{"id":430,"date":"2009-11-04T17:06:16","date_gmt":"2009-11-04T17:06:16","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=430"},"modified":"2025-12-15T11:41:13","modified_gmt":"2025-12-15T10:41:13","slug":"05-un-filo-di-bava","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=430","title":{"rendered":"5. Un filo di bava"},"content":{"rendered":"<p>Chi diavolo \u00e8 questo &#8220;diverso&#8221;? Da chi o cosa, e secondo chi, sarebbe differente? Ecco come riassume la faccenda Ursula Le Guin. &#8220;Il problema sollevato \u00e8 quello dell&#8217;Altro, dell&#8217;essere che \u00e8 diverso da te stesso. Pu\u00f2 differire nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di parlare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle; o nella quantit\u00e0 di gambe e di teste che ha&#8221;. O negli spasimi che scuotono il suo corpo, si potrebbe aggiungere; o nell&#8217;infinito desiderio di comunicare ostacolato da un handicap o &#8211; \u00e8 forse la stessa persona ma vista con gli occhi della paura altrui &#8211; in un &#8220;vergognoso&#8221; (per chi?) filo di bava che gli scorre sempre vicino alla bocca.<br \/>\nLa non vastissima comunit\u00e0 che in Italia legge abitualmente la buona fantascienza sa probabilmente indicare all&#8217;istante alcuni titoli-chiave sull&#8217;Alieno sessuale o razziale; con qualche riflessione in pi\u00f9 potrebbe individuare anche alcuni Alieni culturali e sociali. Ma esistono differenze che, direttamente o in maniera metaforica, rimandano alle disabilit\u00e0, all&#8217;handicap? Dunque scrittori-scrittrici di sfi hanno affrontato la questione di petto? S\u00ec, ci sono. Forse non moltissimi ma quasi sempre di eccezionale impatto emotivo. Perch\u00e9 molti appassionati di fantascienza faticano a ricordare questi titoli? Opera qui forse una doppia censura o rimozione. La prima \u00e8 probabilmente ancora numerica: se esistono meno autori\/autrici che sanno confrontarsi con questo Alieno, beh deve essere una questione meno importante. La seconda \u00e8 nella testa di chi legge: spesso \u00e8 turbato\/a ma, con un meccanismo ben noto, preferisce allontanare da s\u00e9 (in modo pi\u00f9 o meno inconscio) l&#8217;oggetto dell&#8217;imbarazzo e la domanda &#8220;cosa davvero mi inquieta?&#8221;.<br \/>\nDa qui in poi cerco dunque di costruire uno specifico percorso di lettura per individuare come la sfi &#8211; o almeno quella tradotta in Italia &#8211; abbia affrontato i problemi (o sarebbe pi\u00f9 giusto usare un neutrale &#8220;fenomeni&#8221;?) posti da Handicap City o da &#8220;Handicap Haven&#8221;, come si chiama appunto &#8220;il ghetto spaziale&#8221; di un romanzo-simbolo che racconteremo in dettaglio.<br \/>\n&#8220;Lei stava cercando di raggiungere la coperta con le mani malferme. Considerato che non era nemmeno capace di alzarsi dal letto, non era uno spettacolo. Cooper le porse il bordo della coperta.<br \/>\n-No &#8211; disse lei in tono reciso &#8211; Regola numero uno. Non aiutare mai un handicappato se non \u00e8 lui a chiederlo espressamente. Non importa se fa fatica. Deve imparare a chiedere e deve sforzarsi di fare tutto ci\u00f2 che gli \u00e8 possibile fare.<br \/>\n-Mi dispiace, non ho mai conosciuto un handicappato.<br \/>\n-Regola numero due. Un negro pu\u00f2 chiamare se stesso negro e un handicappato pu\u00f2 riferire questo nome a se stesso, ma Dio abbia misericordia dei bianchi sani che usano una o l&#8217;altra di queste parole&#8221;.<br \/>\nCos\u00ec in un lungo, denso racconto di John Varley, scrittore che in un&#8217;altra occasione, lo vedremo pi\u00f9 avanti, metter\u00e0 la cecit\u00e0 al centro d&#8217;un suo romanzo. Quel che lo sferzante dialogo, riportato qui sopra, suggerisce \u00e8 che il modo &#8220;giusto&#8221; per scrivere di handicap non sia nascondere (in nome della retorica &#8220;buonista&#8221; tanto alla moda?) che problemi possano esistere da una parte o da entrambe. Oppure negare (come la politically correct la quale trincera i fatti dietro i nomi) che le differenze fisiche e psico-fisiche talora suscitino mix di curiosit\u00e0 (prevalentemente positivo) e di paura&#8230; E che naturalmente prevarr\u00e0 il primo o il secondo di questi sentimenti a seconda dei contesti &#8211; storici, culturali, sociali &#8211; e delle vicende\/esperienze individuali. Come sempre, nella buona letteratura e nel pensiero &#8220;ricco&#8221;, c&#8217;interessa il punto d&#8217;arrivo ma soprattutto quei viaggi (faticosi, istruttivi, pieni di scorie) che cambiano in profondit\u00e0 i viaggiatori, il loro sguardo e la meta stessa.<br \/>\nAncora un protagonista con handicap. &#8220;I piloti erano completamente sordi per necessit\u00e0 (&#8230;) Una persona dotata di udito normale non poteva pilotare un&#8217;astronave in mezzo ai punti di sfasamento e uscirne con la mente intatta&#8221;. Al contrario di Ulisse che rischia, ma solo per un po&#8217;, la sanit\u00e0 mentale per ascoltare le Sirene (o dei suoi compagni che possono evitare del tutto ogni pericolo tappandosi temporaneamente le orecchie) qui il volo spaziale \u00e8 praticabile solo da chi rinuncia &#8211; per sempre &#8211; ai suoni ma anche alla musica (tanto amata dal personaggio di questo romanzo). Sentire, non poterlo fare, ascoltare &#8220;cose diverse&#8221; \u00e8 uno dei temi sotterranei di questa bella storia che non narra l&#8217;handicap come menomazione ma come una chiave per entrare in una vita diversa (dove ci sar\u00e0 meno di qualcosa e pi\u00f9 di qualcos&#8217;altro). E la dedica iniziale \u00e8 divisa fra un &#8220;a Joje, che sente la musica&#8221; e un &#8220;ai miei amici sordi che mi hanno insegnato tante cose sulla vita e l&#8217;amore. La loro \u00e8 una musica diversa, scritta nell&#8217;aria. Sono persone speciali. Grazie&#8221;. Non stupisce a questo punto apprendere che l&#8217;autore, Jack Caroll Haldeman (secondo, perch\u00e9 fratello del pi\u00f9 famoso Joe, anch&#8217;egli scrittore di fantascienza) \u00e8 sordo dalla nascita.<br \/>\nCome era gi\u00e0 accaduto a proposito della pelle di alcuni alieni-razziali, anche l&#8217;handicap \u00e8 giudicato talmente poco importante da Loren Mac Gregor che nel suo romanzo d&#8217;esordio solamente a pagina 40 il lettore scopre &#8211; da una frase gettata l\u00ec per inciso &#8211; che una delle protagoniste \u00e8 senza gambe. Non \u00e8 un effetto choc, all&#8217;opposto: la notizia \u00e8 scritta in modo che possa sfuggire, come per far capire che davvero non interessa in questa storia il grado di &#8220;normale&#8221; abilit\u00e0. L&#8217;opposto dello stereotipo pietistico che sottolinea un handicap con frasi che in apparenza vorrebbero indicare come sia lieve, e dunque vicino alla norma, ma cos\u00ec facendo svelano la loro perversa concezione per cui anche un solo dito in meno (o in pi\u00f9) sminuirebbe l&#8217;essenza umana. Quel nero insomma \u00e8 quasi un bianco: un altro sforzo, magari un po&#8217; di creme o un piccolo trapianto della pelle e pu\u00f2 farcela&#8230; a uscire dalla giungla. E a quel disabile si pu\u00f2 dedicare (in letteratura o nei mass-media) un po&#8217; di spazio perch\u00e9 ha saltato 2 metri con una gamba sola o perch\u00e9 ha compiuto un&#8217;altra impresa insolita e dunque&#8230; ricever\u00e0 il patentino ad honorem della normalit\u00e0. Razzismi mascherati, come in tanto &#8220;voyerismo&#8221; televisivo; \u00e8 la totale incapacit\u00e0 di confrontarsi con la diversit\u00e0 che oltretutto si bea della propria presunta bont\u00e0 nel rilasciare visti d&#8217;ingresso nel Paradiso di quelli che hanno tutto a posto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Umano \u00e8. 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