{"id":4086,"date":"2025-07-30T18:16:41","date_gmt":"2025-07-30T16:16:41","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4086"},"modified":"2025-07-30T18:19:29","modified_gmt":"2025-07-30T16:19:29","slug":"3-una-pedagogia-per-tempi-di-crisi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4086","title":{"rendered":"3. Una pedagogia per tempi di crisi"},"content":{"rendered":"<p>di Alain Goussot, docente di Pedagogia speciale e formatore<\/p>\n<p>La scuola ha accumulato in questi anni una serie di problemi, ha dimostrato di poter innovare ma anche di cristallizzarsi in risposte stanche e ripetitive. Gli insegnanti non sono dei marziani, sono anche loro dei prodotti di questa societ\u00e0, e come molti ne assorbono, ne respingono o approvano il funzionamento. Molti dicono che il livello si \u00e8 abbassato pericolosamente, che gli alunni escono senza sapere scrivere correttamente, che l\u2019insegnante non trasmette pi\u00f9 saperi e conoscenze, che vi sono troppi bambini difficili che frenano gli apprendimenti dei \u201cmigliori\u201d, che studiare \u00e8 mal visto dalla maggioranza, che l\u2019assenza di voti e bocciature ha provocato questa Caporetto della scuola italiana. Il dialogo tra scuola e famiglie \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile, le stesse famiglie sembrano oscillare tra la presenza ossessiva nel \u201cproteggere\u201d i figli contro i bulli o le angherie di qualche insegnante, sembrano chiedere insieme pi\u00f9 severit\u00e0 e meno severit\u00e0. Una situazione alquanto confusa.<br \/>\nMa crediamo che le questioni poste al mondo della scuola siano nei fatti le cose che vivono ogni giorno gli insegnanti e gli alunni nelle classi: classi numerose, situazioni sempre pi\u00f9 difficili e complesse da gestire per la trasformazione sociale e culturale in atto da diversi anni, presenza significativa di bambine e bambini con problemi legati al disagio sociale, cambiamenti della composizione antropologica della popolazione scolastica con la presenza di alunni provenienti da altri orizzonti culturali, risorse sempre pi\u00f9 scarse per realizzare dei progetti educativi individualizzati o fare sperimentazioni vere sul piano pedagogico, precarizzazione accentuata del corpo docente con migliaia di insegnanti con dei contratti instabili, introduzione di forme di lavoro a chiamate, scarse risorse per la formazione e la preparazione pedagogica e psicopedagogica degli insegnanti, impossibilit\u00e0 di realizzare un vero lavoro di rete tra scuola, famiglie e servizi territoriali, discontinuit\u00e0 nei progetti sperimentali avviati nella scuola, taglio serio alla presenza degli insegnanti specializzati o di sostegno, non chiarezza nel come realizzare il curriculum dell\u2019insegnante ma anche dell\u2019alunno, tendenza a proporre una formazione generica abbinata a un orientamento precoce che porti verso una specializzazione che non tiene conto del processo di sviluppo e di maturazione del bambino nel processo dei suoi apprendimenti, corsi di aggiornamento che sembrano pi\u00f9 seguire le mode del momento (vedi i corsi sul bullismo) che non formare i docenti alla riflessione pedagogica. Tutte queste questioni finiscono per destabilizzare la scuola, e soprattutto il mondo degli insegnanti sembra continuamente subire le situazioni imposte dai cambiamenti politici ma anche strutturali; diciamo anche che le questioni che riguardano la scuola dovrebbero essere poste partendo da chi lavora sul campo; ma anche chi lavora sul campo dovrebbe esprimersi sui contenuti pedagogici e didattici, sui modelli educativi e d\u2019insegnamento e non limitarsi a una protesta sacrosanta sulle condizioni economiche del trattamento degli operatori della scuola. In fondo vi \u00e8 qui una responsabilit\u00e0 nei confronti delle future generazioni, la scuola \u00e8 un luogo importante per la formazione d\u2019individui che diventeranno anche cittadini e forse classi dirigenti un domani. Ma la scuola non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019unico luogo d\u2019istruzione e ha dei concorrenti con una pi\u00f9 grande efficacia sul piano della formazione delle giovani menti: media, pubblicit\u00e0, internet, sistema dei consumi propongono dei modelli e degli stili di vita con i quali identificarsi. La scuola ha ancora un ruolo nella societ\u00e0 del futuro 21\u00b0 secolo? Quale futuro? Non stiamo andando verso la realizzazione della profezia di Ivan Illich cio\u00e8 la descolarizzazione della societ\u00e0? In fondo bambini e adolescenti trovano dei modelli con i quali identificarsi nei media, acquisiscono tramite la televisione e internet delle forme di sapere e delle conoscenze. Il problema \u00e8: come e quali saperi e quali conoscenze?<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><b>Descolarizzare la societ\u00e0? La vera emergenza pedagogica<br \/>\n<\/b>La descolarizzazione della societ\u00e0 pu\u00f2 trovare un suo punto di forza con l\u2019appoggio delle politiche di privatizzazione in atto che rafforzano le disuguaglianze davanti all\u2019istruzione. Non solo la formazione e la delega delle giovani menti ai media permette di eliminare la figura dell\u2019insegnante o del maestro (unico o meno che sia); i media offrono dei nuovi maestri: uomini di spettacolo, giornalisti tuttologi, politici che assomigliano molto ai sofisti di cui parlava Platone e attori, attricette, veline, gente reale che per quattro soldi esibiscono, veri o falsi che siano, i loro problemi pi\u00f9 privati in pubblico. In questo modo tutti diventano spettatori, viene conservata la forma della logica cattedratica della trasmissione e quindi dell\u2019auditorio, potenziata dalle luci abbaglianti dello spettacolo televisivo, per meglio passivizzare chi guarda. In questa grande operazione di bombardamento pubblicitario non vi \u00e8 pi\u00f9 tempo e spazio per scoprire da s\u00e9 e costruire da s\u00e9 con l\u2019aiuto del maestro le conoscenze, non vi \u00e8 pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di distinguere i saperi che contano perch\u00e9 permettono di comprendere come funziona il mondo nel quale si vive. In questo modo la descolarizzazione in atto amplifica le disuguaglianze sociali e trasforma la massa dei bambini e adolescenti in futuri sudditi. Rispetto a questo cosa fa la scuola? Quale consapevolezza pedagogica hanno gli insegnanti e in che misura sono davvero pronti a fare \u201cla battaglia dell\u2019intelligenza\u201d, per usare una espressione del filosofo Bernard Stiegler, sul piano pedagogico? Eppure i grandi pedagoghi ed educatori della scuola nuova del Novecento, da John Dewey a don Milani, ci hanno insegnato che l\u2019educazione \u00e8 formazione del cittadino di domani; di un cittadino consapevole e in grado di prendere posto nella societ\u00e0 con senso di responsabilit\u00e0 ma anche con il senso della centralit\u00e0 della libert\u00e0, come attore che fa delle scelte.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Ma non si pu\u00f2 neanche ignorare il quadro sociale e culturale nel quale oggi la scuola si sta contorcendo alla ricerca di un nuovo equilibrio in un mondo in cui la forza pedagogica dei media, del sistema dei consumi e della pubblicit\u00e0 plasma e trasforma in profondit\u00e0 le persone. Gli alunni, come gli insegnanti, non vivono su un altro pianeta, sono il prodotto di questo mondo che fa dell\u2019individualismo, del narcisismo, dell\u2019arricchimento e del consumismo i valori fondanti del riconoscimento. Inoltre condividiamo la tesi del filosofo francese Bernard Stiegler che sottolinea, in un bel libro intitolato Prendre soin de la jeunesse et des g\u00e9n\u00e9rations, che sta avvenendo una \u201cinversione generazionale\u201d, a opera dei media che funzionano come un vero \u201cpsicopotere\u201d, dove i genitori e i nonni appaiono nella cinematografia, nelle trasmissioni televisive e nella pubblicit\u00e0 come infantilizzati, come esseri immaturi in bal\u00eca alle loro emozioni non controllabili, e dove i bambini appaiono come degli esseri responsabili e maturi che prendono le decisioni. Da una parte gli adulti vengono delegittimati come punti di riferimento autorevoli e dall\u2019altra i bambini vengono sovraccaricati di responsabilit\u00e0 che non sono in grado di assumersi e gestire. Stiegler parla e descrive a lungo quelle che chiama le \u201ctecniche di captazione dell\u2019attenzione\u201d del nuovo dispositivo mediatico; tecnica la chiama anche \u201cpsicotecnologia\u201d, che ha la capacit\u00e0 di provocare una \u201ceccitazione emotiva immediata\u201d che non esercita nel bambino la facolt\u00e0 di attenzione e la strutturazione di una memoria ricca. L\u2019attenzione diventa superficiale come il gesto consumistico dell\u2019usa e getta; non fa funzionare la concentrazione e lo sforzo per apprendere, disattiva il desiderio di apprendere e diseduca a sublimare attraverso l\u2019apprendimento. Per Stiegler si tratta di una grande operazione di destrutturazione dei meccanismi profondi dell\u2019apparato psichico dei bambini e degli adolescenti che diventano dipendenti dall\u2019eccitazione immediata e che non riescono a strutturare nel tempo una capacit\u00e0 profonda di attenzione e una tensione intellettiva in grado di farli diventare \u201cmaggiorenni\u201d, cio\u00e8 esseri che si autodeterminano; don Milani avrebbe detto \u201csovrani\u201d.<br \/>\nMa chi si prenda la pena di farne davvero un\u2019analisi, chi si chiede quale ne \u00e8 l\u2019impatto formativo e psicologico sulle nuove generazioni? Quali lavori di ricerca vera vengono condotti in questo ambito per comprendere come condurre la \u201cbattaglia dell\u2019intelligenza\u201d di cui parla Stiegler? Talvolta sembra che il mondo stesso della scuola sia ormai paralizzato e anche parte di questa nuova industria culturale che tende a rendere sempre meno maggiorenne e sovrano l\u2019individuo. L\u2019essere sovrano e maggiorenne fa parte del vecchio progetto illuminista che oggi \u00e8 radicalmente messo in discussione; la scuola ha quindi una funzione importante perch\u00e9 rimane ancora un luogo dov\u2019\u00e8 possibile vivere l\u2019esperienza della relazione vera e non virtuale, del confronto vivo dove sentimenti e passioni si costruiscono nell\u2019esperienza di apprendimento. Ma per poter aiutare gli alunni a sviluppare una <i>deep attention<\/i>, una attenzione profonda, occorre non ignorare il mondo delle \u201cpsicotecnologie\u201d che oggi dominano il mondo della comunicazione virtuale nel quale sono immersi i nostri ragazzi. Quando \u00e8 nata la stampa vi fu una rivoluzione culturale, il rischio era che una minoranza potesse avere la capacit\u00e0 tecnica di gestire questo strumento escludendo la maggioranza; oggi la situazione \u00e8 ancora pi\u00f9 complessa perch\u00e9 non si tratta solo di tecnica ma di tecnologie complesse e sofisticate che hanno il potere di determinare i cambiamenti mentali. Eppure occorre farvi i conti per rovesciare l\u2019utilizzo attuale di queste tecnologie e farle diventare supporti alla \u201cbattaglia dell\u2019intelligenza\u201d per fare uscire migliaia di alunni e di persone dalla \u201cservit\u00f9 volontaria\u201d nella quale si trovano perch\u00e9 la loro attenzione \u00e8 ormai captata e provoca un effetto di \u201cminorazione\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><b>Una pedagogia per tempi di crisi<br \/>\n<\/b>La questione \u00e8 tuttavia sapere in quale misura vi sia ancora oggi una connessione tra il carattere educativo della comunit\u00e0 scolastica e l\u2019esperienza nel gruppo classe sia sul piano dell\u2019acquisizione di saperi e conoscenze sia su quello affettivo-relazionale. In che misura l\u2019esperienza scolastica e quella vissuta in classe riesca ancora a collegare vissuti esperenziali significativi per la crescita personale, l\u2019acquisizione del sentimento di socialit\u00e0 e l\u2019acquisizione di saperi e conoscenze fondamentali per lo sviluppo della capacit\u00e0 di pensare con la propria testa per comprendere il mondo. Gli insegnanti si trovano a dover rispondere a questioni antiche ma in termini nuovi: come interessare gli alunni che sembrano non interessarsi a nulla, come superare le resistenze di chi dovrebbe imparare ma non vuole imparare, cosa significa valutare l\u2019alunno sul piano degli apprendimenti e del rendimento didattico, come gestire le classi numerose con tanti alunni e alunne \u201cdifficili\u201d, come rispondere all\u2019aggressivit\u00e0 e al conflitto, quali metodi utilizzare e chiedersi se esistono metodi risolutivi, chiedersi se sia importante avere una filosofia dell\u2019educazione oppure se bastano le tecniche (su quest\u2019ultimo punto vedere quale rapporto deve esistere tra tecniche, strumenti, metodi, alunni, docenti e oggetto disciplinare), quali mediazioni e mediatori utilizzare per favorire gli apprendimenti e facilitare l\u2019inclusione di chi presenta delle difficolt\u00e0. Questioni antiche della storia dell\u2019educazione ma questioni che si pongono in termini nuovi in un mondo che ha subito delle profonde trasformazioni sia sul piano tecnologico sia antropologico e culturale.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Vi sono poi tutte le questioni che riguardano la formazione delle competenze pedagogiche e didattiche del personale docente e degli educatori; spesso si afferma che vi \u00e8 una scarsa preparazione dell\u2019insegnante, in effetti non basta conoscere la propria disciplina per sapere trasmettere i saperi e le conoscenze che vi sono connessi. Qualcuno afferma, giustamente, che l\u2019insegnante o il formatore deve avere delle competenze psicologiche, cio\u00e8 essere in possesso degli strumenti di lettura psico-sociale relazionale delle difficolt\u00e0 che possono incontrare alcuni alunni nonch\u00e9 di lettura delle dinamiche del gruppo classe. Tutte cose giuste ma vi \u00e8 anche il rischio di trasformare l\u2019insegnante in uno psicologo che passa il suo tempo a fare diagnosi; vi \u00e8 un rischio di uso improprio della psicologia e quindi di scivolare verso lo psicologismo.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Psicologismo che rappresenta spesso un alibi da parte dell\u2019insegnante e dell\u2019educatore o del formatore per nascondere le proprie difficolt\u00e0 o incompetenze sul piano pedagogico e didattico. Tentare di spiegare psicologicamente tutti i comportamenti degli alunni rischia di togliere spazio alla comprensione che pu\u00f2 avvenire tramite l\u2019attivit\u00e0 d\u2019insegnamento; \u00e8 in questa attivit\u00e0, nel modo di organizzarla con il gruppo che si realizza quella osservazione che funziona come processo di conoscenza dell\u2019altro e di se stesso. Ma per fare questo l\u2019insegnante non deve nascondersi dietro le posture dello psicologismo ma neanche dietro la certezza pragmatica delle tecniche e degli strumenti. Questi ultimi sono importanti nel senso che \u00e8 importante essere detentori di saperi tecnici per insegnare e stimolare il processo di apprendimento, ma sono anche un rischio se chiudono l\u2019operatore pedagogico dentro una razionalizzazione rigida della sua azione didattica non creando pi\u00f9 lo spazio necessario per sperimentare tramite la relazione l\u2019esplorazione di percorsi inediti e lo sviluppo creativo delle potenzialit\u00e0 dell\u2019alunno. Gi\u00e0 ai primi del Novecento il grande pedagogo italiano Giuseppe Lombardo Radice distingueva didatticismo e didattica. Il didatticismo corrisponde a una modalit\u00e0 rigida, precostituita d\u2019intendere l\u2019insegnamento, un \u201cformalismo metodologico\u201d che non tiene conto dell\u2019imprevisto, dell\u2019incertezza della relazione pedagogica e anche delle potenzialit\u00e0 presenti in questa zona del non prevedibile; la didattica invece tenta di programmare e di usare strumenti e metodologie in modo flessibile tenendo conto delle situazioni e dando spazio alla sperimentazione del processo di apprendimento. La composizione eterogenea delle classi, la presenza di vaste aree di disagio psico-sociale collegato alla crisi che vivono molte famiglie, la pressione dei messaggi pubblicitari della societ\u00e0 dei consumi con i suoi modelli culturali e i suoi stili di vita basati sull\u2019autoreferenzialit\u00e0, la presenza di alunni con \u201cbisogni speciali\u201d che presentano disabilit\u00e0 e anche disturbi dell\u2019apprendimento che molti insegnanti non sanno come gestire, la presenza significativa di tanti bambini figli di migranti che hanno profondamente modificati la struttura antropologica culturale delle nostre scuole, la presenza di fenomeni legati all\u2019aggressivit\u00e0 o alla depressione tra tanti adolescenti che sembrano come lasciati a se stessi, tutti questi fattori mettono gli insegnanti e gli educatori in grande difficolt\u00e0 soprattutto quando non sanno trasformare queste criticit\u00e0 in una nuova \u201cpedagogia per tempi di crisi\u201d, per utilizzare una espressione del pedagogista francese Philippe Meirieu, cio\u00e8 di una pedagogia in grado di rispondere alle sfide di una societ\u00e0 invasa da nuovi linguaggi e anche alla ricerca di nuovi punti di riferimento per navigare e orientarsi in un\u2019epoca di tempeste sociali, economiche, politiche e culturali. Condividiamo il punto di vista del pedagogista francese che afferma che l\u2019innovazione pedagogica, anzi l\u2019atto pedagogico, che sia in classe con l\u2019insegnante o nel quartiere con l\u2019educatore, nasce di fronte alla resistenza dell\u2019alunno, dell\u2019educando in un contesto di crisi e di apparente impossibilit\u00e0 di cambiamento. Parlare di una \u201cpedagogia per tempi di crisi\u201d vuol dire reinvestire passioni, intelligenze, motivazioni ideali, principi etici, ragione critica e competenze scientifiche nell\u2019esperienza di relazione che coinvolge la figura del maestro e quella dell\u2019educando senza temere il confronto con quest\u2019ultimo. Una delle cose che caratterizza la situazione di tanti insegnanti ed educatori \u00e8 proprio la paura del confronto, la paura della gestione educativa del conflitto, la paura dell\u2019incerto.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Alain Goussot, docente di Pedagogia speciale e formatore La scuola ha accumulato in questi anni una serie di problemi, ha dimostrato di poter innovare ma anche di cristallizzarsi in risposte stanche e ripetitive. 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