{"id":436,"date":"2009-11-04T17:06:17","date_gmt":"2009-11-04T17:06:17","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=436"},"modified":"2026-03-25T12:04:41","modified_gmt":"2026-03-25T11:04:41","slug":"un-abito-per-l-identit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=436","title":{"rendered":"4. Un abito per l&#8217;identit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>di Cesare Padovani<\/p>\n<p>Rivelo subito le due letture d&#8217;appoggio da cui parto per &#8220;vestire&#8221; queste mie riflessioni sui rapporti tra moda e handicap. Si tratta di due classici: &#8220;Miti d&#8217;oggi&#8221; di Roland Barthes e &#8220;Il cotto e il crudo&#8221; di Claude L\u00e9vi-Strauss, tenuti insieme da altre leggere imbastiture quali &#8220;La metafora della pubblicit\u00e0&#8221; di Alberto Abruzzese nonch\u00e9 da cerniere &#8220;di moda&#8221;, fin troppo utilizzate, che partono dai sillogismi di Aristotele per arrivare fino al &#8220;significante&#8221; di Fernand de Saussure.<!--break--><\/p>\n<p><strong>Confondersi ed emergere<br \/>\n<\/strong>Come uno stilista, pertanto, ho steso sul tavolo da lavoro i miei strumenti; ora devo fare i conti col soggetto, un soggetto a dire il vero esigente che pretende un abito speciale. Si tratta di un &#8220;cliente&#8221; che vuole ottenere due risultati dallo stesso suo corpo: apparire, in quanto soggetto portatore di un comportamento insolito che non intende negare le proprie caratteristiche, e al tempo stesso mimetizzarsi, in quanto soggetto desideroso di essere a proprio agio tra gli altri, per non sentirsi escluso, per comunicare meglio. In effetti, confondersi ed emergere allo stesso tempo \u00e8 un&#8217;aspirazione abbastanza generale ed \u00e8 una conquista non certo facile da raggiungere, ma diventa operazione complessa nei casi in cui il corpo o il comportamento della persona non abbia una notevole malleabilit\u00e0.<br \/>\nLa parte &#8220;socializzante&#8221; di noi tutti ci spinge ad adottare segnali (D. Morris, &#8220;L&#8217;uomo e i suoi gesti&#8221;), anche minimi, &#8220;graditi&#8221; agli altri: pu\u00f2 essere un foulard colorato in occasione di una festa oppure una tuta da ginnastica per un incontro in palestra, un distintivo adatto a quella precisa circostanza. Al di l\u00e0 della funzionalit\u00e0, spesso si adottano, nell&#8217;abbigliamento, comportamenti non sempre legati ad un vantaggio pratico: comportamenti che stanno ad indicare un messaggio, pi\u00f9 legati ad una ritualit\u00e0, o necessitati da un momento d&#8217;appartenenza ad un clima culturale preciso, anche se provvisorio.<br \/>\nCos\u00ec \u00e8 abbastanza frequente nelle localit\u00e0 sciistiche di montagna vedere al ristorante distinte persone camminare in maniera impacciatissima a causa degli scarponi rigidi che si preferisce non togliere per mantenere una evidente immagine prolungata di quell&#8217;esercizio sportivo anche oltre i campi da sci. Questi momenti di camminate ortopediche diventano &#8220;d&#8217;obbligo&#8221; in certi ambienti, dal momento che assecondano le immagini che ci vengono fornite dalla cultura (I. Calvino), mentre diventano oggetto di &#8220;visione anomala&#8221; o sconcertante se utilizzati da chi \u00e8 costretto nella scelta di una necessit\u00e0 deambulatoria.<br \/>\nIn tal senso la scelta di un abbigliamento eccentrico rispetto all&#8217;uniforme del quotidiano diventa ugualmente norma mimetica nei casi appunto in cui si voglia ottenere un riconoscimento di ruoli e funzioni, oppure per offrire uno spettacolo<br \/>\neccezionale, e piacevole,. come nelle sfilate di moda, dove chi guarda \u00e8 l\u00ec apposta per aspettarsi una &#8220;diversit\u00e0&#8221; estetica, anche eccentrica, fuori dal consueto; mentre qualsiasi forma (seppur minima) di trasgressione rispetto all&#8217;uniforme del quotidiano, che sia condizionata per\u00f2 da necessit\u00e0 (come una sedia rotelle, un paio di scarpe ortopediche, oppure un guanto o un bastone), diventa immediatamente &#8220;visione turbante&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Visione turbante<br \/>\n<\/strong>Qui evidentemente scattano grovigli di emozioni, con varianti che vanno dalla piet\u00e0 al disgusto alla paura, le quali investono il profondo della nostra sfera pulsionale. Quale possibile condizione per s\u00e9, l&#8217;anomalia \u00e8 vista come in uno specchio e viene quindi silenziosamente temuta. La si evita o la si cataloga quasi per autodifesa, non tanto per quello che si condivide con chi la porta quanto piuttosto per quello che si suppone possa rappresentare il suo &#8220;danno&#8221;. La rapida lettura esteriore conduce in effetti a denotare un&#8217;intera esistenza: attraverso quell&#8217;abito che suggerisce quel comportamento.<br \/>\nQuel preciso segnale quindi \u00e8 sintomo di qualcosa che ne prova l&#8217;esistenza, la sostanza, il tutto.<br \/>\nEcco allora che benessere e malessere, realizzazione e perdita, salute e malattia, autonomia e bisogno, vengono &#8220;decifrati&#8221; attraverso le loro pi\u00f9 immediate rappresentazioni, attraverso appunto l&#8217;abito. Un abito possibilmente indossato con disinvoltura&#8230;<br \/>\nSe \u00e8 popolarmente vero che &#8220;l&#8217;abito non fa il monaco&#8221;, \u00e8 altrettanto realistico supporre che ogni monaco si costruisca il proprio abito, secondo le circostanze, perch\u00e9 egli sa di non sfuggire ad una determinata cultura dello sguardo. Sembra giustificata, allora, l&#8217;iniziativa di alcuni stilisti di &#8220;vestire alla moda&#8221; anche la persona con un comportamento trasgressivo o non docile ai modelli estetici consolidati. Ma &#8220;come?&#8221; \u00e8 &#8216;interrogativo inevitabile. Evidenziando e quindi valorizzando l&#8217;immagine inconsueta, oppure mascherando, coprendo i &#8220;difetti&#8221; con addobbi, con forme plasmate ad hoc per contribuire alla mimesi, a confondersi con gli altri costumi, con le omologazioni delle diversit\u00e0?<br \/>\nScrive Miriam Massari sulle pagine di Avvenimenti: &#8220;Detesto che sia la sedia a decidere come devo vestirmi&#8230; Inoltre non potendo pi\u00f9 cambiare posizione col corpo, voglio cambiare l&#8217;abito, il modello, le stoffe e i colori&#8221;. \u00c8 questa una reazione vivacissima e creativa, che non ha niente a che tare con l&#8217;aspirazione imprenditoriale di produrre una &#8220;moda nella moda&#8221;, o, per usare una definizione pedagogica, una moda &#8220;differenziata&#8221;: parte piuttosto da un forte desiderio di<br \/>\nrichiesta di identit\u00e0, che pur accettando l&#8217;irreversibilit\u00e0 del destino (o della condizione necessitata) gioca con lui mascherandolo, lo trasforma, per aprirlo cos\u00ec a un possibile dialogo, ad una domanda insoddisfatta ma autentica, sfiorando persino l&#8217;ironia. Anche in questo caso, l&#8217;elemento effimero si contrappone a segno indelebile (per dirla con Omar Calabrese), e l&#8217;immagine duratura nel tempo &#8211; che \u00e8 l&#8217;eternit\u00e0 del soggetto &#8211; si veste del provvisorio.<\/p>\n<p><strong>Il grido dell&#8217;abito<br \/>\n<\/strong>Esiste allora un grido rappresentato da un abito in grado di raccogliere, seppure per un tempo limitato, le tracce di una persona, della sua identit\u00e0 sommersa?<br \/>\nNon \u00e8 certo l&#8217;abito indossato da Antonietta Laterza, anche se dichiara con comprensibile orgoglio di essere l&#8217;unica cantante-donna in Italia, e forse nel mondo, che sale un palcoscenico sopra una sedia a rotelle (Repubblica, 14\/4\/1993). Questo l&#8217;ha fatto dieci anni or sono anche la soubrette Donna Summer spinta su una sedia a rotelle fino all&#8217;entrata di un famoso teatro di New York, con un marchingegno pubblicitario ben pi\u00f9 machiavellico (stavo per scrivere andreottiano). La notizia fu riportata dalla rivista Gli Altri (intento era quello di scioccare il grande pubblico con la sconcertante visione dell&#8217;handicap costruito artificialmente. Durante il tragitto gli sguardi dei fan esploravano due campi semiotici (o due zone di segni) antitetici: quello superiore, vincente, erotico, che mostrava la prorompenza del seno, la voluttuosit\u00e0 della spalle, la sensualit\u00e0 del viso; e quello interiore, perdente, negato, che non mostrava altro che una coperta quale segno di pudore di fronte a rifiuto. L&#8217;uno esaltava e l&#8217;altro avviliva: era la stessa donna, era la stessa persona che, spezzata in due, mandava due messaggi contrari; ma era anche la stessa persona che, cos\u00ec spezzata, si contrapponeva al ricordo della sua interezza perduta. Quand&#8217;ecco, a pochi metri dal palcoscenico, l&#8217;inatteso stupefacente: la soubrette Donna Summer scatta in piedi, allontana da s\u00e9 la sedia a rotelle, getta via la coperta e, mostrando le fragranze delle sue nudit\u00e0, d\u00e0 il via alla sua danza. Gli sguardi, cos\u00ec, hanno avuto la restaurazione delle loro certezze: miracolosamente ogni parte s&#8217;\u00e8 ricomposta nel tutto armonico di Donna Summer, e lo stesso abito che portava prima si \u00e8 riempito di un portamento che gli spettava, il corpo tutt&#8217;intero.<\/p>\n<p><strong>Quando siamo interi<br \/>\n<\/strong>A questo punto la domanda fondamentale \u00e8 un&#8217;altra: quand&#8217;\u00e8 che siamo interi?<br \/>\nIn termini di abito in senso lato, siamo interi quando i segni del nostro mostrarsi (vestiti compresi) giocano con &#8220;sintassi coerente&#8221; (Roland Barthes): possono sbizzarrirsi nei richiami, negli stili, nelle allusioni, nelle figure di invenzione, possono evidenziare un aspetto, un gesto corporeo, oppure porre in risalto la parte pi\u00f9 eloquente di s\u00e9 e possono anche provocare contrasti, come un foulard con una sedia a rotelle e come una &#8220;passeggiata meccanica&#8221; sul bagnasciuga del mare&#8230; purch\u00e9 sia fatto con prudenza, con sapiente dosaggio, con gusto.<br \/>\nAllora, con questa attenzione cos\u00ec alle dosi, all&#8217;esteriore e interiore, l&#8217;immagine che si offre di s\u00e9 e le proprie emozioni si parleranno, provocando dialoghi di simpatia: cos\u00ec come il piacere dell&#8217;indumento intimo a contatto con la pelle rappresenter\u00e0 il segreto pudore dei nostri pensieri, in sintonia con il vestito con cui ci mostriamo a chi invitiamo a banchetto del nostro dialogo. L\u00e9vi-Strauss parlerebbe di &#8220;eso-cucina&#8221;, una sorta di arrostita all&#8217;aperto, con sapori forti, alla quale s&#8217;invitano festosamente gli amici; ma questo presuppone sempre una &#8220;endo-cucina&#8221; contigua all&#8217;altra, pi\u00f9 intima, riflessiva, di sapori delicati, di aromi tenui, di sussurri, di confidenze&#8230;<br \/>\nNon \u00e8 sostenibile, pertanto, una moda per l&#8217;handicap; sar\u00e0 meglio parlare di un modo d&#8217;essere: questo s\u00ec \u00e8 autentico.<br \/>\nOccorre inventarlo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rivelo subito le due letture d&#8217;appoggio da cui parto per &#8220;vestire&#8221; queste mie riflessioni sui rapporti tra moda e handicap. 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