{"id":370,"date":"2009-11-04T17:05:51","date_gmt":"2009-11-04T17:05:51","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=370"},"modified":"2025-12-15T12:40:14","modified_gmt":"2025-12-15T11:40:14","slug":"progetto-calamaio-e-sport","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=370","title":{"rendered":"12. Progetto Calamaio e sport"},"content":{"rendered":"<p>di Roberto Ghezzo<\/p>\n<p>Il Progetto Calamaio \u00e8 un&#8217;equipe di animatori diversabili e normodotati che opera nelle scuole di tutta Italia dal 1986. Grazie soprattutto ad uno dei nostri colleghi, Alberto Fazzioli, abbiamo<!--break--> iniziato sei anni fa a realizzare percorsi educativi nelle scuole che prevedono lo sport come momento centrale.<br \/>\nLe finalit\u00e0 del Progetto Calamaio (attraverso l&#8217;incontro diretto tra i bambini e gli animatori diversabili educare alla diversit\u00e0 come vantaggio e occasione di arricchimento, comunicare l&#8217;immagine della persona handicappata non come mero oggetto di assistenza e carit\u00e0 ma soggetto attivo e promotore di cultura) sono certamente molto importanti, e lo sport \u00e8 qualche cosa che manda in fibrillazione, interessa tutti, accende la fantasia. Unire i due temi, handicap e sport, crea quella scintilla che d\u00e0 una luce nuova ad entrambi.<br \/>\nRicordo ancora quando in una scuola del maceratese, un po&#8217; per caso, io e Alberto abbiamo &#8220;improvvisato&#8221; una partita di calcio in carrozzina con i bambini di una classe elementare che stavamo incontrando. \u00c8 nato cos\u00ec, in una pausa della ricreazione, mentre alcuni bambini mangiavano la merenda e noi non sapevamo bene che fare, uno dei percorsi credo pi\u00f9 riusciti della nostra storia di animatori. Abbiamo verificato subito, pallone al piede, quanto potesse essere divertente e significativo l&#8217;incontro diretto tra l&#8217;animatore diversabile e i bambini attraverso il gesto spontaneo di giocare, di muoversi insieme, di fare sport. Abbiamo intuito subito che si materializzavano, si concretizzavano tutti gli obiettivi che ci proponevamo, attraverso due strade principali: da un lato il connettere l&#8217;handicap al divertimento, saltando a pi\u00e8 pari l&#8217;immagine negativa che la persona con deficit si porta dietro, dall&#8217;altro l&#8217;individuare come fondamentale in ogni sport la categoria della difficolt\u00e0, dell&#8217;handicap.<br \/>\nGi\u00e0 in macchina, tornando a casa, con Alberto si discuteva di creare un percorso educativo incentrato esclusivamente sullo sport. Era logico partire da una esperienza pi\u00f9 che consolidata come il calcio in carrozzina, non solo perch\u00e9 Alberto ne era stato uno dei fondatori a Bologna, ma anche perch\u00e9 questa disciplina ha in s\u00e9 quella cultura dell&#8217;integrazione tra persone normodotate e diversabili che esemplificava cos\u00ec bene quello che volevamo dire ai bambini (vedi scheda tecnica sul calcio in carrozzina pubblicata in questo HP).<\/p>\n<p><strong>Il percorso<br \/>\n<\/strong>Abbiamo cos\u00ec iniziato a proporre alle scuole, soprattutto elementari dalla classe terza alla quinta, un percorso che si strutturava in tre incontri.<br \/>\nPRIMO INCONTRO. Dedicato alla conoscenza tra i bambini e gli animatori diversabili del progetto. \u00c8 un momento molto delicato del percorso, perch\u00e9 entrare con le carrozzine in classe crea sempre un po&#8217; di tensione emotiva, caratterizzata da imbarazzo, curiosit\u00e0, qualche volta anche da un po&#8217; di paura. \u00c9 il primo momento in cui l&#8217;incontro diretto tra i bambini e la diversit\u00e0 dell&#8217;animatore diversabile va il pi\u00f9 possibile aiutato e mediato da canzoni, dialoghi, giochi, affinch\u00e9 si instauri un rapporto di fiducia e di scambio. Praticamente ci riusciamo sempre, anche se va tenuto presente che l&#8217;incontro con ogni bambino ovviamente \u00e8 una storia a s\u00e9 e l&#8217;incontro con la classe \u00e8 la somma di tanti incontri. Le insegnanti si meravigliano alla fine dell&#8217;incontro di quanto sia molto pi\u00f9 rilassata l&#8217;atmosfera, di quanti imbarazzi ci si sia gi\u00e0 liberati (e la nostra esperienza dice che pi\u00f9 il bambino \u00e8 piccolo e meno incontriamo difficolt\u00e0 in questo senso). Lo sport entra in questo incontro quasi in punta di piedi, sfiorato dalle domande sulla quotidianit\u00e0 che i bambini ci fanno: ecco allora che accanto a domande ricorrenti quali &#8220;ma quanti anni avete?&#8221;, o &#8220;dove vivi?&#8221;, &#8220;ti fanno male le gambe?&#8221;, &#8220;come si chiamano i tuoi amici?&#8221;, &#8220;perch\u00e9 sei in carrozzina?&#8221;, alla domanda &#8220;cosa ti piace fare?&#8221;, Alberto rispondeva &#8220;io gioco a calcio&#8221;. Verificavamo subito lo stupore e anche un po&#8217; l&#8217;incredulit\u00e0 dei bambini nel vedere una persona in carrozzina, dai movimenti incerti e maldestri, che diceva quella frase mimando anche il calcio ad un pallone.<br \/>\nLasciavamo per\u00f2 la curiosit\u00e0 con un &#8220;magari se volete ne parliamo la prossima volta&#8221;.<br \/>\nSECONDO INCONTRO. \u00c8 l&#8217;incontro in cui entriamo a bomba nell&#8217;argomento partendo da un po&#8217; di storia: immaginiamoci di essere nell&#8217;anno 1978 a Bologna, quando ancora non esisteva il calcio in carrozzina ma una grandissima voglia, quella s\u00ec, di fare sport. Partiamo da un bisogno di tutti di fare sport, di partecipare della bellezza di questa attivit\u00e0 umana fatta di movimento, socialit\u00e0, competizione con i propri limiti. Dividiamo la classe in sottogruppi composti da quattro o cinque bambini, scrivendo alla lavagna le domande alle quali devono rispondere in una ventina di minuti. Le domande sono relative a: campo di gioco (caratteristiche del terreno, dimensioni), numero dei giocatori, caratteristiche della carrozzina, principali regole, durata dei tempi. In alcuni casi si pu\u00f2 prevedere anche una domanda sui principali falli.<br \/>\nOgni squadra stila le risposte e successivamente le legge di seguito al grande gruppo. In questa fase gli animatori del Calamaio commentano la plausibilit\u00e0 e coerenza del progetto presentato senza giudicarlo in relazione al calcio in carrozzina reale, quello canonico, anche perch\u00e9 (va detto per inciso ma \u00e8 importante tenerne sempre conto) sia quello dei bambini che quello reale sono stati inventati: non esiste il calcio in carrozzina &#8220;in s\u00e9&#8221;! Sin dall&#8217;inizio dunque \u00e8 molto importante che la prospettiva di partenza sia sempre incentrata sulla capacit\u00e0 dei bambini di immaginare uno sport come risposta ad un bisogno particolare, come risposta creativa alla necessit\u00e0 di strutturare un sistema di regole che permettano di giocare attorno ad un handicap. Tutte le ipotesi possono essere buone e vanno verificate solo nella pratica, ragionando di volta in volta con i bambini sul dosaggio di difficolt\u00e0\/handicap che stiamo immettendo nel gioco e se questo dosaggio \u00e8 gestibile oppure no. Concretamente, se un gruppo propone di giocare in un campo da calcio normale come quello di erba, verifichiamo assieme ai bambini (se possibile spostandoci anche nel prato della scuola) quanto una carrozzina abbia possibilit\u00e0 di muoversi su un terreno di questo tipo (se \u00e8 troppo difficile, se c&#8217;\u00e8 troppo handicap, allora l&#8217;ipotesi si scarta). \u00c8 stato per noi molto significativo, per esempio, che malgrado la nostra ironia sull&#8217;impossibilit\u00e0 della carrozzina di spostarsi velocemente in un prato d&#8217;erba un bambino ci abbia stupito dicendo: &#8220;per\u00f2 se io metto le ruote da mountain-bike, anche la carrozzina pu\u00f2 andare dove vuole&#8221;. Come educatori ci siamo sorpresi perch\u00e9 la creativa affermazione del bambino ci ha spiazzato, aprendoci ad uno scenario immaginativo nuovo, cui non avevamo mai pensato; nello stesso tempo confermando che lo sport, e a maggior ragione quello per diversabili, \u00e8 una risposta creativa e sempre in evoluzione ad un bisogno dell&#8217;uomo, e le regole cambiano, si modellano, si affinano, si reinventano. Non \u00e8 l&#8217;uomo per lo sport ma lo sport per l&#8217;uomo, e vale la pena riaffermare questo principio in un periodo in cui i mass-media ci propongono la cultura del calcio agonistico, merce, business, dove ci si dopa per aver risultati sempre migliori, a scapito della salute e dei valori.<br \/>\nAlcune volte ci siamo fatti delle grasse risate perch\u00e9 venivano presentati progetti fantasticamente assurdi (ma simpatici) come quello, che ci siamo sentiti dire questa volta ad un corso di formazione a Torino con alcune insegnanti, che consisteva praticamente in un biliardino gigante in cui i giocatori venivano legati ad una imbragatura e sospesi in aria con un sistema di corde &#8211; domanda: e come fanno a passarsi la palla?- risposta: eh\u2026 quando arriva la palla calciano\u2026!?!<br \/>\nAl di l\u00e0 quindi delle soluzioni gi\u00e0 definite e delle ricette (non ci interessa infatti che ai bambini venga imposta una particolare impostazione del calcio in carrozzina) si analizza la coerenza complessiva del progetto presentato, confrontandola anche con la realt\u00e0 dell&#8217;atleta diversabile, con il pu\u00f2 fare\/non pu\u00f2 fare e verificando quanto questa demarcazione non sia mai una linea rigida, ma si modella e rimodella continuamente su ogni singolo atleta. Scopriamo che qualsiasi disciplina sportiva si fonda su una ipotetica &#8220;mediet\u00e0&#8221; di caratteristiche fisiche ed abilit\u00e0 degli atleti: il tema della classificazione dei giocatori, sulla base ad esempio della loro funzionalit\u00e0 (per garantire l&#8217;equilibrio tra le squadre in competizione), \u00e8 abbastanza complesso e vale la pena affrontarlo solo con i bambini pi\u00f9 grandi. Certo \u00e8 che tutti possono capire che un conto \u00e8 giocare su una carrozzina da amputato e un conto come atleta con tetraparesi spastica, com&#8217;era nel caso di Alberto. Ma \u00e8 anche altrettanto utile vedere che all&#8217;interno della stessa categoria ci sono molteplici differenze e che una persona Down \u00e8 diversa da un&#8217;altra persona Down, o che atleti con tetraparesi sono l&#8217;uno diverso dall&#8217;altro. Come si vede, il naturale sviluppo di questo percorso educativo ci d\u00e0 la possibilit\u00e0 di affrontare anche temi complessi, ma molto importanti per gettare una luce realistica sulla vita delle persone con deficit.<br \/>\nLa seconda fase del lavoro \u00e8 quella di confrontare i modelli inventati dai bambini con il modello attualmente esistente di calcio in carrozzina, partendo dalla visione in videocassetta di una fase di gioco. Proprio perch\u00e9 i bambini hanno lavorato da soli, sono gi\u00e0 in grado di capire le molte sfumature delle regole, di spiegarsi da soli i molti perch\u00e9 che stanno dietro alle scelte dei materiali, del luogo, eccetera.<br \/>\nTERZO INCONTRO. In palestra proviamo praticamente a sperimentare il calcio, dapprima con alcuni esercizi di allenamento, poi con fasi di gioco vere e proprie. Nell&#8217;allenamento facciamo sperimentare ai bambini i due ruoli, da atleta normodotato spingitore della carrozzina, ad atleta sulla carrozzina che calcia la palla. \u00c8 centrale che i bambini, sulla carrozzina o senza, sperimentino due diverse abilit\u00e0, due funzioni e ruoli nel gioco: come si vede l&#8217;accento non \u00e8 sul deficit inteso come mancanza e quindi appiattito sul confronto con la normalit\u00e0, ma sulla possibilit\u00e0 del fare, sulle abilit\u00e0 che il giocatore in carrozzina \u00e8 in grado di esprimere e che sono valorizzate da un sistema di regole che le esalta e le armonizza nel movimento costante del gioco.<br \/>\nFondamentale \u00e8 inoltre far passare il messaggio che da entrambi i giocatori, il normodotato spingitore e il diversabile in carrozzina, l&#8217;allenatore si aspetta lo stesso impegno, la stessa tensione agonistica. Entrambi sono atleti e da entrambi (come si legge anche nell&#8217;intervista a Fabiano Fontana, allenatore della squadra SP.4.R., qui pubblicata) si pretende il meglio, il massimo che possono esprimere. \u00c8 molto importante definire e sottolineare assieme ai bambini il concetto di &#8220;atleticit\u00e0&#8221; di chi nella migliore delle ipotesi viene invece definito dis-abile, portatore di handicap-difficolt\u00e0, eccetera. Questo si pu\u00f2 ottenere attirando l&#8217;attenzione sulla prassi dell&#8217;allenamento, anzi facendo sperimentare ai bambini i principali esercizi, sottolineando quindi la possibilit\u00e0 di evoluzione e miglioramento delle prestazioni per gli atleti con deficit, che contraddice l&#8217;immagine di fissit\u00e0 e immobilit\u00e0 che il deficit si porta dietro. Molto spesso infatti si crede erroneamente che la persona con deficit non abbia le prospettive future e l&#8217;evoluzione personale che il normodotato possiede, perch\u00e9 si confonde il deficit, che \u00e8 una mancanza oggettiva, statica, non eliminabile (come la tetraparesi causata da una paralisi cerebrale, ad esempio), con l&#8217;handicap-svantaggio derivante dal deficit, che invece \u00e8 un dato sempre in movimento, ora in aumento ora in diminuzione a seconda dell&#8217;ambiente, delle possibilit\u00e0 attivate dalla persona, eccetera. La prassi dell&#8217;allenamento \u00e8 un buon esempio per i bambini di quanto sia netta e fondamentale la distinzione tra l&#8217;handicap e il deficit di una persona, e di quanto poi nella pratica, nel caso concreto di un atleta con nome e cognome, non sia cos\u00ec facile demarcare una linea di confine tra i due concetti. Dall&#8217;esperienza del calcio in carrozzina ci sono moltissimi esempi di gesti atletici che si ritenevano impossibili per un giocatore, ovvero si ritenevano facenti parte del campo del deficit e quindi immodificabili, che invece appartenevano al campo degli handicap, ovvero si potevano modificare, riuscendo a ottenere risultati impensati. Ecco perch\u00e9 il termine diversabile in ambito sportivo \u00e8 quanto mai necessario, perch\u00e9 l&#8217;accento viene posto sulla possibilit\u00e0 di evoluzione (che magari \u00e8 da inventare, ma c&#8217;\u00e8) piuttosto che su una presunta non abilit\u00e0, non possibilit\u00e0 di migliorarsi. Certamente il deficit esiste e d\u00e0 dei limiti ben precisi (quando si confrontano le prestazione di una persona portatrice con quelle di una normodotata); d&#8217;altra parte, l&#8217;allenamento e il continuo miglioramento delle prestazioni testimoniano abilit\u00e0, capacit\u00e0 atletiche ben precise e misurabili.<\/p>\n<p><strong>Altri esercizi<br \/>\n<\/strong>Oltre a quelli consueti (di potenziamento, agilit\u00e0, eccetera) che si utilizzano un po&#8217; in tutte le discipline, ci sono alcuni particolari esercizi di allenamento specifici del calcio in carrozzina: innanzitutto esercizi volti ad ottenere familiarit\u00e0 con la carrozzina da gioco. Per gli spingitori: spingere la carrozzina a varie velocit\u00e0, provare la frenata, zigzagare, sterzare, invertire la direzione di moto. Per gli atleti in carrozzina: sperimentare e familiarizzarsi con le spinte centrifughe e le sollecitazioni derivanti dalla carrozzina in movimento, aiutare quando possibile la fluidit\u00e0 dell&#8217;azione. \u00c8 molto interessante constatare che generalmente le persone che vivono tutto il giorno sedute su una carrozzina non sempre hanno provato l&#8217;ebbrezza della velocit\u00e0, e quindi si tratta di vivere una situazione nuova con un ausilio tecnologico, la carrozzina, che solo apparentemente \u00e8 la solita carrozzina, ma invece non ha freni, \u00e8 pi\u00f9 leggera e robusta, non ha poggiapiedi, \u00e8 studiata per eliminare il cosiddetto scimm\u00eco delle ruote (ovvero il caratteristico movimento vibratorio veloce delle ruote anteriori quando la carrozzina corre a una velocit\u00e0 sostenuta). Psicologicamente il fatto di essere assicurati con una fascia a livello addominale alla carrozzina e il sentire nella corsa l&#8217;aria sulla faccia sicuramente ingenera un altro atteggiamento nei confronti della carrozzina, anche dopo la seduta di allenamento. Far sperimentare ai bambini la velocit\u00e0 della carrozzina provoca un brivido di piacere paragonabile alle montagne russe, e se poi alla fine della corsa c&#8217;\u00e8 un pallone da calciare il divertimento diventa ancora maggiore.<br \/>\nAltra finalit\u00e0 dell&#8217;allenamento \u00e8 l&#8217;affiatamento tra i due giocatori nei due ruoli di spingitore e calciatore. Si tratta di comprendere da parte di entrambi che la macchina da goal funziona solo se lo spingitore riesce a mettere nella migliore delle posizioni possibili il calciatore per calciare la palla. Oltre a questo, un classico esercizio \u00e8 quello di passarsi la palla tra una coppia e l&#8217;altra.<\/p>\n<p><strong>Vai con la partita!<br \/>\n<\/strong>In seguito a tutti questi esercizi si avvia una fase di gioco vera e propria, coinvolgendo i bambini, approfittando degli stop inevitabili, causati da falli, per spiegare meglio le regole ma anche alcuni segreti del calcio in carrozzina per riuscire a fare goal. Con bambini abbastanza grandi si possono provare addirittura degli schemi nell&#8217;area di rigore: una regola molto importante prevede che nell&#8217;area di rigore non possano entrare pi\u00f9 di una coppia attaccante e di una coppia difensore contemporaneamente. Ci sono molti schemi che servono proprio per permettere alla squadra attaccante di disorientare i difensori e di liberare una coppia non guardata a vista. \u00c8 molto interessante fare questo tipo di lavoro perch\u00e9 i bambini iniziano ad apprezzare anche le sottigliezze del gioco e a capire che oltre al fisico ci vuole anche una buona abitudine al ragionamento, per assecondare la logica dello sport. Questo si ottiene provando e riprovando in allenamento alcuni schemi classici, che funzionano solo se entrambi i giocatori, il normodotato e il diversabile, sono affiatati tra loro e in grado di lavorare all&#8217;unisono per realizzare lo schema vincente.<br \/>\nAlcuni esercizi sono poi dedicati al portiere, che ha, come si sa, un ruolo particolarmente delicato e unico. Essendo i portieri atleti con deficit, proviamo a ricreare una situazione realistica invitando i bambini a immedesimarsi nel ruolo di portiere rimanendo in ginocchio o con un braccio legato. La parte pi\u00f9 spettacolare \u00e8 certamente il rigore, e quando c&#8217;era Alberto, che nella squadra di Bologna SP.4.R. giocava da portiere titolare, si facevano calciare ai bambini i rigori e potevano cos\u00ec accertarsi di quanto non fosse per niente facile batterlo!<\/p>\n<p><strong>Spazio alle domande<br \/>\n<\/strong>Infine, \u00e8 sempre bene riunire in cerchio i bambini e dare uno spazio alle domande, sia sulle attivit\u00e0 proposte, sia in generale su qualsiasi curiosit\u00e0 possa essere venuta in mente. Come si \u00e8 visto, l&#8217;ultimo incontro \u00e8 quello pi\u00f9 fisico, pi\u00f9 in movimento, ed \u00e8 bene sempre riuscire a tenere la situazione, evitando la confusione che inevitabilmente, soprattutto in un ambiente dispersivo come la palestra, si viene a creare. \u00c8 anche una situazione in cui l&#8217;animatore diversabile in genere ha meno possibilit\u00e0 di condurre l&#8217;incontro, perch\u00e9 bisogna spesso alzare la voce, farsi capire bene quando si comunica, il tutto in un ambiente dove i bambini spesso si sentono pi\u00f9 liberi di muoversi e tendono appunto alla confusione. Nell&#8217;intimit\u00e0 dell&#8217;aula scolastica invece l&#8217;animatore diversabile ha pi\u00f9 possibilit\u00e0 di farsi capire, anche se non parla in modo molto chiaro scandendo le parole (cosa per esempio che ad Alberto riusciva abbastanza difficile). Nella palestra l&#8217;animatore diversabile \u00e8 protagonista con la sua corporeit\u00e0, \u00e8 in primo luogo un atleta che mostra, nel silenzio del palleggio o della corsa sulla carrozzina, quello che sa fare in armonia con l&#8217;atleta spingitore. Come si diceva, il gesto molte volte vale pi\u00f9 di mille parole: il divertimento che i bambini sperimentano giocando vale pi\u00f9 di mille discorsi sull&#8217;integrazione delle persone diversabili. Il concetto di essere diversamente abili non si dimostra con le parole, ma con il fatto sportivo, e questo vale moltissimo perch\u00e9 ha pi\u00f9 possibilit\u00e0 di fissarsi nella mente dei bambini. Partendo da una animazione concreta i bambini riescono a capire perfettamente che il calcio in carrozzina ad esempio non \u00e8 terapia, e non \u00e8 una attivit\u00e0, come erroneamente molti credono, il cui fine \u00e8 riabilitare la persona con deficit, spesso identificata con il malato, il sofferente.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;hockey in carrozzina<br \/>\n<\/strong>Assieme a Bruno e Giovanni, due nuovi animatori del progetto, si sono realizzati incontri utilizzando l&#8217;hockey invece che il calcio. L&#8217;articolazione degli incontri \u00e8 stata la stessa, con le inevitabili diversit\u00e0 derivanti da questa innovativa disciplina sportiva. Abbiamo comunque constatato che c&#8217;era altrettanto interesse che nel percorso del calcio, e questo sta a dimostrare che non \u00e8 tanto che cosa ma come si propongono gli incontri, e che \u00e8 il nostro stile ad essere vincente. La simpatia di Bruno, che dribbla i bambini con la sua carrozzina elettrica e risponde con tranquillit\u00e0 e serenit\u00e0 alle loro domande, il piglio da allenatore di Giovanni che fa capire tutta la passione e l&#8217;agonismo che si possono immettere in questo sport, sono sicuramente vincenti perch\u00e9 frutto di quella professionalit\u00e0 che ha caratterizzato negli anni il Progetto Calamaio. Per quanto possibile, non si lascia nulla al caso pur lasciandosi andare spessissimo all&#8217;improvvisazione, perch\u00e9 solo cos\u00ec un incontro di animazione riesce da un lato a seguire l&#8217;umore e il concreto interesse dei bambini e dall&#8217;altro a incanalare questo interesse verso gli obiettivi che l&#8217;equipe si \u00e8 prefissata.<br \/>\n\u00c8 da notare, in questo percorso sull&#8217;hockey, una particolare attenzione al tema strumenti, perch\u00e9 oltre alla carrozzina elettrica c&#8217;\u00e8 da considerare lo stick, la mazza, la particolarissima forma delle porte (vedi la scheda tecnica allegata in questo numero di HP). In questi casi una maggiore tecnologia apre tutta una serie di approfondimenti possibili che illustrano la possibilit\u00e0 da parte di persone con deficit di vivere una vita quotidiana il pi\u00f9 possibile autonoma, grazie all&#8217;evoluzione e alla disponibilit\u00e0 delle ultime invenzioni tecnologiche. Non di rado \u00e8 capitato a Bruno di spiegare il suo rapporto con il mondo dei computer, i particolari ausili che utilizza per lavorare, giocare, eccetera. Anche qui, come sempre, l&#8217;accento \u00e8 sulla creativit\u00e0 che colora l&#8217;attivazione di tutte le nostre intelligenze. Secondo il neuropsichiatra Howard Gardner, l&#8217;essere umano \u00e8 dotato di almeno sette intelligenze (tra cui la corporea, la musicale, la sociale, la logico-matematica, la linguistica, eccetera): per diminuire gli handicap non possiamo solo fare riferimento all&#8217;intelligenza sociale, alla solidariet\u00e0. Per aiutare bisogna saper aiutare, per diminuire gli svantaggi bisogna mettere in moto tutte le nostre intelligenze. L&#8217;hockey in carrozzina \u00e8 un esempio tangibile di come anche atleti con distrofia muscolare possano, nonostante una ridottissima funzionalit\u00e0 degli arti, compiere gesti atletici di precisione millimetrica, molto difficile da raggiungere. Con i bambini in genere si gioca utilizzando lo stick e, data l&#8217;impossibilit\u00e0 di portare a scuola una carrozzina elettrica da provare (nonostante i potenti mezzi del Calamaio ancora non ce l&#8217;abbiamo fatta!), facciamo sedere in alcune carrozzine i bambini che verranno spinti da altri bambini, un po&#8217; come avviene per il calcio in carrozzina.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Progetto Calamaio &egrave; un&#8217;equipe di animatori diversabili e normodotati   che opera nelle scuole di tutta Italia dal 1986. 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