{"id":381,"date":"2009-11-04T17:05:55","date_gmt":"2009-11-04T17:05:55","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=381"},"modified":"2009-11-04T17:05:55","modified_gmt":"2009-11-04T17:05:55","slug":"un-centro-per-autolesionisti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=381","title":{"rendered":"Un centro per autolesionisti?"},"content":{"rendered":"<p>E&#8217; abbastanza raro che sulle pagine di Accaparlante siano apparse riflessioni sulla vita dei centri per handicappati, sulle persone che ci &quot;vivono&quot;, sulle loro dinamiche, i problemi e le conquiste. Alla fine si ha l&#8217;impressione che siano ambiti chiusi in se stessi, che si vivono la contraddizione tra il bisogno di dire e l&#8217;incapacit&agrave; a fare i primi passi.<br \/>\nQuesto articolo di Cristina Bollini, educatrice professionale presso il centro diurno per handicappati gravi &quot;Casa Gialla&quot; di Bologna, vuole essere anche uno stimolo per avviare finalmente la discussione su queste realt&agrave;.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p>\nIn un percorso educativo dovrebbe rientrare ed essere riconosciuto formalmenteanche il vissuto relazionale e considerare inoltre, anche un capovolgimento deitermini, per cui anche &quot;loro&quot;, gli handicappati,ci guardano.<br \/>\nAttualmente non c&#8217;&egrave; la preparazione per crearsi uno spazio mentale, siacollettivo che individuale, che possa contenere non solo l&#8217;ordine ma anche ilcaos, il disordine, non solo i risultati piccoli o grandi che siano ma anchel&#8217;attesa che pu&ograve; dilatarsi nel tempo; il non-risultato, dove l&#8217;energia messa incampo non &egrave; assolutamente proporzionale al prodotto ottenuto. La difficolt&agrave;sta, appunto, quando viene a mancare il prodotto.il risultato da mostrare, oquando tale risultato non entra in uncodice quantificabile di visualizzazione esterna. Questa &egrave; una questione che condiziona molti processi perch&eacute;puntare verso una, se pur minima, autonomia, significa sempre intendereattivit&agrave;, ed essere attivi, nell&#8217;accezione comune, significa usare le mani ocomunque fornire risposte di qualche tipo. Nella vita di un centro, invece, cisi pu&ograve; trovare di fronte a risposte che non arrivano proprio oppure a rispostecompletamente diverse dalle domande; uno dei grandi paradossi educativi che citroviamo a vivere, &egrave; proprio questa ricerca di un equilibrio tra il percorso,l&#8217;identit&agrave;, la riflessione e l&#8217;apparire per l&#8217;esterno. L&#8217;inattivit&agrave; comescelta &egrave; molto difficile da sostenere, perch&eacute; spesso ci viene riconosciuto unvalore solo nel fare. Si incorre inevitabilmente in momenti di crisi quando sicostruisce un percorso di coscientizzazione reciproca, senza per&ograve; avere ancheepisodi eclatant! da raccontare per sottolineare quelle che possono essere statedelle vittorie; solo momenti da leggere con una lente particolare,impercettibili movimenti del ragazzo verso la ricerca di una comunicazione; unavaga sembianza di affettivit&agrave;, le richieste fatte dopo giorni passati a dormireo a battere la testa contro il muro, la mia rabbia e la sua sofferenza, ilgioco, il sorriso, il pianto, come fotografie istantanee che non comporranno unalbum completo, ma rimarranno sparse a significare uno dei tanti percorsi fatti.Solitamente, infatti, quando si parla di risultati, di produzione, non viene inmente un centro per handicappati gravi: eppure anche questi servizi producono concretamente. Un problema dei nostri servizi &egrave; appunto la difficolt&agrave; adavere un riconoscimento nel lavoro che si svolge; spesso prevalgono fantasie etimori relativi alla distruttivit&agrave; mentre, per contro, l&#8217;esterno tende arassicurarci sulla nostra capacit&agrave; di porre rimedio alla confusione.<br \/>\nSi vive a stretto contatto con limiti e difficolt&agrave; per cui viene ad emergerel&#8217;esigenza di fare qualcosa di ordinato, dove il caos e la disarmonia nonabbiano il sopravvento. La possibile produzione di qualcosa di buono e divisibile a tutti, riappacifica con noi stessi e con gli latri, oltre che con lenostre frustrazioni. Solitamente, in situazioni pi&ugrave; mobili, di fronte ad unrisultato che si attiva, ci si sente spinti verso nuovi obiettivi, ma, inmancanza di tale visibilit&agrave;, la spinta &egrave; spesso quella ad andarsene o arimanere vittime del senso di fallimento e delle frustrazioni (l&#8217;educatoreanziano infatti &egrave; sempre scontento di qualcosa).<\/p>\n<p><b>DALLA SOLIDARIET&Agrave;&#8217; ALL&#8217;ANTAGONISMO: IL GRUPPO DI LAVORO<\/p>\n<p><\/b>In mancanza di una &quot;reale&quot; produzione, unico appiglio divengono irapporti affettivi tra colleghi, che all&#8217;inizio sono facilmente impostati sullasolidariet&agrave; e sulla immediatezza di comunicazione, poi vengono spessoschiacciati dalle dinamiche di immobilit&agrave; e dalle dicotomie di due immaginicompletamente diverse e in antagonismo: il fuori e il dentro; il fare el&#8217;essere; gli ideali e la realt&agrave;.<br \/>\nNella impossibilit&agrave; di viversi conflitti cos&igrave; gravosi e doversi accettare coni propri personali limiti e con quelli del contesto, viene spesso a prevalerel&#8217;aggressivit&agrave;. Nella difficolt&agrave; a convivere con parti negative di s&eacute;, pu&ograve;accadere di proiettarle inconsciamente sul proprio lavoro, sugli altri,assistendo cos&igrave; ad un fenomeno di sovrastima percettiva: caratteristicherealmente negative o limitanti assunte da una situazione esterna divengonoelementi di pregiudizio o di rifiuto, per cui alcuni dati esterni vengonointroiettati divenendo salienti e sovrastimati.<br \/>\nSi tratta allora di smontare questi pericolosi meccanismi, partendo dallaorganizzazione del gruppo e dall&#8217;autoanalisi per conoscere meglio tali leggipsichiche e tentare di sfruttarle a vantaggio del gruppo stesso. Riazzerarequindi la situazione per ritrovarsi sul terreno comune della consapevolezza,considerando che l&#8217;empatia pu&ograve; anche essere negativa, ma se conduce ad unareale riflessione, significa, oltrech&eacute; inferenza e distacco, anche unaconseguente crescita. Di fronte al mancato prodotto pu&ograve; anche verificarsi unaumento delle fantasie persecutorie con conseguenti meccanismi di frammentazionee ricerca di sempre nuovi capri espiatori. Pu&ograve; accadere cos&igrave; che il gruppo si&quot;costruisca&quot; un prodotto visibile: l&#8217;unit&agrave; del gruppo checontinuamente lotta contro un ostacolo dalle sembianze reali e concrete, ma che sottende in realt&agrave;, implicazioni conflittuali relative alsenso di fallimento e di distruzione. Si assiste alla tendenza a coniugare ildesiderio (principio del piacere), ai vincoli della realt&agrave; (principio direalt&agrave;), senza riuscire a viveri! come scissi; il rischio &egrave; che di fronte allefrustrazioni possano scomparire anche i desideri. Ci&ograve; accade perch&eacute; ildesiderio &egrave; comunque sempre qualcosa dai confini poco delineati di cui spessonon &egrave; neppure chiaro il punto di arrivo del percorso, cio&egrave;, il prodotto.<br \/>\nSpesso il percorso necessario &egrave; molto lungo e tale lunghezza deve esserevissuta come la capacit&agrave; di rinviare la gratificazione e tollerare lapossibilit&agrave; di un risultato non sempre diretto. A tal fine, occorre costruirsiuna visione tridimensionale per non rischiare l&#8217;autolesionismo. Quindi l&#8217;utentenon &egrave; solo soggetto, ci sono le famiglie e la societ&agrave;, e il prodotto pu&ograve;anche essere un &quot;prodotto altro&quot; (1), cio&egrave; se non quello richiestodirettamente, un altro che pu&ograve; essere meno quantificante e visibile, maugualmente utile e gratificante. Il prodotto quindi non solo deve essererealistico, ma pu&ograve; anche consistere nella conservazione e nel mantenimento,cos&igrave; come &egrave; indispensabile chiedersi da chi e per chi &egrave; richiesto.<\/p>\n<p>\n<i><b>NOTA<\/b><\/p>\n<p>(1 ) da una lezione del Dott. Achille Or-senigo: &quot;La produzione neiservizi&quot;.<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E&#8217; abbastanza raro che sulle pagine di Accaparlante siano apparse riflessioni sulla vita dei centri per handicappati, sulle persone che ci &quot;vivono&quot;, sulle loro dinamiche, i problemi e le conquiste. 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