{"id":4463,"date":"2025-09-11T12:05:30","date_gmt":"2025-09-11T10:05:30","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4463"},"modified":"2025-09-29T12:52:39","modified_gmt":"2025-09-29T10:52:39","slug":"5-tutto-esaurito-esperienze-a-confronto-per-una-cultura-come-strumento-di-inclusione-e-civilta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4463","title":{"rendered":"5.\u201cTutto esaurito!\u201d Esperienze a confronto per una cultura come strumento di inclusione e civilt\u00e0"},"content":{"rendered":"<p class=\"p2\">Possiamo ancora definire la cultura una passione d\u2019\u00e9lite? Quante sono le persone disabili che incontriamo a teatro sedute accanto a noi e non su un palco? \u00c8 l\u2019aspetto degli edifici e la loro promozione o sono piuttosto i pregiudizi dei visitatori a inibire l\u2019accesso ai luoghi dell\u2019arte? Quale pu\u00f2 essere, in concreto, il contributo delle istituzioni e del mondo della formazione?<br \/>\nInterrogativi, urgenze e proposte in evoluzione, al centro, lo abbiamo visto, della riflessione pi\u00f9 recente, che con noi hanno costellato anche il dibattito di \u201cTutto esaurito! La cultura accessibile strumento di inclusione e civilt\u00e0\u201d, convegno ospitato lo scorso 30 novembre 2013 alla Mediateca di San Lazzaro di Savena, nell\u2019ambito delle iniziative della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilit\u00e0 voluta dall\u2019Onu e promosso dal Comune di San Lazzaro di Savena in collaborazione con la Cooperativa Sociale Accaparlante.<br \/>\nCondividiamo ora alcuni degli interventi che hanno accompagnato pi\u00f9 da vicino nell\u2019azione i nodi fondamentali delle nostre premesse, insieme ai partner del progetto \u201cCultura Libera Tutti\u201d e alle istituzioni.<br \/>\nAlle voci preziose degli altri relatori presenti, abbiamo pensato di dedicare specifici approfondimenti sui prossimi numeri di \u201cHP-Accaparlante&#8221;.<br \/>\nUn ringraziamento speciale a Saveria Arma di CulturAbile Onlus, che ha trascritto e proiettato in diretta gli interventi dell\u2019intera giornata a favore delle persone con disabilit\u00e0 uditive.<\/p>\n<p class=\"p4\"><strong>5.1. Uscire dall\u2019\u00e9lite<br \/>\n<\/strong>di Maria Cristina Baldacci, assessore alla qualit\u00e0 della salute, politiche per la famiglia e diversabilit\u00e0 del Comune di San Lazzaro di Savena<\/p>\n<p>Comincio subito con il ringraziarvi. Sono molto contenta di portare il saluto dell\u2019amministrazione e condividere con voi il senso e il percorso compiuto in questi anni. Con questo convegno siamo arrivati a tirare le somme e, al contempo, a riaprire in una nuova ottica un tema centrale relativamente alla qualit\u00e0 delle nostre vite: la cultura come strumento di inclusione e civilt\u00e0, la realt\u00e0 della cultura dunque e quella dell\u2019accessibilit\u00e0. Due realt\u00e0, queste, che potrebbero sembrare diverse e originate da due mondi lontani, perch\u00e9 l\u2019accessibilit\u00e0 \u00e8 stata percepita per tanto tempo e, forse lo \u00e8 ancora oggi, come strettamente legata alle barriere architettoniche, per cui toglierle sembrava l\u2019unica risoluzione al problema. Invece, partendo dal principio che accessibilit\u00e0 significa \u201caccedere\u201d, diventa indispensabile chiedersi dove, a chi e a che cosa, perch\u00e9 solo cos\u00ec capiremo che la realt\u00e0 culturale \u00e8 complessa, che comprende la vita di ogni persona e che ogni persona fa ed \u00e8 cultura. Lo ribadisce il sottotitolo del convegno, \u201cLa cultura strumento di inclusione e civilt\u00e0\u201d, che ci racconta come accedere alla cultura non sia pi\u00f9 soltanto una questione di gradini, muri e vetri da togliere ma un\u2019occasione utile a stimolare l\u2019entrata in luoghi mai visitati nonostante le proprie fatiche esistenziali, tenendo quindi presente che una persona spesso si pu\u00f2 trovare nella condizione di non avere voglia di partecipare a realt\u00e0 culturali e socializzanti. In questo \u00e8 emerso spesso pure un problema di contenuti e di linguaggio, considerando che anche alcune realt\u00e0 culturali hanno fatto per molto tempo paura: soltanto il fatto di parlare di cultura, di teatro o di cinematografia teneva lontane persone con disabilit\u00e0 o che dichiaravano \u201cnon fa per me\u201d, \u201cnon ho studiato\u201d, \u201cnon lo capisco\u201d. Fare arrivare i contenuti alle persone ha rappresentato quindi il passaggio successivo, nel quale rendere accessibili i luoghi della cultura ha implicato la necessit\u00e0 non di semplificare ma di far partecipare, rendere bello ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 bello anche se spesso spaventa un po\u2019. Molte persone, anche se non sono disabili nel senso tradizionale del termine, se non riescono ad accedere fisicamente o mentalmente alla cultura si sentono allontanate, perch\u00e9 non accolte. La sfida di questo convegno \u00e8 dunque proprio questa: la cultura come strumento di inclusione e civilt\u00e0, una cultura capace di accogliere.<br \/>\nIn questa giornata, negli interventi successivi al mio verranno affrontati molti punti di vista diversi, a partire dai luoghi che nella nostra citt\u00e0 ospitano la cultura, dai musei ai teatri e ai parchi, luoghi capaci di rendere la persona portatrice di valori in se stessa, perch\u00e9 tutti noi siamo portatori di valori a prescindere da quanto ne sappiamo, ognuno con le proprie caratteristiche che ne fanno un valore aggiunto. Ecco allora che le persone con caratteristiche particolari, come il non essere originari dello stesso Paese e quindi non avere la possibilit\u00e0 di integrarsi per lingua, razza o, come si diceva una volta, per il colore della pelle, arricchiscono in realt\u00e0 una cultura millenaria come quella italiana ma che attende di essere esplorata anche da nuovi soggetti, soggetti che fino a questo momento sono stati distanti perch\u00e9 hanno considerato tutto questo una realt\u00e0 \u201caccessoria\u201d\u2026 Ci sono cose pi\u00f9 importanti e pi\u00f9 necessarie, si sente spesso dire, della cultura. Invece \u00e8 proprio in queste occasioni che la cultura si rivela lo strumento ideale per far rinascere quelle persone che, per tanti motivi, sono in standby e che devono pensare all\u2019integrazione personale a partire, ad esempio, dal lavoro. Insieme a loro ci sono le persone anziane, molto anziane oppure diventate anziane precocemente, persone che hanno avuto perdite di memoria o di capacit\u00e0 cognitive che possono invece trovare, con strumenti adeguati, la possibilit\u00e0 di rifiorire; \u201cla bellezza salver\u00e0 il mondo\u201d, diceva qualcuno. La bellezza di una buona musica, di un bello spettacolo teatrale, di una buona passeggiata nel verde con dei contenuti pu\u00f2 infatti far rinascere tutti noi.<br \/>\nPartire da questi presupposti rivitalizza anche quelle realt\u00e0 che non si sono mai poste il problema di arrivare a tutti. Magari il problema era semplicemente il numero di persone che partecipavano ma non il bisogno di includere tutti questi soggetti. Negli ultimi 8-10 anni abbiamo costruito percorsi di integrazione per persone con disabilit\u00e0 fisica, psichica, cognitiva e motoria, cos\u00ec come per chi vive in<br \/>\ncondizione di povert\u00e0. Avere la possibilit\u00e0 di accedere alla cultura significa partire anche da questo, uscire il pi\u00f9 possibile dall\u2019\u00e9lite.<br \/>\nQuesta \u00e8 la sfida che ci siamo posti come assessorato e come amministrazione, tenendo presente che, se si \u00e8 seminato un desiderio di accessibilit\u00e0 culturale, \u00e8 proprio perch\u00e9 su questi temi abbiamo lavorato tanto e a lungo, e quando si arriva a poter discutere di cultura accessibile significa che forse, sulle altre realt\u00e0 dell\u2019accessibilit\u00e0, qualche passo in avanti \u00e8 stato fatto.<\/p>\n<p class=\"p4\"><strong>5.2. L\u2019incontro con l\u2019arte e lo sviluppo delle relazioni come processo di \u201clife long learning\u201d<br \/>\n<\/strong>di Veronica Ceruti, responsabile Mediazione Culturale e Servizi educativi dell\u2019Istituzione Bologna Musei<\/p>\n<p class=\"p2\">La prima volta che sono entrata in un museo, non come visitatrice ma con un ruolo diciamo semi-professionale, \u00e8 stato nel 1998, mentre stavo seguendo da tirocinante un percorso di formazione al GAM, l\u2019ex Galleria d\u2019Arte Moderna di Bologna. Da l\u00ec non ne sono pi\u00f9 uscita, nel senso che da tirocinante sono diventata collaboratrice occasionale, il mio ruolo si \u00e8 evoluto negli anni e attualmente sono responsabile della mediazione culturale e dei servizi educativi dell\u2019Istituzione Bologna Musei. La situazione dal 1998 \u00e8 notevolmente mutata e, nonostante ci si lamenti sempre dei tempi duri nei quali ci troviamo a lavorare, per quanto riguarda il tema dell\u2019accessibilit\u00e0 al museo e al patrimonio culturale si potrebbe constatare che la situazione negli ultimi anni \u00e8 s\u00ec cambiata ma in positivo. Un tempo il problema dell\u2019accessibilit\u00e0 non ce lo si poneva neanche, o meglio ce lo si poneva a monte. Erano anni in cui chi lavorava nelle sezioni didattiche dei servizi educativi si sentiva ripetere sempre questa frase: \u201cma davvero dobbiamo avere i bambini nelle mostre e nelle sale espositive?\u201d. Il discorso sull\u2019accessibilit\u00e0 riguardava quindi addirittura quei soggetti, come ad esempio i bambini della scuola dell\u2019infanzia o pi\u00f9 piccoli della primaria, che ancora non erano (o perlomeno non da tutti) sempre benvoluti e accettati all\u2019interno delle sale dei musei, perch\u00e9 facevano rumore, perch\u00e9 il museo doveva essere un luogo silenzioso per una fruizione di tipo contemplativo, un luogo riservato ai grandi&#8230; In quest\u2019ottica il museo diventava facilmente il luogo del proibito perch\u00e9 chiacchierare al cospetto delle opere, sedersi in cerchio o entrare insieme dentro a un\u2019ambientazione o a un\u2019istallazione all\u2019interno del museo era gi\u00e0 visto come qualcosa di \u201cavanguardistico\u201d e trasgressivo rispetto al luogo museo. Le battaglie della generazione che hanno preceduto la mia e quelle della mia generazione di operatori museali sono state finalizzate proprio a permettere alle scuole e alle classi, alle nuove generazioni, di entrare dentro al museo e partecipare a delle attivit\u00e0, alla lettura e alla fruizione dell\u2019arte. Questo \u00e8 stato dunque il primo nuovo pubblico a cui sono state aperte le porte dei musei da parte di chi si occupava di mediazione culturale.<br \/>\nSembra qualcosa di lontano ma, in realt\u00e0, rappresenta un passato molto recente e di battaglie ne sono state vinte tante perch\u00e9 sempre pi\u00f9 musei hanno avuto al loro interno delle aree didattiche, dei servizi educativi che sono diventati dei veri e propri dipartimenti con sempre pi\u00f9 figure professionali dedicate a fare da ponte tra il luogo museo, le opere d\u2019arte, gli artisti e tutti i tipi di pubblico. Il ruolo educativo del museo \u00e8 cresciuto, si \u00e8 differenziato, sono nati anche a livello accademico e universitario dei percorsi formativi che hanno avuto come primo obiettivo quello di formare dei giovani a diventare e a essere degli operatori museali qualificati. Il museo si \u00e8 cos\u00ec integrato sempre di pi\u00f9 nel territorio, connotandosi come agenzia formativa che lavora con la scuola ma anche con altre realt\u00e0, enti e istituzioni che operano nel contesto educativo a livello sia nazionale che internazionale, grazie a importanti progetti europei di scambio, di buone pratiche o workshop, finalizzati proprio a sensibilizzare l\u2019opinione, quella politica compresa, rispetto a queste tematiche. L\u2019attenzione non \u00e8 pi\u00f9 stata focalizzata soltanto sulle scuole ma ha riguardato davvero ogni tipo di pubblico. Che cosa s\u2019intende? Innanzitutto c\u2019\u00e8 un discorso legato all\u2019et\u00e0. I bambini non sono pi\u00f9 gli unici destinatari ma dietro c\u2019\u00e8 un progetto di life long learning e di apprendimento lungo tutto l\u2019arco della vita, anche per gli adulti, dunque, fino ad arrivare alla terza et\u00e0 e poi ci si \u00e8 occupati sempre di pi\u00f9 di quelle fasce soggette a una maggiore emarginazione rispetto ai luoghi della cultura per varie ragioni, da quelle legate alla lingua, concernenti quindi l\u2019immenso fenomeno della migrazione, migranti di prima e seconda generazione, a tutte quelle fasce svantaggiate magari geograficamente, perch\u00e9 in ogni citt\u00e0 esiste un centro, esistono delle periferie, delle zone e delle aree suburbane in cui i giovani, ma anche le famiglie e gli adulti, vivono per quartieri e raramente sentono il centro e i suoi luoghi come aperti a loro. Per questo ci si \u00e8 spostati e si \u00e8 usciti fuori dal museo, si \u00e8 andati a comunicare l\u2019arte e l\u2019azione educativa anche al di fuori delle pareti dei musei, dei laboratori e delle sale espositive e si sono condotte delle azioni anche sul territorio, nelle piazze e nei quartieri. Assolutamente non ultimo il lavoro che riguarda l\u2019accessibilit\u00e0 alle persone disabili, innanzitutto a partire dall\u2019abbattimento delle barriere architettoniche e quindi finalizzato a rendere i musei accessibili ai luoghi dell\u2019arte e della cultura dal punto di vista fisico e poi a livello di fruizione, dunque propriamente culturale, con attivit\u00e0 di visita e di laboratorio che possano rendere l\u2019incontro con l\u2019arte un\u2019esperienza veramente vissuta e partecipata anche per chi non ha le stesse possibilit\u00e0 di movimento e di azione degli altri. Laboratori pensati per includere insieme, che \u00e8 la cosa migliore, lavorando senza ghettizzare ma sull\u2019integrazione nel senso pi\u00f9 vero del termine. Percorsi dunque pensati per essere fruiti da tutti, anche dalle persone con disabilit\u00e0 motorie e quindi sulla sedia a rotelle o che muovono a mala pena le mani o che fanno fatica a esprimersi verbalmente. Attualmente questa realt\u00e0 risulta diffusa esclusivamente dove opero io. Sono a conoscenza dell\u2019esistenza di progetti davvero eccezionali e di rilievo condotti anche da altri musei a livello nazionale e internazionale. A tal proposito<br \/>\noccorre ricordare, ad esempio, la realt\u00e0 torinese cos\u00ec come fantastico \u00e8 il progetto realizzato dal Castello di Rivoli, che ha redatto e pubblicato il primo dizionario d\u2019arte contemporanea nella Lis, la lingua per i sordi, instaurando un rapporto strettissimo tra il servizio educativo di Rivoli e la comunit\u00e0 dei sordi di Torino per tradurre, attraverso uno specifico vocabolario fatto di gesti e non solo di parole, i linguaggi dell\u2019arte contemporanea anche a chi non sente. Nell\u2019arte contemporanea si parla spesso di \u201cinstallazioni\u201d, di \u201carte concettuale\u201d, di \u201clavori polimaterici\u201d, di \u201cperformance\u201d e di \u201cazioni con il corpo\u201d. Mancavano i gesti per identificare questo tipo di lessico e, di conseguenza, per fare un giro, ad esempio, ad Artissimo o ad Arte Fiera anche con chi non sente&#8230; Ai progetti legati alla sordit\u00e0 si accompagnano tanti progetti rivolti ai soggetti non vedenti. Ci sono davvero persone all\u2019interno dei musei che si sono dedicate a queste tematiche con passione e anche con umilt\u00e0, partendo magari dal presupposto che rappresentano mondi e realt\u00e0 che non ci appartengono e in cui le esperienze che abbiamo fatto finora non sono sufficienti per instaurare un dialogo.<br \/>\nL\u2019aspetto pi\u00f9 importante, infatti, \u00e8 proprio quello dell\u2019incontro tra le persone e le professionalit\u00e0, affinch\u00e9 possa esserci davvero uno scambio costruttivo e le reciproche specificit\u00e0 costruiscano dei progetti che non risultino efficaci solo sulla carta ma che consentano davvero l\u2019accessibilit\u00e0 all\u2019arte, alle poetiche e alle pratiche a tutti.<\/p>\n<p class=\"p4\"><strong>5.3. A partire dalle fonti<br \/>\n<\/strong>di Anna Dore, responsabile Servizi Educativi del Museo Civico Archeologico di Bologna<\/p>\n<p class=\"p2\">Sicuramente un museo archeologico \u00e8 una realt\u00e0 diversa rispetto a un museo d\u2019arte moderna e contemporanea. L\u2019archeologia ha bisogno di per s\u00e9 di una mediazione importante perch\u00e9, se davanti a un\u2019opera d\u2019arte c\u2019\u00e8 anche il riconoscimento immediato, di fronte a dei reperti archeologici \u00e8 difficile vivere un momento di coinvolgimento emotivo. I reperti, certo, possono dire tante altre cose, che per\u00f2 hanno bisogno di una mediazione. Inoltre occorre sottolineare che un museo nato nel 1881, storicizzato in se stesso e quindi con allestimenti non facili, necessita addirittura di un\u2019ulteriore mediazione.<br \/>\nProprio per questo motivo, abbiamo cercato sin dal primo momento di ottenere un coinvolgimento del pubblico attraverso le nostre attivit\u00e0. L\u2019esordio di queste attivit\u00e0 si colloca alla fine degli anni Settanta, quindi esse possono essere annoverate tra le prime esperienze sperimentali di attivit\u00e0 condotte con le classi. Vorrei citare a tal proposito questo pensiero, proposto a un convegno di qualche anno fa dal direttore della Galleria Nazionale, oggi direttore del British Museum, secondo cui \u201ci musei perseguono il sommo ideale illuministico di cercare e trovare la bellezza e la saggezza\u201d. Questa frase esprime molto bene la nostra concezione del museo, soprattutto in relazione al fatto che la nostra struttura contiene una grande parte della storia della citt\u00e0, insieme a collezioni che non derivano dal territorio di Bologna ma che raccontano come la citt\u00e0 dal Seicento all\u2019Ottocento abbia interpretato il rapporto con l\u2019antichit\u00e0 anche rispetto alle ideologie, ai mutamenti politici e al riconoscersi in determinate fasi della storia. Stiamo parlando, di fatto, di un patrimonio che deve essere assolutamente restituito ai cittadini, che i cittadini devono sentire proprio, non come distante o solo per qualcuno, oppure come qualcosa di polveroso che attualmente non \u00e8 in grado di trasmettere nessun contenuto alle persone.<br \/>\nDirei che questo ha rappresentato un impegno soprattutto negli ultimi anni, al di l\u00e0 dell\u2019attivit\u00e0 didattica e educativa di base, che \u00e8 quella con le scuole, con il pubblico adulto, grazie a un insieme di visite guidate e di laboratori, che negli ultimi anni ci siamo preoccupati di estendere a tutti i cittadini.<br \/>\nAbbiamo organizzato varie iniziative, ad esempio progetti per le persone non vedenti, sia per le scuole che per gli adulti, insieme a un progetto sperimentale sull\u2019intercultura, sfruttando alcuni aspetti caratteristici di Bologna, da sempre crocevia di una moltitudine di persone. Abbiamo cercato cos\u00ec di far vedere come anche nel 700-800 a.C. arrivassero in citt\u00e0 merci, famiglie e invasori, che creavano rapporti a volte amichevoli, altre volte conflittuali con la citt\u00e0, che per\u00f2 mettevano a confronto culture diverse e determinavano una trasformazione culturale e talora etnica all\u2019interno della citt\u00e0 stessa. Questo progetto \u00e8 stato offerto a classi con composizione variegata a livello di provenienza geografica e in qualche modo si sono condotti i ragazzi a conoscere una realt\u00e0 che sembra nuova ma che, in realt\u00e0, \u00e8 sempre esistita, quella per l\u2019appunto di una Bologna multietnica. Una cornice dentro cui abbiamo ripercorso anche le storie delle loro origini e abbiamo fatto vedere che, se andiamo a ritroso nel tempo di qualche generazione, sicuramente avremo la possibilit\u00e0 di trovare qualcuno che aveva un nonno che veniva da un altro luogo, finendo cos\u00ec per creare sulle mappe delle ragnatele, delle reti sulla carta dei nostri spostamenti. L\u2019idea era proprio quella di sfruttare il potenziale del museo in questo senso, dalla scoperta all\u2019incontro fino all\u2019integrazione. Sicuramente quello che vorremmo fare da questo momento in poi \u00e8 strutturare questi interventi, che per ora rappresentano tutti aspetti sperimentali che devono essere condotti a un quadro di unit\u00e0 e stabilit\u00e0 dell\u2019offerta e degli interventi. Secondo me, un contenitore per perseguire questa finalit\u00e0 pu\u00f2 essere rappresentato proprio dal progetto nato dall\u2019incontro dei nostri musei, e non solo, che ha portato al progetto \u201cCultura Libera Tutti\u201d, che persegue come scopo precipuo lo sviluppo di una maggiore accessibilit\u00e0 delle nostre istituzioni culturali. A questo proposito vorrei soffermarmi soprattutto sull\u2019incontro con Accaparlante perch\u00e9, come dico sempre,\u201cci ha rovesciato la testa\u201d. Questo incontro ci ha portati a adottare una prospettiva fondamentale, quella del fare insieme, che rappresenta quindi una prospettiva veramente inclusiva della persona con disabilit\u00e0, con la quale si ha la possibilit\u00e0 di fare concretamente qualcosa, e che permetterla creazione di uno scambio d\u2019esperienze reciproco. Io, ad esempio, non avevo mai avuto l\u2019occasione prima di collocare il mio punto di vista fuori dal museo. Quando i membri di Accaparlante, in particolare il Progetto Calamaio, sono venuti a proporci di utilizzare il nostro patrimonio per la realizzazione di un percorso che prevedesse un ragionamento sulla diversit\u00e0 e sfruttare cos\u00ec le loro competenze professionali, anche con formatori diversamente abili, all\u2019inizio non sapevamo cosa fare; poi abbiamo pensato a un patrimonio particolare del museo, il patrimonio di immagini sulla ceramica greca, rappresentato da vasi prodotti ad Atene nel VI secolo e ricchi di immagini. Su questi vasi Atene si palesa come \u201cla citt\u00e0 delle immagini\u201d, immagini attraverso le quali mette in scena se stessa. In realt\u00e0, per\u00f2, anche questo immaginario possiede dei filtri. Questi oggetti sono stati prodotti da Ateniesi per essere poi esportati, destinati a rivestire determinate funzioni e a essere utilizzati da una specifica committenza. Una delle funzioni principali del nostro laboratorio \u00e8 il simposio, una festa di uomini, una riuione che si celebra dopo la cena in cui si consuma insieme del vino, un momento molto forte sotto il profilo relazionale, che \u00e8 per\u00f2 dedicato solo ai cittadini ateniesi, ovvero agli uomini liberi adulti.<br \/>\nGli studiosi hanno notato come buona parte della ceramica da banchetto possa essere interpretata come un confronto dell\u2019uomo libero adulto con la realt\u00e0 fuori da s\u00e9, quindi come incontro con l\u2019altro che non \u00e8 presente al simposio, incontro reso possibile perch\u00e9 la consumazione del vino, se praticata secondo specifiche regole, abbatte le barriere sociali e personali che la vita normale pone, rendendoci capaci di specchiarci nell\u2019altro; di conseguenza il simposio viene definito come \u201clo spazio di sperimentazione del limite di se stessi\u201d. Tutto questo, naturalmente, ha molto a che fare con la diversit\u00e0 e quindi con la disabilit\u00e0. Vale lo stesso poi per tutto l\u2019aspetto legato alla condizione femminile, per cui sui vasi si palesano donne aristocratiche come donne \u201cdiverse\u201d, relegate ai margini, non solo le schiave ma anche le \u201ccattive ragazze\u201d, cio\u00e8 le amazzoni, donne che vivono da uomini e che hanno escluso gli uomini dal loro mondo, usandoli solo per la riproduzione. In qualche modo, quindi, ci si confronta con questo aspetto che pu\u00f2 essere deviante e pericoloso della donna. Qui abbiamo le donne \u201cnormali&#8221;, donne aristocratiche che devono essere belle per il marito, che praticano la musica e la cultura in uno spazio ristretto; all\u2019opposto ecco le cattive ragazze, che ci introducono anche a un altro tipo di diverso: lo straniero. Di fatto l\u2019uomo che celebra il banchetto si confronta anche con il diverso dal punto di vista dell\u2019appartenenza alla citt\u00e0, citt\u00e0 che vuol dire fondamentalmente \u201ccivilt\u00e0\u201d.<br \/>\nI vasi ci conducono anche al confronto generazionale, un rapporto positivo con la generazione pi\u00f9 giovane oppure il rapporto con la vecchiaia. Il gioco della sperimentazione dell\u2019alterit\u00e0 viene portato poi al limite con le figure del mito, a met\u00e0 tra l\u2019umano e il felino, i satiri, che impugnano delle anfore, nelle quali \u00e8 contenuto il vino puro. Chi celebra il simposio usa sempre il vino secondo gli insegnamenti di Dioniso, tagliato, ovvero diluito con acqua. Chi beve il vino puro viene considerato diversamente e si pone in questa zona grigia tra civilizzato e natura. Il vino \u00e8 ci\u00f2 che ti porta a sperimentare che questa diversit\u00e0 \u00e8 anche dentro di te perch\u00e9, se superi il limite, tu puoi diventare quello, puoi diventare il civilizzato che, nel contenitore della citt\u00e0 e del tuo essere cittadino libero, ti connota. Tutti questi che ho citato sono esempi di forme di diversit\u00e0 a quel tempo reiette dalla societ\u00e0. Di tre cose ringraziava gli dei il filosofo Talete: \u201cringrazio gli dei di non essere nato bestia, donna o barbaro\u201d, esattamente in quest\u2019ordine. Cos\u00ec normalmente, aiutati dagli animatori con disabilit\u00e0 del Progetto Calamaio, dall\u2019Atene del VI sec. arriviamo all\u2019oggi, all\u2019immagine viva e presente della disabilit\u00e0, cercando di capire se siamo davvero cos\u00ec vicini a quell\u2019immagine riflessa.<\/p>\n<p class=\"p3\"><strong>5.4. Dal palco alla platea. Che differenza c\u2019\u00e8?<br \/>\n<\/strong>di Cristina Valenti, docente di Storia del Nuovo Teatro presso il Dams di Bologna e direttore artistico Premio Scenario<\/p>\n<p class=\"p2\">Ragionare di accessibilit\u00e0 culturale nell\u2019ottica di una comunit\u00e0 di pubblico partecipata e inclusiva porta a rilevare come il teatro sia, da questo punto di vista, assolutamente arretrato. In particolare proprio rispetto alla facilitazione dell\u2019accesso per le persone in situazione di disabilit\u00e0, laddove, invece, il teatro \u00e8 un mondo ormai molto avanzato per quanto concerne l\u2019accesso alla pratica artistica e teatrale da parte dei soggetti disabili. Vorrei partire da uno spunto che mi \u00e8 stato offerto dal materiale sul progetto \u201cLa Quinta Parete\u201d, un esercizio di scrittura creativa intitolato \u201cSconquasso: istruzioni per l\u2019uso\u201d, realizzato con i ragazzi disabili del Progetto Calamaio. Nello svolgimento di questo esercizio di scrittura creativa molto carino, i ragazzi hanno inventato (o forse non del tutto) situazioni paradossali legate all\u2019accesso al teatro da parte di un pubblico non educato all\u2019esperienza teatrale, costretto quindi a fare una vera e propria irruzione nello spazio del teatro, un\u2019entrata connotata da molto rumore, poca eleganza e grande entusiasmo. Si tratta appunto di un esercizio di scrittura creativa, di una serie di flash, racconti di situazioni possibili ma assolutamente al limite, che per\u00f2 fanno riflettere, perch\u00e9 ci parlano di un pubblico \u201cineducato\u201d e, quindi, di un pubblico la cui educazione deve passare necessariamente attraverso l\u2019esperienza.<br \/>\nHo riflettuto sul fatto che la condizione del pubblico ineducato, di questo particolare pubblico, \u00e8 esattamente analoga alla condizione dell\u2019attore ineducato, il nuovo attore cio\u00e8 del teatro del disagio, che si avvicina al teatro senza essere in possesso di una formazione regolare, non apprezzato dal punto di vista delle tecniche e della formazione accademica; si tratta quindi di un attore che effettua un processo di elaborazione sulla propria competenza sul campo, attraverso l\u2019esperienza, a partire da una in-educazione di base. Se \u00e8 vero che il teatro ha scoperto di potersi nutrire di risorse straordinarie attraverso l\u2019accesso all\u2019esperienza artistica di attori portatori di un\u2019esperienza inedita e, soprattutto, capaci d\u2019inventare in scena linguaggi originali, allo stesso modo potrebbe accadere che proprio attraverso l\u2019accesso di questo tipo di pubblico anche la platea riesca a scoprire una diversa autenticit\u00e0. Il teatro ha sperimentato, attraverso l\u2019accesso al fare artistico e teatrale di persone non attrezzate, quelle esperienze di autenticit\u00e0 del rapporto teatrale ma anche di imbarazzo che io ho ritrovato leggendo quei brevi esercizi di scrittura creativa. Che cosa si leggeva? Di un pubblico che faceva irruzione in uno spazio normalmente regolato da un\u2019etichetta sociale-mondana che veniva a essere infranta, quindi un pubblico senza etichetta.<br \/>\nQuesti dati relativi all&#8217;imbarazzo e all\u2019autenticit\u00e0 li abbiamo ritrovati quando (per le prime volte almeno, perch\u00e9 ormai le esperienze sono andate avanti e, di conseguenza, possono dirsi mature, se non di eccellenza) c\u2019era imbarazzo diffuso in platea. L\u2019imbarazzo di fronte all\u2019autenticit\u00e0. Le due parole che ho voluto mettere in evidenza sono proprio queste: imbarazzo e autenticit\u00e0. Perch\u00e9? Perch\u00e9 anche in questo caso l\u2019irruzione della vita vera sulla scena tendeva a produrre imbarazzo nello spettatore, per il fatto che a teatro lo spettatore \u00e8 abituato a rapportarsi all\u2019evento scenico attraverso la mediazione di una convenzione, a credere alla realt\u00e0 di quello che \u00e8 rappresentato a partire da una premessa: ci\u00f2 che avviene sulla scena \u00e8 una finzione per cui lo spettatore, per poter godere di quella finzione, deve condividere la convenzione secondo la quale la condizione dello spettatore \u00e8 quella di credere a ci\u00f2 che \u00e8 finto. Cosa avviene quando sulla scena fa irruzione la realt\u00e0, la vita vera? La vita vera di soggetti non attrezzati alla finzione di se stessi, alla rappresentazione di se stessi, che portano in scena l\u2019espressione di un disagio autentico, un\u2019elaborazione personale di linguaggi desueti dal punto di vista dell\u2019espressione artistica: ecco quindi emergere l\u2019imbarazzo perch\u00e9 la vita non \u00e8 rappresentata, anche l\u2019esperienza del disagio non \u00e8 rappresentata da attori tecnicamente attrezzati per fingere, ma \u00e8 portata direttamente in scena senza mediazione. Questo \u00e8 il teatro del disagio, il teatro delle disabilit\u00e0. L\u2019attore disabile \u00e8 accolto senza mediazioni, direttamente in scena come portatore di un proprio linguaggio espressivo, di una propria esperienza artistica, unica, personale e originale. Da qui deriva l\u2019imbarazzo dello spettatore convenzionale, che non si trova a condividere un\u2019esperienza di finzione e rappresentazione, vedendo non una realt\u00e0 riprodotta sulla scena ma la possibilit\u00e0 per queste persone di ricreare la propria vita sulla scena, di rappresentarla. \u00c8 un passaggio molto importante perch\u00e9 occorre sottolineare che un teatro con le disabilit\u00e0 non solo \u00e8 interessante ma trova anche tutta la sua legittimit\u00e0 nel momento in cui gli attori disabili non rappresentano la disabilit\u00e0, non portano semplicemente in scena la loro condizione. Questo non sarebbe utile n\u00e9 interessante per loro e per il teatro, poich\u00e9 invece il teatro ha molto da imparare dalla manifestazione di queste espressioni autentiche. Non sarebbe interessante per il teatro, dicevo, ma non sarebbe neanche politicamente corretto. In questo caso la visibilit\u00e0 sarebbe in qualche modo funzionalizzata al lavoro del regista; di conseguenza il soggetto disabile si troverebbe a costruire sulla scena una sorta di scenografia di un paesaggio umano anzich\u00e9 dare un contributo originale. Se ci pensiamo, tutti questi elementi fanno parte e devono fare parte di una riflessione che pu\u00f2 riguardare lo spettatore disabile, per il quale non ci sono molte esperienze da portare e da riferire perch\u00e9, come affermavo all\u2019inizio, da questo punto di vista il teatro \u00e8 assolutamente arretrato rispetto alle esperienze di mediazione. Credo, per\u00f2, che alcune cose si possano dire per tenere insieme questa realt\u00e0 che, come dicevo, non pu\u00f2 comporsi della relazione tra attore e spettatore. Se dobbiamo parlare delle modalit\u00e0 di accesso al teatro delle persone con disagio, credo che le stesse considerazioni che facciamo per l\u2019attore portatore di disagio debbano valere anche per gli spettatori.<br \/>\nFaccio una premessa. C\u2019\u00e8 e c\u2019\u00e8 stato soprattutto nel momento in cui queste esperienze sono nate, ormai qualche decennio fa, un dibattito alimentato dal quesito relativo alla legittimit\u00e0 del fatto di portare sulla scena la disabilit\u00e0 o comunque la condizione di disagio. Personalmente ritengo che l\u2019accesso al teatro da parte delle persone disabili dovrebbe tenere in considerazione alcuni requisiti minimi. Credo che sia utile e giusto l\u2019accesso al teatro, all\u2019espressione teatrale di persone disabili, a patto che queste ultime abbiano la consapevolezza di stare recitando su un palco, e siano consapevoli di trovarsi di fronte a un pubblico, che il teatro rappresenti per loro una reale opportunit\u00e0 di raccontare qualcosa di s\u00e9 e quindi di trasformare la propria condizione, uscire dall\u2019oggettivazione del corpo malato e determinare la propria presenza sulla scena con un vantaggio dal punto di vista della riduzione non tanto del deficit, che non si pu\u00f2 ottenere attraverso il lavoro artistico, quanto piuttosto dell\u2019handicap come dato sociale. Nel momento in cui l\u2019attore ha accesso all\u2019espressione di s\u00e9 attraverso il teatro, la percezione sociale dell\u2019handicap si riduce perch\u00e9 l\u2019attore disabile ha la possibilit\u00e0 di accedere a una diversa rappresentazione di s\u00e9 e a una differente relazione con l\u2019altro da s\u00e9. L\u2019attore incontra l\u2019altro nella sua unicit\u00e0, nella sua originalit\u00e0, nella sua storicit\u00e0. Tutto questo va contro l\u2019oggettivazione della malattia come processo che implica l\u2019esistenza di un corpo malato. Ritengo che questi requisiti debbano valere anche in riferimento all\u2019accesso al teatro da parte dello spettatore disabile, che deve avere una connotazione reale: entrare a teatro \u00e8 infatti diverso dall\u2019accedere al teatro perch\u00e9 l\u2019accesso implica l\u2019esistenza della consapevolezza da parte dello spettatore. Se ci pensiamo, sono gli stessi elementi che entrano in gioco. Lo spettatore disabile deve avere la possibilit\u00e0 di godere di facilitazioni e di mediazioni culturali che gli consentano di essere uno spettatore consapevole. Prima ho fatto riferimento all\u2019attore consapevole; allo stesso modo sarebbe giusto parlare di spettatore consapevole, consapevole cio\u00e8 di trovarsi a teatro, di entrare in relazione con uno spettacolo e quindi con un fatto teatrale che si basa su una serie di convenzioni, facendo diminuire cos\u00ec la percezione sociale del proprio handicap a partire dal rapporto con gli altri.<br \/>\nDesidero citare un intervento che ho ascoltato ieri, degno di nota sia per i contenuti espressi sia per il contesto in cui si \u00e8 svolto, di Gherardo Colombo, ex magistrato che ha incontrato le scuole. \u00c8 stato un incontro molto interessante. Colombo non ha fatto una comunicazione frontale, ma una riflessione condivisa e ha portato gli studenti a riflettere sul fatto che la libert\u00e0 rappresenta un processo di acquisizione progressiva di competenze. Ha spiegato, partendo da nozioni di carattere giuridico, che un neonato \u00e8 un individuo meno libero di un bambino di tre anni. Un bambino di tre anni \u00e8 meno libero di un bambino di sei anni che, a sua volta, \u00e8 meno libero di un adulto. Gli studenti delle classi di Bologna erano un po\u2019 disorientati all\u2019inizio perch\u00e9 di solito, facendo coincidere il concetto di libert\u00e0 con quello di comportamento spontaneo, si pensa che l\u2019infanzia sia il regno della libert\u00e0; invece lui ha spiegato che la libert\u00e0 si acquista progressivamente a partire dalla prima infanzia in cui di fatto questa condizione non esiste. Un bambino di fatto non \u00e8 neanche libero di esistere, di vivere, perch\u00e9 dipende totalmente da chi lo nutre. Il bambino diventer\u00e0 libero attraverso un percorso di acquisizione di competenze nel momento in cui avr\u00e0 la possibilit\u00e0 di esercitare il diritto di accedere a tutta una serie di competenze. La libert\u00e0 va quindi concepita come percorso che si conquista attraverso la progressiva acquisizione di competenze.<br \/>\nVorrei tornare al discorso da cui ero partita parlando del pubblico ineducato che entra a teatro senza comportarsi secondo i canoni del comportamento e dell\u2019etichetta teatrale. Questo \u00e8 il punto di partenza, occorre trovare una dialettica tra l\u2019ineducazione come non appartenenza a schemi non particolarmente utili e l\u2019acquisizione di competenze, perch\u00e9 la spontaneit\u00e0 di per s\u00e9 non porta a un\u2019esperienza libera, in quanto la vera esperienza libera \u00e8 quella della consapevolezza. La spontaneit\u00e0 va educata e in questo senso occorre ricordare che un grande psichiatra del passato, Moreno, parlava di \u201ceducazione alla spontaneit\u00e0\u201d, che sembra una contraddizione di termini&#8230; La spontaneit\u00e0 pu\u00f2 essere educata? La spontaneit\u00e0 va riconquistata come valore attraverso un processo di apprendimento che aggiunga competenze, senza per\u00f2 che queste siano in qualche modo addomesticate dalle convenzioni, che rappresentano filtri poco utili per il rinnovamento dell\u2019esperienza artistica e per il libero accesso originale e consapevole del soggetto portatore di disagio. Credo che questo sarebbe il percorso da fare, partire dalla condizione di questo pubblico che pu\u00f2 essere una risorsa per il teatro cos\u00ec come ha costituito una risorsa l\u2019accesso di attori non educati dal punto di vista scolastico e accademico, per nutrire la relazione teatrale di nuova necessit\u00e0 di autenticit\u00e0, di sviluppo di senso; per\u00f2 costruire anche le competenze affinch\u00e9 quell\u2019esperienza sia davvero un\u2019esperienza libera, non dipendente da una mediazione forte ma concepibile come un momento di trasformazione. A questo punto si potrebbe entrare in un altro tema molto intuitivo: sappiamo che l\u2019accesso al teatro da parte di persone disabili attualmente avviene maggiormente attraverso gruppi, cooperative di aiuto che portano disabili a teatro. Si tratta indubbiamente di iniziative lodevoli, ma credo che si possa fare molto altro. Questi gruppi che portano le persone a teatro si preoccupano poco della qualit\u00e0 degli spettacoli, del modo in cui avviene la partecipazione delle persone disabili a teatro, eccetera. Questa \u00e8 una modalit\u00e0 estremamente importante, ma come ci hanno insegnato le esperienze che abbiamo visto a livello museale \u00e8 senz\u2019altro una modalit\u00e0 da superare perch\u00e9 il dato della spontaneit\u00e0 di accesso va messo in rapporto dialettico con un altro percorso che \u00e8 quello dell\u2019acquisizione di competenze perch\u00e9, senza le competenze, l\u2019esperienza dello spettatore non pu\u00f2 essere libera ma risulta dipendente da un soggetto terzo che, da una parte, la facilita ma, dall\u2019altra, la filtra molto pesantemente rispetto all\u2019accesso.<\/p>\n<p class=\"p4\"><strong>5.5. Tra edificio e piazza, tra entrata e uscita<\/strong><\/p>\n<p class=\"p5\">di Nicola Bonazzi, drammaturgo e regista di ITC Teatro \u2013 Compagnia Teatro dell\u2019Argine<\/p>\n<p class=\"p2\">Vorrei cominciare ricordando una parabola letteraria molto conosciuta, intitolata Davanti alla legge e tratta dal romanzo Il Processo di Franz Kafka. Un contadino persegue la Legge e spera di conquistarla entrando in un portone. Il guardiano del portone dice all\u2019uomo che non pu\u00f2 passarvi in quel momento. L\u2019uomo chiede se potr\u00e0 mai farlo e il guardiano risponde che c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 che vi riesca.<br \/>\nL&#8217;uomo aspetta presso l\u2019entrata per anni, tentando di corrompere il guardiano con i suoi averi; il guardiano accetta le offerte, ma dice all\u2019uomo: \u201cLo accetto solo perch\u00e9 tu non creda di aver trascurato qualcosa\u201d. L\u2019uomo non tenta n\u00e9 di ferire, n\u00e9 di uccidere il guardiano per raggiungere la legge, ma attende presso il portone fino a che non sta per morire. Un attimo prima che ci\u00f2 accada, chiede al guardiano perch\u00e9, seppure tutti cerchino la legge, nessuno \u00e8 venuto in tutti quegli anni. Il guardiano risponde: \u201cNessun altro poteva entrare qui perch\u00e9 questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo\u201d.<br \/>\nHo scelto questa parabola di Kafka perch\u00e9, a mio parere, rappresenta bene la situazione del teatro, una situazione che se non altro dal punto di vista istituzionale rimane ancora piuttosto critica. Tra qualche anno, forse, non sar\u00e0 pi\u00f9 cos\u00ec perch\u00e9 succeder\u00e0 qualcosa di nuovo ma oggi resta l\u2019idea d\u2019inattingibilit\u00e0 della legge, la Legge con la \u201cL\u201d maiuscola verso il cui ruolo il guardiano non deroga mai.<br \/>\nSe noi sostituiamo la parola \u201cteatro\u201d a legge, al posto di guardiano mettiamo\u201cgestore del teatro\u201d e, ancora, alla parola contadino sostituiamo \u201ccittadino comune&#8221;, uomo della strada per cos\u00ec dire, credo che avremo un quadro abbastanza fedele di quello che continua a essere il rapporto tra uno spettatore che non \u00e8 educato al teatro o che ha difficolt\u00e0 ad accedere al teatro e chi il teatro lo gestisce. Quando ho cominciato ad andare a teatro avevo circa 15 anni e trovare un mio coetaneo in platea era davvero un\u2019impresa difficile. Penso che chi gestiva il teatro mi vedesse come una sorta di marziano! Allora sarebbe stato impensabile che un gestore di teatro facesse entrare tanti ragazzini di 15 anni per vedere uno spettacolo istituzionale in un teatro istituzionale. Anche l\u2019edificio in cui aveva sede il teatro era piuttosto arcigno. Qualche tempo fa, per ragioni di lavoro, ho avuto modo di accedere agli uffici del Teatro Duse, teatro storico della citt\u00e0, per ritrovarmi immerso in un dedalo di corridoi angusti&#8230; Al di l\u00e0 della sacralit\u00e0 del palco, dunque, quello che ho trovato dietro \u00e8 stato abbastanza \u201crespingente\u201d.<br \/>\nLa maggior parte dei teatri poi restano purtroppo aperti solo nelle ore in cui si svolge lo spettacolo. Ancora oggi \u00e8 difficile vedere i teatri pieni di ragazzi, se non nelle matin\u00e9es dedicate alle classi, peraltro preziose e necessarie, ma sarebbe bello immaginare che questi spettatori, questi ragazzi, fossero spettatori assieme agli altri, spettatori che normalmente vanno a teatro la sera, spettatori potremmo dire \u201cnormodotati\u201d perch\u00e9 il fatto di essere ghettizzati li rende in qualche modo emarginati, anche se loro sono fondamentalmente \u201cportatori sani di giovinezza\u201d.<br \/>\nNoi abbiamo tentato di aggirare questo problema inventando l\u2019iniziativa \u201ca teatro con un euro&#8221;, che d\u00e0 a tutti i ragazzi la possibilit\u00e0 di entrare a teatro pagando per l\u2019appunto soltanto un euro. Questa \u00e8 una delle pratiche di accessibilit\u00e0 culturale rivolta ai ragazzi che abbiamo provato a mettere in atto come compagnia teatrale.<br \/>\nUn\u2019altra misura \u00e8 stata l\u2019accoglienza di questo strano drappello rumoroso degli animatori con disabilit\u00e0 del Progetto Calamaio nell\u2019ambito de \u201cLa Quinta Parete\u201d. Ha rappresentato un\u2019esperienza straordinaria non soltanto al momento del loro arrivo ma anche nel prosieguo della visione dello spettacolo, cio\u00e8 durante la restituzione attraverso l\u2019esercizio di scrittura di quello che loro hanno visto.<br \/>\nInoltre insieme all\u2019Associazione AGFA\/FIADDA abbiamo realizzato un\u2019altra iniziativa che permette agli spettatori con disabilit\u00e0 uditiva di vedere gli spettacoli seguendo dei sovratitoli; cito queste esperienze come piccole buone pratiche che abbiamo provato a mettere in atto presso ITC Teatro. Ogni volta che cito qualche esperienza personale rischio sempre di essere autoreferenziale, ma si tratta di un\u2019esperienza che ha avuto inizio ora e su cui valeva la pena riflettere. L\u2019accoglienza e l\u2019accessibilit\u00e0 per quanto ci riguarda possono essere anche molto altro e, per spiegarmi meglio, vorrei citare una ricerca che \u00e8 stata condotta in Inghilterra nell\u2019ambito del sistema bibliotecario. Mi fa piacere citare proprio qui, alla Mediateca di San Lazzaro, questa esperienza perch\u00e9 questo \u00e8 un luogo di grande accessibilit\u00e0 e il teatro per vivere deve sempre appoggiarsi ad altre esperienze. Antonella Agnoli nel suo libro Le piazze del Sapere (Laterza, 2008) ha condotto una riflessione sulle biblioteche a partire dalla richiesta di un quartiere londinese che aveva commissionato una ricerca per scoprire perch\u00e9 le proprie biblioteche erano luoghi deserti, luoghi in cui si recavano poche persone, luoghi dove avvenivano pochi prestiti, luoghi che non erano vivi. Da questa ricerca era emerso che questi luoghi erano percepiti come respingenti, nel senso che le persone non accedevano ad essi perch\u00e9 li sentivano lontani, freddi; addirittura, lo stesso nome library richiamava a un suo significato un po\u2019 polveroso.<br \/>\nNoi a Bologna abbiamo Sala Borsa, esempio straordinario d\u2019intendere il luogo Biblioteca come luogo aperto. In Inghilterra questi luoghi sono stati poi rinominati idea stores, in un\u2019ottica meno respingente. Si tratta di luoghi pieni di servizi, luoghi che non hanno solo il libro come elemento centrale ma che offrono anche corsi di lingua per gli stranieri, per gli immigrati, e in cui hanno luogo, come nei musei, laboratori didattici per i bambini; occorre poi sottolineare che sono luoghi\u2013 e questo \u00e8 molto importante \u2013 aperti quasi sette giorni su sette.<br \/>\nLa situazione del teatro ovviamente \u00e8 pi\u00f9 arretrata. Pensate che il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) continua a erogare fondi solo sulla base delle repliche di spettacolo che vengono fatte, senza considerare assolutamente tutte le altre attivit\u00e0 che gravitano attorno al teatro. Intorno ci sono invece attivit\u00e0 straordinarie e importanti, attivit\u00e0 di laboratorio, ad esempio, che accompagnano tutto il lavoro di formazione del pubblico, ma che non vengono valutate dal FUS. Anche su questi aspetti sta cominciando una riflessione per cui, probabilmente, queste voci inizieranno a essere valutate. La situazione del FUS \u00e8 generalizzata ma per fortuna esiste qualche eccezione in Emilia-Romagna, Toscana, in Puglia dove si prendono in considerazione anche altre cose perch\u00e9 effettivamente il teatro sta cambiando e non \u00e8 pi\u00f9 soltanto un luogo dove si fa uno spettacolo e basta. Ritengo che questo sia molto importante e abbia anche a che fare con un\u2019idea di formazione generale che vede il teatro sempre come un luogo esclusivo, snob, mentre occorre fare un passo in avanti, un clic che deve appunto venire dai teatranti che devono mettersi in relazione con gli altri, attraverso la relazione di cui si parlava prima, la condivisione alla quale facevano riferimento Veronica Ceruti e Anna Dore, partendo dal presupposto che la condivisione \u00e8 fare qualcosa con gli altri. In questo senso, per noi \u201caccesso\u201d significa entrata, quindi presuppone la necessit\u00e0 di prendere in considerazione le modalit\u00e0 per facilitare l\u2019entrata in un luogo. Per\u00f2, se noi immaginiamo l\u2019accesso anche come uscita da un luogo, prendendo in considerazione cio\u00e8 le modalit\u00e0 in cui il teatro pu\u00f2 uscire da se stesso e quindi dalle pareti di quell\u2019edificio, ritorniamo allora all\u2019idea di piazza, un\u2019idea in qualche modo fisica ma anche metaforica, l\u2019idea di fare del teatro non un edificio ma una piazza dove ci si incontra, dove hanno luogo delle relazioni, dove si scambiano delle emozioni. Il teatro \u00e8 un luogo metaforico ma che deve andare incontro al proprio territorio, un luogo di incontro e un\u2019azione che accompagna quell\u2019incontro, un saluto, una stretta di mano, un abbraccio. L\u2019accoglienza \u00e8 anche questo. Ad esempio, l\u2019accoglienza all\u2019interno di un teatro comincia anche dal sorriso, dalla possibilit\u00e0 di smarcarsi da quell\u2019atteggiamento arcigno che spesso la cultura si porta dietro e che colui che si sente il depositario della cultura ha, il guardiano della legge. Credo che qualcosa stia cambiando, poich\u00e9 il teatro sta facendo i conti con una nuova parola che \u00e8 \u201cresidenza\u201d: non pi\u00f9 l\u2019idea di andare in giro a fare spettacoli ma l\u2019idea di essere stanziale in relazione con il territorio in modo vivo. Credo che ci siano giovani artisti che si stanno facendo carico di questo. Ritengo anche che sia un percorso lungo, ma quello che si sta vedendo mi sembra molto interessante. Questo d\u00e0 anche la possibilit\u00e0 di fare spettacoli migliori perch\u00e9 sono spettacoli che si nutrono di tutto questo, che si nutrono cio\u00e8 della vita, dell\u2019energia delle persone con cui si entra mano a mano in contatto. Se il teatro diventer\u00e0 questo e se diventeranno questo anche la poesia e la letteratura, allora avremo un mondo migliore, scusate la retorica. Solo attraverso i tempi dello scambio e del contatto avremo una cultura per tutti e alla portata di tutti, che generer\u00e0 benessere collettivo.<\/p>\n<p class=\"p4\"><strong>5.6. Per una politica dall\u2019approccio culturale<br \/>\n<\/strong>di Roberta Ballotta, assessore alla qualit\u00e0 socio-culturale Comune di San Lazzaro di Savena<\/p>\n<p class=\"p2\">Come amministratrice mi sento piuttosto sicura nel ribadire le scelte che la nostra amministrazione sta facendo sul versante dell\u2019accessibilit\u00e0 culturale, scelte coraggiose, scelte che richiedono anche un incrocio attento del denaro pubblico, perch\u00e9 per noi sono fondamentali le risposte che dobbiamo dare ai nostri cittadini, garantendo loro servizi di alta qualit\u00e0 e al contempo considerando l\u2019aumento forte, in termini di presenza, di famiglie che al loro interno hanno dei ragazzi o degli adulti con problemi di disabilit\u00e0.<br \/>\nSe da una parte siamo molto soddisfatti, dall\u2019altra siamo molto preoccupati per la situazione economica in atto che rende estremamente difficile favorire dei processi di integrazione culturale e sociale. Occorre tuttavia precisare che noi partiamo da una situazione che implica la presenza di grandi vantaggi. Perch\u00e9? Perch\u00e9 abbiamo istituti culturali, Mediateca compresa, che fanno cultura, integrazione e contaminazione. Sono in aumento i ragazzi e gli adulti che ci vengono a trovare chiedendo di partecipare alla nostra programmazione e progettazione culturale, tra cui sempre pi\u00f9 associazioni che seguono persone con disabilit\u00e0. Anche noi su questo faremo importanti riflessioni per cercare sempre di pi\u00f9 di avere momenti di comunicazione culturale che risultino immediatamente intuibili. Oltre all\u2019ITC teatro, di cui avete sentito parlare, che, grazie alla presenza di queste persone meravigliose che sono presenti da tanti anni nel nostro territorio, fa s\u00ec che ci sia sempre di pi\u00f9 l\u2019abitudine consolidata tra le famiglie e i cittadini a partecipare alle esperienze di laboratorio con le scuole e con realt\u00e0 private, contiamo anche sulla presenza del Museo della Preistoria e dell\u2019Archivio Storico. Insieme a questi pilastri c\u2019\u00e8 un altro istituto, che non \u00e8 propriamente un istituto culturale ma che attraversa tutti noi della giunta su vari livelli. Sto parlando di Habilandia, centro polivalente di attivit\u00e0 educative che Accaparlante conosce bene, che \u00e8 un luogo meraviglioso, di grande inclusione per tutte le et\u00e0 e sul quale come amministrazione desideriamo mantenere una forte attenzione. Stiamo cercando di dare risposte a tutti i cittadini, tenendo conto delle difficolt\u00e0 relative al bilancio, ma anche con grande apporto di ricchezza culturale. Sul nostro territorio, non so se mi sbaglio, credo che ci siano almeno 70 associazioni che quasi quotidianamente, in accordo con l\u2019amministrazione comunale, praticano attivit\u00e0 sociali e culturali che vengono svolte sia negli istituti culturali che citavo prima, sia nei centri sociali. Abbiamo infatti tre centri sociali in cui vengono organizzate iniziative rivolte all\u2019infanzia.<br \/>\nIn pi\u00f9 ci sono le attivit\u00e0 rivolte alle persone anziane e dei laboratori che aiutano tutti noi a pensare, a ritrovarsi, a leggere ad alta voce il giornale e anche a scrivere. Ora vorrei fare un passo indietro, tornando con la memoria ai tempi in cui lavoravo e dirigevo una biblioteca di quartiere molto innovativa, la \u201cBiblioteca Ginzburg\u201d, una delle prime biblioteche accessibili grazie al continuo confronto con l\u2019amministrazione comunale. Memore di quest\u2019esperienza abbiamo lavorato molto con l\u2019area metropolitana. Stiamo facendo dei ragionamenti in materia di unione di comuni e di distretti culturali. Per noi \u00e8 importante ricordare agli amministratori la necessit\u00e0 di far nascere e progettare istituti culturali che risultino accessibili per tutti, ritenendo l\u2019accessibilit\u00e0 un diritto di cittadinanza. Lavorare a stretto contatto con persone con disabilit\u00e0, averle come colleghi, mi ha aiutato moltissimo sia nel passato che nel presente. Credo che misurarsi quotidianamente e avere la capacit\u00e0 come amministratori di percepire e di avere questa attenzione all\u2019apertura sia un elemento e un approccio culturale molto significativo, tra i pi\u00f9 significativi che ci siano.<\/p>\n<p class=\"p4\"><strong>5.7. Responsabilit\u00e0. Sfide pedagogiche per il prossimo futuro<\/strong><\/p>\n<p class=\"p5\">di Federica Zanetti, docente di Didattica e pedagogia speciale presso l\u2019Universit\u00e0 di Bologna, Facolt\u00e0 di Scienze della Formazione<\/p>\n<p class=\"p2\">Parlare di accessibilit\u00e0 culturale mi sembra in questo momento molto importante, poich\u00e9 rappresenta gi\u00e0 un passaggio ulteriore, soprattutto in un periodo in cui rischiamo di fare dei passi indietro dal punto di vista istituzionale. Sembra una follia eppure stiamo perdendo il terreno che abbiamo conquistato in questi cinquant\u2019anni di processi inclusivi. Credo che ci sia in atto una tendenza non tanto al rispetto delle diversit\u00e0 in senso generale quanto a una patologizzazione, a una categorizzazione. Ultimamente stiamo parlando molto di BES, bisogni educativi speciali e questo porta a far s\u00ec che ogni bambino con qualunque tipo di problema, di tipo linguistico perch\u00e9 proviene da un altro Paese, oppure un bambino che sta attraversando momenti un po\u2019 complicati che lo portano a manifestare problemi comportamentali, diventi una categoria a s\u00e9.<br \/>\nNon so se questo vada in direzione di un processo inclusivo oppure se stiamo tentando di dare una risposta di tipo sanitario. In questo momento vedo un approccio, una lettura di tipo sanitario di tutti i problemi che la scuola presenta. Credo che impedire questo sia una responsabilit\u00e0 di tutti. Un altro filone su cui si sta lavorando in maniera ambigua e contraddittoria \u00e8 relativo alla progettazione delle linee guida per l\u2019adolescenza. Si dice che saremo un Paese finito se non punteremo su questa fascia di et\u00e0, che presenta una grande vitalit\u00e0 anche nella sua conflittualit\u00e0 generativa, quindi si invita all\u2019ascolto, si invita ad accogliere le sfide che nascono proprio da questa et\u00e0. La complessit\u00e0 del momento si riflette in un doppio ordine di tendenza: da un lato andiamo a valorizzare progetti come \u201cCultura Libera Tutti\u201d, che partendo dalla scuola arrivano alla formazione di insegnanti e professionisti, quindi un grande esempio di innovazione e creativit\u00e0 dal punto di vista educativo e informativo, e dall\u2019altro \u00e8 ravvisabile una patologizzazione di tutte le diversit\u00e0 che da risorsa si fanno unicamente problema.\u00a7<br \/>\nL\u2019esempio di questa rete di confronto culturale \u00e8 un grande esempio di sistema virtuoso che unisce e fa assumere a tutti delle responsabilit\u00e0. Un virtuosismo contaminante che ho visto e vissuto in prima persona e che ci ha portati fino al momento attuale.<br \/>\nUn\u2019altra responsabilit\u00e0 importante \u2013 lo vedo dal punto di vista scolastico e universitario per quanto riguarda soprattutto gli studi del mio dipartimento, quello di Scienze dell\u2019Educazione \u2013 \u00e8 di non mollare assolutamente sulle scelte didattiche; in questo caso parlo proprio di scuola e di relazione sul territorio, credo cio\u00e8 che dalle scelte che vengono fatte nelle classi, nelle scuole, ci sia la risposta per un futuro che per\u00f2 si vive nel presente, un\u2019utopia di qualcosa che non si raggiunger\u00e0 mai ma che ogni giorno diventa pratica inclusiva. Tutto ci\u00f2 che \u00e8 stato raggiunto come scelte didattiche, che sono anche scelte di creativit\u00e0, dove davvero ognuno pu\u00f2 essere artista della propria disabilit\u00e0, anche chi pensa di non avere una disabilit\u00e0, nelle proprie difficolt\u00e0 nell\u2019affrontare il sapere, le conoscenze, in modo molto generale, nelle scelte che si possono fare nelle classi, nelle scuole, porta con s\u00e9 una risposta a questa sfida. Anche quando faccio formazione con i miei studenti e con gli insegnanti, il mio invito \u00e8 sempre quello di non pensare che le scelte che si fanno nelle strategie non abbiano una ricaduta; sono scelte e responsabilit\u00e0 allo stesso tempo e sono fortemente connotate, quindi fanno la differenza. Questa \u00e8 la nuova sfida e rappresenta il modo che noi possiamo utilizzare per non fare passi indietro rispetto alla didattica, la pedagogia inclusiva nel senso pi\u00f9 ampio del termine, e quello che risponde principalmente al mandato della scuola: se c\u2019\u00e8 una scuola inclusiva anche la societ\u00e0 sar\u00e0 inclusiva. Se la scuola perde terreno su questo, sar\u00e0 difficile che anche la societ\u00e0 non lo faccia a sua volta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Possiamo ancora definire la cultura una passione d\u2019\u00e9lite? Quante sono le persone disabili che incontriamo a teatro sedute accanto a noi e non su un palco? \u00c8 l\u2019aspetto degli edifici e la loro promozione o sono piuttosto i pregiudizi dei visitatori a inibire l\u2019accesso ai luoghi dell\u2019arte? 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