{"id":3631,"date":"2025-07-02T12:45:31","date_gmt":"2025-07-02T10:45:31","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3631"},"modified":"2025-07-11T11:29:42","modified_gmt":"2025-07-11T09:29:42","slug":"ad-ognuno-il-suo-mestiere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=3631","title":{"rendered":"Ad ognuno il suo mestiere"},"content":{"rendered":"<p>di Stefano Toschi<\/p>\n<p>In questi anni abbiamo pi\u00f9 volte trattato l\u2019argomento del lavoro in molte sue sfaccettature. Quando si accostano i temi disabilit\u00e0 e lavoro, vengono subito in mente alcuni ammortizzatori sociali quali il collocamento mirato e altri provvedimenti volti a favorire l\u2019integrazione, anche in ambito professionale, delle persone con deficit. In realt\u00e0, il pi\u00f9 delle volte si cade in binomi non proprio in linea con il principio della realizzazione personale, del lavoro nobilitante e caratterizzante l\u2019individuo. Si pensi al ragazzo non vedente messo a rispondere al centralino, anche quando questi \u00e8 un ingegnere laureato con lode: \u00e8 il caso concreto di un mio giovane amico. D\u2019altra parte, in tempo di crisi, per \u201cportare a casa la pagnotta\u201d tanti giovani brillanti e normodotati si accontentano di professioni di ripiego, essendo sempre di pi\u00f9 quelli del tutto senza lavoro e senza reddito: figuriamoci i giovani che partono da una condizione di svantaggio fisico. Il mercato del lavoro \u00e8 sempre pi\u00f9 competitivo, richiede caratteristiche psicofisiche e di resistenza alla fatica e allo stress che non sono alla portata di tutti. Eppure, il lavoro \u00e8 un diritto individuale fondamentale, e sarebbe un diritto la realizzazione di s\u00e9 tramite esso. Nella condizione di gravit\u00e0 del mio handicap non ho mai sperato di poter trovare un\u2019occupazione adatta a me. O meglio, dopo la laurea in filosofia, conseguita grazie al supporto di mia mamma, di alcuni colleghi e alla comprensione dei docenti, avrei ambito all\u2019insegnamento, ma le mie difficolt\u00e0 di espressione avrebbero reso molto difficile, se non impossibile, la comunicazione con gli studenti. Per molto tempo il fatto di non poter lavorare mi ha posto di fronte ai miei limiti fisici con prepotenza: ritenevo di avere qualcosa da dare al prossimo, ma non trovavo il modo per esprimerlo e per sentirmi inserito in un contesto sociale che, troppo spesso, misura il valore di un individuo proprio in base alla produttivit\u00e0. Poi sono arrivati gli inviti ai convegni in qualit\u00e0 di relatore, la pubblicazione dei libri, gli articoli: ho trovato, cos\u00ec, il modo per comunicare quello che avevo a mia volta appreso negli anni, sia sui libri di testo, sia tramite tante esperienze di vita vissuta. Dopo alcuni anni ho avuto l\u2019occasione di tenere un seminario all\u2019istituto di scienze religiose Santi Vitale e Agricola, realizzando, cos\u00ec, l\u2019ambizione dell\u2019insegnamento. Ci\u00f2 mi ha fatto riflettere sul fatto che, mentre a scuola, da studente, avevo potuto usufruire di un sostegno (seppur limitato), avevo potuto frequentare scuole <i>ad hoc <\/i>e godere di ausili, una volta passato dall\u2019altra parte della cattedra la scuola pubblica non avrebbe mai previsto altrettante forme di supporto all\u2019insegnamento, quante ne prevede per l\u2019apprendimento. Leggevo di recente alcune statistiche sulle assenze dal luogo di lavoro delle cosiddette \u201ccategorie protette\u201d: ritengo che esse potrebbero essere alquanto arginate se i datori di lavoro tenessero conto delle particolari esigenze di questa categoria di lavoratori. Ogni deficit \u00e8 differente, perch\u00e9 lo \u00e8 ogni individuo: a volte basterebbero correttivi minimi per limitare la necessit\u00e0 di tali lavoratori di assentarsi dalla propria mansione. Ad esempio, a me sarebbe bastato un supporto alla comunicazione, una sorta di \u201ctraduttore\u201d, visto che non tutti comprendono quello che dico. Ho faticato a farlo accettare persino dove insegno, figuriamoci in una scuola statale: ho fatto ricorso al volontariato, \u00e8 vero, ma dovrebbe essere un mio diritto esattamente come altri ausili fisici per altre forme di deficit. Purtroppo, facciamo i conti con risorse sempre pi\u00f9 limitate e il fatto che la legge imponga l\u2019assunzione di lavoratori svantaggiati, ma, poi, preveda solo un\u2019ammenda amministrativa per chi non rispetta l\u2019obbligo, fa s\u00ec che le aziende preferiscano pagare la multa piuttosto che farsi carico di un lavoratore con deficit, visto come un peso, invece che come una risorsa professionale. Ho posto alcune domande a un insegnante di una scuola pubblica bolognese, un istituto superiore. Federico Cinti ha un grave deficit visivo. Eppure, insegna lettere ed \u00e8 molto amato dagli studenti, perfettamente integrato sia sul lavoro, sia nella societ\u00e0 civile (\u00e8 consigliere comunale di un piccolo Comune dell\u2019<i>hinter<\/i><i>land<\/i><i> <\/i>bolognese, dirigente delle Acli, poeta e scrittore). Lasciamo parlare Federico: \u201cMi sono trovato a insegnare al liceo, come amo ripetere, un po\u2019 per caso, perch\u00e9 altre erano le mie aspirazioni e diversi i miei progetti. Gli studenti sanno che non ci vedo, ma io so anche come sono gli studenti. Non mi pare, quindi, di essere trattato in modo diverso da loro rispetto agli altri per il deficit visivo; anzi, se mai hanno pi\u00f9 accortezze per questo. Ricordo che una collega mi disse che aveva conosciuto una mamma che le aveva parlato di me: la cosa che aveva stupito la madre era che la figlia non le avesse detto che il suo professore di italiano e latino era cieco. S\u00ec, insomma, la ragazza glielo aveva detto molti giorni dopo, perch\u00e9 preferiva \u2013 spero in quanto ammaliata dal mio fascino didattico \u2013 raccontarle le cose che le spiegavo. Il giudizio degli studenti \u00e8 inflessibile e gioca su due parametri: essere preparati ed essere giusti. Questo \u00e8 il motivo per cui voglio essere solo in classe, solo intendo dire con i ragazzi. Ho provato ad avere qualcuno, un assistente, ma cambiavano le dinamiche di gruppo e allora ho desistito. Unico apparente strappo a questa ferrea regola si consuma durante i compiti in classe: di solito faccio venire un mio ex-studente in qualit\u00e0 di guardiano, perch\u00e9 non copino. A proposito di ausili, cui accennavo prima, posso ammettere che non sempre gli strumenti a disposizione sono accessibili o pienamente accessibili, e mi riferisco al registro elettronico, alle lavagne multimediali, ai libri di testo. Esiste una specifica legislazione, ma l\u2019applicazione della norma stenta un po\u2019 a divenire prassi consolidata ed \u00e8 per lo pi\u00f9 disattesa. Di ci\u00f2 ci sarebbe di che lamentarsi e parecchio. Col tempo ho trasformato l\u2019inaccessibilit\u00e0 del registro elettronico in responsabilit\u00e0 degli studenti e oggi sono loro che compilano di giorno in giorno la burocrazia quotidiana, inseriscono voti e compiono tutti quei gesti di cui, in fondo, sono e devono essere responsabili. Mia resta, ovvia- mente, la supervisione, con l\u2019aiuto di familiari, colleghi o amici che si prestano a questa sorta di volontariato improvvisato. Lo stesso discorso l\u2019ho esteso ai libri di testo: siccome non tutte le case editrici mi forniscono i testi accessibili, molto spesso mi trovo a dover dare materiale che ho selezionato, magari alternativo a quello che hanno a disposizione. La consegna avviene nel modo pi\u00f9 svariato, attraverso una semplice e-mail, ma ultimamente sempre pi\u00f9 spesso attraverso i <i>social<\/i><i> <\/i>quali WhatsApp o Facebook o sistemi di <i>cloud<\/i><i> <\/i>come dropbox. Sono infine convinto che la scuola sia come la citt\u00e0: o \u00e8 per tutti o si creano situazioni di svantaggio, di ghettizzazione. La scuola dovrebbe essere un laboratorio di inclusione, ma non a parole, non sulla carta, ma reale. Il mondo degli adulti \u00e8 strano, non posso non ammetterlo, e spegne la creativit\u00e0 e la naturale propensione a confrontarsi con gli altri. Alle volte ho avuto la sensazione che il giudizio sulla buona riuscita del mio insegnamento da parte dei colleghi nascesse da questo: Federico, pur disabile, pur non vedente, \u00e8 riuscito a ottenere il risultato come noi. Insomma, non valevo mai per quello che ero, ma per quello che non ero. Con i colleghi di corso non ho mai avuto problemi, probabilmente perch\u00e9 mi hanno visto all\u2019opera da vicino, hanno notato i risultati <i>in<\/i><i> <\/i><i>fieri<\/i>, hanno avuto la cosiddetta prova provata di quel che valgo indipendentemente dalla disabilit\u00e0. Oggi ho un rapporto cordiale coi colleghi, magari non con tutti, dato che pure io ho giustamente le mie preferenze e le mie simpatie. Con alcuni sono nate vere e proprie amicizie, come del resto con alcuni ex-studenti. Del resto, vi \u00e8 una normalit\u00e0 anche nella disabilit\u00e0\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Stefano Toschi In questi anni abbiamo pi\u00f9 volte trattato l\u2019argomento del lavoro in molte sue sfaccettature. Quando si accostano i temi disabilit\u00e0 e lavoro, vengono subito in mente alcuni ammortizzatori sociali quali il collocamento mirato e altri provvedimenti volti a favorire l\u2019integrazione, anche in ambito professionale, delle persone con deficit. 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