{"id":4505,"date":"2025-09-16T13:01:05","date_gmt":"2025-09-16T11:01:05","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4505"},"modified":"2025-09-29T12:47:16","modified_gmt":"2025-09-29T10:47:16","slug":"3-riflessioni-sul-cinema-da-finire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4505","title":{"rendered":"3. Riflessioni sul cinema"},"content":{"rendered":"<p>In che modo alcune opere riescono a creare e proporre un \u201cimmaginario\u201d inclusivo? Quali sono i limiti e le criticit\u00e0 principali della rappresentazione cinematografica della disabilit\u00e0? In che modi pu\u00f2 avvenire lo scambio tra la concezione e la visione della disabilit\u00e0 diffuse socialmente e il tipo di rappresentazione che ne forniscono, restituiscono, provocano le opere filmiche? Come si pu\u00f2 raccontare l\u2019evoluzione di questo rapporto tra opere e societ\u00e0?<br \/>\nNella seconda parte della nostra ricerca cercheremo di dare (parziale) risposta a quesiti che interessano livelli di analisi diversi, ma inevitabilmente compresenti: quello estetico, quello socio-antropologico, quello mediatico; e ancora, un livello pi\u00f9 strettamente legato all\u2019opera in s\u00e9 ed uno che possiamo, senza dubbio, definire etico. In ogni contributo questi piani si intrecciano in modi e con rilievi diversi a seconda del punto di partenza dell\u2019analisi e delle specificit\u00e0 professionali degli autori\/intervistati. L\u2019obiettivo, semplificando, \u00e8 quello di comprendere come l\u2019opera cinematografica possa aiutare a capire il ruolo sociale del disabile e\/o a ridefinire i parametri della presunta normalit\u00e0, a mettere in discussione il gi\u00e0 conosciuto e accettato.<br \/>\nA Daniele Segre ci siamo rivolti perch\u00e9 da pi\u00f9 di trent\u2019anni realizza un cinema che non rimuove mai, n\u00e9 camuffa la realt\u00e0 e che riesce sempre a tenere insieme coerenza morale ed intento artistico, generando \u201cforza\u201d espressiva, visuale e concettuale dal concorso di questi elementi. I suoi film (non solo quelli che affrontano argomenti legati alla condizione di disabilit\u00e0) sono sempre capaci di restituire dignit\u00e0, rispetto e conoscenza, molto spesso attraverso l\u2019espressione libera delle persone protagoniste e senza alcuna volgarit\u00e0 interpretativa. Espressione che spesso si \u00e8 tradotta in scelte e cambiamenti in corso d\u2019opera da parte di Segre stesso. Ci \u00e8 parso il regista pi\u00f9 adatto per svolgere un ragionamento che muove sempre dalle sue opere e dalle sue intenzioni, ma che assume, forse involontariamente, un respiro pi\u00f9 ampio e fornisce indicazioni e chiavi di lettura valide per leggere e valutare criticamente tanti altri lavori cinematografici.<br \/>\nStefano Andreoli e Stefano Borgato (rispettivamente giornalista e responsabile dell\u2019Ufficio Stampa di DM), infine, ci raccontano come e con quali risultati il mondo del no profit ha scelto di utilizzare il cinema d\u2019animazione per sensibilizzare l\u2019opinione pubblica sul tema della disabilit\u00e0, facendo riferimento, in particolare, alle campagne d\u2019informazione sociale Muscoli di cartone (italiana) e Creature Discomforts (inglese). Quello dell\u2019informazione sociale \u00e8 un terreno molto delicato, in cui i rischi, i difetti, gli errori e gli elementi critici gi\u00e0 emersi nelle pagine precedenti tendono ad amplificarsi ed aggravarsi, sia per il formato tipico di una campagna d\u2019informazione, sia per il fatto che questa \u00e8 intimamente legata ad un obiettivo (a prescindere dal suo effettivo raggiungimento): da questo punto di vista il cinema \u00e8 pi\u00f9 libero, svincolato, ma, come abbiamo gi\u00e0 visto e anche se pu\u00f2 sembrare paradossale, la libert\u00e0 \u00e8 una \u201ccondizione\u201d difficile da gestire e comporta una \u201cresponsabilit\u00e0\u201d maggiore. Comunque sia, la realizzazione di una campagna di informazione sociale richiede una riflessione \u201csottile\u201d attorno alle strategie formali da utilizzare e all\u2019idea, all\u2019immagine della disabilit\u00e0 sottesa a questa scelta e che si intende comunicare ai destinatari.<\/p>\n<p><b>3.1 Dare \u201cluce e voce\u201d: il cinema non mediato di Daniele Segre<br \/>\n<\/b>Intervista a Daniele Segre di Luca Giommi<\/p>\n<p><strong>Lei realizza film da pi\u00f9 di trent\u2019anni, raccontando argomenti diversi tra loro, ma che, in realt\u00e0, presentano aspetti comuni, elementi che li avvicinano l\u2019un l\u2019altro. Si potrebbe dire che il suo modo di filmare ci suggerisce una sensibilit\u00e0 dello sguardo, attraverso la quale guardare alle cose del mondo. Una sensibilit\u00e0 complessa, che fugge la \u201csemplice\u201d denuncia e l\u2019 approccio pietistico e didascalico. <\/strong><strong>Ancor prima il suo cinema ci indica \u201ccosa\u201d guardare, ci presenta storie spesso inspiegabilmente invisibili al nostro sguardo, eppure di una quotidianit\u00e0 e prossimit\u00e0 \u201cprofonda\u201d: anche qui, un invito ad alzare il nostro livello di attenzione. <\/strong><strong>Dovendo preparare qualche domanda, ho sentito il bisogno di partire dalla definizione storica, cronologica del suo rapporto con il cinema. Potrebbe raccontarmi qualcosa a riguardo? Come nasce la scelta di praticare e sviluppare questo tipo di cinema?<\/strong>La scelta di dedicarmi al cinema nasce dal mio lavoro di fotografo della realt\u00e0 che ho svolto in modo non professionale fino alla prima met\u00e0 degli anni \u201980; a partire dal 1975 ho iniziato a usare la cinepresa (16mm) e poi la telecamera. Perch\u00e9 droga \u00e8 stato il mio primo film documentario (1975), e poi dal 1978 con Il potere deve essere bianconero fare il regista \u00e8 diventata la mia professione.<br \/>\nLa scelta di praticare e sviluppare questo tipo di cinema \u00e8 stata un\u2019esigenza naturale, un impegno di testimonianza e di intervento per documentare e raccontare la realt\u00e0, quella pi\u00f9 sola e abbandonata, espropriata del rispetto e della dignit\u00e0; fin dall\u2019inizio il mio \u00e8 stato un cinema politico come d\u2019altronde lo \u00e8 stato il lavoro con la fotografia; il cinema \u00e8 stato un\u2019esigenza e un bisogno naturale di evoluzione di linguaggio, una vocazione nata per caso, senza alcuna scuola o un maestro in particolare, semplicemente dalla consapevolezza di poter essere pi\u00f9 determinato nel mio bisogno di raccontare la realt\u00e0 del mio tempo.<\/p>\n<p><strong>Considerando la sua esperienza, come\u00a0 intende la differenza tra cinema documentaristico e di finzione e come la \u201cpiega\u201d all\u2019obiettivo che intende raggiungere? Quali possibilit\u00e0 favorisce l\u2019uno e quali l\u2019altro? In che modo l\u2019argomento incide sulla scelta?<br \/>\n<\/strong>Non ho mai fatto distinzione tra il cinema della realt\u00e0 e quello di finzione, ho sempre avuto la necessit\u00e0 di raccontare qualcosa, qualcuno; il cinema della realt\u00e0 \u00e8 stato sicuramente il laboratorio primario della mia ricerca, laboratorio che mi ha permesso di sperimentare i vari linguaggi con costi abbordabili, convenienti per le mie esigue risorse economiche; fin dall\u2019inizio ho compreso che la mia libert\u00e0 espressiva poteva esistere solo grazie alla mia indipendenza e cos\u00ec \u00e8 stato; nel 1981 ho creato la societ\u00e0 di produzione I Cammelli che ancora esiste e con la quale porto avanti il mio progetto di cinema. Il mio cinema di finzione \u00e8 sempre stato molto particolare, ci sono sempre stati prima degli incontri determinanti con persone\/attori che mi hanno ispirato delle storie; cos\u00ec \u00e8 stato con Carlo Colnaghi, incontro che ha prodotto prima il video Tempo di riposo (1989-1991) e poi il lungometraggio Manila Paloma Blanca (1992); poi l\u2019incontro con Barbara Valmorin e Maria Grazia Grassini che ha generato il film che \u00e8 anche diventato uno spettacolo teatrale, Vecchie (2002); e poi con Stefano Corsi e Antonello Fassari per Mitraglia e il verme (2004).<br \/>\nIncontri di grande ispirazione che mi hanno permesso di \u201cvedere\u201d storie che con il cinema della realt\u00e0 non avrei potuto raccontare; di fatto l\u2019ispirazione \u00e8 stata immediata e la realizzazione \u00e8 stata in certi casi \u201cfulminante\u201d; per esempio con Vecchie da quando \u00e8 nata l\u2019idea a quando ho realizzato il film, compresa la scrittura della sceneggiatura, \u00e8 passato solo un mese e mezzo.<br \/>\nHo riflettuto molto e a volte lo faccio ancora sul perch\u00e9 di queste scelte; una risposta precisa non so darla, ma so che \u00e8 stato un bisogno primario che con fortuna sono stato in grado di esprimere; di certo l\u2019esperienza del cinema della realt\u00e0 mi \u00e8 stata di grande aiuto, mi ha fatto comprendere alcune questioni essenziali legate al linguaggio e alla messa in scena che poi nella finzione sono state determinanti. E\u2019 anche chiaro che il mio modo di raccontare la realt\u00e0 si \u00e8 sempre avvalso, anche inavvertitamente, della finzione, anche nel suo aspetto di \u201cmessa in scena\u201d; e cos\u00ec la mia finzione si \u00e8 sempre avvalsa della realt\u00e0. <span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>3. Limitandomi ai suoi film che parlano di disabilit\u00e0, di persone con disabilit\u00e0 (A proposito di sentimenti&#8230;, Sto lavorando?, ecc.), ho notato che ci sono alcune sequenze in cui la sua presenza, la presenza di un set, di una telecamera \u00e8 quasi ricercata, e anche laddove sembra pi\u00f9 casuale, non \u00e8 poi stata eliminata in fase di montaggio. E\u2019 un modo per dirci che, al di l\u00e0 della forma documentaristica, anche quella \u00e8 in parte finzione, che quel dato finzionale \u00e8 insopprimibile? Oppure, come io credo, che un cinema oggettivo \u00e8 impossibile e forse nemmeno auspicabile e che \u00e8 necessario che ci sia un \u201cio\u201d che non si nasconde, che instaura un contatto con una realt\u00e0 e propone a chi guarda il risultato di quel suo rapporto con il reale?<br \/>\n<\/strong>A queste considerazioni ci sono arrivato quasi sempre in montaggio, anche se in Sto lavorando? (1998) la scelta del bianconero e del colore \u00e8 stata fatta gi\u00e0 in fase di ripresa; mentre invece la messa in scena della telecamera \u00e8 stata determinata da Matteo, il protagonista della storia, che ha \u201cmesso in scena\u201d la telecamera ed io ne ho preso consapevolezza solo in montaggio, in fase di ripresa sono stato sorpreso in contropiede, quasi spiazzato; ma poi ho capito che dovevo seguire la sua ispirazione improvvisa, non determinata da scelte di regia. Le riprese di S<i>to lavorando?<\/i> sono durate solo due giorni e mezzo ed \u00e8 stato un viaggio molto intenso da tutti i punti di vista; grazie al montaggio ho potuto riflettere e comprendere elementi espressivi che in fase di ripresa non avevo totalmente percepito.<br \/>\nIn A proposito di sentimenti\u2026(1999) la presenza del set \u00e8 stata casuale e inizialmente non prevista: parlo in particolare della sequenza dove si vedono le rotaie del carrello sulla spiaggia di Torvajanica e una coppia che si bacia appassionatamente; nei fatti avevamo terminato le riprese di una scena che poi nel film non ho messo; stavamo smontando tutto ma la telecamera non era stata ancora tolta dal carrello, per caso mi sono accorto di quello che stava capitando cos\u00ec ho chiesto all\u2019operatore di inquadrare la scena tenendo in campo le rotaie, cos\u00ec \u00e8 andata e poi la scena ho deciso di metterla nel montaggio definitivo; le altre scene girate in bianco e nero dovevano essere solo di documentazione del <i>backstage<\/i>, poi anche quelle ho deciso di inserirle nel film. E\u2019 stato di fatto un gioco di specchi, voluto o non voluto non lo so, so che ho voluto girare quelle scene, anche per caso, e poi la riflessione sulla costruzione della struttura del racconto mi ha imposto alcune domande alle quali ho dato una risposta e cos\u00ec ho deciso di inserire quelle scene nel racconto.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Esiste a suo parere un linguaggio veramente appropriato per rappresentare la disabilit\u00e0 nel cinema?<br \/>\n<\/strong>Non so se esista un linguaggio appropriato per rappresentare l\u2019handicap nel cinema, quando mi sono trovato di fronte a questa domanda ho sempre cercato di vedere le cose dal punto di vista dei miei protagonisti; mi sono trovato ad essere ad un certo punto, sia nella fase delle riprese che poi nel montaggio, come loro, con il mio handicap cognitivo di una realt\u00e0 apparentemente lontana da me, ma di fatto molto vicina; \u00e8 cos\u00ec che ho cercato di trovare le soluzioni di rappresentazione; sia in Sto lavorando? che in A proposito di sentimenti\u2026 sono diventato come i miei protagonisti; ricordo che quando stavo montando Sto lavorando? inavvertitamente ho assunto alcune posture di Matteo, in particolare il modo di camminare; in A proposito di sentimenti\u2026, terminato il montaggio ho avuto particolari difficolt\u00e0, per alcuni giorni, ad esprimermi come \u201cuna persona normale\u201d. Forse avevo bisogno di questa immedesimazione, inconscia, per trovare quel punto d\u2019incontro necessario per rispecchiarmi nella mia \u201cnormalit\u00e0\u201d e raccontare mondi che sembrano non appartenerci, forse per paura, ma che in realt\u00e0 ci sono molto vicini e ci assomigliano.<\/p>\n<p><strong>Sono numerose le esperienze che prevedono la partecipazione di persone con disabilit\u00e0 alla realizzazione di un film, a livello di recitazione (le pi\u00f9 numerose), di sceneggiatura, ecc.; esperienze solitamente organizzate da cooperative sociali o associazioni, ma che trovano spazio spesso anche all\u2019interno di istituti scolastici, e che contribuiscono alla creazione di quella che potremo chiamare \u201ccittadinanza\u201d L\u2019opera cinematografica, peraltro, pi\u00f9 di altre forme artistiche, \u00e8 un prodotto culturale collettivo, la cui produzione richiede numerosi passaggi ed abilit\u00e0 diverse: una caratteristica che di certo pu\u00f2 essere \u201cgiocata\u201d e valorizzata. Lei cosa ne pensa?<br \/>\n<\/strong>L\u2019audiovisivo \u00e8 sicuramente uno strumento innovativo che pu\u00f2 rafforzare le consapevolezze e far scoprire qualcosa che nel reale a volte sfugge o non vuole essere visto; per esempio mi ricordo che quando ho realizzato un lavoro in un centro diurno psichiatrico a Terni, Vestiti di vita (2004) con protagonisti sia gli utenti che gli operatori, sono successe delle cose straordinarie; gli utenti davanti alla telecamera sono riusciti a dire cose che non avevano mai detto ai dottori e agli operatori; e cos\u00ec gli operatori, che si sono sentiti spogliati della loro \u201cnormalit\u00e0\u201d arrivando al punto di chiedermi di non essere ripresi o intervistati perch\u00e9 avevano paura di svelarsi di fronte agli utenti.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>In alcuni casi mi \u00e8 capitato di vedere lavori che mi hanno particolarmente infastidito: i protagonisti, persone diversamente abili, erano rappresentate in modo improprio e indelicato, quasi come se i documentatori volessero mettere in imbarazzo lo spettatore senza quello spessore necessario alla riflessione e allo scambio, all\u2019educazione, alla formazione; quasi a voler spettacolarizzare la differenza, il disagio, sconfinando, a mio parere, nella mancanza di rispetto verso i protagonisti.<\/p>\n<p><strong>Restando ai suoi film \u201csulla disabilit\u00e0\u201d, un\u2019altra caratteristica evidente \u00e8 quella di lasciare tanto spazio alla testimonianza diretta, in prima persona e senza ricorso alla voce fuori campo, per cui la testimonianza \u00e8 rafforzata dalla presenza dell\u2019io narrante. A cosa \u00e8 dovuta questa scelta, che valore attribuisce al racconto orale? Quanto \u00e8 importante dare \u201cluce e voce\u201d in modo non mediato, in particolare nel \u201ccinema della realt\u00e0\u201d?<br \/>\n<\/strong>Il risultato della \u201ctestimonianza diretta\u201d \u00e8 frutto di un<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>lavoro preparatorio di conoscenza e \u201cscavo\u201d sui protagonisti che sviluppo ogni volta;<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>l&#8217;apparente naturalezza \u00e8 il risultato di un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto.<br \/>\nQuesto dare \u201cluce e voce\u201d in modo diretto ai protagonisti \u00e8 un elemento identitario del mio cinema; il primo e primissimo piano,<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>la loro voce non mediata e lo sguardo in macchina. La voce fuori campo l&#8217;ho sempre considerata una forma di mediazione didascalica, poco utile al rapporto che desidero avere con gli spettatori, un rapporto di reciprocit\u00e0 e di riconoscimento con i protagonisti.<br \/>\nL&#8217;imbarazzo normalmente lo esprime e lo fa vivere chi, dietro la macchina da presa, vive l&#8217;ipocrisia dello scoop, della rappresentazione sensazionalistica del diverso; per me il \u201ccinema della realt\u00e0\u201d \u00e8 la restituzione della dignit\u00e0 nel rispetto tra persone che si incontrano per raccontare una storia necessaria.<br \/>\nLa naturalezza \u00e8 un approdo difficile, ma indispensabile, inizialmente l&#8217;imbarazzo e la diffidenza ci sono sempre, alla luce dei quotidiani crimini che produce la telecamera invasiva e offensiva dei giornalisti e dei cosiddetti registi furbetti e opportunisti; poi tutto questo si scioglie grazie alla fiducia e alla lealt\u00e0 del rapporto che ogni volta riesco a creare.<\/p>\n<p><strong>La presenza della telecamera \u00e8 stata ragione di imbarazzo per chi veniva ripreso o si \u00e8 svolto tutto tendenzialmente con naturalezza e sincerit\u00e0?<br \/>\n<\/strong>L&#8217;imbarazzo normalmente lo esprime e lo fa vivere chi, dietro la macchina da presa, vive l&#8217;ipocrisia dello scoop, della rappresentazione sensazionalistica del diverso; per me il \u201ccinema della realt\u00e0\u201d \u00e8 la restituzione della dignit\u00e0 nel rispetto tra persone che si incontrano per raccontare una storia necessaria.<br \/>\nLa naturalezza \u00e8 un approdo difficile, ma indispensabile, inizialmente l&#8217;imbarazzo e la diffidenza ci sono sempre, alla luce dei quotidiani crimini che produce la telecamera invasiva e offensiva dei giornalisti e dei cosiddetti registi furbetti e opportunisti; poi tutto questo si scioglie grazie alla fiducia e alla lealt\u00e0 del rapporto che ogni volta riesco a creare.<\/p>\n<p><strong>All\u2019inizio di Sto lavorando?, quando Stefano Rulli legge la lettera che le ha scritto pregandola di filmare l\u2019esperienza di Matteo che sta per concludersi traspare la necessit\u00e0 di dover fare in fretta, prendere la telecamera e recarsi sul posto, dando l\u2019idea quasi di un intervento di emergenza\u2026Rispetto ai documentari per l\u2019AIPD, ha avuto pi\u00f9 tempo a disposizione per la loro realizzazione? Come \u00e8 nata la sua collaborazione con l\u2019Associazione?<br \/>\n<\/strong>La collaborazione con l\u2019AIPD di Roma \u00e8 nata su una loro precisa richiesta dopo aver visto Sto lavorando?. Ho voluto conoscere quella realt\u00e0, quella delle persone Down, che non conoscevo, anche se, in particolare per A proposito di sentimenti\u2026, l\u2019idea mi \u00e8 venuta immaginando i fidanzati che si siedono sui muretti al mare e amoreggiano; le coppie protagoniste del film le ho incontrate una sola volta nella sede dell\u2019AIPD, stimolato dal percorso sull\u2019affettivit\u00e0 dell\u2019Associazione e ho fatto un provino con la telecamera, al muretto ho sostituito dei mobili d\u2019ufficio e li ho fatti parlare fra di loro e ho capito che per raccontare quella storia dovevo partire da l\u00ec; invece per Futuro presente il lavoro della preparazione \u00e8 stato pi\u00f9 tradizionale, pi\u00f9 lungo e complesso.<br \/>\nPer Sto lavorando? la lettera di Stefano Rulli mi ha fatto partire all\u2019improvviso, ma Matteo avevo avuto modo di conoscerlo nei mesi precedenti in un mio viaggio a Perugia.<br \/>\nMi \u00e8 sembrato indispensabile e necessario far leggere a Stefano la lettera che gli avevo chiesto di scrivermi quando mi ha telefonato per richiedere il mio intervento filmico.<\/p>\n<p><strong>Che significato \u00e8 possibile attribuire al punto di domanda del titolo del film Sto lavorando?? Di chi \u00e8 il dubbio? Chi ha scelto il titolo? Qualcuno ha sostenuto che il nodo del film sta proprio in quel punto di domanda.<br \/>\n<\/strong>La scelta del titolo di Sto lavorando? \u00e8 della scrittrice Clara Sereni, madre di Matteo Rulli; il titolo \u00e8 arrivato dopo il primo visionamento del materiale che in copia ho inviato a Perugia terminate le riprese. S\u00ec, \u00e8 vero, il nodo del film sta proprio in quel punto di domanda di Matteo; \u00e8 una domanda nella quale mi ritrovo e<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>in cui mi riconosco molto nel mio lavoro di cineasta indipendente. Sto lavorando? Me lo chiedo molte volte, confrontandomi con le difficolt\u00e0 di visibilit\u00e0 e di possibilit\u00e0 che ha il mio lavoro di esistere, un po\u2019 come i diversamente abili nella loro lotta quotidiana per la vita.<\/p>\n<p><strong>Cosa pensa di Un silenzio particolare di Stefano Rulli? Per certi versi, mi sembra ci sia una certa continuit\u00e0, anche formale con il suo Sto lavorando?. Ed \u00e8 interessante che per il primo dei due Rulli abbia chiesto a lei di filmare e che del secondo sia lui il regista.<br \/>\n<\/strong>Con Stefano c\u2019\u00e8 un rapporto di grande stima e affetto, lo conosco da molti anni, da quando ha realizzato insieme a Silvano Agosti e Marco Bellocchio Matti da slegare (1975), film che \u00e8 stato lo stimolo determinante a decidere di dedicarmi al cinema. Mi ha fatto piacere apprendere che si era deciso a girare<br \/>\nUn silenzio particolare, lavoro che ho molto apprezzato e su cui\u00a0 ho scritto (per il magazine on line Vita) alla sua presentazione al festival di Venezia del 2004.<br \/>\nQuando \u00e8 stato realizzato Sto lavorando? gli ho chiesto perch\u00e9 non lo girava lui il film, la risposta \u00e8 che non se la sentiva e anche nella lettera che mi ha scritto lo precisa, una scelta delicata e molto difficile, da comprendere vista la complessit\u00e0 del suo rapporto con Matteo.<\/p>\n<p><strong>In che modi avviene lo scambio tra la concezione della disabilit\u00e0 diffusa socialmente e il tipo di rappresentazione che ne forniscono le opere cinematografiche? A cambiamenti ed evoluzioni a livello della coscienza \u201ccollettiva\u201d sono corrisposte opere filmiche pi\u00f9 sensibili e profonde? Il cinema, come spesso accade, \u00e8 stato a suo avviso in grado di anticipare in alcune occasioni tendenze che si sarebbero verificate solo in seguito? Le viene in mente qualche esempio?<br \/>\n<\/strong>Il cinema \u00e8 un grande costruttore di immaginario e certamente ci sono stati, da sempre, film pregevoli che hanno tentato di rimodellare l&#8217;immagine del \u201cdiverso\u201d, di favorire la comprensione e la conoscenza di realt\u00e0 scomode e invisibili. Ma per ognuno di questi film ce ne sono decine, forse centinaia, che veicolano invece stereotipi, banalit\u00e0, volgarit\u00e0, intolleranza e violenza&#8230;<br \/>\nE poi c&#8217;\u00e8 la questione della diffusione. Oggi fra i giovani, solo per fare un esempio, nessuno conosce pi\u00f9 Chaplin, o i capolavori del neorealismo, e anche gli episodi recenti di cinema (di finzione, della realt\u00e0) sensibile e approfondito non hanno tutta questa visibilit\u00e0. Gli stessi Festival mi pare, rischiano di omologarsi un po&#8217; alle tendenze dominanti, o alle mode \u201calternative\u201d del momento.<\/p>\n<p><strong>Sebbene molte opere cinematografiche restituiscano, da un lato un ritratto emblematico della disabilit\u00e0, che astrae la stessa dalle vicissitudini del reale, dall\u2019altro quello di un disabile eccezionale, anch\u2019esso poco realistico, possiamo tuttavia considerare l\u2019opera cinematografica come un mezzo per capire il ruolo sociale del disabile. Esiste a tuo parere un linguaggio pi\u00f9 appropriato per rappresentare la disabilit\u00e0 nel cinema? Tra i numerosi esempi, quale film consideri particolarmente efficaci da un punto di vista estetico nel raccontare la disabilit\u00e0?<br \/>\n<\/strong>Se si intende la disabilit\u00e0 in senso esteso, sono molti i film che l&#8217;hanno trattata con uno sguardo partecipe e acuto: mi viene in mente Ken Loach con Family Life del 1971, e penso anche ai film sulla vecchiaia che sono usciti in questi ultimi anni (penso a film come Pomodori verdi fritti di Jon Avnett, 1991, o al Clint Easwood di Gran Torino, 2008 e Vuoti a rendere di Jan Sverak, 2009;\u00a0 ma anche ai recenti film sulla sessualit\u00e0 degli anziani e sull&#8217;Alzheimer. Su questi temi sono usciti in sala dei film narrativi: per quanto mi riguarda ho realizzato Quella certa et\u00e0 nel 1996 sull&#8217;affettivit\u00e0 delle persone anziane, Tempo vero\u00a0 nel 2000 sui malati di Alzheimer e il film e spettacolo teatrale Vecchie nel 2002).<br \/>\nTornando al discorso iniziale, in Italia penso al lavoro pionieristico di Agosti, Bellocchio, Rulli e Petraglia con Matti da slegare, del 1975. Pi\u00f9 recentemente, Le chiavi di casa di Gianni Amelio (2004), e anche un cortometraggio che mi ha colpito molto, Ivana e Loriano, di Stefano Cattini (2008).<br \/>\nE&#8217; vero che alcuni film di grande successo, per lo pi\u00f9 statunitensi, anche con grandi attori e splendide interpretazioni, hanno talvolta \u201cromanzato\u201d la disabilit\u00e0, ammantandola di rosa oppure dandole un valore positivo che in fin dei conti le fa torto: \u00e8 come uno sfruttare, in fondo (magari con le migliori intenzioni?) una condizione che invece va vista nella sua complessit\u00e0 e globalit\u00e0, al di l\u00e0 (o al di qua) dell&#8217;eroe solitario e \u201cspettacolarizzato\u201d.<\/p>\n<p><b>3.2 \u00abSorriderne si pu\u00f2\u00bb. Le campagne di informazione sociale <\/b><b>Muscoli di cartone<\/b> <b>e<\/b> <b>Creature Discomforts<\/b><b><span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/b>Di Stefano Borgato e Stefano Andreoli<\/p>\n<p>La disabilit\u00e0, e in senso pi\u00f9 ampio la narrazione delle diverse abilit\u00e0, sono state spesso al centro del cinema d\u2019animazione. Lo svantaggio, l\u2019esclusione, l\u2019handicap, ma anche la dis- e l\u2019iper- abilit\u00e0, sono presenti nella sterminata filmografia disneiana, sia in quella degli anni Trenta e Quaranta &#8211; le due versioni de Il brutto anatroccolo (1931 e 1939), Elmer Elephant (1936) e Dumbo (1941) &#8211; che nelle produzioni pi\u00f9 recenti &#8211; Il gobbo di Notre Dame (1996), Nemo (2003), Gli incredibili (2004).<br \/>\nOltre a Disney, per\u00f2, vale la pena ricordare alcuni autori che hanno saputo affrontare la riflessione sulle differenti abilit\u00e0 &#8211; magari in modo indiretto, senza ricorrere a una storia specificamente \u00abdedicata\u00bb &#8211; con esiti sorprendenti, a volte spiazzanti.<br \/>\n\u00c8 il caso di Vip mio fratello superuomo (1968) di Bruno Bozzetto, di personaggi come Gerald McBoing Boing, Mr. Magoo, Cristopher Crumpet (creati negli anni Cinquanta dagli autori dell\u2019americana UPA, in particolare Robert Cannon e John Hubley), del disegnatore satirico John Callahan (autore dei personaggi delle serie Quads e Pelswick, inedite in Italia) e della arcinota serie televisiva dei Simpson.<br \/>\nUna storia ancora tutta da scrivere, quella della rappresentazione della \u00abdiversabilit\u00e0\u00bb nel cinema d\u2019animazione; un\u2019occasione che si rivelerebbe utile non solo a (ri)scoprire personaggi dalle diverse abilit\u00e0, ma anche a riflettere sulle diverse abilit\u00e0 del cinema d\u2019animazione. Proprio la particolarit\u00e0 del linguaggio dei cartoon ha spinto infatti il mondo del no profit a scegliere in due occasioni (probabilmente le uniche fino ad oggi), il cinema d\u2019animazione per sensibilizzare l\u2019opinione pubblica sulla disabilit\u00e0.<br \/>\nIl primo esempio \u00e8 italiano ed \u00e8 la campagna Muscoli di cartone prodotta nel 2001 dall\u2019Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare (UILDM), composta da tre spot: Decide chi progetta, La mosca (con la voce di Fabrizio Frizzi) e Sport (con la voce di Claudio Bisio), realizzati da Giorgio Valentini e Silvio Pautasso della Societ\u00e0 Motus (tra i creatori della Freccia azzurra e della Gabbianella e il gatto).<br \/>\nIl secondo esempio viene dalla Gran Bretagna: nel 2007, infatti, grazie alla collaborazione tra la societ\u00e0 Aardman Animations (produttrice delle serie Creature Comforts, Wallace &amp; Gromitt, Shaun the Sheep e dei film Galline in fuga, La maledizione del lupo mannaro) e la Leonard Cheshire Disability (una tra le principali organizzazioni di solidariet\u00e0 inglesi nell\u2019ambito della disabilit\u00e0), sono stati realizzati gli otto spot della campagna Creature Discomforts.<br \/>\nI Muscoli di cartone si possono considerare la naturale evoluzione di una rubrica, le Grandi vignette di DM, che dal 1995 occupa la quarta di copertina del giornale nazionale della UILDM. Nata quasi \u00abper scherzo\u00bb, la rubrica stessa \u00e8 diventata un fenomeno sempre pi\u00f9 interessante, unico nel suo genere, che via via ha attirato un\u2019attenzione crescente: associazioni, enti locali, ma anche molti \u00abnon addetti ai lavori\u00bb hanno utilizzato i disegni pubblicati su DM per realizzare magliette, mostre, manifestazioni e altre iniziative.<br \/>\nDalla prima vignetta, realizzata da Bruno Bozzetto, l\u2019elenco di coloro che nel corso di un quindicennio hanno arricchito le Grandi vignette di DM \u00e8 lungo: dai \u00abmitici\u00bb Altan, Silver Giannelli, Chi\u00e0ppori, Giuliano, Staino, Bucchi, Cavandoli, Novelli, Valente, Caviglia, Luzzati, agli \u00abospiti d\u2019onore\u00bb di livello internazionale come Mordillo e Quino, ai compianti Jacovitti e Bonvi. Con Le grandi vignette di DM, poi, la UILDM ha realizzato anche due apprezzati calendari, intitolati Sorriderne si pu\u00f2 2000 e 2001.<br \/>\nLa cosa sorprendente \u00e8 che da un\u2019idea estemporanea e partendo da un tema molto ampio &#8211; \u00absemplicemente\u00bb la disabilit\u00e0 &#8211; tutti gli autori sono riusciti senza alcuna imbeccata da parte della redazione, a cogliere \u00abtic\u00bb e luoghi comuni del mondo della disabilit\u00e0, dimostrando come sia possibile coniugare temi seri con il sorriso e la bonariet\u00e0.<br \/>\nVisto il successo delle vignette, il passaggio ai disegni animati \u00e8 stato quasi logico. Se da un lato realizzare un disegno animato \u00e8 complesso e costoso, dall\u2019altro \u00e8 altrettanto vero che quello dell\u2019animazione \u00e8 un linguaggio con una marcia in pi\u00f9. Innanzitutto i cartoon hanno il vantaggio di non identificare il contenuto (in questo caso i vari problemi della disabilit\u00e0) con dei volti precisi, fotografici; e poi permettono di \u00abesagerare\u00bb, in tutti i sensi. Wily Coyote pu\u00f2 saltare, volare via, cadere nel burrone e rialzarsi senza alcun danno, pu\u00f2 fare capriole smisurate, schizzare in alto e ricadere tranquillamente da cento metri. Nessuno si fa male, nessuno si offende: con il cartone animato c\u2019\u00e8 la libert\u00e0 di creare situazioni curiose e simpatiche, che possiedono quindi una maggiore forza comunicativa.<br \/>\nIl titolo della campagna, Muscoli di cartone, si riferisce sia alle difficolt\u00e0 provocate dalle distrofie muscolari (muscoli che diventano letteralmente \u201cdi cartone\u201d), sia alla scelta del \u201cmedium\u201d (un altro nome possibile era ad esempio Ruote animate). Una campagna, va sottolineato, centrata non su una determinata patologia, ma sui problemi quotidiani delle persone con disabilit\u00e0, che per altro possono riguardare anche chi disabile non \u00e8.<br \/>\nAd esempio, nel primo spot, Decide chi progetta, il problema delle barriere architettoniche negli autobus pu\u00f2 benissimo riguardare anche un genitore che porti a spasso un bimbo in carrozzina. L\u2019importanza dell\u2019assistenza \u00e8 invece il tema della Mosca: un insetto al naso, che chiunque pu\u00f2 scacciare con un gesto banale, automatico, pu\u00f2 diventare un vero e proprio \u00abdramma\u00bb per una persona con una grave disabilit\u00e0. Sport vuole dimostrare infine che anche una persona in carrozzina, con ridotta capacit\u00e0 muscolare, \u00e8 in grado di praticare un\u2019attivit\u00e0 sportiva (in questo caso l\u2019hockey in carrozzina).<br \/>\nOttimo il lavoro di Valentini e Pautasso, che hanno saputo scegliere attentamente i moduli narrativi e le trovate comiche: La mosca e Sport si basano sull\u2019antica tecnica della cosiddetta \u00abagnizione\u00bb (il \u00abcolpo di scena\u00bb, la \u00abrivelazione\u00bb finale), dal momento che solo nell\u2019ultima inquadratura scopriamo che i protagonisti sono disabili. Oppure il personaggio dell\u2019allenatore \u00absergente di ferro\u00bb (ma in realt\u00e0 il classico \u00abburbero dal cuore d\u2019oro\u00bb), che rimbrotta pesantemente i giocatori per farli reagire, proprio come in qualsiasi altro sport. O la gag dell\u2019omino in carrozzina che schizza fuori dall\u2019autobus sulle molle: se fosse stata girata \u00abdal vero\u00bb (ormai oggi con le tecnologie digitali si pu\u00f2 fare di tutto) non avrebbe certamente avuto la stessa forza comica del cartone animato.<br \/>\nUn quarto cartone sull\u2019amore \u00e8 rimasto incompiuto, soprattutto per motivi di costi. Sarebbe stato, forse, il pi\u00f9 difficile da realizzare perch\u00e9 trattava questioni delicate e intime come il contatto con la sessualit\u00e0 da parte di una persona disabile.<br \/>\nCome i Muscoli di cartone, anche le Creature Discomforts nascono dall\u2019incontro tra una delle pi\u00f9 longeve associazioni di disabili e un\u2019affermata casa di produzione indipendente di film d\u2019animazione.<br \/>\nLa Leonard Cheshire Disability nasce, infatti, nel 1948 nella regione dello Hampshire ad opera del Capitano Lord Cheshire di Woodhall, eroe di guerra che al termine del conflitto si offr\u00ec di ospitare nel palazzo di famiglia un malato terminale privo di assistenza e di un posto dove stare. In pochi anni il palazzo dei Cheshire divenne un punto di riferimento che forniva cure e assistenza per gli ammalati e gli invalidi della comunit\u00e0, aumentati proprio a causa del conflitto mondiale: sar\u00e0 dunque il primo centro di un\u2019organizzazione che nei decenni successivi diventer\u00e0 una tra le pi\u00f9 sviluppate a livello mondiale nel fornire servizi a persone con disabilit\u00e0.<br \/>\nPeter Lord e David Sproxton, conosciutisi sui banchi di scuola, fondano nel 1972 la Aardman Animations; gi\u00e0 dai primi lavori (come ad esempio Conversation Pieces, realizzato per la tv inglese Channel Four nel 1982 o come Early Bird, ambientato in una radio locale) la coppia di autori lavora su personaggi e situazioni della vita reale; rappresenta con acume e umorismo l\u2019\u00abuomo della strada\u00bb, utilizzando sin dagli anni Settanta personaggi e sfondi in plastilina e animandoli a \u00abpasso uno\u00bb. Una tecnica che &#8211; grazie anche a un altrettanto eccellente lavoro di scrittura &#8211; consente di creare un contrasto comico tra la raffigurazione caricaturale del personaggio e la riproduzione realistica dello sfondo.<br \/>\nAltra tappa fondamentale \u00e8 l\u2019ingresso nella societ\u00e0, alla met\u00e0 degli anni Ottanta, di Nick Park: sua \u00e8 l\u2019invenzione di Wallace e Gromitt, creati per il suo saggio di laurea alla Sheffield Hallam University (A grand day out with Wallace e Gromitt) che nel 1991 riceve la nomination all\u2019Oscar per il miglior cortometraggio d\u2019animazione, vinto per altro in quell\u2019anno dallo stesso Park con Creature Comforts (1990).<br \/>\nNel film &#8211; uno dei cinque della serie Lip Synch, realizzati dalla Aardman ancora per Channel Four &#8211; vengono montate in modo alternato le interviste agli animali di uno zoo. Con l\u2019asta del microfono in campo, una famiglia di orsi polari, un gruppo di tartarughe, un malinconico puma, una femmina di gorilla, un koala occhialuto, delle galline, parlano a ruota libera delle loro non invidiabili condizioni di vita, del poco spazio, del cibo scarso, del pessimo clima inglese.<br \/>\nDal successo del cortometraggio nascer\u00e0 l\u2019omonima serie (giunta alla seconda stagione e diretta da Richard Goleszowski), con nuovi personaggi in plastilina, ma con lo stesso tipo di umorismo. Altro aspetto interessante sono le voci degli animali, affidate non ad attori ma a persone comuni lasciate improvvisare. Una caratteristica che purtroppo non viene mantenuta nell\u2019edizione italiana (nota col titolo di Interviste mai viste), nella quale sono stati utilizzati doppiatori professionisti.<br \/>\nLa scelta di utilizzare le voci dell\u2019\u00abuomo della strada\u00bb \u00e8 alla base anche degli otto spot, rinominati per l\u2019appunto Creature Discomforts, realizzati nel 2007 per la Leonard Cheshire Disability. In questo caso le voci sono di persone con disabilit\u00e0, scelte, tramite l\u2019associazione, anche in base al tipo di deficit dei personaggi: Spud la lumaca, Peg il porcospino, Flash il cane bassotto, Tim la tartaruga, Slim l\u2019insetto stecco, Brian il bulldog, Callum il camaleonte, Sonny il gamberetto, la gatta Cath, Ozzy il gufo, la topolina Millie e Roxie la coniglietta (rimandiamo, in appendice a questo articolo, alla trascrizione integrale dei dialoghi della serie).<br \/>\nLa campagna di informazione inglese, anche se non mancano gli spot pi\u00f9 specificamente dedicati ad alcuni aspetti della vita quotidiana (le barriere architettoniche in Negozio di dolciumi e la sessualit\u00e0\u00a0 in Amore e sesso), \u00e8 imperniata principalmente attorno a due nuclei tematici: da un lato la percezione sociale della disabilit\u00e0 e il modo di rapportarsi ai disabili da parte di chi non lo \u00e8, dall\u2019altro il superamento dello svantaggio da parte della persona con disabilit\u00e0 e la riconquista della propria autostima.<br \/>\nLo slogan che compare al termine di ogni film (\u00abCambia il tuo modo di vedere la disabilit\u00e0\u00bb) \u00e8 un invito dunque a scrollarci di dosso le barriere della mente, ma anche agli stessi disabili a non farsi ingabbiare dalle barriere della loro condizione.<br \/>\nIn conclusione, pi\u00f9 che un confronto tra gli spot italiani e quelli inglesi, vale la pena riflettere sul tratto fondamentale che li accomuna: l\u2019ironia.<br \/>\n\u00abIl comico &#8211; scrisse il filosofo Henri Bergson nel 1900 &#8211; nasce quando uomini riuniti in gruppo dirigono l\u2019attenzione su uno di loro, facendo tacere la loro sensibilit\u00e0 ed esercitando solo la loro intelligenza\u00bb. Questa frase esprime il significato non solo del lavoro che \u00e8 alla base delle Grandi vignette prima e dei Muscoli di cartone poi, ma anche della campagna delle Creature Discomforts.<br \/>\nVi \u00e8 per\u00f2 un altro punto importante, ovvero la differenza che c\u2019\u00e8 tra il ridere e il sorridere. La risata pu\u00f2 essere grassa, sincera, sguaiata, rumorosa; pu\u00f2 essere liberatoria, cio\u00e8 proprio far bene alla salute, nell\u2019aiutare a \u00abbuttar fuori\u00bb quello che fa male o che inquieta \u00abdentro\u00bb. Il sorriso invece non \u00e8 mai n\u00e9 sguaiato n\u00e9 rumoroso, \u00e8 sempre un fatto intimo, frutto di riflessione a volte anche profonda.<br \/>\nInsomma, semplificando, la risata viene dalla pancia, il sorriso dal cervello e come tale richiede un esercizio di riflessione e di intelligenza complesso; possiamo anche dire che la risata \u00e8 spontanea, mentre il sorriso \u00e8 il frutto di una scelta.<br \/>\n\u00c8 importante capire che con le vignette, i calendari, i cartoni animati, siamo nel campo del sorriso e non della risata. Infatti, i problemi di cui si parla (malattie gravi, disabilit\u00e0, persone che stanno male e che soffrono) presi in s\u00e9 sono pesanti, delicati, spesso drammatici.<br \/>\nPerch\u00e9 allora sorridere di tutto ci\u00f2? Perch\u00e9 per farlo ci vogliono appunto la riflessione e l\u2019intelligenza. E dopo il primo impatto \u00absimpatico\u00bb, \u00abdivertente\u00bb, sono la riflessione e l\u2019intelligenza che aiutano a formarsi un\u2019idea precisa sui problemi che si stanno esponendo.<br \/>\nIn poche parole: la risata \u00e8 come un\u2019ubriacatura che fa star bene, ma poi passa e spesso ci si dimentica di quello che si \u00e8 fatto e visto durante la sbornia. Il sorriso resta e dapprima fa riflettere sulla battuta del disegno o del cartone animato, poi su \u00abquello che c\u2019\u00e8 sotto\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In che modo alcune opere riescono a creare e proporre un \u201cimmaginario\u201d inclusivo? Quali sono i limiti e le criticit\u00e0 principali della rappresentazione cinematografica della disabilit\u00e0? 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