{"id":443,"date":"2009-11-04T17:06:19","date_gmt":"2009-11-04T17:06:19","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=443"},"modified":"2026-03-25T11:00:35","modified_gmt":"2026-03-25T10:00:35","slug":"corpi-in-cronaca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=443","title":{"rendered":"1. Corpi in cronaca"},"content":{"rendered":"<p>di Viviana Bussadori<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una specie di luogo comune che recita pressappoco cos\u00ec: &#8220;Le cattive notizie sono buone notizie&#8221;. Quindi la notizia di una persona disabile, segregata per anni in un pollaio \u00e8 proprio ci\u00f2 che ci vuole per il giornalista a caccia di nuove emozioni; non per s\u00e9, si intende, ma per l&#8217;amato\/odiato lettore, sempre pi\u00f9 distratto, sempre pi\u00f9 sommerso di messaggi quindi, sempre pi\u00f9 sulla difensiva. Ma \u00e8 sempre cos\u00ec? \u00c8 sempre vero che quando si tratta di categorie deboli la regola \u00e8 il sensazionalismo?<br \/>\n<!--break-->Il disabile rifiutato, violentato, nascosto; oppure il disabile eccezionale, laureato, sposato, persino con figli. Quante inesattezze, quante letture parziali. Sono quelle che spesso traspaiono dalle pagine dei giornali, \u00e8 vero, ma \u00e8 altrettanto vero che \u00e8 troppo facile additare i giornalisti come unici responsabili di queste deformazioni. Si rischia di cadere in un altro luogo comune.<br \/>\nCome fruitori di informazioni infatti commettiamo un errore quando facciamo coincidere la notizia di un evento con l&#8217;evento stesso. Se da un lato i fatti di cui non abbiamo esperienza diretta esistono solo nel momento in cui ce ne viene data notizia, dall&#8217;altro lato non possiamo dimenticare che di quel fatto abbiamo, attraverso i mass media, solo una comunicazione, una rappresentazione.<\/p>\n<p><strong>Alla ricerca del senso comune<br \/>\n<\/strong>Ed eccoci gi\u00e0 calati nel senso dell&#8217;indagine condotta presso il Centro Documentazione Handicap dell&#8217;Aias di Bologna. Due i punti fermi da cui \u00e8 partito questo lavoro: il primo, il presupposto fondamentale, \u00e8 che anche la carta stampata contribuisce a creare l&#8217;immagine della disabilit\u00e0 che ogni persona possiede e che la &#8220;forza&#8221; di questa costruzione \u00e8 maggiore quando non esistono occasioni di conoscenza diretta. Avere a che fare con una persona disabile, per lavoro, per amicizia, o per semplice vicinanza fisica, consente infatti il pi\u00f9 delle volte di abbandonare tutta una serie di stereotipi che caratterizzano senza dubbio la nostra cultura. Stereotipi e luoghi comuni che ovviamente anche i mass media assorbono e rilanciano, in un gioco di conferme reciproche che finisce per radicare sempre pi\u00f9 le opinioni. A questo poi occorre aggiungere anche la funzionalit\u00e0 che certe immagini hanno nella dinamica di esasperazione dei toni che caratterizza spesso i mass media. Fare audience o aumentare il numero dei lettori significa attirare a s\u00e9 gli investimenti pubblicitari, significa quindi avere pi\u00f9 denaro da investire sul potenziale umano e tecnologico della redazione per potere cos\u00ec essere pi\u00f9 competitivi e accrescere l&#8217;audience o il numero dei lettori. E cos\u00ec via, in una spirale perversa in cui l&#8217;operatore dell&#8217;informazione deve andare a caccia dello scoop, del caso eccezionale, emblematico, quello insomma in grado di scuotere le coscienze sempre pi\u00f9 assopite del consumatore; e i pi\u00f9 deboli a farne le spese.<br \/>\nAlla luce di questi fatti dunque, quale immagine della persona disabile pu\u00f2 strutturarsi nell&#8217;opinione del &#8220;cittadino della strada&#8221;? Da cosa pu\u00f2 essere caratterizzato, rispetto a questa particolare categoria del disagio sociale (l&#8217;handicap \u00e8 il disagio sociale), l&#8217;inafferrabile eppure temibilissimo senso comune? Ecco dunque che ogni singolo item su cui si \u00e8 imperniata questa ricerca si configura come una lente attraverso cui guardare, o cercare di inferire, le ricadute che nel tempo le immagini proposte dalla stampa possono avere sull&#8217;opinione delle persone. Questo naturalmente non pu\u00f2 che essere fatto in via ipotetica e con tutti i limiti che comporta il confrontarsi con la soggettivit\u00e0 umana.<\/p>\n<p><strong>La struttura dell&#8217;indagine<br \/>\n<\/strong>L&#8217;obiettivo concreto della ricerca \u00e8 quello di verificare quanto e come si parla di diversit\u00e0, partendo da una base di dati piuttosto ampia ed applicando ad essi un criterio di analisi il pi\u00f9 scientifico possibile.<br \/>\nII fatto poi che l&#8217;indagine si sia sviluppata all&#8217;interno del Centro di Documentazione sull&#8217;Handicap dell&#8217;Aias di Bologna, spiega la scelta della stampa quotidiana e della disabilit\u00e0 quali ambiti di ricerca. Il Centro infatti dispone tra l&#8217;altro di un archivio degli articoli pubblicati dal 1983 in poi su una quarantina tra quotidiani e settimanali.<br \/>\nQuali coordinate temporali sono stati prescelti quattro mesi (giugno, luglio, novembre e dicembre) e due anni, il 1990 ed il 1993. Le nove testate su cui si articola la ricerca sono invece state selezionate in base ad un criterio di eterogeneit\u00e0 rispetto alla collocazione territoriale ed ideologica: Avvenire, Gazzetta di Mantova, Gazzetta del Sud, Gazzettino, Piccolo, Stampa, Repubblica, Unit\u00e0 e Unione Sarda; quest&#8217;ultima, presente per il 1990 \u00e8 stata sostituita per l&#8217;anno &#8217;93 con il Mattino.<br \/>\nLa scelta di due anni tra loro relativamente distanti, il 1990 ed il 1993, risponde dal punto di vista metodologico all&#8217;esigenza di verificare se e quanto una serie di eventi abbiano potuto incidere sul rapporto tra l&#8217;handicap ed i mass media. Ci riferiamo ad esempio alla carta del doveri del giornalista, ai numerosi dibattiti, alle ricerche promosse dalla Comunit\u00e0 di Capodarco e dai giornalisti del Gruppo di Fiesole, alla legge quadro sull&#8217;handicap (L 104\/ 91).<br \/>\nGli articoli pubblicati dalle nove testate nel periodo individuato sono stati schedati secondo una griglia di analisi articolata in 31 item. La prima parte di questi \u00e8 finalizzata a raccogliere dati di tipo quantitativo (numero totale degli articoli pubblicati e per singola testata, numero di colonne, argomenti trattati).<br \/>\nAltre voci (collocazione del pezzi nelle pagine locali o in quelle nazionali, taglio, settore, genere) si collocano a cavallo tra l&#8217;analisi quantitativa e qualitativa. La rilevanza data ai temi \u00e8 infatti direttamente connessa con l&#8217;evidenza fisica all&#8217;interno del giornale e della pagina: certe notizie possono avere l&#8217;onore di una apertura, altre solo una ventina di righe in taglio basso.<br \/>\n&#8220;Categorizzazione&#8221; (singolo, gruppo informale o organizzato), &#8220;ruolo&#8221; (attivo o passivo), &#8220;area di significato&#8221; (malattia, disagio, riuscita ecc) sono invece item che conducono in modo pi\u00f9 specifico all&#8217;interno dell&#8217;analisi qualitativa.<br \/>\nUn discorso a parte merita invece l&#8217;uso dei termini: una persona pu\u00f2 essere definita sia disabile che handicappata ma le due parole non sono, contrariamente a quanto si crede, sinonimi. L&#8217;item &#8220;terminologia&#8221; \u00e8 inoltre un&#8217;ottima spia per evidenziare di quali categorie (fisici, psichici, sensoriali) la stampa tende maggiormente ad occuparsi.<\/p>\n<p><strong>Sta davvero finendo la spirale del rumore?<br \/>\n<\/strong>Applicando alla marginalit\u00e0 le logiche generali dell&#8217;informazione, quella odierna, cos\u00ec impregnata di mercato, non si pu\u00f2 ovviamente evitare di produrre reazioni. Qualche volta si \u00e8 trattato di polemiche tanto feroci quanto sterili, anch&#8217;esse improntate al &#8220;chi urla di pi\u00f9&#8221;&#8216;; qualche altra volta si \u00e8 trattato invece di un vero e proprio confronto, di un dialogo teso a trovare assieme, operatori dell&#8217;informazione e operatori del sociale, nuove strade. I dibattiti, le carte deontologiche, sono solo la superficie sotto cui si muove una crescente attenzione, una sensibilit\u00e0 nuova. C&#8217;\u00e8 poi anche l&#8217;impressione che un certo modo di fare giornalismo si stia esaurendo da s\u00e9; la spirale del rumore deve necessariamente avere un limite oltre il quale l&#8217;informazione azzera se stessa non essendo pi\u00f9 credibile in quanto tale. \u00c8 probabile allora che il mondo giornalistico intraveda nel cambiamento non solo una doverosa forma di rispetto ma anche una necessit\u00e0.<br \/>\nSi arriva cos\u00ec al secondo punto di questa ricerca, l&#8217;ipotesi da verificare: alla luce del dibattito, della presa di coscienza da parte di molti di quanto l&#8217;informazione fosse strumentalizzante e talvolta pericolosa, si sono verificati dei cambiamenti? Due anni di distanza sono stati sufficienti per modificare qualcosa nel modo di fare informazione sulla disabilit\u00e0?<\/p>\n<p><strong>I numeri<br \/>\n<\/strong>L&#8217;aspetto quantitativo evoca immediatamente una associazione: &#8220;fare notizia&#8221;. Il personaggio importante quasi sempre fa notizia, di qualunque fatto si renda protagonista, perch\u00e9 &#8220;interessa alla gente&#8221; e perch\u00e9 \u00e8 interesse dei giornali dedicargli degli spazi. Il personaggio importante fa notizia &#8220;per se&#8221;&#8216;. Il disabile no. Ci deve essere sempre un qualcosa in pi\u00f9 in lui o nelle cose che fa per diventare visibile. Ma questo \u00e8 normale. Cos\u00ec la relativa sottorappresentazione dell&#8217;handicap evidenziata dalla ricerca (612 articoli complessivamente pubblicati, 303 nel 1990 e 309 nel 1993) assume i contorni di un fatto secondario.<br \/>\nRispetto al dato quantitativo poi i comportamenti delle testate si sono dimostrati molto variegati; c&#8217;\u00e8 chi parla poco di disabilit\u00e0 (la Stampa ad esempio con 41 articoli censiti in due anni) e chi invece ne parla molto (Il Gazzettino con 138 pezzi, sempre in due anni). Poi c&#8217;\u00e8 chi ne parla soprattutto in cronaca locale: l&#8217;ambito territoriale, la vicinanza delle persone ai fatti \u00e8 sicuramente un elemento importante per sensibilizzare, per fare sentire pi\u00f9 prossime e meno eccezionali certe realt\u00e0. Ma la vocazione localistica di alcuni quotidiani, e la possibilit\u00e0 di fare un lavoro capillare, non si \u00e8 sempre rivelata sinonimo di attenzione nei confronti di questi temi.<br \/>\nAllo stesso modo la quantit\u00e0 degli interventi non \u00e8 una garanzia di qualit\u00e0; ribaltando i termini si pu\u00f2 osservare come ad esempio la Stampa, pur occupandosi poco di questi temi, lo faccia poi in modo molto equilibrato e corretto dal punto di vista del contenuti. Qualcun altro invece (Il Gazzettino \u00e8 il caso pi\u00f9 evidente) pubblica una grande quantit\u00e0 di articoli su un evento e non si preoccupa mai di andare a guardare dietro alla facciata delle cose: i problemi, le persone, il significato di quello che viene fatto. Allora, si potrebbe dire, il risultato non \u00e8 pari allo sforzo (o meglio ancora allo spazio).<\/p>\n<p><strong>D&#8217;estate specialmente<br \/>\n<\/strong>Accade spesso che ci siano momenti in cui le notizie sono meno numerose, specialmente in prossimit\u00e0 delle vacanze, sia d&#8217;estate che d&#8217;inverno. Succede allora che anche temi &#8220;dimenticati&#8221; facciano comodo in questi frangenti perch\u00e9 comunque le pagine vanno riempite. I mesi prescelti per la rilevazione si avvicinano molto alla tipologia dei periodi di &#8220;calma&#8221;, luglio e dicembre in modo particolare. Il risultato ottenuto sfata per\u00f2 il luogo comune iniziale; soprattutto perch\u00e9 tra un anno e l&#8217;altro non ci sono segni di costanza e luglio si rivela effettivamente il mese pi\u00f9 prolifico del &#8217;90 ma anche quello meno prolifico del &#8217;93. Novembre \u00e8 invece alla fine il mese in cui \u00e8 stato pubblicato di pi\u00f9.<br \/>\nInsomma, almeno per quanto concerne lo spaccato fornito da questa ricerca, non \u00e8 vero che l&#8217;handicap fa notizia quando non c&#8217;\u00e8 niente di meglio e quando, soprattutto, le persone sono assorbite da preoccupazioni ben pi\u00f9 grandi: le vacanze, appunto.<br \/>\n&#8220;Genere&#8221;, &#8220;taglio&#8221;, &#8220;settore&#8221;, &#8220;immagini&#8221;; una serie di item a met\u00e0 strada tra l&#8217;aspetto morfologico e quello connotativo in cui, in definitiva, ci\u00f2 che conta maggiormente nel tempo \u00e8 il livello pi\u00f9 profondo. Chi legge il giornale non \u00e8 ovviamente portato a cogliere gli aspetti strutturali ma questo non significa togliere loro importanza. Anzi, quanto pi\u00f9 lavorano &#8220;all&#8217;insaputa&#8221; del lettore, tanto pi\u00f9 \u00e8 fondamentale vederli anche come vere e proprie sottolineature.<br \/>\nI termini &#8220;articolo&#8221; o &#8220;notizia breve&#8221; sono ovviamente molto generici e constatarne la quantit\u00e0 (rispettivamente il 48,7% ed il 25,2% di quanto pubblicato) non \u00e8 di per s\u00e9 molto illuminante. Tutto cambia se per\u00f2 lo si raffronta alle altre categorie, se insomma lo si guarda in negativo; &#8220;articolo&#8221; non \u00e8 &#8220;inchiesta&#8221;, non \u00e8 &#8220;intervista&#8221;, non \u00e8 &#8220;scheda&#8221;, non \u00e8 &#8220;redazionale&#8221; (si tratta di categorie che hanno registrato percentuali pressoch\u00e9 irrisorie). Non \u00e8 insomma tutto ci\u00f2 che, almeno dal punto di vista teorico, implica un minimo di approfondimento.<br \/>\nA che serve versare del denaro a favore della ricerca sulla distrofia muscolare se poi non si sa nemmeno cos&#8217;\u00e8 la distrofia muscolare? Se non si sa che cosa cambia nella vita delle persone che, all&#8217;improvviso, vedono completamente cambiata la loro vita? E che significato ha il gesto del &#8220;cittadino&#8221;? A cosa serve se poi davanti ad una carrozzina, quando va bene, non si sa che fare?<br \/>\nForse anche i giornalisti qualche volta non sanno che differenza c&#8217;\u00e8 tra cerebroleso ed epilettico, tra autistico e dislessico. il problema non \u00e8 tanto sapersi destreggiare tra gli specialismi (per quelli ci sono le persone che lavorano gi\u00e0 nel settore) quanto piuttosto riuscire a dare un&#8217;immagine pi\u00f9 completa delle cose.<br \/>\nCos\u00ec \u00e8 importante ospitare le opinioni dei lettori (\u00e8 uno del generi pi\u00f9 utilizzati dalle testate), dare spazio alle loro idee, ma lo sarebbe anche utilizzare al meglio gli strumenti che il giornalista ha a disposizione per ampliare le conoscenze, anche quelle del disabile che scrive in redazione; il giornalista, proprio per la posizione che occupa, pu\u00f2 infatti raccogliere informazioni e interpellare persone molto pi\u00f9 di quanto il singolo possa fare. Il che non significa certo promuovere un&#8217;inchiesta ogni qualvolta si verifica un caso. Significa invece una maggiore precisione, quella ad esempio che viene riservata a tanti altri temi. Fare il paragone con lo sport, in questi giorni &#8220;mondiali&#8221;, \u00e8 davvero troppo facile.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;immagine oscura<br \/>\n<\/strong>L&#8217;immagine dovrebbe avere la funzione di aggiungere significato al testo, di rafforzarlo, di amplificarne l&#8217;impatto emotivo; oppure dovrebbe servire da alleggerimento. Le foto censite per questa ricerca non sono poche anche in relazione al tipo di quotidiani esaminati; tutti prediligono infatti lo stile sobrio, fatto di titoli ma soprattutto di testo, secondo quella che \u00e8 poi la tradizione del giornalismo italiano.<br \/>\nDal punto di vista qualitativo si possono suddividere in due macro-categorie: le immagini di persone e quelle di situazioni. Nel primo il lavoro delle redazioni \u00e8 caratterizzato da un buon grado di specificit\u00e0, favorito dalla presenza di un soggetto identificabile e quindi facilmente fotografabile. I problemi emergono invece quando, anzich\u00e9 di una persona, occorrerebbe la foto di un ambiente, di un contesto di vita: allora le immagini diventano generiche, talvolta ripetitive, inefficaci. Quante volte la stessa foto, il disabile di spalle, la carrozzina, vengono utilizzate per documentare fatti molto diversi tra loro? Anche questo concorre a rafforzare gli stereotipi, la percezione dell&#8217;handicappato come essere solitario, lontano, imperscrutabile. Il suo mondo \u00e8 l\u00e0, ben distinto dal nostro. \u00c8 fatto di carrozzine, oscure pratiche riabilitative, silenzi. Poco viene fatto per farci avvicinare; le immagini di Marcello Manunza (il ventiseienne di Chiavari uscito dopo tre anni dal coma e la cui vicenda ha avuto un&#8217;attenzione grandissima da parte di tutti i quotidiani), esanime, circondato, difeso e quindi anche isolato dalle braccia della madre o dal cordone di volontari che lo assistono \u00e8 uno degli esempi pi\u00f9 forti di questa tendenza.<\/p>\n<p><strong>Oggetto, soggetto o protagonista?<br \/>\n<\/strong>La storia di una notizia \u00e8 in realt\u00e0 un gioco a tre: c&#8217;\u00e8 chi la elabora, chi la fruisce, chi ne \u00e8 (o ne dovrebbe essere) il protagonista. Tra due di questi tre poli si instaura per\u00f2 una dinamica circolare: il giornalista confeziona la notizia per il quotidiano, il telegiornale o il radiogiornale e nel fare questo, oltre che da altri fattori tipici del lavoro di redazione, \u00e8 condizionato dalla consapevolezza che quella notizia \u00e8 anche un prodotto &#8220;da vendere&#8221;. Dal fatto si passa cosi a una notizia elaborata secondo criteri che per il giornalista corrispondono ai desideri del lettore. Anche se si tratta di una semplice presunzione, basata sul &#8220;fiuto&#8221; o su valutazioni professionali, questo meccanismo pone il destinatario in una posizione di forza; egli \u00e8 l&#8217;acquirente che ha diritto alla merce dell&#8217;informazione. Elemento debole del &#8220;gioco&#8221; rischia cos\u00ec di essere il soggetto delle notizie: questo \u00e8 particolarmente evidente quando si tratta di una persona appartenente alle categorie marginali, una persona cio\u00e8 incapace di autotutelarsi rispetto all&#8217;uso (o abuso) che il meccanismo dell&#8217;informazione pu\u00f2 fare della sua vicenda.<\/p>\n<p><strong>Imparare a comunicare<br \/>\n<\/strong>I numerosi dibattiti sul rapporto tra mass media e marginalit\u00e0 hanno, fra le altre cose, anche il pregio di far confrontare la &#8220;base&#8221; con il mondo dell&#8217;informazione su piani che non siano solo lo scontro diretto. Servono insomma a scardinare quella met\u00e0 del meccanismo che ha visto il perdurare di due nicchie: quella dell&#8217;informazione da una parte e quella del sociale dall&#8217;altra. E in questo il privato sociale, e ancora pi\u00f9 il mondo dei servizi, hanno avuto la loro fetta di responsabilit\u00e0; hanno coltivato la cultura del &#8220;fare&#8221; e tralasciato quella del &#8220;dire&#8221; per poi accorgersi, spesso in ritardo, i tempi erano cambiati. L&#8217;informazione non \u00e8 uno specifico ma qualcosa che attraversa in modo trasversale tutta la societ\u00e0; non \u00e8 il sapere di pochi ma la risorsa, la ricchezza implicita in ogni cosa; oggi non basta fare, occorre anche far sapere. Nel frattempo per\u00f2 il mondo dell&#8217;informazione si \u00e8 appropriato di certi temi e lo ha fatto utilizzando categorie inadeguate. I giornalisti erano e in buona parte continuano ad essere impreparati ad affrontare il disagio e, al tempo stesso, quel disagio ben si presta alle logiche del sensazionalismo, della spettacolarizzazione o dei buoni sentimenti.<br \/>\nIl confronto, e forse un po&#8217; di autocritica, hanno portato il privato sociale ad organizzarsi anche dal punto di vista comunicativo, a curare la propria immagine, a saper dare alle proprie iniziative la veste di eventi o comunque di fatti in grado di interessare un pi\u00f9 vasto numero di persone.<br \/>\nI risultati traspaiono solo in parte dai dati raccolti per questa ricerca: il privato sociale ad esempio si configura, soprattutto nella cronaca locale, come un interlocutore sicuro per le notizie; queste ultime poi scaturiscono sempre pi\u00f9 di frequente da iniziative o da dichiarazioni (quasi sempre in chiave critica), fatto questo che, se opportunamente valorizzato, pu\u00f2 effettivamente portare ad approfondimenti e dibattiti. L&#8217;essenziale ancora una volta \u00e8 che le cose non si fermino alla sfuriata del disabile, dell&#8217;associazione o, perch\u00e9 no, dell&#8217;amministratore; il rischio infatti \u00e8 che i problemi vengano perennemente percepiti come distanti, senza attinenza con la propria vita e che la disabilit\u00e0 venga alla fine associata alla difficolt\u00e0, all&#8217;esclusione, all&#8217;ingiustizia.<\/p>\n<p><strong>Cos\u00ec vicini, cos\u00ec lontani<br \/>\n<\/strong>Non \u00e8 casuale allora che, alla fine, la maggior parte degli articoli esaminati ci rimandi del disabile l&#8217;immagine di una persona appartenente ad un gruppo indifferenziato, ovvero, quell'&#8221;altro&#8221;, quel &#8220;lontano&#8221; da noi, che non ci obbliga a metterci in gioco.<br \/>\nLa stessa indefinitezza che si ritrova nell&#8217;uso delle parole. Il disabile rimane ragazzo per sempre (il termine &#8220;ragazzo&#8221; \u00e8 il pi\u00f9 utilizzato dal giornalisti) e quindi difficilmente potr\u00e0 condurre una vita &#8220;normale&#8221;, avere un lavoro, sposarsi, fare dei figli, andare in vacanza in albergo anzich\u00e9 in colonia. Anche questo \u00e8 un luogo comune assai pi\u00f9 diffuso di quanto si possa credere.<br \/>\nSi tratta infatti di una abitudine diffusa anche tra coloro che lavorano nel settore educativo e che in teoria non dovrebbero cadere nel &#8220;tranello&#8221;; eppure sono all&#8217;ordine del giorno espressioni del tipo &#8220;i ragazzi del centro diurno&#8221; in riferimento ad adulti magari di 30-40 anni. Lo stesso meccanismo caratterizza talvolta il comportamento dei genitori che sono i primi a non volere i propri figli crescano; finch\u00e9 saranno ragazzi avranno bisogno di cure e loro potranno cos\u00ec espiare fino in fondo la &#8220;colpa&#8221; di un figlio diverso.<br \/>\nCos\u00ec va a finire che l&#8217;handicappato \u00e8 ragazzo, giovane o bambino e solo di rado uomo o donna, cittadino (parola che evoca immediatamente diritti e responsabilit\u00e0), persona.<br \/>\nAnche questo ovviamente finisce per avere un peso cos\u00ec come ce l&#8217;ha un&#8217;altra forma di indefinitezza: quella rispetto ad un ruolo il pi\u00f9 delle volte non esiste. Il disabile rimane sullo sfondo, relegato ad un ruolo di comparsa, di personaggio trasparente sulla cui esistenza, proprio come in famiglia, sono altri ad intervenire.<\/p>\n<p><strong>Handicap e tangenti. L&#8217;ombra della crisi<br \/>\n<\/strong>I risultati ottenuti relativamente agli argomenti pi\u00f9 trattati hanno evidenziato soprattutto due cose: il differente orientamento dei singoli quotidiani e il legame di fondo tra i temi dell&#8217;handicap e quelli pi\u00f9 generali del paese.<br \/>\nRispetto alla prima i dati hanno evidenziato ad esempio una forte attenzione delle testate a vocazione locale soprattutto per il mondo dell&#8217;associazionismo e per i servizi; non \u00e8 un caso quindi che il privato sociale e le istituzioni (Comuni, Unit\u00e0 Sanitarie Locali, Regioni) siano la fonte preponderante delle notizie proprio in cronaca locale. Si potrebbe trattare di un elemento importante per coinvolgere la cittadinanza attorno a temi come l&#8217;assistenza, il lavoro educativo, il problema del &#8220;dopo di noi&#8221;. L&#8217;impressione per\u00f2 \u00e8 che l&#8217;estrema superficialit\u00e0 con cui si parla di iniziative e problemi non favorisca in realt\u00e0 un avvicinamento delle persone ad un mondo le cui caratteristiche appaiono molto slegate dal vivere comune.<br \/>\nAltre testate, essenzialmente la Stampa e l&#8217;Unit\u00e0 hanno evidenziato invece uno spiccato interesse per gli aspetti scientifici mentre L&#8217;Avvenire, coerentemente con la sua impostazione ideologica, ha privilegiato i temi tra spiritualismo e affettivit\u00e0.<br \/>\nIl secondo aspetto, quello che situa i temi legati alla disabilit\u00e0 alle logiche, alle mode, ai problemi pi\u00f9 sentiti del paese \u00e8 sicuramente un fattore positivo, che avvicina, sotto questo profilo, l&#8217;handicap alle cose di tutti i giorni. Peccato per\u00f2 che lo faccia, almeno rispetto ai dati di questa indagine, per eventi non certo qualificanti. Gli scandali scoppiati in alcune sezioni siciliane dell&#8217;Aias, la vicenda del falsi invalidi, rientrano a pieno titolo nel filone tangentopoli e rispecchiano l&#8217;italianissimo malaffare che tutti ben conoscono. Anche qui \u00e8 giusto e corretto dare notizia di quanto accade ma occorrerebbe fare pi\u00f9 attenzione, tanto per cambiare, alla complessit\u00e0 delle cose: la persona che finge di essere invalida per prendere la pensione di invalidit\u00e0 e magari fare anche del lavoro nero \u00e8 sicuramente condannabile, ma non bisogna dimenticare che dietro ad ogni falso invalido c&#8217;\u00e8 una commissione composta da almeno 4 persone che quella invalidit\u00e0 l&#8217;ha riconosciuta. Alcune testate non hanno ovviamente mancato di sottolineare questo aspetto ma altre non l&#8217;hanno fatto; il rischio insomma \u00e8 quello di fornire dei fatti solo la versione pi\u00f9 sensazionalistica (fa un certo effetto un cieco che guida un&#8217;ambulanza!) coinvolgendo solo le categorie meno protette e contribuendo cos\u00ec a rafforzare stereotipi del tipo &#8220;gli invalidi sono tutti ladri&#8221;, &#8220;i meridionali non hanno voglia di lavorare e quindi si fanno passare per handicappati&#8221;.<br \/>\nMessi da parte gli scandali c&#8217;\u00e8 poi la crisi economica. Il voler risparmiare sulle pensioni di invalidit\u00e0 ne \u00e8 un segnale a cui se ne accodano tanti altri, tutti visibili in trasparenza dietro ai temi e al cambiamenti che questi hanno subito a due anni di distanza. Di lavoro e formazione professionale per i disabili se ne \u00e8 parlato sempre poco ma il tema ha il tracollo nel &#8217;93; solo 5 articoli, 2 del quali dedicati ad iniziative del privato sociale che si spreme alla ricerca di soluzioni; il lavoro non c&#8217;\u00e8 per i &#8220;sani&#8221;, figuriamoci per i disabili.<br \/>\nMancano i soldi e si guarda al concreto: si parla di pi\u00f9 di assistenza (lo smantellamento dello stato sociale incombe ma per ora la politica \u00e8 quella di salvare il salvabile) e crollano le bandiere degli anni &#8217;80; l&#8217;autonomia \u00e8 un lusso ed i temi ad essa legati non a caso si dimezzano. Abbattere le barriere architettoniche non \u00e8 pi\u00f9 di moda nemmeno per le amministrazioni, adesso &#8220;conta&#8221; la societ\u00e0 civile, il volontariato, la solidariet\u00e0.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;importanza degli &#8220;sfondi&#8221;<br \/>\n<\/strong>Osservando i risultati dell&#8217;item &#8220;tono&#8221;, quello finalizzato a rilevare quindi il modo con cui i giornalisti affrontano i singoli articoli, sembra che quasi nulla si sia modificato. Rimane, per fortuna, una predominanza di articoli scritti con un approccio informativo (51,3%) e quelli di denuncia, malgrado gli scandali e i problemi del 1993, rimangono pressoch\u00e9 sullo stesso livello (23,4% il dato complessivo). Diminuiscono addirittura i toni pietistici (dal 7,6% del &#8217;90 al 4,5% del &#8217;93) ma aumentano un po&#8217; quelli che puntano sulla sensazione (dal 10,6% al 18,4%). Ma niente di eccezionale.<br \/>\nLa Carta dei Doveri del giornalista contiene un articolo che si intitola &#8220;Diritti della persona&#8221;; tali diritti consistono nel non vedere pubblicati i propri dati anagrafici in maniera gratuita, quando cio\u00e8 non servono all&#8217;informazione ma solo al colore.<br \/>\nII dato positivo nel modo di dare le notizie \u00e8 che, a dispetto dei casi sensazionali che comunque si sono verificati, si \u00e8 registrato un sostanziale rispetto del diritto alla privacy delle persone coinvolte negli eventi; non sono moltissimi infatti gli articoli in cui sono stati forniti i dati anagrafici dei disabili ma ci\u00f2 che pi\u00f9 conta \u00e8 che quando \u00e8 stato fatto non si trattava di situazioni negative, tipo violenze sessuali, fisiche o morali, subite o inflitte.<br \/>\nCi\u00f2 che invece si coglie come sfondo complessivo in cui gravita il tema handicap \u00e8 quello della problematicit\u00e0; anche in questo caso comunque non si pu\u00f2 affermare che i quotidiani non rispecchino la realt\u00e0. Essere disabili in una societ\u00e0 che persegue i valori dell&#8217;efficienza e dell&#8217;esteriorit\u00e0 non \u00e8 sicuramente un vantaggio ma, appunto, un handicap.<br \/>\nL&#8217;essenziale in ogni caso sarebbe discostarsi una volta per tutte da quell&#8217;alone di malattia, di sofferenza e quindi di istintivo allontanamento, che caratterizza troppo spesso la percezione della disabilit\u00e0 da parte delle persone al di fuori da questo ambito. Questo non vuole dire dipingere la disabilit\u00e0 come qualcosa di &#8220;bello&#8221; (cercare di rendere l&#8217;handicappato gradevole a tutti i costi \u00e8 rischioso e ingiusto quanto renderlo sgradevole) ma sicuramente cercare di attribuire a questa condizione solo le sue effettive caratteristiche, positive o negative esse siano. I mass media in questa direzione possono dare un contributo fondamentale facendo attenzione certamente a quanto e cosa dicono ma soprattutto al come lo dicono. Nel tempo, a parte i casi eclatanti, forti emotivamente, nel ricordo delle persone non rimangono tanto i fatti ed i concetti quanto piuttosto le impressioni, il contorno delle cose. L&#8217;associazione prolungata della disabilit\u00e0 a valori deformati rispetto alla realt\u00e0 non pu\u00f2 insomma che generare e moltiplicare visioni distorte.<\/p>\n<p><strong>Brividi in diretta<br \/>\n<\/strong>Da quando i mass media, la tv in testa, hanno scoperto che le storie al limite (della sofferenza, della violenza, della disgrazia e, perch\u00e9 no, anche della piet\u00e0)<br \/>\nfanno audience, o lettori, \u00e8 nata la moda. Quella che andando a pescare nel torbido delle paure, delle curiosit\u00e0 morbose, del desiderio di emozioni senza rischi, del bisogno di commozione ha poi decretato la nascita di trasmissioni come le gi\u00e0 citate &#8220;Telefono Giallo&#8221;, &#8220;I fatti vostri&#8221;, &#8220;Ultimo minuto&#8221; &#8220;Chi l&#8217;ha visto&#8221;, o di approcci come quello incalzante, da scoop mozzafiato, di Giovanni Minoli o ancora dell&#8217;informazione all&#8217;americana, stile morte in diretta (la tragedia di Alfredo Rampi nel pozzo di Vernicino, il buco in diretta di Claudio trasmesso da Canale 5 nel corso di uno &#8220;Speciale News&#8221; abbinato al film &#8220;Fuga di mezzanotte&#8221;). E ancora la trasmissione dei processi a Pacciani, a Bobbit, a Hammer.<br \/>\nStorie, uomini e donne di spalle, che si raccontano, che esibiscono il dolore, giornalisti a caccia della dichiarazione della madre a cui hanno appena ammazzato il figlio, del particolare scabroso, del brivido.<br \/>\nOggi, o al massimo ieri, qualcuno si \u00e8 accorto che le regole vanno cambiate, che la curva disegnata dal dolore non \u00e8 un&#8217;iperbole bens\u00ec una parabola, che \u00e8 ora di scendere. Qualcuno si \u00e8 accorto che il sociale pu\u00f2 generare prodotto giornalistici senza passare per forza attraverso lo spettacolo. Che, a guardarci bene, il mondo dell&#8217;associazionismo e del volontariato sono molto pi\u00f9 ricchi di quanto sembrasse.<br \/>\nCos\u00ec i pi\u00f9 sensibili di una parte ed i pi\u00f9 &#8220;abili&#8221; dell&#8217;altra hanno iniziato ad interagire, a collaborare. Il &#8220;Coraggio di Vivere&#8221; ad esempio per tutto il &#8217;93 si \u00e8 appoggiato a gruppi di volontariato e associazioni che, in tutta Italia, si occupano dei vari aspetti della marginalit\u00e0 sociale. Esperimenti come questo, che fra l&#8217;altro proseguir\u00e0 anche nel &#8217;94, sono una delle strade da percorrere per cambiare il modo di fare informazione sul sociale, per fornire, finalmente, quadri pi\u00f9 completi ed equilibrati, per scavare maggiormente (ritmi e formati permettendo), per far sentire al cittadino un po&#8217; inconsapevole la vera voce di &#8220;chi non ha voce&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Eroi per caso<br \/>\n<\/strong>Ci sono per\u00f2 anche un paio di rischi nascosti nelle pieghe del nuovo. Il primo \u00e8 che anche nelle redazioni si crei una nicchia, quella del sociale appunto, o, come \u00e8 gi\u00e0 stata definita, degli &#8220;addetti ai disgraziati&#8221;; di quelli cio\u00e8 che per missione o punizione seguono ogni giorno fatti e misfatti della marginalit\u00e0 in una sorta di routine necessaria. Il secondo \u00e8 quello pi\u00f9 grave ed \u00e8 quello che porta alla nascita di una nuova categoria, quella degli esperti con un piede nel sociale (da cui provengono) e uno nell&#8217;informazione (da cui sono ammaliati); se collaborazione ci deve essere \u00e8 normale che qualcuno si metta in questa posizione intermedia ma il pericolo, gi\u00e0 visibile, \u00e8 che si formi un&#8217;altra casta, ristretta, che nel giro di qualche tempo ri-immobilizzi le cose. Che anche costoro si trasformino soprattutto in divi televisivo-giornalistici, con annessi caratteristici comportamenti, e che si deleghi a pochi la gestione del far sapere in un ambito complesso e mutevole come il disagio sociale.<br \/>\nChe insomma dalla stagione degli anti-eroi si passi a quella degli &#8220;eroi per caso&#8221; evitando di passare per l&#8217;altra strada in grado di cambiare il modo di fare informazione ovvero, la formazione dei giornalisti. \u00c8 su questo che occorre puntare per dare continuit\u00e0 e consistenza ai piccoli ma significativi segnali di cambiamento perch\u00e9, da fatto ancora troppo estemporaneo e &#8220;di moda&#8221;, l&#8217;attenzione al sociale ed il rispetto dei pi\u00f9 deboli divenga un fatto di cultura, giornalistica e, magari, della societ\u00e0 intera.<br \/>\nLa sfida non \u00e8 di poco conto adesso che si fanno pi\u00f9 chiari gli scenari con cui tutti dovremo confrontarci: lo stato sociale sta per lasciare il posto ad altri modelli. Welfare market, welfare mix o welfare society? Oggi \u00e8 azzardato fare previsioni su quale sistema verr\u00e0 ad imporsi ma quel che \u00e8 certo \u00e8 che ogni cittadino sar\u00e0 chiamato ad una maggiore responsabilit\u00e0 rispetto alla sicurezza sociale. Che \u00e8 di tutti e non solo dei pi\u00f9 deboli.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 una specie di luogo comune che recita pressappoco cos\u00ec: &#8220;Le cattive notizie sono buone notizie&#8221;. Quindi la notizia di una persona disabile, segregata per anni in un pollaio \u00e8 proprio ci\u00f2 che ci vuole per il giornalista a caccia di nuove emozioni; non per s\u00e9, si intende, ma per l&#8217;amato\/odiato lettore, sempre pi\u00f9 distratto, sempre pi\u00f9 sommerso di messaggi quindi, sempre pi\u00f9 sulla difensiva. 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