{"id":4099,"date":"2025-07-31T10:43:06","date_gmt":"2025-07-31T08:43:06","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4099"},"modified":"2025-07-31T10:43:06","modified_gmt":"2025-07-31T08:43:06","slug":"9-stregoni-e-clown-la-formazione-dellinsegnante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4099","title":{"rendered":"9. Stregoni e clown. La \u201cformazione\u201d dell\u2019insegnante"},"content":{"rendered":"<p>di Guido Armellini, ex insegnante di Scuola Secondaria Superiore, docente di letteratura comparata all\u2019Universit\u00e0 di Verona<\/p>\n<p><i>Chi insegna pedagogia all<\/i><i><sup>\u2019<\/sup><\/i><i>Universit\u00e0, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi <\/i><i>si sa le tabelline.<br \/>\n<\/i>(Scuola di Barbiana, <i>Lettera a una professoressa<\/i>, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1966)<\/p>\n<p><i>L\u2019insegnante, come \u00e8 stato riconosciuto almeno a <\/i><i>partire dal Menone di Platone, non \u00e8 in primo luogo qualcuno che sa e che istruisce qualcuno che non sa. <\/i><i>Egli \u00e8 piuttosto una persona che tenta di ricreare il <\/i><i>soggetto nella mente del discepolo, e la strategia che guida la sua azione consiste soprattutto nell<\/i><i><sup>\u2019<\/sup><\/i><i>ottenere che lo studente riconosca ci\u00f2 che potenzialmente gi\u00e0 <\/i><i>sa, il che presuppone la sconfitta delle forze repres\u00adsive presenti nella mente e che gli impediscono di sapere ci\u00f2 che sa.<br \/>\n<\/i>(Northrop Frye, <i>Il <\/i><i>grande codice. La Bibbia e la letteratura<\/i>, Torino, Einaudi, 1986)<\/p>\n<p><b>Insegnare a insegnare<br \/>\n<\/b>Il nostro paese \u00e8 pieno di persone che pensano di poter inse\u00adgnare a insegnare agli insegnanti: pedagogisti, psichiatri e psi\u00adcologi, sociologi, ispettori ministeriali, accademici delle pi\u00f9 varie discipline. Fino a oggi questa idea non \u00e8 suonata strana alle orecchie delle competenti autorit\u00e0: se c\u2019\u00e8 da istituire un corso di formazione per insegnanti, si ricorre immancabilmente alle sopra citate categorie. Ne nascono anche dei conflitti: non molto tempo fa i quotidiani hanno ospitato un acceso dibattito tra pe\u00addagogisti e specialisti disciplinari sul ruolo che ciascuna delle due corporazioni avrebbe dovuto ricoprire nei corsi universitari per la formazione iniziale dei docenti. A nessuno degli interve\u00adnuti \u00e8 passata per la mente l\u2019idea molto banale che, se c\u2019\u00e8 qual\u00adcuno che sa insegnare, quello \u00e8 un o una insegnante.<br \/>\nSe uno psicologo, o un medico, va a un corso d\u2019aggiornamento, dall\u2019altra parte del tavolo trova quasi sempre uno psicologo, o un medico considerato particolarmente bravo, che si \u00e8 specializzato in qualche strategia terapeutica, che ha esperienze interessanti da raccontare, che ha scritto libri a riguardo. Se ci fossero corsi di formazione per ciabattini, sarebbero sicuramente tenuti da ciabattini esperti, non da idraulici, orologiai o elettricisti; e l\u2019eventuale presenza di podologi, massaggiatori riflessologici, scuoiatori di cinghiali e coccodrilli sarebbe considerata un contributo interessante ma collaterale. Solo agli insegnanti \u2013 cate\u00adgoria il cui mestiere ha molto di artigianale, di soggettivo, di idiosincratico \u2013 tocca invariabilmente andare a lezione da pro\u00adfessionisti che svolgono un altro lavoro: il senso comune esclude che dalla pratica dell\u2019insegnamento possa scaturire un sapere degno di questo nome. Non a caso, se si pensa a una carriera per il personale docente, immediatamente ci si preoccupa di pre\u00admiare le attivit\u00e0 di gestione, di progettazione, di coordinamento, come se il contatto diretto con i ragazzi e con le ragazze fosse una pedissequa applicazione di modelli e di tecniche prestabiliti e non quell\u2019arte complessa, avventurosa, sorprendente che gli insegnanti seri e appassionati conoscono e amano.<\/p>\n<p><b>Chi forma chi<br \/>\n<\/b>\u00c8 fin troppo ovvio che un buon insegnante di matematica, o di storia, deve avere una buona conoscenza della matematica, o della storia. Ma non si capisce perch\u00e9, subito dopo aver conse\u00adguito una laurea in queste discipline, occorrerebbe fargli inca\u00admerare un sovrappi\u00f9 di formazione specialistica: o l\u2019Universit\u00e0 \u00e8 capace di far imparare i capisaldi delle discipline che insegna, e allora un normale corso di laurea \u00e8 pi\u00f9 che sufficiente; oppure non ne \u00e8 capace, e allora un\u2019aggiunta di due anni dello stesso tipo di formazione non pu\u00f2 certo risolvere il problema.<br \/>\nQuanto alla pedagogia, da quando il ruolo dello studioso si \u00e8 scisso nettamente da quello dell\u2019insegnante (cosa che non avve\u00adniva ai tempi di Pestalozzi, Freinet, Montessori), i suoi percorsi epistemologici sembrano calcare le orme di quei dotti del Seicento che dettavano legge sul funzionamento dell\u2019universo e sui moti degli astri rifiutandosi decisamente di dargli uno sguardo diretto con il cannocchiale di Galileo. La separazione fra chi insegna e chi teorizza sull\u2019insegnamento \u00e8 uno dei fondamentali motivi dell\u2019inaridimento del sapere pedagogico e dell\u2019avvilimento del mestiere dell\u2019insegnante. In altri paesi europei i docenti univer\u00adsitari che si occupano di didattica devono passare, per contratto, molta parte del loro tempo nelle classi, a contatto diretto con insegnanti e studenti; penso che questo salutare bagno di realt\u00e0 li aiuti a elaborare modelli interpretativi e operativi ragionevoli, maneggevoli, sottoponibili al vaglio dell\u2019esperienza: cosa che nel nostro paese avviene assai raramente.<\/p>\n<p><b>L\u2019Universit\u00e0 e la didattica<br \/>\n<\/b>Del resto \u00e8 noto che in Italia l\u2019attivit\u00e0 didattica occupa l\u2019ultimo posto tra gli interessi e le preoccupazioni della larga maggioranza dei professori universitari. Sembra alquanto paradossale che coloro che dovrebbero insegnare a insegnare provengano proprio da una categoria che si preoccupa cos\u00ec poco del <i>suo <\/i>stile di insegnamento: in fondo, la pi\u00f9 autentica pedagogia del pedagogista non \u00e8 quella enunciata a parole, ma quella pra\u00adticata all\u2019Universit\u00e0, nella sua relazione con i suoi studenti. Nei corsi d\u2019aggiornamento si enunciano illuminate teorie secondo le quali i bambini e le bambine non sono scatole vuote e non biso\u00adgna trattarli come oggetti ma come soggetti; ma ci si guarda bene dall\u2019applicare questa strategia pedagogica anche agli inse\u00adgnanti destinatari del corso. Non c\u2019\u00e8 da stupirsi poi se nelle scuole si diffondono quegli atteggiamenti gregari e rivendicativi che si rimproverano giustamente alla corporazione degli insegnanti: se chi mi insegna a fare il mio mestiere non tiene al\u00adcun conto di ci\u00f2 che so e che so fare, non mi resta che adagiarmi sulle ricette didattiche preconfezionate che giungono dall\u2019alto (e brontolare rancorosamente quando scopro che non funzionano).<\/p>\n<p><b>Come il clown o la pornostar<br \/>\n<\/b>Ci\u00f2 che motiva la spartizione della formazione dei<i> <\/i>docenti tra specialisti disciplinari e pedagogisti \u00e8 l\u2019idea dell\u2019insegnamento come \u201ctrasmissione\u201d di saperi codificati: da un lato le discipline da insegnare, dall\u2019altro le tecniche per farle penetrare, a dosi crescenti, nella testa dei discenti. Specialisti e pedagogisti spiegano all\u2019insegnante ci\u00f2 che deve sapere e saper fare, in modo che lui o lei possano spiegare ai bambini ci\u00f2 che dovranno sape\u00adre e saper fare per essere accolti a pieno titolo nella societ\u00e0 degli adulti; illustrano anche gli strumenti adatti a \u201cmisurare\u201d la quantit\u00e0 di apprendimento entrato nella testa del bambino o della bambina e le strategie adatte a correre ai ripari quando la dose non \u00e8 sufficiente. Ma la scuola, quando va come deve, non \u00e8 questo. \u00c8 il luogo (forse l\u2019unico, a parte la famiglia, in questo momento storico) in cui si incontrano generazioni diverse, su uno sfondo per molti aspetti lacerante di crisi di valori e di mo\u00addelli. Pensare che tutto si risolva in un asettico e unidirezionale passaggio di valori e di saperi \u00e8 illusorio.<br \/>\nFattori come la crescente distanza culturale fra le generazio\u00adni, la perdita di prestigio sociale della scuola e dell\u2019istruzione, la sfasatura tra cultura scolastica ed extrascolastica richiedono che chi insegna sia prima di tutto capace di motivare all\u2019apprendimento. Da questo punto di vista i principali requisiti di un buon inse\u00adgnante sono la passione e la curiosit\u00e0 per ci\u00f2 che insegna e per le persone che ha di fronte, il gusto per l\u2019avventura e per l\u2019imprevisto insiti in ogni relazione umana, il senso della com\u00adplessit\u00e0 e dello straordinario valore sociale del suo lavoro, la consapevolezza della vastit\u00e0 della propria ignoranza e la propensione a ripensare ogni giorno al significato di ci\u00f2 che fa in classe con i suoi studenti. Come lo stregone, il clown e la pornostar, un buon insegnante lavora con il corpo, con la voce, con le emozioni. Come l\u2019antropologo, esplora usi e costumi di una tri\u00adb\u00f9 sconosciuta, si sforza di gettare ponti fra culture diverse, cer\u00adca di costruire contesti comunicativi comuni. Questo genere di cose non si impara esponendosi passivamente all<sup>\u2019<\/sup>ascolto degli ultimi sviluppi del sapere specialistico o delle pi\u00f9 recenti rasse\u00adgne di obiettivi, indicatori e descrittori elaborate da qualche su\u00adpercilioso sezionatore dei comportamenti umani.<\/p>\n<p><b>Ampliare la gamma dei punti di vista<br \/>\n<\/b>Per quel che mi riguarda, il maggior contributo alla mia formazione di insegnante \u00e8 venuto da un\u2019esperienza giovanile di educatore in un\u2019associazione volontaria, dagli scambi di esperienze con colleghe e colleghi esperti e appassionati e dall\u2019incontro con narrazioni come quelle di Janus Korczak, Mario Lodi, don Milani: esseri umani diversissimi, accomunati da una forte spinta etica e da un rapporto appassionato e fantasioso con i ragazzi e le ragazze. Per ciascuno di loro l\u2019esperienza educativa non si poneva come una trasmissione unilaterale di valori e saperi, ma come costruzione cooperativa di un mondo possibile in cui i modelli sociali dominanti (a volte feroci, come nel caso di Korczac) potessero essere messi in discussione e sovvertiti: le tecniche, sempre discutibili e reinventabili, venivano di conse\u00adguenza, e ognuno si costruiva ogni giorno le sue. Si obietter\u00e0 che i casi citati sono eccezionali, che non si pu\u00f2 pretendere che ogni insegnante sia un genio o un eroe, che bisogna portare i grandi numeri a un livello medio di decenza. A me sembra che la tra\u00adsmissione unidirezionale di metodologie didattiche standardiz\u00adzate, anzich\u00e9 sollevare le situazioni pi\u00f9 mediocri, rischi di de\u00adprimerle ulteriormente: il generale deterioramento della qualit\u00e0 delle esperienze scolastiche dagli anni del trionfo delle tassonomie e della programmazione fino a oggi ne \u00e8 una riprova. Per quanto scarse siano le doti di un attuale o futuro insegnan\u00adte, credo che l\u2019unico modo per aiutarlo a migliorare consista nel farlo diventare protagonista della propria formazione, offrendogli la possibilit\u00e0 di ampliare, attraverso esperienze e incontri si\u00adgnificativi, la gamma dei suoi punti di vista sulla straordinaria complessit\u00e0 del mestiere che svolge o che svolger\u00e0.<\/p>\n<p><b>Due proposte<br \/>\n<\/b>In base ad alcune ricerche sembra che circa tre insegnanti su dieci sono quasi degli eroi, molto competenti e ottimi didatti: suppliscono con l\u2019impegno personale, si aggiornano, ma non sono per niente valorizzati e non hanno alcun riconoscimento. Una met\u00e0 dei restanti due terzi \u00e8 inadeguata. L\u2019altra met\u00e0 tira a campare. Se le cose stanno cos\u00ec, \u00e8 chiaro che una formazione in servizio concepita come semplice <sup>\u201c<\/sup>aggiornamento<sup>\u201d<\/sup> disciplinare, unito alla mera trasmissione di nozioni psicologiche e pedagogiche, ri\u00adschia di lasciare il tempo che trova. E anche la differenziazione retributiva di cui si parla come di una panacea non mi sembra possedere il potere salvifico che le si attribuisce. Si tratta invece di restituire <i>senso <\/i>al mestiere dell\u2019insegnante: il che, dal punto di vista della formazione, significa offrire tempo e occasioni per metacomunicare sul proprio lavoro quotidiano, per recuperare il suo valore etico e conoscitivo, per elaborare e far circolare il sapere che ne scaturisce. Se per mettere in moto un processo di questo tipo sia necessario ricorrere all\u2019apporto di interventi esterni al mondo della scuola o sia pi\u00f9 utile la valorizzazione delle competenze esistenti tra gli insegnanti, dovrebbero essere gli stessi destinatari della formazione a deciderlo di volta in volta. Una premessa indispensabile \u00e8 comunque il radicale sfol\u00adtimento dell\u2019inutile lavoro burocratico che attualmente intasa la vita della scuola e l\u2019istituzionalizzazione di tempi \u201csabbatici\u201d dedicati alla ricerca e allo studio.<br \/>\nPer quanto riguarda invece la formazione iniziale, un ruolo fondamentale andrebbe offerto agli insegnanti capaci di interagi\u00adre con i loro futuri colleghi in un lavoro che si svolga anche e soprattutto nelle classi, insieme con ragazze e ragazzi in carne e ossa. Insomma, quel \u201ctirocinio\u201d che nei progetti ufficiali \u00e8 relegato a una funzione subordinata dovrebbe essere un cardine della formazione, non come \u201cesercitazione pratica\u201d in cui si \u201capplicano\u201d e si verificano a posteriori teorie pedagogiche preconfezionate, ma come esperienza diretta della sconfinata va\u00adriet\u00e0 di osservazioni, di strategie, di implicazioni che possono scaturire dall\u2019atto dell\u2019insegnare e dell\u2019imparare. Qualcosa di simile si potrebbe realizzare anche all\u2019interno di significative esperienze educative extrascolastiche, specie in situazioni so\u00adciali e psicologiche \u201ca rischio\u201d.<br \/>\nMi pare che queste ipotesi potrebbero funzionare bene ad alcune condizioni: che gli insegnanti \u201cformatori\u201d (ma la parola ha qualcosa di ripugnante, e bisognerebbe inventarne un\u2019altra) non siano totalmente esonerati dall\u2019insegnamento ma mantengano un contatto costante con le classi e con i ragazzi, attraverso forme di distacco parziale; che l\u2019organizzazione della formazione in servizio degli insegnanti sia radicalmente decentrata e sottratta al ceto buro-pedagogico che l\u2019ha gestita fino ad ora; che i rapporti tra ricerca didattica e sapere accademico, e tra scuola e universit\u00e0, non si svolgano pi\u00f9 in termini gerarchici e unidire\u00adzionali ma di scambio alla pari.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Guido Armellini, ex insegnante di Scuola Secondaria Superiore, docente di letteratura comparata all\u2019Universit\u00e0 di Verona Chi insegna pedagogia all\u2019Universit\u00e0, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. 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