{"id":4522,"date":"2025-09-19T09:46:07","date_gmt":"2025-09-19T07:46:07","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4522"},"modified":"2025-09-29T12:45:43","modified_gmt":"2025-09-29T10:45:43","slug":"5-lautonomia-e-una-costruzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4522","title":{"rendered":"5. L\u2019autonomia \u00e8 una costruzione"},"content":{"rendered":"<p class=\"p2\">A cura di Giovanna Di Pasquale<\/p>\n<p class=\"p3\">Intervista a Carlo Lepri, psicologo ed ocente di Psicologia delle risorse umane, Facolt\u00e0 di Scienze della Formazione, Universit\u00e0 di Genova.<\/p>\n<p class=\"p3\"><strong>In quale modo i progetti e le esperienze di residenzialit\u00e0 autonoma di persone con disabilit\u00e0 sono espressione anche di un cambiamento culturale nell\u2019immagine della disabilit\u00e0?<\/strong> <strong>Nella situazione attuale in cui l\u2019integrazione, riprendendo una tua riflessione, \u00e8 spesso\u201cindifesa\u201d ,come interpretare questi segnali?<br \/>\n<\/strong>Le esperienze per l\u2019integrazione degli anni \u201970 e \u201980 fino a met\u00e0 degli anni \u201990 sono state, per chi le ha vissute direttamente, un qualcosa che ha colorato il modo di vedere il mondo, insieme a un po\u2019 di idealismo o ideologia a seconda dei punti di vista. Credo che, avendo vissuto quel periodo molto \u201ceroico\u201d, il rischio sia quello di cogliere la realt\u00e0 dalla fine degli anni \u201990 ad oggi come connotata da una rimessa in discussione delle conquiste, non tanto per un attacco preordinato ma proprio per come sono andate le cose nella politica, nell\u2019economia e in generale nella societ\u00e0.<br \/>\nTutte le grandi leggi a cui facciamo ancora riferimento oggi e che hanno rappresentato dei punti alti nella salvaguardia dei diritti delle persone sono leggi datate dagli anni \u201990, la Legge quadro n.104, la Legge 381 sulla cooperazione sociale, la Legge 328 sui servizi sociali.<br \/>\nTutte leggi promulgate in quegli anni come se fossero un punto di arrivo di una serie di battaglie, di lotte, che si sono portate avanti sul territorio.<br \/>\nDa quel momento ci siamo dovuti difendere, la fatica \u00e8 sempre stata quella di rintuzzare i tentativi di modificare una legge, tagliare un diritto, contrastare un taglio per la scuola, il lavoro, ecc.<br \/>\nPu\u00f2 prevalere per questo una visione \u201cnegativista\u201d che enfatizza tutte le cose che non vanno, una visione un po\u2019 pessimista dei processi in atto. Credo per\u00f2 che questo atteggiamento sia anche un po\u2019 un rischio che corrono gli operatori che, come me, vengono da storie lontane dove effettivamente le battaglie per l\u2019integrazione sono state sempre caratterizzate da risultati positivi, di evoluzione verso qualcosa di nuovo.<br \/>\nOra questo quadro pu\u00f2 portare a non vedere come il lavoro e i passi avanti che si sono fatti in questi decenni stiano comunque continuando a vivere e a germogliare.<br \/>\nQuesto fatto di avere esperienze anche diverse che partono dal pubblico o dall\u2019associazionismo delle famiglie che si stanno presentando sul tema della vita, mi pare che sia la testimonianza che, nonostante le fatiche degli ultimi anni, questo processo \u00e8 andato avanti e si continuano a vedere dei risultati anche molto importanti. Credo che tutto quello che \u00e8 stato fatto per l\u2019integrazione a scuola, nel mondo del lavoro, per l\u2019integrazione sociale, stia dando frutti anche per l\u2019integrazione che riguarda la possibilit\u00e0 di avere una vita autonoma.<br \/>\nCredo poi che abbia contato molto tutto il percorso che c\u2019\u00e8 stato sul \u201cdopo di noi\u201d.<br \/>\nC\u2019\u00e8 stata una sorta di apprendimento che le famiglie e le associazioni hanno fatto su questo tema che \u00e8 comparso sulla scena sociale in modo quasi inaspettato. Vivendo le esperienze di integrazione, le famiglie a un certo punto si sono rese conto di non essere eterne, e che dovevano immaginare questi percorsi di integrazione anche al di l\u00e0 delle loro persone e presenze. Da qui nasce tutto il movimento intorno al \u201cdopo di noi\u201d che poi ha avuto una sorta di ulteriore riflessione che ha portato alla fase attuale che possiamo chiamare del \u201cdurante noi\u201d.<br \/>\nMolti genitori hanno capito che non si trattava solo di ragionare nei termini di \u201cquando non ci sar\u00f2 pi\u00f9\u201d ma \u201cdi che cosa posso fare io adesso\u201d perch\u00e9 quando non ci sar\u00f2 pi\u00f9 mio figlio, mia figlia disabile possa avere una vita dignitosa e possa vivere in modo integrato con gli altri.<br \/>\nDa queste considerazioni sono nate le riflessioni pi\u00f9 interessanti sul tema della vita autonoma cui \u00e8 legato anche lo strumento dell\u2019amministratore di sostegno.<\/p>\n<p class=\"p3\"><strong>La prospettiva di una vita autonoma richiede un lavoro di accompagnamento e sostegno alle famiglie, un percorso che aiuti a riformulare i legami alla luce di un distanziamento che riconosce le autonomie possibili e reciproche: quali gli aspetti su cui investire in questo lavoro con\/per le famiglie? Come aiutare i genitori a lasciar andare i propri figli?<br \/>\n<\/strong>Prima di tutto vorrei riprendere brevemente il mio pensiero intorno al concetto di autonomia, sottolineando come nessuno di noi \u00e8 mai completamente autonomo, neanche le persone pi\u00f9 fortunate, pi\u00f9 intelligenti&#8230; Tutti noi abbiamo bisogno degli altri, l\u2019autonomia \u00e8 quindi una dimensione relativa. L\u2019autonomia assoluta non solo \u00e8 molto difficile ad aversi ma pu\u00f2 arrivare addirittura a esprimere una posizione psicotica. L\u2019autonomia esiste sempre in relazione agli altri e sempre in relazione all\u2019aiuto che gli altri ti possono dare e che tu puoi dare agli altri, in questa reciprocit\u00e0.<br \/>\n\u00c8 quindi interessante ragionare in termini di autonomia ma di un\u2019autonomia relativa. Io non vedo un\u2019autonomia di serie A dove le persone raggiungono tutta una serie di obiettivi di vita autonoma e un\u2019autonomia di serie B dove ci sono altri che magari hanno sempre bisogno di essere aiutati, protetti. Piuttosto vedo l\u2019autonomia come una sorta di continuumdove ognuno si colloca a seconda della sua situazione e delle sue possibilit\u00e0.<br \/>\nIntendendo quindi l\u2019autonomia come una dimensione relativa e sempre relazionale mi sembra che la vita autonoma sia diventata un pensiero possibile per le famiglie proprio nel momento in cui le famiglie stesse si sono sentite accolte dalla comunit\u00e0.<br \/>\nQuesto processo \u00e8 cominciato quando l\u2019idea della persona disabile come fardello legato per sempre alla famiglia e di cui la famiglia deve occuparsi con dedizione assoluta, in modo totale \u00e8 stata un po\u2019 accantonata. Quando l\u2019idea del giudizio e della colpa \u00e8 un po\u2019 diminuita e sono aumentati i processi di accoglienza sempre legati all\u2019integrazione a scuola e alla visibilit\u00e0 sociale, quando la comunit\u00e0 ha cominciato a essere capace di pensare le famiglie nella loro specificit\u00e0.<br \/>\nDa quel momento credo che le famiglie siano diventate anche pi\u00f9 capaci di accompagnare i loro figli in una dimensione che prevede l\u2019adultit\u00e0. Non solo di accogliere il bambino o il malato ma di riconoscere la persona che diventer\u00e0 grande senza sentirsi in colpa rispetto all\u2019idea di poter immaginare i propri figli separati da s\u00e9.<br \/>\nSul piano psicologico, questo mi sembra un passaggio che ha aiutato le famiglie e su cui bisogna continuare a lavorare e a insistere. Accettare l\u2019idea che i propri figli diventino grandi, autonomi significa accettare l\u2019idea che i figli non abbiano pi\u00f9 bisogno di te o sempre meno bisogno di te. Questo non \u00e8 un pensiero facile per una famiglia che \u00e8 costretta a dedicare tutta se stessa alla cura e alla protezione di un figlio disabile, perch\u00e9 su questo \u00e8 giudicata dalla societ\u00e0, dalla comunit\u00e0 in cui \u00e8 inserita.<br \/>\nNella consuetudine esiste l\u2019idea che il distanziamento tra genitori e figli avviene nell\u2019adolescenza, a volte anche in modo traumatico, ed \u00e8 prevalente la tendenza dei figli a distanziarsi dai genitori piuttosto che viceversa. \u00c8 abbastanza innaturale che il genitore tenda a distanziare il figlio, \u00e8 molto pi\u00f9 ovvio che a un certo punto il figlio pretenda la sua autonomia. Per le persone con disabilit\u00e0, soprattutto con disabilit\u00e0 intellettiva dove c\u2019\u00e8 una debolezza maggiore in questi processi di auto-rappresentazione e autostima, si presenta quasi una sorta di innaturalit\u00e0 dove sono i genitori che devono farsi violenza per distanziare i propri figli e proiettarli verso una vita pi\u00f9 autonoma. Questo aspetto non \u00e8 da sottovalutare, ci vuole un accompagnamento forte alle famiglie per aiutarle in questo processo. C\u2019\u00e8 un bellissimo pezzo di Primo Levi in cui racconta dei molti modi che hanno gli animali per rendere autonomi i loro piccoli quando li vedono pronti.<br \/>\nC\u2019\u00e8 l\u2019orsa che sale sull\u2019albero e il piccolo orso non \u00e8 capace di salire per cui a un certo punto si allontana sempre pi\u00f9 fino ad andare via da solo. Ora non voglio dire che le famiglie devono arrivare a questo punto ma certamente, affinch\u00e9 sia possibile pensare di lasciare andare un figlio disabile senza sentirsi oppressi dalla colpa, occorre che le famiglie si sentano accompagnate.<\/p>\n<p><strong>Vivere da soli, in casa propria: \u00e8 questa una possibilit\u00e0 per tutti? Quali criteri seguire nella scelta delle persone? Nella valutazione dei progetti per la vita indipendente quali aspetti devono essere tenuti in conto per la realizzazione concreta di queste possibilit\u00e0?<\/strong>L\u2019autonomia non \u00e8 qualcosa che compare improvvisamente, la capacit\u00e0 di vivere al di fuori della famiglia non \u00e8 qualcosa che compare quando una persona compie 25 anni. \u00c8, invece, una costruzione. Non si pu\u00f2 pensare che una persona sia capace di sperimentare responsabilmente l\u2019autonomia se non si \u00e8 cimentata nel tempo e durante le varie et\u00e0 anagrafiche con il tema delle autonomie. Questo \u00e8 anche un modo di leggere chi \u00e8 pronto e chi non lo \u00e8. Se una famiglia ha avuto la possibilit\u00e0 di sperimentarsi con l\u2019autonomia in modo progressivo con il proprio figlio disabile pu\u00f2 essere in grado di reggerne l\u2019allontanarsi, ma se non si sono fatte certe esperienze e improvvisamente viene proposto di essere autonomo non solo la persona non sar\u00e0 in grado ma correremo anche il rischio di spaventarla, di metterla seriamente in difficolt\u00e0.<br \/>\nInsomma, l\u2019autonomia non \u00e8 una condizione biologica o occasionale ma una dimensione (costruzione) che non si impara se non sperimentandola, provandola.<br \/>\nNon si pu\u00f2 fare la scuola dell\u2019autonomia separandola dalla realt\u00e0 e dall\u2019esperienza, non si pu\u00f2 insegnare a prendere l\u2019autobus dentro al Centro Diurno come si faceva negli anni \u201970 pensando che poi la persona sappia compiere quell\u2019azione fuori e sia capace di prendere l\u2019autobus per davvero. L\u2019autobus lo impari a prendere\u2026 prendendo l\u2019autobus e anche rischiando un po\u2019.<br \/>\nImmaginare delle persone disabili (parlo in particolare delle persone con disabilit\u00e0 intellettiva) che riescono a vivere autonomamente o abbastanza autonomamente nel mondo degli adulti senza che ci siano stati dei precedenti di esperienze \u00e8 un\u2019illusione e direi che \u00e8 anche un po\u2019 pericoloso.<br \/>\nNon \u00e8 un caso che le esperienze pi\u00f9 interessanti di vita autonoma siano state possibili con giovani disabili che avevano gi\u00e0 acquisito una serie di competenze sociali molto importanti, quasi tutti lavorano, quasi tutti hanno una vita di confronto con la responsabilit\u00e0 e con il diventare adulti. L\u2019andare a vivere da soli diventa una sorta di ultimo obiettivo che comporta molti altri passaggi precedenti.<br \/>\nOccorre stare molto attenti ai meccanismi di emulazione che possono scattare fra le famiglie e anche per questo motivo credo che in questo tipo di valutazione occorra anche la presenza di un terzo \u201cneutrale\u201d che non sia n\u00e9 la famiglia n\u00e9 la persona disabile e che possa dare una valutazione pi\u00f9 oggettiva, che conosca la situazione e possa certificare fra virgolette a che punto \u00e8 questo percorso verso l\u2019autonomia. Senza questa mediazione si pu\u00f2 oscillare pi\u00f9 facilmente fra la paura che impedisce le esperienze, molto frequente, o l\u2019incoscienza che pu\u00f2 portare a buttarsi nelle situazioni senza essere pronti.<\/p>\n<p class=\"p3\"><strong>Rileggendo le esperienze di qualit\u00e0 emergono delle indicazioni in merito al rapporto tra il ruolo del pubblico, del privato sociale, del privato\u201cpuro\u201dper la costruzione di un modello organizzativo e che sia sostenibile nel lungo periodo?<br \/>\n<\/strong>Io credo molto a questa presenza terza tecnica, in un qualche modo istituzionale, che non \u00e8 una presenza neutra giudicante ma ovviamente \u00e8 un mediatore capace di riassumere con le sue competenze e la sua coscienza una valutazione sul punto in cui la persona \u00e8 nel suo percorso di sviluppo verso l\u2019autonomia. \u00c8 un ruolo necessario per rendere meno emozionale la scelta.<br \/>\nCredo anche molto nel ruolo del pubblico non tanto come gestore, fra l\u2019altro oggi sempre meno possibile in termini di sostenibilit\u00e0, ma come garante di questi processi. \u00c8 un modo con cui la collettivit\u00e0 si rende responsabilit\u00e0 di fronte alla continuit\u00e0 che questi percorsi devono avere: se si avvia un processo di questo tipo le famiglie e le associazioni non possono essere lasciate sole a sostenerlo anche nel tempo. Occorre un sistema di protezione che va dall\u2019amministratore di sostegno alla presenza dei servizi e alla predisposizione di strumenti giuridici mirati che possono garantire la continuit\u00e0 delle esperienze di autonomia. In questo il ruolo del pubblico \u00e8 fondamentale. Un pubblico che si fa anche carico di garantire una socialit\u00e0 intorno a queste esperienze in modo che la comunit\u00e0 si senta coinvolta e toccata da queste presenze.<br \/>\nLa spinta nasce quasi sempre dalle famiglie ma occorre che ci siano tecnici che supportino in modo \u201cscientifico\u201d questi processi e ci vuole un ruolo del pubblico inteso come istituzioni che attraverso una visione politica garantiscano sostenibilit\u00e0, continuit\u00e0 e socialit\u00e0 a queste esperienze.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A cura di Giovanna Di Pasquale Intervista a Carlo Lepri, psicologo ed ocente di Psicologia delle risorse umane, Facolt\u00e0 di Scienze della Formazione, Universit\u00e0 di Genova. In quale modo i progetti e le esperienze di residenzialit\u00e0 autonoma di persone con disabilit\u00e0 sono espressione anche di un cambiamento culturale nell\u2019immagine della disabilit\u00e0? 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