{"id":4498,"date":"2025-09-16T12:10:49","date_gmt":"2025-09-16T10:10:49","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4498"},"modified":"2025-09-29T12:47:31","modified_gmt":"2025-09-29T10:47:31","slug":"immagini-latenti-e-immaginiinvisibili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4498","title":{"rendered":"1. Latenti e Immagini\u2026Invisibili"},"content":{"rendered":"<p>di Luca Giommi<\/p>\n<p>Una delle riflessioni pi\u00f9 acute, coinvolgenti e \u201cvisionarie\u201d su cinema e disabilit\u00e0 \u00e8 quella elaborata qualche anno fa da Gianfranco Brogli sulla rivista HP-Accaparlante. Nell\u2019articolo l\u2019autore proponeva una lettura per cui \u201cL\u2019immagine della disabilit\u00e0 nel cinema sembrerebbe avere assunto \u00abtrasparenze\u00bb che non consentono di coglierla in maniera chiara e nitida, ma che le permettono di sovrapporsi (o nascondersi) ad altre impressionandosi su un gran numero di pellicole. Utilizzando una metafora, l\u2019immagine della disabilit\u00e0 sembrerebbe un\u2019immagine latente: un\u2019immagine cio\u00e8 presente nell\u2019emulsione di tantissime pellicole non completamente sviluppata \u2013 perci\u00f2 invisibile ad una visione cosciente \u2013 ma in grado di giungere, nel momento della proiezione, al (sub)cosciente dello spettatore, nel quale si va a sedimentare come dato dell\u2019esperienza entrando a far parte della sua immaginazione (intesa come facolt\u00e0 di pensare e associare liberamente e senza regole fisse i dati dell\u2019esperienza)\u201d. La disabilit\u00e0, quindi, come entit\u00e0 presente, viva, diffusa oltre le apparenze immediatamente sensibili, ma da portare, con un gesto di volont\u00e0 visiva, interpretativa e creativa, letteralmente alla luce.<br \/>\nUn\u2019indagine in questo senso risulta estremamente interessante e aperta a soluzioni pressoch\u00e9 infinite: \u201cIn realt\u00e0 i criteri di selezione (dei film, N.d.R.) potrebbero essere molti, talmente tanti da lasciarci anch\u2019essi smarriti e nell\u2019indecisione, perch\u00e9 sarebbe molto faticoso scegliere quello migliore. Ma questo potrebbe essere un falso problema. Il criterio migliore potrebbe semplicemente essere quello che ci permetterebbe di scegliere i film in grado di fornire una (im)possibile risposta alle nostre (im)possibili domande sulla disabilit\u00e0, o meglio sul rapporto tra cinema e disabilit\u00e0. Domande come: \u00abQuanto l\u2019abitudine a vedere nel cinema immagini di zoppi, deformi, sfigurati nel ruolo del \u201cmalvagio\u201d, pu\u00f2 avere influenzato le persone nell\u2019attribuire a individui zoppi, deformi, sentimenti moralmente negativi o ad averne paura e timore?\u00bb. Oppure: \u00abQuanto la \u201criabilitazione\u201d cinematografica, dell\u2019immagine delle persone disabili ha contribuito a creare nella societ\u00e0 un percezione nuova della disabilit\u00e0, meno pregiudiziale, meno stereotipata?\u00bb. E numerose altre ancora\u2026 O no?\u201d.<br \/>\nNon si pu\u00f2 che concordare con quanto appena letto: la scelta e, ancora prima, la definizione dei criteri ai quali informarla sono connotate da un grado di arbitrariet\u00e0 indefinibile. Che va intesa come campo delle visioni e delle connessioni, delle trame possibili, delle analogie che possono essere rinvenute o create <i>ex novo<\/i>, proposte, smentite, falsificate\u2026<\/p>\n<p><b>Delimitare (costruire) un campo<br \/>\n<\/b>C\u2019\u00e8 per\u00f2 una prospettiva di ricerca che porta a risultati paradossalmente opposti: per cui l\u2019immagine della disabilit\u00e0 non \u00e8 tanto un\u2019 immagine latente e pervasiva, quanto un\u2019 immagine non visibile, riferendoci cos\u00ec alla concreta difficolt\u00e0 che molti lavori che riflettono (pi\u00f9 o meno esplicitamente) su questo tema o che vengono realizzati secondo determinate modalit\u00e0 produttive incontrano nel riuscire ad essere discussi, amati, interpretati, visti. E questo avviene proprio in un periodo in cui, per ragioni certamente legate agli sviluppi tecnologici, ma non solo, la produzione di materiale cine-disabile \u00e8 aumentata esponenzialmente, si \u00e8 articolata in modi anche inattesi e proviene spesso da fonti impreviste fino a pochi anni fa.<br \/>\nSeguire e soprattutto scoprire queste produzioni non \u00e8 affatto semplice, presuppone un interesse molto forte per l\u2019argomento e una frequentazione piuttosto assidua di tutti i canali specializzati o specialistici attraverso i quali circolano informazioni \u201cdi settore\u201d. I mezzi di informazione generalisti tendono a non curarsene; certamente Internet si rivela un mezzo di informazione efficace, ma nella quasi totalit\u00e0 dei casi le informazioni restano confinate in una nicchia piuttosto angusta e impenetrabile (riviste specialistiche, volontariato, siti web di associazioni o cooperative di settore, festival dedicati, ecc.). Insomma, sono opere la cui esistenza va quasi \u201ccreata\u201d, nel senso che difficilmente ne veniamo a conoscenza involontariamente o, almeno, casualmente e attraverso i canali informativi pi\u00f9 comuni. Di nuovo, la necessit\u00e0 di una volont\u00e0 creativa\/creatrice per far emergere la disabilit\u00e0, come per le \u201cimmagini latenti\u201d dalle quali siamo partiti, ma ad un altro livello.<br \/>\nNon staremo a sottolineare ancora una volta l\u2019efficacia, la potenza, l\u2019immediatezza dell\u2019immagine in termini percettivi, emotivi; n\u00e9 a ricordare quanto poco siano esplorate le potenzialit\u00e0 delle immagini in termini didattici, educativi, al di l\u00e0 di un loro utilizzo in senso semplicemente illustrativo (ma l\u2019immagine eccede per sua natura, \u00e8 incontenibile e sfugge sempre ad un suo uso predefinito, pre-visto e minimale); n\u00e9 ci interessa esplorare il discutibile valore \u201cterapeutico\u201d che pu\u00f2 essere attribuito al cinema. <span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Sarebbe pi\u00f9 interessante, invece, provare a svolgere un percorso tra le produzioni \u201cminori\u201d pi\u00f9 recenti (alla ricerca di costanti, differenze ed elementi critici e per garantire loro uno spazio di presentazione), laddove per \u201cminori\u201d si intendono quelle opere<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>che non hanno avuto un\u2019adeguata disponibilit\u00e0 di risorse economiche per essere realizzate, n\u00e9 la possibilit\u00e0 di accedere ad una distribuzione tale da garantire loro un minimo di visibilit\u00e0. Da escludere, quindi, con quel termine, qualsiasi intento assiologico aprioristico. Molte produzioni, d\u2019altra parte, non aspirano a una diffusione classica o quanto pi\u00f9 capillare, ma, non per questo, vengono meno la necessit\u00e0 o l\u2019opportunit\u00e0 di un interesse nei loro confronti, sia per testimoniarne l\u2019esistenza e per esigenze di documentazione in senso stretto, sia per valutarne la qualit\u00e0, il significato, la capacit\u00e0 di comunicare qualcosa, sia, ancora, per farne un uso didattico. In nota troverete riferimenti ad alcune di queste opere e ad alcune delle realt\u00e0 che da pi\u00f9 tempo e con maggiore costanza utilizzano il mezzo cinematografico.<br \/>\nSe non \u00e8 affatto semplice stabilire cosa sia una comunicazione visiva (visuale, filmica\u2026) \u201ccorretta e positiva\u201d rispetto alla disabilit\u00e0 (e rispetto a questioni etiche in generale), concorrendo a questo, semmai se ne possano delineare le caratteristiche, molti fattori intrinseci al cinema, all\u2019immagine, alla grammatica delle immagini, e altri pi\u00f9 contestuali, le cose si complicano ancora di pi\u00f9 se da una valutazione dei prodotti realizzati e da uno studio dell\u2019impatto che questi possono avere sulla collettivit\u00e0, si passa ad una pi\u00f9 accurata analisi dei processi che hanno portato alla realizzazione di determinate opere. In questo ambito appare interessante la partecipazione di persone disabili alla produzione di opere cinematografiche documentaristiche o di finzione. Al di l\u00e0 dei film che hanno avuto una diffusione maggiore (si pensi, ad esempio, a \u201cSenza pelle\u201d di F. D\u2019Alatri (1994), ad \u201cUn\u2019ora sola ti vorrei\u201d di A. Marazzi (2002), a \u201cPiovono mucche\u201d di L. Vendruscolo (2003), a \u201cLe chiavi di casa\u201d di G. Amelio (2004), a \u201cUn silenzio particolare\u201d di S. Rulli (2004) o, ancora, a \u201cRosso come il cielo\u201d di C. Bortone (2005) e \u201cSi pu\u00f2 fare\u201d di G. Manfredonia (2008), per restare agli ultimi quindici anni circa in Italia), sono numerose infatti le esperienze che prevedono la partecipazione di persone con disabilit\u00e0 alla realizzazione di un film, a livello di recitazione (le pi\u00f9 numerose), di sceneggiatura, ecc.; esperienze solitamente organizzate all\u2019interno di cooperative sociali, associazioni, gruppi di volontariato, ma che spesso trovano spazio anche all\u2019interno di istituti scolastici, e che contribuiscono alla creazione di quella che potremmo definire \u201ccittadinanza\u201d<i>.<\/i> Il cinema, peraltro, pi\u00f9 di altre forme artistiche, \u00e8 un prodotto culturale collettivo, che coinvolge diverse figure professionali, competenze e abilit\u00e0.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Vi sono anche casi, seppur rari, in cui sono persone con disabilit\u00e0 a filmare, e quindi a scegliere la propria storia, a dirla in prima persona, a partecipare direttamente alla definizione di un immaginario non riduttivo, non semplicistico, e come tale portatore di integrazione.<br \/>\nE\u2019 difficile rinvenire delle costanti rispetto al metodo di lavoro di quelle cooperative, associazioni, enti, etc. che utilizzano lo strumento cinematografico con una certa regolarit\u00e0. Le differenze, infatti, si collocano ed emergono ad ogni livello di analisi: l\u2019origine e le ragioni della scelta di questo strumento di creazione e comunicazione; il modo in cui avviene concretamente la realizzazione dei film; i livelli del processo di produzione per i quali \u00e8 prevista la partecipazione delle persone con disabilit\u00e0; le finalit\u00e0, se ci sono (perch\u00e9 non intendere un\u2019attivit\u00e0 di questo tipo anche in modo disinteressato e svincolato dal raggiungimento di obiettivi e risultati?); il \u201cpeso\u201d della produzione di film e lo spazio che viene dedicato alla loro realizzazione rispetto ad attivit\u00e0 di altro tipo e i modi in cui queste si integrano; i tipi di competenze che ci si aspetta che le persone con disabilit\u00e0 acquisiscano praticando questa forma e questo mezzo di creazione. Se per il teatro sono numerosi i testi che si sono occupati degli aspetti legati al processo di creazione e non soltanto al prodotto finale, per quanto riguarda le attivit\u00e0 cinematografiche che prevedano il coinvolgimento di persone disabili non \u00e8 semplice trovare opere corrispondenti. Nell\u2019impossibilit\u00e0 di svolgere una ricerca pi\u00f9 approfondita ed estesa, si \u00e8 cercato di affrontare l\u2019argomento con alcuni addetti ai lavori, come Fran\u00e7oise Hefti, della Fondazione Diamante di Lugano (CH), alla quale abbiamo sottoposto domande relative ai diversi aspetti del loro lavoro di produttori di cortometraggi con persone disabili. Ne \u00e8 emersa una realt\u00e0 davvero ricca, un modello interessante nel quale la pratica cinematografica, tutt\u2019altro che occasionale, ha trovato modo di inserirsi in un discorso e in un percorso che mira alla crescita delle competenze (anche tecniche) delle persone disabili e alla loro applicabilit\u00e0, replicabilit\u00e0 anche in altri ambiti professionali. Oltre a favorire il mantenimento e il rafforzamento di un ambiente di relazioni significativo e ricco.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Quello della partecipazione di persone con disabilit\u00e0 alla realizzazione di materiale cinematografico si pone, quindi, come ulteriore parametro di descrizione e valutazione di un\u2019opera filmica che non sostituisce quello estetico o di contenuto, ma che ad esso si aggiunge e che in parte qualifica. Resta il dato statisticamente certo che queste opere sono ancor pi\u00f9 \u201cinvisibili\u201d di altre ed \u00e8 per questo che ne abbiamo fatto cenno in questo breve contributo.<br \/>\nVa peraltro specificato, per anticipare un possibile equivoco, che le opere alle quali le persone con deficit partecipano molto spesso non tematizzano la disabilit\u00e0, non ne fanno, cio\u00e8, evidente oggetto di \u201cripresa\u201d. A volte si tratta di film comici, in cui per\u00f2 non sono le caratteristiche \u201cintrinseche\u201d alle persone disabili a muovere alla risata, quanto i meccanismi narrativi e le strategie formali proposti.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Altrettanto numerose, e nascoste, sono quelle opere che intendono documentare esperienze non direttamente filmiche, ma la cui registrazione permette comunque, al di l\u00e0 della qualit\u00e0 cinematografica, di conservare memoria di quanto fatto, di consentire ai protagonisti la possibilit\u00e0 di rivedere e rivedersi, di comunicare all\u2019esterno le caratteristiche e lo svolgimento di tali attivit\u00e0. In generale, di promuovere una cultura di segno diverso, \u201cuna nuova forma di alfabetizzazione\u201d.<br \/>\n\u201cLe associazioni, le cooperative sociali, i gruppi di volontariato, gli enti locali sanno quanto sia importante non solo fornire servizi efficaci alle persone disabili, ma anche promuovere una cultura diversa, rivolta alla popolazione in generale e non unicamente a chi si trova ad avere a che fare con la disabilit\u00e0. In particolare occorre fornire una rappresentazione corretta e positiva della persona disabile, una rappresentazione capace di coniugare le potenzialit\u00e0 che chiunque pu\u00f2 avere (e il suo diritto ad una vita felice), in qualsiasi situazione, con i limiti dolorosi che un deficit impone. Saper comunicare con queste modalit\u00e0 la situazione di una persona svantaggiata diventa dunque importante per modificare i pregiudizi e i luoghi comuni che continuano a pesare\u201d.<br \/>\nIl \u201csociale\u201d sempre pi\u00f9 investe una parte delle sue attivit\u00e0 in azioni di comunicazione utilizzando strumenti diversi (siti web, riviste, giornalini, ecc.), ma la scelta dell\u2019audiovisivo, considerando l\u2019impatto che le immagini possono avere, sembra esercitare un influsso particolarmente forte e ricorre sempre pi\u00f9 frequentemente.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Altre volte, infine, la realizzazione del documentario segue percorsi pi\u00f9 comuni, nascendo dalle volont\u00e0 di un regista, venuto a conoscenza di un particolare oggetto d\u2019interesse tematico e cinematografico, di raccontarlo.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><b>L\u2019invisibile ricostruibile<br \/>\n<\/b>Sfruttando ancora l\u2019idea di invisibilit\u00e0 (o non visibilit\u00e0), introduciamo anche il tema dell\u2019accessibilit\u00e0 dei prodotti audiovisivi per persone con deficit dell\u2019udito e della vista, che svilupperemo con Eva Schwarzwald, direttrice artistica del progetto \u201cCinema Senza Barriere\u201d. Come scrive Silvia de Pasquale, esperta in questo campo, \u201ca tutti \u00e8 capitato di vedere dei film che parlino di disabilit\u00e0 o in cui uno dei protagonisti \u00e8 disabile, ma forse pochi si sono mai immaginati una persona disabile seduta davanti allo schermo di un cinema. Parlare di cinema considerando uno spettatore che non vede o che non sente a molti pu\u00f2 certamente ancora sembrare un paradosso\u201d.<br \/>\nConsentire a persone con deficit sensoriali di questo genere di fruire di un testo audiovisivo comporta un lavoro di traduzione inter-semiotica tutt\u2019altro che semplice e dipendente da molteplici fattori inerenti al testo, all\u2019opera e ad essi esterni, e la disponibilit\u00e0 di mezzi tecnologici necessari all\u2019effettiva trasmissione di questi contenuti. Senza dilungarci troppo e rimandando all\u2019intervista ad Eva Schwarzwaldper una trattazione pi\u00f9 approfondita, \u00e8 utile precisare che \u201cin mancanza delle immagini, la traccia audio di un film consente di dedurre molti elementi riguardo la trama, i personaggi, le atmosfere di una storia. L\u2019audio per\u00f2 \u00e8 solo una delle componenti di un testo audiovisivo, la cui natura sincretica comporta che la sua piena significazione sia data dall\u2019integrazione di tutti i suoi elementi sonori e visivi. L\u2019audiocommento \u00e8 lo strumento cruciale per rendere accessibile un testo audiovisivo a persone non vedenti nei casi in cui il contesto non pu\u00f2 essere ricavato direttamente dai dialoghi. In modo analogo, le immagini di un film permettono gi\u00e0 da sole di capire e comprendere gran parte della trama di una storia, ma la visione senza audio di un film basato su dialoghi e battute \u00e8 un\u2019esperienza frustrante e inevitabilmente menomata. (\u2026) In quanto \u00abequivalenti\u00bb, (audiocommento e sottotitoli, N.d.R.) devono svolgere per una persona con disabilit\u00e0 (nella misura in cui ci\u00f2 sia fattibile, dati la natura della disabilit\u00e0 e lo stato della tecnologia) essenzialmente la stessa funzione che svolge il contenuto primario per una persona senza disabilit\u00e0: il loro scopo \u00e8 rendere possibile sia la percezione sia la comprensione dei contenuti da parte degli utenti\u201d.<br \/>\nCome emerger\u00e0 anche da alcuni contributi ed interviste, quello dell\u2019accesso alla cultura per persone disabili \u00e8 un aspetto trascurato dagli stessi enti, istituzioni, associazioni, ecc. che operano in questo settore. Noi crediamo che l\u2019esperienza, la fruizione dell\u2019arte e della cultura sia un aspetto non secondario della crescita di ogni persona e del processo di integrazione ed inclusione sociale delle persone con disabilit\u00e0. Garantire la possibilit\u00e0 di partecipare del campo del simbolico, dell\u2019 immaginario, anche solo nel ruolo di fruitori, risponde, a nostro avviso, ad una visione non riduttiva e non semplificatrice dell\u2019integrazione. La cultura, in senso lato, non \u00e8 un elemento autonomo, ma dipende e a sua volta modella, modifica il dato biologico.<br \/>\nPer questo motivo, oltre che per l\u2019interesse in s\u00e9 che questo tipo di progetti e attivit\u00e0 presentano, abbiamo voluto dedicare uno spazio della nostra ricerca a questo tema.<\/p>\n<p><b>In sintesi<br \/>\n<\/b>In questa ricerca cerchiamo di indagare il livello di integrazione ed inclusione che il mezzo, i prodotti, la pratica e la fruizione cinematografici possono rivelare e costruire.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>L\u2019assunto di partenza, piuttosto ovvio, \u00e8 che l\u2019integrazione deve essere intesa come un processo di rottura di quella catena che lega storicamente la condizione di disabilit\u00e0 ad approcci caratterizzati da funzionalit\u00e0, assistenzialismo, semplificazione, riduzione della complessit\u00e0 e delle aspirazioni, dei desideri. Abbiamo privilegiato l\u2019aspetto pratico del fare cinema e del\u00a0 fruire opere cinematografiche,\u00a0 cercando di mostrare concretamente attraverso quali premesse e azioni si possano superare determinate barriere culturali e sociali ed invitando a leggere l\u2019espressione artistica dei disabili, e i prodotti che possono scaturire dal lavoro creativo e tecnico con loro, come una delle tante possibili forme dell\u2019arte, con le dovute considerazioni relative ai contesti in cui essa ha la possibilit\u00e0 di rivelarsi e alle modalit\u00e0 concrete di collaborazione e produzione, ma con occhi privi di pregiudizi e stimolati unicamente da una curiosit\u00e0 viva. L\u2019integrazione \u00e8 un processo che analizziamo a tre livelli, quello della<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>realizzazione di opere cinematografiche, quello dell\u2019analisi del loro del contenuto, del senso e della relazione tra opera e contesto sociale e, da ultimo, quello dell\u2019accesso e del diritto alla \u201cvisione\u201d e alla cultura, in particolare nella sua dimensione collettiva. Indubbiamente \u201cgli atteggiamenti della collettivit\u00e0 rispetto alla disabilit\u00e0 possono essere ricondotti alla concezione di distanza sociale: i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti della disabilit\u00e0, sottolineano come le persone disabili si siano dovute confrontare non soltanto con le loro difficolt\u00e0 fisiche e mentali, ma anche con lo stigma sociale e gli atteggiamenti pregiudizialmente negativi verso essi\u201d. La cultura dominante ancora oggi evidenzia troppo spesso solo i deficit ed i difetti e troppo poco ci\u00f2 che \u00e8 intatto e preservato, perdendo di vista ci\u00f2 che di peculiare c&#8217;\u00e8 in ogni persona, anche in presenza di disabilit\u00e0 e ci\u00f2 che si perde a livello collettivo da un\u2019impostazione mentale, politica, culturale di questo tipo. L\u2019integrazione \u00e8 un processo dinamico ed attivo, \u201c\u2026 un comportamento che presuppone l&#8217;inserimento ma che non si esaurisce in esso, \u00e8 un cambiamento ed un adattamento reciproco, un processo aperto e correlato con il riconoscimento e l&#8217;assunzione delle identit\u00e0 e delle conoscenze incorporate, essa rappresenta un processo che coinvolge a pieno titolo tutti i componenti di un gruppo e gli elementi di un contesto\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Luca Giommi Una delle riflessioni pi\u00f9 acute, coinvolgenti e \u201cvisionarie\u201d su cinema e disabilit\u00e0 \u00e8 quella elaborata qualche anno fa da Gianfranco Brogli sulla rivista HP-Accaparlante. 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