzo spazio e le nuove forme del partecipare"},"content":{"rendered":"<p><strong>3.1 Portanti, divisorie, scorrevoli&#8230; A che cosa servono le pareti?<\/strong><br \/>\nDal teatro <i>en<\/i><i> <\/i><i>plein<\/i><i> <\/i><i>air<\/i><i> <\/i>all\u2019edificio cos\u00ec come lo conosciamo. Diciamocelo, se pensiamo allo spazio teatrale italiano la prima immagine che ci viene in mente non \u00e8 il <i>theatron<\/i><i> <\/i>ma \u00e8 un palco con un bel sipario di velluto rosso. Sar\u00e0 forse un caso? Non proprio. Non potendo mai prescindere dal rappresentare la societ\u00e0 in cui abita, il teatro ha infatti nel corso del tempo cambiato molte volte forma e funzione, il che, come ha sottolineato lo studioso Fabrizio Cruciani, \u00e8 stato un percorso graduale e controverso.<\/p>\n<p><i>\u201cIl<\/i><i> <\/i><i>passaggio<\/i><i> <\/i><i>dal<\/i><i> <\/i>\u2018luogo\u2019 <i>al<\/i><i> <\/i>\u2018teatro\u2019 <i>\u00e8<\/i><i> <\/i><i>il<\/i><i> <\/i><i>punto<\/i><i> <\/i><i>di<\/i><i> <\/i><i>arrivo<\/i><i> <\/i><i>di<\/i><i> <\/i><i>tensioni<\/i><i> <\/i><i>complesse<\/i><i> <\/i><i>e<\/i><i> <\/i><i>non univoche che danno esito, in Europa, alla sala barocca o all\u2019italiana, sia nella definizione della scenografia che della sala e del palcoscenico; e da cui nascono i <\/i><i>\u2018mestieri\u2019 dell\u2019architetto teatrale e dello scenografo. Questa realt\u00e0 delimitata \u00e8 stata<\/i><i> <\/i><i>ipostatizzata<\/i><i> <\/i><i>e<\/i><i> <\/i><i>resta,<\/i><i> <\/i><i>nella<\/i><i> <\/i><i>cultura,<\/i><i> <\/i><i>lo<\/i><i> <\/i><i>spazio<\/i><i> <\/i><i>del<\/i><i> <\/i><i>teatro,<\/i><i> <\/i><i>nonostante<\/i><i> <\/i><i>le<\/i><i> <\/i><i>inquietudini e le fratture del teatro del Novecento\u201d<\/i><\/p>\n<p>Il nostro palco con sipario rosso insomma e i suoi dorati decori di stucco.<br \/>\nUn dato di realt\u00e0, quello che riassume Cruciani, che tuttavia non \u00e8 stato del tutto impermeabile alle rivoluzioni del XX secolo.<br \/>\nAd essere per lo pi\u00f9 messi in crisi infatti non furono tanto gli elementi strutturali del teatro in s\u00e9 e per s\u00e9 ma tutti quegli elementi di convenzione che per anni hanno condizionato, ostacolato o limitato la visione del pubblico, sottolineandone una presa di distanza da quanto accadeva sulla scena. Tra questi la pi\u00f9 nota \u00e8 la cosiddetta quarta parte, quella parete immaginaria che nel teatro all\u2019italiana del tardo Seicento cominci\u00f2 a frapporsi costantemente tra l\u2019attore e lo spettatore, figurine ora di una scatola ideale, in cui lo spazio della scena, delimitato dal palcoscenico, restava poggiato sulle tre pareti principali del fondale e delle quinte laterali.<br \/>\nUna divisione costretta dunque, che, bench\u00e9 immaginaria, si \u00e8 fatta rappresentazione di una scissione tra le responsabilit\u00e0 di chi guarda e quelle di chi agisce sulla scena che non \u00e8 sfuggita ai grandi registi delle Avanguardie e del dopoguerra.<br \/>\nDagli anni Cinquanta in poi Brecht, Strehler, il Living Theatre, Grotowski e i loro successori si impegnarono con forza per abbattere la quarta parete, utilizzando gli strumenti della scena quali occasioni per modificare in termini fisici, percettivi e relazionali l\u2019atto della visione, coinvolgendo lo spettatore nell\u2019opera stessa, arrivando persino a toccarlo ma pi\u00f9 in generale richiamandolo al suo ruolo di testimone, capace, proprio come nel teatro greco, di trovare nell\u2019arte il momento privilegiato per partecipare emotivamente e politicamente della propria epoca.<br \/>\nUn Nuovo Teatro fu ci\u00f2 che ne deriv\u00f2, la cui nascita viene ufficialmente sancita dal Convegno di Ivrea nel 1967, spostando ulteriormente l\u2019attenzione sulla dimensione politica e al contempo rituale dell\u2019atto teatrale, per poi sovvertire ulteriormente gli schemi negli anni Ottanta e Novanta con i Teatri Novanta e il Postmoderno che hanno messo al centro l\u2019atto performativo dell\u2019attore, in un dialogo fortemente corporeo con lo spettatore e l\u2019utilizzo delle nuove tecnologie quali partiture drammaturgiche di spettacoli che non necessariamente debbono avvalersi di un testo scritto per definirsi tali.<br \/>\nTutti questi cambiamenti hanno ovviamente trovato risposta nel pubblico, che si \u00e8 modificato parallelamente agli spazi, alle forme e alle funzioni che il teatro ha portato nella Storia con s\u00e9.<br \/>\nDa arte popolare per eccellenza a manifestazione statale della cultura aristocratica e borghese, il pubblico del teatro italiano aveva di fatto finito per cercare in quel luogo la conferma di uno <i>status<\/i><i> <\/i><i>quo<\/i>, pi\u00f9 che una messa in crisi di s\u00e9. L\u2019atto stesso di andare a teatro ha cominciato a diventare un lusso per pochi, portando in auge la diffusione di certi generi piuttosto che altri, primo tra tutti l\u2019opera lirica. Ci\u00f2 non toglie per fortuna che il teatro non abbia mai perso la sua natura rivoluzionaria. I registi, gli attori e i drammaturghi (compresi quelli dell\u2019opera) non si sono mai risparmiati dall\u2019indagare le proprie epoche, denunciandone con i mezzi a loro disposizione ambiguit\u00e0, ingiustizie e mancanze, spesso riprese con forza anche dagli autori del Novecento e del Nuovo Teatro che di tutto questo hanno reso protagonista a pari merito il pubblico, la cui conformazione ha perci\u00f2 cominciato a rifarsi pi\u00f9 variegata. Il teatro sociale, cos\u00ec come le attuali riflessioni e aperture sui temi dell\u2019accessibilit\u00e0 e della specificit\u00e0 dei pubblici, sono quindi eredi diretti delle esperienze del Nuovo Teatro che nel <i>theatron <\/i>e nell\u2019esperienza rituale hanno ripescato i loro fondamenti teorici principali.<br \/>\nSe parliamo di disabilit\u00e0 tuttavia, parlare genericamente di ritorno alle origini non basta: la cultura che di volta in volta ne ha accompagnato e condizionato l\u2019immagine, e di riflesso la partecipazione delle persone che la vivono all\u2019interno della societ\u00e0, ne ha segnato prepotentemente nel tempo la presenza o meno in determinati contesti, con uno scarto decisamente maggiore rispetto ad altri tipi di pubblico. Le rappresentazioni che la Storia ci ha lasciato della disabilit\u00e0 sono infatti complesse e contraddittorie e lo stesso teatro non ha mancato di restituircele. Lo ha fatto con le opere che ha portato sulla scena, alle volte in termini tragici, facendo coincidere l\u2019handicap con le colpe dei protagonisti, altre in termini comici, dalle battute alle acrobazie dei giullari; lo ha fatto persino in termini magici e morali, riservando cos\u00ec al personaggio con disabilit\u00e0 il potere di interpretare il destino e i comportamenti umani.<br \/>\nLa disabilit\u00e0 sul palco dunque c\u2019\u00e8 sempre stata ma per lungo tempo \u00e8 apparsa come portatrice di un\u2019eccezionalit\u00e0. L\u2019arrivo del Nuovo Teatro invece ha sancito una presa di posizione diversa, soprattutto dalla fine degli anni Settanta in poi. L\u2019attore disabile \u00e8 ora il protagonista, sia fruitore di percorsi rivolti all\u2019espressivit\u00e0 e al benessere personale o artista <i>tout court<\/i>, egli \u00e8 ora creatore dotato di un\u2019autorialit\u00e0 sua propria, un passaggio fondamentale che dalla scena ha finito per contagiare anche il pubblico.<br \/>\nAumentando le autonomie politiche di pari passo con il cambiamento nella percezione collettiva della parola \u201cdiversit\u00e0\u201d, anche i luoghi della cultura hanno cominciato a popolarsi di nuove presenze e cos\u00ec anche la dicotomia palco-platea ha finito per assottigliarsi.<br \/>\nCiononostante il desiderio sincero di molte strutture di aprire oggi i propri spazi all\u2019entrata di un pubblico con difficolt\u00e0 motorie e\/o cognitive si trova spesso ancora a fare i conti con le architetture del teatro all\u2019italiana, che come ci faceva notare Cruciani, connota ancora la maggior parte degli spazi scenici del nostro paese, il che, soprattutto nei piccoli centri, rende l\u2019accesso allo spettacolo piuttosto complicato. A mettersi in mezzo ci sono infatti difficolt\u00e0 legate all\u2019accessibilit\u00e0 e alla fruizione, a causa per esempio di gradinate sprovviste di rampa all\u2019entrata o alla struttura ad alveare dell\u2019edificio, sviluppata su platea, palchi e palchetti secondo un principio di separazione gerarchico che non rende unanime la visione. Reali problemi di sicurezza poi, fungono da barriere altrettanto imponenti, a causa di pendenze, spazi di passaggio ridotti e bagni non a norma.<br \/>\nQuesta carenza tuttavia, bench\u00e9 storicamente legittimata, non \u00e8 irrimediabile e potrebbe condurre a un ripensamento degli spazi che, pur restando in un\u2019ottica di ristrutturazione conservativa e condivisa, sarebbero capaci di rispondere alla domanda degli spettatori su scala nazionale e non solo locale.<br \/>\nPaesi come Danimarca, Svezia, Inghilterra, Germania e Francia hanno da tempo inserito la relazione con il pubblico come parte integrante della propria quotidianit\u00e0 progettuale e anche lo spettatore con disabilit\u00e0 vi trova un ruolo specifico. Rispetto all\u2019Italia, complessivamente ai primi esperimenti in tal direzione, c\u2019\u00e8 da chiedersi quanto i teatri siano effettivamente non solo accessibili <i>per<\/i>, ma realmente frequentati <i>da <\/i>persone con disabilit\u00e0.<br \/>\nC\u2019\u00e8 chi non vede il problema, dichiarandosi abituato a condividere lo spettacolo con pubblici di tutti i tipi, c\u2019\u00e8 chi sottolinea un\u2019assenza e infine chi pone il problema della modalit\u00e0 con cui viene scelto e poi fruito uno spettacolo dalla persona a seconda del tipo di disabilit\u00e0, sensoriale, motoria e\/o cognitiva che questa porter\u00e0.<br \/>\nGli ultimi dati dell\u2019Istat sottolineano nel quadro di statistica ufficiale <i>La<\/i><i> <\/i><i>disabilit\u00e0<\/i><i> <\/i><i>in Italia<\/i>, che fino ai 24 anni la percentuale di persone disabili che ad oggi si sono recate a teatro \u00e8 praticamente la stessa di quella del resto della popolazione normodotata. Dai 25 anni in su invece il divario aumenta sensibilmente, e in particolare si sottolinea come nella fascia 25-44, solo l\u201911,3% delle persone con elevata disabilit\u00e0 vada abitualmente a teatro, contro il 21% della popolazione non disabile con caratteristiche simili.<br \/>\n\u00c8 la met\u00e0.<br \/>\nUn dato interessante, quello dell\u2019Istat, che svela non solo le inclinazioni delle persone con disabilit\u00e0 ma come le loro autonomie e le possibilit\u00e0 di scelta cambino spesso in relazione ai contesti di accompagnamento che le circondano di pari passo con l\u2019et\u00e0.<br \/>\nFino ai 24 anni infatti la maggior parte dei ragazzi che frequenta il contesto scolastico, compresa l\u2019Universit\u00e0, si muove tendenzialmente con il supporto della sfera educativa e familiare.<br \/>\nSuccessivamente, in particolar modo se la persona possiede un deficit cognitivo, diventa sempre pi\u00f9 difficile trovare occasioni non mediate per muoversi in una prospettiva di adultit\u00e0, soprattutto quando non si tratta di inserimento lavorativo, percepito dalla collettivit\u00e0 come legittimo, ma di svago, piacere, cultura e tempo libero. In quest\u2019ambito, anche qualora la persona dimostri un interesse specifico verso qualcosa, a meno che la famiglia non si attivi per lei, la grande domanda sottesa resta infatti: con chi posso andare? O ancora, se la persona dimostra una sensibilit\u00e0 spiccata verso un ambito artistico ma non \u00e8 in grado di reperire informazioni e scegliere da sola, chi la indirizza?<br \/>\nA provare a rispondere a queste domande ci sono le cosiddette uscite del tempo libero, in cui gli accompagnatori, prevalentemente volontari, propongono all\u2019utente una rosa di possibilit\u00e0, dalla pizza, al cinema, al bowling, dove al teatro viene dedicato spesso uno spazio marginale e purtroppo non sempre di qualit\u00e0, privilegiando i nomi del piccolo schermo o sale parrocchiali che hanno il pregio dell\u2019accessibilit\u00e0 ma che si rivolgono pi\u00f9 specificatamente a bambini e ragazzi.<br \/>\nPortanti, divisorie, scorrevoli&#8230; Sembra che, ovunque ci si giri, le pareti da sfondare non siano mai finite.<br \/>\nI teatranti lo sanno bene e sar\u00e0 forse per questo che \u201cla quinta parete\u201d \u00e8 un titolo che \u00e8 stato scelto da molti per declinare sotto varie sfumature progetti, convegni, messe in scena, qualcuno nella cerchia dei critici ci ha anche scherzato su, proprio a indicarne l\u2019improvviso proliferare.<br \/>\nCoincidenze a parte \u00e8 certo che l\u2019esigenza di ampliare i consueti spazi dello spettacolo a nuovi pubblici e a nuovi modi di fruirne la proposta artistica risponde a una mancanza comunitaria sentita da tutti, complice il bombardamento e la schiavit\u00f9 dei social, della politica detta e non agita, della distanza crescente nelle relazioni tra i singoli, della schizofrenia reale-virtuale.<br \/>\nDisabilit\u00e0 e teatro viaggiano per\u00f2 su un terreno diverso e con molte similitudini, come il fatto che quando li incontri non puoi fare a meno di confrontarti con la dimensione presente di un\u2019esperienza condivisa.<br \/>\nSulla base di tutti questi presupposti in parte ancora irrisolti, il laboratorio <i>\u201cLa Quinta<\/i><i> <\/i><i>Parete.<\/i><i> <\/i><i>Lo<\/i><i> <\/i><i>spettatore<\/i><i> <\/i><i>\u00e8<\/i><i> <\/i><i>uno<\/i><i> <\/i><i>sguardo<\/i><i> <\/i><i>che<\/i><i> <\/i><i>racconta\u201d<\/i><i> <\/i>ha provato a inserirsi nei processi in atto mettendo alla prova nel gioco partecipato della visione le attuali definizioni, target e complicanze senza allarmismi ma poco buonismo, lasciandoci andare al divertimento e ai suoi rovesciamenti.<br \/>\nChe ci sia forse un terzo spazio al di l\u00e0 delle pareti<\/p>\n<p><strong>3.2 Quel vuoto in mezzo a noi<br \/>\n<\/strong>Quando individui che provengono da gruppi di appartenenza diversa (etnica, religiosa, sociale&#8230;) provano a mettersi in dialogo all\u2019interno di un contesto culturale rappresentativo del patrimonio storico-artistico di uno dei due, si cerca oggi di condurre i propri ospiti in percorsi che mirano a un\u2019inclusione il pi\u00f9 possibile partecipata, serena e accogliente.<br \/>\nMusei, teatri, biblioteche e qualunque altra istituzione culturale apra le porte del proprio spazio, lo fa infatti ormai quasi sempre con attivit\u00e0 e visite guidate pensate per consegnare all\u2019altro una narrazione di s\u00e9 completamente comprensibile e fruibile, previa un\u2019analisi delle competenze, delle credenze e dei codici degli interlocutori profonda e meditata.<br \/>\nSimona Bodo, ricercatrice e consulente in problematiche di diversit\u00e0 culturale e inclusione sociale nei musei, ha tuttavia sottolineato come questo meccanismo, bench\u00e9 nasca in buona fede, evidenzi in realt\u00e0 una disparit\u00e0 di opportunit\u00e0 nel dialogo fra i soggetti. Chi accoglie tende infatti a rivolgersi all\u2019altro con strumenti e identit\u00e0 sue proprie che spesso ci portano a far coincidere le strategie messe in atto a favore dell\u2019integrazione con quelle dell\u2019educazione.<br \/>\nUn\u2019analisi pungente che rimette in discussione le dichiarazioni d\u2019intenti di chi fa e trasmette cultura.<br \/>\nLa ricercatrice, che prende in analisi in particolare il dialogo interculturale, osserva prendendo a prestito le parole di Richard Sandell, come le istituzioni culturali \u201csiano inequivocabilmente coinvolte nelle dinamiche della (dis)uguaglianza e nei rapporti di potere tra gruppi diversi grazie al ruolo che essi giocano nella costruzione e nella diffusione di narrative sociali dominanti. Le istituzioni culturali non sono affatto neutre. Quello che decidono di rappresentare diventa fatto: si rafforzano stereotipo, si segmentano pubblici etc. Quindi la responsabilit\u00e0 \u00e8 enorme. Promuovono certi valori a scapito di altri e quindi fanno trend. Essi hanno una precisa responsabilit\u00e0 di misurarsi con questioni di diversit\u00e0 e uguaglianza\u201d<br \/>\nIl modo con cui ci approcciamo alla diversit\u00e0 dunque, ne condiziona la rappresentazione, il che, quando si parla di strutture custodi di patrimoni condivisi, pu\u00f2 finire per spostare tendenze in una direzione piuttosto che in un\u2019altra, contribuendo a ridisegnare o a cristallizzare la cultura con ricadute tangibili sulle scelte politiche, la vita sociale e il diritto.<br \/>\nCome fare allora a istituire un dialogo paritario tra i soggetti che compongono la nostra \u201cmulti-societ\u00e0\u201d?<br \/>\nLa risposta, secondo Simona Bodo, risiede nel terzo spazio, quello spazio vuoto cio\u00e8 che intercorre tra due individui che si incontrano, uno spazio che non \u00e8 ancora stato attraversato e che per questo pu\u00f2 essere immaginato e ricreato insieme da zero. Saranno allora \u201cspazi terzi\u201d tutti quegli spazi in cui \u201cgli individui siano in grado di oltrepassare i confini di appartenenza e diventare creatori della propria identit\u00e0, invece di vedersela automaticamente attribuire in base a criteri univoci. [\u2026] Spazi in cui, riprendendo la definizione Unesco di patrimonio del 2003, i musei sono chiamati a riconoscere e accettare che il patrimonio possa essere costantemente ricreato da comunit\u00e0 e gruppi (inclusi quelli tradizionalmente emarginati dai circuiti consolidati della cultura) e non esclusivamente da una ristretta comunit\u00e0 professionale&#8221;<br \/>\nQuel vuoto in mezzo a noi, quello spazio che sta tra due individui che si incontrano \u00e8 quindi la chiave per cominciare a ricreare e ad agire insieme la cultura. Un approccio che vale per i musei ma che vale anche per il teatro, quando per esempio propone a migranti, persone con disabilit\u00e0 o terza et\u00e0, laboratori dagli esiti spettacolari obbligati che spesso rivelano autori e attori straordinari ma che tendono a circoscrivere la nascita di nuove e importanti relazioni all\u2019urgenza del momento.<br \/>\nUn pensiero su cui i registi e gli attori del Teatro ITC di San Lazzaro si stanno interrogando da tempo, come ci ha raccontato l\u2019attrice Micaela Casalboni nella conversazione che trovate pi\u00f9 avanti nella monografia.<br \/>\nE da parte del pubblico? Cambia qualcosa? Per noi del Progetto Calamaio no, o almeno questa \u00e8 la conclusione a cui siamo arrivati a seguito del nostro laboratorio di educazione alla visione. L\u2019entrata a teatro e la successiva rielaborazione degli spettacoli da parte degli educatori e degli animatori con disabilit\u00e0 del gruppo ha infatti permesso di ripensare le visioni in chiave interpretativa a livello personale ma anche di farci conduttori nella formazione di critici e artisti sul tema dell\u2019accessibilit\u00e0, nelle sue tre componenti principali: ingresso, accoglienza, fruizione.<br \/>\nFare <i>per<\/i><i> <\/i>e fare <i>con<\/i>, una differenza che da trent\u2019anni \u00e8 il marchio di fabbrica del Progetto Calamaio e che ora, finalmente, comincia a trovare spazi istituzionali di confronto.<br \/>\nUn presupposto semplice ma a suo modo rivoluzionario, una spinta per contribuire a ricomporre lo scarto tra la comunit\u00e0, non pi\u00f9 incalzata a consumare passivamente prodotti culturali e gli spazi stessi, concepiti non pi\u00f9 per essere visitati ma come luoghi di relazione, protagonisti di incontri e processi in continua evoluzione<\/p>\n<p><strong>3.3 Accessibilit\u00e0. Pubblicit\u00e0 o progresso?<br \/>\n<\/strong>\u201cL\u2019accessibilit\u00e0 ormai \u00e8 diventata una moda, quasi tutti i contesti, dalle palestre, agli spazi culturali, ai bar, agli alberghi, la usano per farsi pubblicit\u00e0\u201d.<br \/>\nUn\u2019affermazione senza peli sulla lingua, come \u00e8 nello stile di chi l\u2019ha pronunciata. Sono parole, qualcuno di voi forse le avr\u00e0 riconosciute, del giornalista con disabilit\u00e0 Claudio Imprudente, uno dei fondatori del Centro Documentazione Handicap di Bologna e del Progetto Calamaio, che settimanalmente affianco nella stesura dei suoi articoli.<br \/>\nDa un certo punto di vista, ho pensato, difficile caro Claudio darti torto&#8230; L\u2019accessibilit\u00e0 \u00e8 un valore aggiunto e apre senza dubbio l\u2019ingresso a nuovi pubblici potenziali, confrontarsi con la disabilit\u00e0 \u00e8 politicamente corretto e si potrebbe addirittura arrivare a trarre la conclusione che chi la mette in atto \u00e8 qualcuno che \u201csi comporta bene\u201d. Adeguamento ai nuovi target ma nobili intenti. Un\u2019ottima combinazione, certamente, per le strutture ospitanti che sembrerebbe mettere tutti d\u2019accordo.<br \/>\nL\u2019affermazione di Claudio tuttavia insinua un dubbio non tanto sugli intenti ufficiali ma su quanto tali strutture abbiano conoscenza e consapevolezza reali di quelle che sono le esigenze e i bisogni della persona con disabilit\u00e0, che non sempre si limitano a un\u2019entrata agevole, a un sorriso o a biglietti ridotti al cinema e a teatro.<br \/>\nAllo stesso modo si potrebbe rispondere che se la moda esiste \u00e8 perch\u00e9 c\u2019\u00e8 stata negli ultimi anni una richiesta, che le persone con disabilit\u00e0, soprattutto quelle giovani, come i dati Istat ci hanno dimostrato, fruiscono pi\u00f9 di prima degli spazi cittadini e dei luoghi deputati al divertimento e allo svago, il che, va detto, \u00e8 un grande progresso.<br \/>\nE poi, si sa, non esister\u00e0 mai uno spazio accessibile per tutti, parlare di disabilit\u00e0 \u00e8 in fondo parlare di umanit\u00e0, tante e sottili sono le diversit\u00e0 all\u2019interno della stessa, e ci\u00f2 che potr\u00e0 andare bene per qualcuno sicuramente non lo sar\u00e0 per qualcun altro. La differenza, per tornare al discorso di Simona Bodo, si misura a nostro parere nei luoghi della cultura soprattutto sul piano della restituzione, sul come cio\u00e8 in termini di comunicazione, pratiche e approcci l\u2019immagine della disabilit\u00e0 verr\u00e0 poi esternalizzata.<br \/>\nUn aspetto che tocca nel profondo la questione formativa riguarda poi, per dirla con Silvia Mascheroni: \u201cil salto di ruolo compiuto dai protagonisti dei progetti: da testimoni della loro comunit\u00e0 e dunque destinatari del progetto, a interpreti dei bisogni e delle istanze dei loro pari, con la consapevolezza e la responsabilit\u00e0 di poter diventare i risolutori di quel disagio, di quelle difficolt\u00e0 vissute nell\u2019esperienza dell\u2019incontro con il patrimonio, poich\u00e9 con la professionalit\u00e0 acquisita si promuove una comunicazione non pi\u00f9 incompleta e incomprensibile all\u2019interno degli spazi. La mediazione \u00e8 forte di conoscenze esperte, ma attenta alla storia di ognuno, si arricchisce di altri percorsi e di altre narrazioni, costruendo una mappa sensibile condivisa, sollecitando uno sguardo critico e attivo\u201d<br \/>\nCon quest\u2019approccio il Progetto Calamaio ha fatto il suo ingresso a teatro, ricavandone l\u2019occasione per creare un terzo spazio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>3.1 Portanti, divisorie, scorrevoli&#8230; A che cosa servono le pareti? Dal teatro en plein air all\u2019edificio cos\u00ec come lo conosciamo. Diciamocelo, se pensiamo allo spazio teatrale italiano la prima immagine che ci viene in mente non \u00e8 il theatron ma \u00e8 un palco con un bel sipario di velluto rosso. Sar\u00e0 forse un caso? 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