{"id":4535,"date":"2025-09-19T10:59:25","date_gmt":"2025-09-19T08:59:25","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4535"},"modified":"2025-09-29T12:44:57","modified_gmt":"2025-09-29T10:44:57","slug":"2-la-riabilitazione-su-base-comunitaria-per-le-persone-disabili-della-mongolia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=4535","title":{"rendered":"2. La riabilitazione su base comunitaria per le persone disabili della Mongolia"},"content":{"rendered":"<p>Essere disabili in un Paese in via di sviluppo non \u00e8 facile e se questo Paese \u00e8 la Mongolia, grande 5 volte l\u2019Italia, con una popolazione al di sotto dei 3.000.000 di abitanti e un clima estremamente rigido freddo per la maggior parte dell\u2019anno, allora le complicazioni aumentano.<br \/>\nDa 23 anni l\u2019Ong italiana Aifo (Associazione italiana Amici di Raoul Follereau) lavora in collaborazione con il governo locale per migliorare le condizioni di vita delle persone svantaggiate attraverso il metodo della riabilitazione su base comunitaria (rbc), una strategia che assegna alla persona disabile un ruolo attivo nella propria emancipazione, e che richiede una partecipazione diversa alla comunit\u00e0 che lo circonda (familiari e amici, ma anche dottori e tecnici).<br \/>\nPer capire come funziona questo tipo di riabilitazione e conoscere la storie delle persone coinvolte, abbiamo intrapreso un lungo viaggio che ci ha portato dalla vivace capitale Ulaan Baatar a Uliastaj, capoluogo dello Zavhan, una remota regione nord occidentale ancora sospesa tra un passato immutabile e il nuovo che bussa, con discrezione ma ripetutamente, alle sue porte.<\/p>\n<p><strong>Una corona di gher<br \/>\n<\/strong>La prima persona che incontriamo a Ulaan Baatar \u00e8 Bayaraa. Dall\u2019hotel in cui alloggiamo, proprio nel centro citt\u00e0, per arrivare nella periferia povera dove abita Bayaraa ci mettiamo almeno 40 minuti per coprire una distanza di pochi chilometri. Il traffico in questa citt\u00e0 \u00e8 totalmente fuori controllo: \u00e8 il traffico di una citt\u00e0 dinamica, piena di giovani, una citt\u00e0 in grande espansione che ha visto la sua popolazione triplicare nell\u2019arco di un ventennio. Quasi un milione e mezzo di abitanti, pi\u00f9 della met\u00e0 dell\u2019intera popolazione mongola, e la crescita non si arresta.<br \/>\nAlberto Moravia, negli articoli di viaggio che scriveva per il \u201cCorriere della Sera\u201d, \u00e8 passato anche di qua (Il grande Genghis-Kahn \u00e8 stato tradito dai mongoli, \u201cCorriere della Sera\u201d, 17 ottobre 1976): descriveva una citt\u00e0 costruita secondo i canoni architettonici \u201cburocratico-sovietici\u201d e parlava di una societ\u00e0 che lentamente si stava industrializzando e abbandonava cos\u00ec la vita nomade. Guardando oggi questa citt\u00e0, rimarrebbe stupito del rapido mutamento che si \u00e8 manifestato in essa: dal 1991, anno in cui \u00e8 finita l\u2019epoca socialista in Mongolia, il libero mercato \u00e8 dilagato, creando da una parte nuove opportunit\u00e0 ma, dall\u2019altra, accentuando il divario tra chi ha e chi non ha.<br \/>\n\u00c8 in questi ultimi anni che la Mongolia sta conoscendo uno sviluppo economico incredibile (il Pil nel 2011 \u00e8 cresciuto del 17,5%, nel 2012 del 11,2%, nel 2013 del 16,8%), un aumento derivante dalle attivit\u00e0 delle sue miniere di rame, oro e carbone, che sono tra le pi\u00f9 grandi del mondo e che le hanno procurato il nomignolo di \u201cMine-Golia\u201d.<br \/>\nLa citt\u00e0 quindi cresce ma in modo non omogeneo; continuano a essere costruiti palazzi di 7-10 piani nelle zone della media periferia e grattacieli in centro, ma mancano le infrastrutture: le strade non sono sempre asfaltate, i marciapiedi sono mancanti o in cattive condizioni, i trasporti pubblici sono assicurati da taxi e autobus sgangherati. Manca il verde pubblico, ma sentire questa parola fa sorridere quando la si riferisce a una citt\u00e0 circondata da maestose colline completamente disabitate, oltre le quali si estende uno spazio verde, smisurato e vuoto.<br \/>\nLa citt\u00e0 di Ulaan Baatar ha varie fisionomie: a quella vecchia del periodo socialista, con i suoi casermoni tristi \u2013 la tipica architettura residenziale sovietica che noi europei conosciamo bene \u2013, seguono le nuove costruzioni pensate per la borghesia emergente mongola; poi ci sono i quartieri meno abbienti costituiti da basse case di legno con i tetti dai colori vivaci. Ma ci\u00f2 che colpisce di questa citt\u00e0, almeno per quanto riguarda la sua architettura, sono i quartieri che la coronano, che qui vengono chiamati gher district. I mongoli, nomadi di tradizione, non hanno certo abbandonato le loro tende (la gher appunto o yurta in russo), economiche \u2013 soprattutto se si va a vivere in citt\u00e0 \u2013 e particolarmente adatte al rigido clima locale. Cos\u00ec nel corso del tempo si sono formati dei vasti quartieri fatti di tende bianche di forma circolare. Queste abitazioni per\u00f2 non sono fornite di acqua, luce e gas; non hanno i bagni interni e le strade per raggiungerle sono delle salite di terra battuta. Certo rimane, per chi vi abita, il panorama, un panorama meraviglioso che spazia su questa ampia citt\u00e0 che si snoda per il lungo su di un altopiano a 1.350 metri d\u2019altitudine.<br \/>\n\u00c8 qui, in una di queste tende, che troviamo Bayaraa. Ci aspetta sorridente, muovendosi con un passo incespicante nel cortiletto polveroso della sua gher inerpicata su per la collina.<br \/>\nIl cortiletto \u00e8 recintato da assi di legno e chiuso da un cancello di metallo colorato di azzurro, dove non \u00e8 arrugginito, e in buona parte coperto dal simbolo circolare dello yin e dello yang. Ci aspetta sorridendo e muovendosi con fatica ci invita a entrare nella sua tenda. Si muove cos\u00ec a causa di un incidente sul lavoro che ha avuto qualche anno fa.<br \/>\nLa fine del servizio militare ha coinciso per lui con la fine dell\u2019epoca socialista in Mongolia ed \u00e8 a partire dagli inizi degli anni \u201990 che nel Paese \u00e8 accaduto quello che si \u00e8 verificato in molti Paesi socialisti dopo la fine del regime sovietico. Fine del lavoro e della casa assicurati, fine dell\u2019assistenza sanitaria gratuita, limiti all\u2019educazione e alla formazione dei giovani (Morris Rossabi, Modern Mongolia, University of California Press, 2005), ma \u00e8 anche vero che in Mongolia, come in altri Paesi socialisti, tutti questi servizi erano assicurati in modo non adeguato.<\/p>\n<p><strong>Bayaraa che pittura sul feltro<\/strong><br \/>\nBayaraa, un uomo sposato con tre figli, deve trovare assolutamente un lavoro, un lavoro qualsiasi, e lo trova come carpentiere. Ma fare il muratore comporta anche dei rischi in un Paese privo di regole ed \u00e8 cos\u00ec che, cadendo da un tetto, Bayaraa si ritrova con la spina dorsale spezzata. Viene ricoverato in ospedale e gli prospettano un\u2019operazione per inserire dei perni metallici nella spina dorsale. I medici gli dicono che si possono utilizzare perni diversi la cui flessibilit\u00e0 dipende dal prezzo: pi\u00f9 un perno \u00e8 flessibile e pi\u00f9 \u00e8 probabile che Bayaraa possa ritornare, se non a correre, per lo meno a camminare. \u201cEro molto depresso in ospedale&#8230;\u201d ricorda Bayaraa \u201cChiesi addirittura al medico di finirmi con un\u2019iniezione, ma lui non volle\u201d.<br \/>\nAnche i soldi sono un problema, ma grazie agli ex compagni di classe la somma necessaria per l\u2019operazione viene trovata e lui torna a camminare, con difficolt\u00e0 ma cammina, usando talvolta le stampelle o la sedia a rotelle.<br \/>\nCon il tempo riacquista fiducia e decide di riprendere a lavorare; diventa un disegnatore su feltro copiando, sulla lana grezza, dei disegni tradizionali che poi vengono impressi tramite un\u2019apparecchiatura termoelettrica. La sua attivit\u00e0 ha successo; vende dei prodotti, partecipa, vincendo, ad alcune esibizioni artigianali locali ma, per poter decollare, ha bisogno di un credito consistente. \u201cVenni a sapere da altre persone disabili che si potevano presentare dei progetti ad Aifo, ci provai e ottenni un finanziamento. Ma conoscendo meglio questa realt\u00e0 e le persone che ne facevano parte mi resi conto che potevo ricevere altre cose che non fossero soldi. Parlando con altri disabili e con le persone del gruppo di riabilitazione su base comunitaria, mi resi conto di come sia difficile essere disabile in Mongolia\u201d.<br \/>\nDopo un periodo di formazione diventa lui stesso un animatore di un gruppo di autoaiuto per persone disabili, finalizzato a promuovere i loro diritti. \u201cC\u2019\u00e8 una grande differenza tra una persona disabile isolata e una organizzata, inserita in una rete di contatti. Io dalla rete non ricevo solo soldi ma opportunit\u00e0 di formazione, informazioni e soprattutto si creano relazioni con gli altri: qui sta la differenza\u201d.<\/p>\n<p><strong>Uliastaj, la citt\u00e0 sospesa<br \/>\n<\/strong>Se nella capitale le occasioni e le possibilit\u00e0 sono sempre pi\u00f9 frequenti \u2013 e lo sono anche per le persone disabili \u2013, fuori da Ulaan Baatar \u00e8 tutta un\u2019altra storia.<br \/>\nPer raggiungere la regione (aimag) dello Zavhan occorre percorrere circa 1.200 chilometri, di cui solo la prima met\u00e0 su strada asfaltata, il resto su piste di ghiaia o erba che cambiano a seconda delle piogge o delle frane. Le poche macchine che si incrociano si fermano spesso per permettere ai conducenti di scambiarsi informazioni sulla strada che li aspetta poco dopo e decidere quale pista scegliere. Ci impieghiamo tre giorni di jeep per arrivare a Uliastaj. Fuori Uliastaj non c\u2019\u00e8 niente, al suo interno c\u2019\u00e8 poco.<br \/>\nPer chilometri e chilometri, prima di arrivare nella cittadina, non si incontrano villaggi (bag) o case, ma solo delle gher isolate poste vicino ai corsi d\u2019acqua e circondate da greggi e mandrie. Si percorre una stretta vallata; poi, all\u2019improvviso, si apre una pianura attraversata da decine di rivoli d\u2019acqua e al termine della pianura, in posizione sopraelevata, si presenta Uliastaj che, per i suoi 16.000 abitanti, occupa un\u2019area molto vasta. Gli edifici in muratura, per lo pi\u00f9 scuole, ospedale, uffici comunali, raramente superano i tre piani, mentre la grande maggioranza delle abitazioni sono case di legno a due piani dai tetti colorati con le immancabili tende circolari.<br \/>\nI recinti, fatti di assi di legno poste in verticale, sono alti e garantiscono una certa riservatezza; il cancello, di solito metallico, \u00e8 decorato con dei simboli tradizionali mongoli e, dopo averlo oltrepassato, ci si trova di fronte una casetta di legno o una gher oppure una costruzione bassa in muratura; a volte i tipi di abitazioni possono essere compresenti a seconda della ricchezza delle famiglie e del nu-<br \/>\nmero dei loro componenti. Una baracca isolata di legno funziona come gabinetto per tutto il nucleo familiare.<br \/>\nIn citt\u00e0 si ricominciano a vedere le strade asfaltate; non sono molte, seguono le vie principali della parte centrale di Uliastaj; non appena si esce da questa zona ritornano per\u00f2 le immancabili strade malmesse, con le buche, i forti pendii e il fango.<br \/>\nDavanti al nostro hotel la strada \u00e8 asfaltata e poco distante, di fronte al liceo, ci appare la statua di un lottatore in posizione di attacco; i lottatori sono molto ammirati in tutta la Mongolia e spesso ai grandi campioni viene dedicata una statua.<br \/>\nA meno di un chilometro dall\u2019hotel, su per la collina, si intravede lo stupa, il tempio buddista: sulla sommit\u00e0 le caratteristiche costruzioni a punta sono allineate e al loro interno contengono la statua di una divinit\u00e0 con lo sguardo rivolto alla valle.<br \/>\nSiamo a 1.753 metri d\u2019altezza e la luce e l\u2019aria sono quelle tipiche della montagna. Questa cittadina non offre molto ai suoi abitanti: la sera i ragazzi si ritrovano in qualche locale di karaoke, fuori le strade sono poco o per niente illuminate.<br \/>\nDi giorno il luogo \u00e8 pi\u00f9 animato, parecchia gente lavora per strada, c\u2019\u00e8 un certo fervore, si costruiscono nuove case, si rifanno i marciapiedi, si sta addirittura costruendo un\u2019area verde all\u2019entrata principale della cittadina. Tutto questo movimento \u00e8 dovuto al fatto che, tra un paio di settimane, si festeggeranno i 90 anni dalla creazione di questo aimag.<\/p>\n<p><strong>Demchigsuren, un medico che non si limita a tagliare<br \/>\n<\/strong>Il primo incontro lo abbiamo con Demchigsuren, medico chirurgo, esperto in riabilitazione su base comunitaria, responsabile del Dipartimento alla salute dell\u2019intero aimag. Fra i suoi compiti rientra anche quello dell\u2019integrazione delle persone disabili e questo \u2013 in un territorio pi\u00f9 ampio di Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna prese assieme ma con solo 76.000 abitanti \u2013 comporta seri problemi<br \/>\nlogistici.<br \/>\nSecondo i dati del Ministero alla Salute mongolo risalenti al 2010, i disabili nell\u2019intero Paese sono pi\u00f9 di 100.000 (circa il 3,8% dell\u2019intera popolazione) di cui, secondo i dati dell\u2019Associazione nazionale delle Ong che si occupano di disabilit\u00e0 nel Paese, pi\u00f9 del 70% nel 2009 vivevano sotto la soglia della povert\u00e0 contro una media nazionale del 27,4%, dato questo della Banca Mondiale e aggiornato al 2012.<br \/>\nLa Mongolia ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilit\u00e0 fin dal 2008 e questo implica la necessit\u00e0 di considerare il tema non solo secondo una logica assistenziale ma anche come difesa dei diritti civili delle persone disabili (diritto al lavoro, al benessere, ecc.). Nel Paese non esiste ancora una legge specificamente dedicata alle persone disabili e l\u2019atteggiamento culturale della popolazione in generale \u00e8 ancora arretrato, soprattutto fuori dai centri urbani, dove la disabilit\u00e0 viene vissuta come una forma di punizione per qualcosa accaduto nelle vite precedenti o addirittura come una malattia contagiosa. La riabilitazione su base comunitaria lavora sulla sensibilizzazione dei cittadini e dei tecnici coinvolti e questo vale anche per i medici: \u201cSono medico dal 1991\u201d afferma<br \/>\nDemchigsuren \u201cma sono venuto a conoscenza della riabilitazione su base comunitaria solo nel 1996. Dopo quella data l\u2019idea che avevo del mio lavoro \u00e8 molto cambiata. Prima mi limitavo ad amputare una gamba o un braccio nel modo migliore possibile; adesso lavoro sulla persona dopo che \u00e8 stata operata, per fare in modo che ritorni a vivere il pi\u00f9 normalmente possibile\u201d. Ha anche una storia da raccontare, quella di un ragazzo che ha perso una gamba in seguito a un incidente stradale e che ha accompagnato nel suo percorso di riabilitazione. \u201cSe un paziente accetta la protesi \u00e8 gi\u00e0 un passo importante; purtroppo non succede sempre cos\u00ec e la protesi che proponiamo a volte non viene usata\u201d. Nel caso del<br \/>\ngiovane l\u2019epilogo \u00e8 stato diverso, dato che ha trovato lavoro come autista di taxi.<br \/>\nAl momento dell\u2019assunzione gli hanno richiesto un certificato di salute. Ricorda Demchigsuren: \u201cQuando questo ragazzo \u00e8 tornato da me chiedendomi il certificato ero in forte imbarazzo&#8230; Come avrei potuto attestare la sua salute se gli mancava un arto? Del resto lui usava la protesi in un modo tale che nessuno avrebbe capito che era un amputato e allora ho deciso di firmare questo documento per-<br \/>\nch\u00e9 lui adesso era realmente di \u2018sana e robusta costituzione\u2019\u201d.<\/p>\n<p><strong>Myagmarsuren rivendica i suoi diritti<\/strong><br \/>\nLa presa di coscienza di una persona disabile dei propri diritti e della possibilit\u00e0 di vivere come gli altri \u00e8 strettamente connessa alle attivit\u00e0 di riabilitazione su base comunitaria, come dimostra la storia di Myagmarsuren, una giovane infermiera dell\u2019ospedale locale che incontriamo nel pomeriggio; ci accoglie nella sua gher di fianco a quella pi\u00f9 ampia dei suoi genitori. Dopo un po\u2019 che si frequentano le gher, si impara a riconoscerne anche gli abitanti, come quando entri in un appartamento e dall\u2019arredamento e dall\u2019atmosfera generale capisci qualcosa sui suoi proprietari: cos\u00ec \u00e8 anche per le gher: con un colpo d\u2019occhio capisci subito se sono tende abitate da singoli o da famiglie, se ci sono vecchi o bambini, se chi vi abita \u00e8 felice o triste. Myagmarsuren lavora allo sportello informazioni dell\u2019ospedale dal 2006, ha una disabilit\u00e0 fisica ma si muove senza ausili. \u201cConosco Aifo e la riabilitazione su base comunitaria dal 2009 e frequento il gruppo locale solo sporadicamente. La finalit\u00e0 prioritaria di questo programma \u00e8 quella di aumentare le nostre conoscenze e di farci vivere come le altre persone. Soprattutto per le persone che hanno problemi di mobilit\u00e0 queste conoscenze diventano importanti per rivendicare i propri diritti\u201d. Di recente ha avuto un problema in ospedale perch\u00e9, in accordo con la legge sul lavoro che permette alle persone disabili di fare servizio solo per 6 ore, ha chiesto una riduzione dell\u2019orario, cosa che ha poi otte-<br \/>\nnuto, non senza incontrare inizialmente delle difficolt\u00e0.<br \/>\nAnche in Mongolia, come nel resto del mondo, essere disabile ed essere donna comporta uno svantaggio aggiuntivo. Le donne disabili hanno minori probabilit\u00e0 di sposarsi, di trovare un lavoro e sono a rischio di subire violenza in una societ\u00e0 che negli ultimi anni ha visto aumentare, soprattutto nelle citt\u00e0, il problema dell\u2019alcolismo e della violenza domestica.<br \/>\nDal Giappone e dalla Corea del sud esiste una tratta di donne, anche disabili, che finiscono in quei Paesi come donne di servizio o addirittura come prostitute.<\/p>\n<p><strong>La dolce casa di Udval e Munhbaatar<\/strong><br \/>\nNel pomeriggio visitiamo il centro commerciale cittadino che qui si traduce in un dimesso edificio di due piani e con un altro piano interrato. Al secondo piano i negozi sono delle stanzine separate da alcuni teli le une dalle altre; le stanzine occupano i 4 lati del piano e anche la parte centrale. Si vendono vestiti, bigiotteria, per lo pi\u00f9 sono prodotti importati dalla Cina; un solo negozio in fondo si distingue dagli altri per via delle sue pareti di vetro: \u00e8 un ambulatorio veterinario.<br \/>\nGli alimentari si vendono nei piani bassi e, in particolare, nel piano interrato si trova la macelleria, diversissima da quella cui siamo abituati. Qui gli animali si vedono squartati, ridotti a pezzi, vengono offerti crudamente al compratore. Cos\u00ec il cervello dell\u2019agnello o di mucca viene presentato direttamente dalla testa spaccata dell\u2019animale. Negli angoli si accumulano le corna e i crani vuoti di altri ani-<br \/>\nmali.<br \/>\n\u00c8 al secondo piano che conosciamo Udval, una giovane donna disabile, intenta a vendere dei vestiti, bigiotterie e altri oggetti artigianali nel suo minuscolo negozio delimitato dai teli leggeri. Non \u00e8 possibile fare l\u2019intervista per via della gente che passa di continuo e degli spazi ristretti, cos\u00ec ci invita a casa sua.<br \/>\nRaggiungiamo una casetta di legno a un piano composta solo da due stanzette, arredate in modo semplice e rese allegre dai tappeti colorati posti per terra o appesi alle pareti. Udval aspetta il terzo figlio, sorride soddisfatta e dice: \u201dSono contenta della mia vita, sono molto orgogliosa del mio lavoro e della mia famiglia\u201d. Dopo avere frequentato una scuola professionale \u00e8 diventata sarta e ha aperto il negozio: \u201cCompro il materiale che mi serve dalla Cina, i miei parenti mi aiutano nell\u2019acquisto. Anche i coordinatori del gruppo di riabilitazione su base comunitaria locale mi forniscono un sostegno; se non capisco bene quello che mi dicono allora me lo rispiegano. Mi danno informazioni su dove posso esporre la mia merce e altre opportunit\u00e0\u201d. Suo marito, Munhbaatar, \u00e8 sordo e tra di loro co-<br \/>\nmunicano con il linguaggio dei segni; lei stessa ci fa da interprete. \u201cFino a qualche anno fa facevo il falegname, poi ho perso il pollice per via di un incidente e ora aiuto mia moglie nella sua attivit\u00e0\u201d.<br \/>\nOramai la luce comincia a essere scarsa dentro la casetta di legno; Udal e Muhnbaatar sorridono sempre, anzi lei si mette a ridere quando, alla domanda di quando si siano sposati, lui sbaglia l\u2019anno. Alla mia successiva domanda, in cui chiedo cosa cambierebbero della loro vita con un colpo di bacchetta magica, non rispondono subito, si guardano perplessi, sembra quasi che non comprendano il mio quesito; comunque alle fine dicono che non cambierebbero nulla, perch\u00e9 va tutto bene.<\/p>\n<p><strong>Le mamme dello Zavhan al training<\/strong><br \/>\nIl giorno dopo abbiamo l\u2019incontro pi\u00f9 importante: \u00e8 un incontro di gruppo.<br \/>\nIn un edificio di tre piani appena ultimato sorge il \u201cCentro di riabilitazione per bambini disabili\u201d, proprio accanto al Dipartimento alla salute dell\u2019aimag. Tutti e due gli edifici hanno qualcosa di incompleto, sar\u00e0 forse per la strada asfaltata di fronte (una delle poche della cittadina) ma ancora mancante dei marciapiedi, o forse sar\u00e0 per i giardinetti appena allestiti e ancora incerti che chiss\u00e0 come saranno la prossima estate, dopo avere passato un inverno lungo che tocca spesso temperature di 40 gradi sotto lo zero. Ma noi arriviamo al Centro in una bella mattinata di sole; ci sono almeno 15 gradi che, con l\u2019aria secca di montagna, sembrano molti di pi\u00f9.<br \/>\nAl Centro di riabilitazione una quindicina di mamme con i loro bambini disabili vivono assieme da una settimana. Il training \u00e8 condotto da Galya, una fisiatra che ha iniziato a lavorare come medico tradizionale, ma che dal 1991, dopo un corso organizzato da Aifo, \u00e8 diventata un\u2019esperta di riabilitazione su base comunitaria.<br \/>\nL\u2019altra specialista \u00e8 Altantsetseg, che nel 1997 ha cominciato a lavorare come fisioterapista in un asilo per bambini con paralisi cerebrale infantile in Ulaan Baatar; nel 1999 ha seguito un training condotto da un indiano che le ha insegnato come fare riabilitazione con gli ausili costruiti usando del materiale locale (cotone, legno, ecc.).<br \/>\nLe madri assieme alle due specialiste parlano dei figli, dei loro problemi, si confrontano, cercando delle soluzioni, dandosi dei consigli. \u00c8 questo il modo di operare della riabilitazione su base comunitaria: un esperto educa, i partecipanti si confrontano e apprendono e, quando torneranno a casa, saranno loro stessi portatori di quelle tecniche e conoscenze che hanno appreso e che potranno raccontare ad altre persone che hanno gli stessi problemi. \u201cLe mamme spesso vengono da somon (comuni) distanti \u2013 spiega Galya \u2013 e non sanno niente di riabilitazione, quali esercizi fare e quali ausili usare; alcune di queste mamme ne hanno solo sentito parlare ma li praticano per la prima volta qui. Quando vedono che i loro bambini stanno meglio, capiscono che gli ausili ortopedici sono utili\u201d.<br \/>\nLe madri che sono arrivate alla settimana di formazione hanno in comune il fatto di avere dei bambini disabili. Provengono da varie parti della regione, anche a 250 km di distanza, e sono rimaste ospiti nel Centro, dove erano state adibite alcune camerette per loro. Sono di estrazione sociale diversa; alcune sono nomadi che vivono nelle gher, altre invece sono cittadine. I bambini hanno differenti disabilit\u00e0: c\u2019\u00e8 chi \u00e8 spastico, chi idrocefalo, c\u2019\u00e8 una bambina bionda con la Sindrome di Down. La madre del bambino spastico \u00e8 un pastore nomade dalla pelle scurissima, continua ad abbracciare e a baciare il figlio che lancia sguardi intelligenti a tutte le persone che gli stanno intorno. \u201cQuesta mamma\u201d ci racconta Galya \u201c\u00e8 molto attiva ed \u00e8 la prima volta che viene; ha chiesto degli aiuti ortopedici e vuole diventare trainer di altre madri per insegnare ad altri ci\u00f2 che ha imparato. Fino a oggi il figlio \u00e8 stato costretto a rimanere a casa, sdraiato sempre sul letto, ma adesso lo potr\u00e0 lasciare seduto su una sedia e potr\u00e0 uscire ad accudire gli animali con minore preoccupazione\u201d.<br \/>\n<strong><br \/>\n\u201cGli ausili li facciamo noi\u201d<\/strong><br \/>\nAltri genitori sono invece pi\u00f9 smarriti e vagano con lo sguardo. Spesso i problemi sono molto pratici e riguardano la vita quotidiana dei bambini, ad esempio come farli stare seduti comodi quando mangiano, o farli deambulare e, considerata la mancanza di ausili in questa remota regione, allora ci si arrangia, ci si costruisce da s\u00e9 gli ausili. Aifo, che supporta finanziariamente questo progetto di riabilitazione, ha fornito il Centro di strumenti per lavorare il legno e un falegname, su indicazione dei tecnici e dei genitori, comincia a costruire gli ausili in quella stessa settimana. Il laboratorio \u00e8 un semplice scantinato dalle pareti di cemento e senza nessun mobilio, eppure basta per le cose che si devono fare. Quando ce lo mostrano al lavoro sono presenti anche due pap\u00e0 che sanno lavorare il legno e sono stati coinvolti nella costruzione. Alla fine della giornata un piccolo deambulatore di legno, un seggiolone per mangiare e stare seduti comodi e una scrivania speciale saranno pronti per essere portati via dai genitori. Le madri da parte loro sono impiegate in un laboratorio di cucito dove, su indicazioni dei tecnici, cercano di migliorare la quotidianit\u00e0 dei propri figli confezionando cuscinetti speciali, tutori per le braccia o per le gambe, abiti facili da indossare.<br \/>\nLa legge di assistenza sociale mongola prevede alcune facilitazioni per le persone disabili, come la fornitura gratuita di una carrozzina (una sola volta nella vita), o il rimborso delle spese di viaggio nella capitale o nei centri principali (una volta all\u2019anno), ma sono misure del tutto insufficienti ai bisogni.<br \/>\n<strong><br \/>\nUna mentalit\u00e0 da cambiare<br \/>\n<\/strong>Vi sono per\u00f2 altri problemi un po\u2019 pi\u00f9 difficili da risolvere, quelli culturali e di accettazione della disabilit\u00e0; anche di questo si parla durante la settimana di formazione, della presa di coscienza dei genitori dei diritti dei loro figli. \u201cIn alcuni casi si tratta di far capire alle madri che \u00e8 importante dare l\u2019autonomia ai propri figli\u201d afferma Galya \u201cma questo risulta difficile soprattutto per i bambini epilettici.<br \/>\n\u00c8 anche importante l\u2019inserimento nelle scuole dei bambini disabili, ma gli insegnanti non sono formati abbastanza e i bambini con difficolt\u00e0 vengono presi in giro dagli altri bambini. Alcuni training di Aifo vengono fatti proprio per gli insegnanti delle scuole della prima infanzia. Altri sono fatti per i pediatri\u201d. La stessa Galya \u00e8 una fisiatra piuttosto rara da trovare in Mongolia, visto che la formazione del personale sanitario nel passato era fatta nelle scuole russe e in Russia la riabilitazione medica non prevede un lavoro diretto sul paziente ma soprattutto il ricorso a iniezioni, agopuntura e ad apparecchiature specifiche.<br \/>\nLa settimana di training \u00e8 finita e nell\u2019incontro finale i medici, i tecnici, i genitori con i familiari si salutano in un clima festoso, con la sensazione di avere fatto qualcosa di importante. Poi i tecnici e i genitori risalgono sui taxi collettivi o su macchine duramente provate per le strade malridotte e si disperdono per il territorio ancora selvaggio dello Zahvan.<\/p>\n<p><strong>La bag feldsher, ovvero l\u2019infermiera a cavallo<br \/>\n<\/strong>Uliastaj \u00e8 oramai alle nostre spalle, stiamo salendo su per le montagne a nord della cittadina dai tetti colorati e dalle gher bianche. Dopo un\u2019ora e mezza di salita in jeep, seguendo in modo incerto delle piste sui prati, superiamo un passo: davanti a noi si stende una lunga valle senza alberi, punteggiata da poche gher e dalle sagome scure di animali. Siamo oltre i 2.000 metri d\u2019altitudine. Non impieghiamo molto a trovare la tenda dove abita la persona che cerchiamo. Si chiama Munguntsetseg ed \u00e8 una bag feldscher, un\u2019infermiera di villaggio, un operatore sanitario che pu\u00f2 esistere solo qui, in questo Paese immenso e disabitato e dalle condizioni climatiche estreme. La feldscher \u00e8 un\u2019infermiera che presta i primi soccorsi a una popolazione di qualche decina di persone che vive in maniera nomade allevando gli animali. Il governo retribuisce queste figure professionali con uno stipendio di poche decine di euro al mese e fornisce loro anche un\u2019auto o una moto da usare d\u2019estate, mentre d\u2019inverno fornisce due cavalli a rotazione. Infatti solo il cavallo \u2013 e pi\u00f9 a sud, nel deserto del Gobi, solo il cammello \u2013 pu\u00f2 affrontare il ghiaccio e la neve superando queste pendenze. In Mongolia esistono circa 1.400 feldscher e devono servire un territorio ampio 1.565 chilometri quadrati.<br \/>\nLa feldscher non ha competenze specifiche e non usa nemmeno apparecchiature mediche particolari; sa quali siano gli elementi di pronto soccorso, sa fare le iniezioni, somministrare medicine, qualcuna conosce anche la medicina tradizionale mongola che impiega le erbe. La sua figura \u00e8 centrale nel sistema assistenziale mongolo poich\u00e9 fa da connessione tra la popolazione nomade (che rappresenta ancora il 30% dell\u2019intera popolazione mongola) e le autorit\u00e0 sanitarie.<br \/>\nMunguntsetseg esce dalla porta arancione della sua gher orientata verso il sud, \u00e8 una signora timida dallo sguardo gentile; ci invita dentro alla sua tenda, molto semplice, quasi povera, ma ordinata.<br \/>\nQuando si entra in una tenda si va sempre in senso orario attorno alla stufa che sta al centro; l\u2019ospite occupa tradizionalmente il lato sinistro. La feldscher ci offre biscottini al formaggio acido e pasta di burro fuso e battuto, dello yogurt e del latte. Ma la prima cosa che si nota entrando nella sua tenda \u00e8 un\u2019altra signora minuta e anziana, che si muove in modo frenetico: dopo un po\u2019 comincia a parlare velocemente e in continuazione con un tono basso.<br \/>\n<strong><br \/>\nPer la sorella, la gher al posto dell\u2019istituto<\/strong><br \/>\nLa nostra interprete ci spiega la sua storia. La sorella di Munguntsetseg era<br \/>\nuna ragazzina brillante a scuola e vivace che un pomeriggio, tornando alla sua tenda, ha visto il padre morire; da quel giorno la sua stabilit\u00e0 mentale \u00e8 andata declinando, fino a sviluppare una patologia psichiatrica. La sorella, la feldscher, se ne \u00e8 presa cura e le ha assegnato il compito di aiutarla in casa e di badare alle capre. Pur con il suo problema, la sua situazione si pu\u00f2 dire fortunata, perch\u00e9 in Mongolia esistono solo gli istituti per le persone con disturbi psichiatrici, mentre la sua storia \u00e8 un caso esemplare di come un soggetto con una patologia mentale possa rimanere in famiglia, anche se si tratta di una fa-<br \/>\nmiglia nomade.<br \/>\nPrima di realizzare l\u2019intervista chiediamo a Munguntsetseg di filmare alcune scene all\u2019esterno che la mostrino in azione. Si presta gentilmente a questa messinscena. Indossa il suo abito lungo di colore blu brillante con una fascia di cuoio, balza sul cavallo e comincia a cavalcare per la vallata. La feldscher \u00e8 un personaggio molto rispettato in tutta la Mongolia; su un muro di Uliastaj \u00e8 pitturato un murales dove una feldscher in divisa su un cammello e con la borsa di pronto soccorso a tracollo affronta una tempesta di neve. Munguntsetseg ama il suo lavoro, lo fa da molti anni; dopo la qualifica e il corso<br \/>\ndi riabilitazione su base comunitaria che ha fatto, ha scelto di rimanere tra la sua gente e di non stabilizzarsi in una citt\u00e0 o in un somon. \u201cIl mio compito \u00e8 quello di fare educazione sanitaria alle persone; ogni mese visito tutte le famiglie che seguo. Controllo lo stato di salute delle donne incinte, dei bambini e delle persone anziane. Il 25 di ogni mese mi incontro con il medico del villaggio e lo aggiorno sulle condizioni di salute della mia comunit\u00e0\u201d. Una feldscher \u00e8 in continuo movimento e in caso di bisogno si ferma nelle gher degli assistiti e vive con loro. Pone la sua tenda sempre al centro dell\u2019area in cui sono dislocate le famiglie.<br \/>\nQuando viene l\u2019inverno sposta anche lei la sua tenda seguendo gli altri nomadi e andandosi a stabilire nelle gole di montagna che sono pi\u00f9 riparate e meno fredde delle pianure esposte ai venti siberiani. Il suo intervento non \u00e8 limitato solo a un numero specifico di persone: se nei suoi viaggi incontra altre famiglie di passaggio, allora si prende cura anche di loro.<br \/>\nFinita l\u2019intervista usciamo di nuovo all\u2019aperto: il vento soffia meno forte, in lontananza si vedono delle tende, delle capre e dei cavalli, qualche marmotta dalla coda lunga corre sull\u2019erba. Vediamo il cavallo che ha appena cavalcato legato a una tenda non distante dalla sua e le chiediamo il perch\u00e9. Risponde che quello che ha utilizzato per noi non era il suo cavallo. \u201cAdesso non so dove sia, in estate lo lascio libero a pascolare dove vuole; poi, quando arriva l\u2019inverno, lui ritorna\u201d. Ritorna per riprendere il suo lavoro di pronto soccorso assieme alla sua feldscher per gli sterminati campi innevati degli altopiani<br \/>\ndello Zavhan.<\/p>\n<p><strong>Ritorno a Ulaan Baatar<\/strong><br \/>\nOccorrono di nuovo tre di giorni di jeep per tornare nella capitale. Poco fuori dalla citt\u00e0 possiamo assistere alla corsa dei cavalli in occasione della festa nazionale mongola, il Naadam. Entrare nella citt\u00e0 diventa difficile per via degli ingorghi che si sono creati, ma il traffico e il rumore in fondo ci fanno rientrare nella normalit\u00e0, nel mondo in cui siamo abituati a vivere.<br \/>\nPrima di prendere l\u2019aereo dobbiamo incontrare nuovamente Bayaraa; vuole farci vedere come lavora \u2013 nel primo incontro non aveva potuto farlo perch\u00e9 mancava l\u2019energia elettrica \u2013 e farci conoscere la sua famiglia per intero. La moglie ci prepara veloce il pranzo, sappiamo benissimo in cosa consister\u00e0 \u2013 montone e verdure \u2013 ma fatto da lei ci ritorna a piacere.<br \/>\nBayaraa si piega al suo tavolo e con un apparecchio elettrico brucia la superficie disegnata di un pezzo di feltro di grandi dimensioni; la scena rappresenta un bambino piccolo in una gher che gioca accanto a un mestolo del latte \u2013 una tipica scena di un interno da tenda. Lo finisce in meno di un\u2019ora e poi ce lo regala.<br \/>\nPer quanto riguarda il futuro della sua attivit\u00e0 commerciale, Bayaraa ha delle idee precise: per potere essere pi\u00f9 presente sui mercati dove si vendono oggetti tradizionali ha bisogno di uno spazio di lavoro diverso, finora limitato alla sua gher.<br \/>\n\u201cVoglio costruire nel cortiletto fuori casa due stanze in muratura, una delle quali adibite come laboratorio dove lavorare e formare altre persone svantaggiate, non solo disabili. Poi con il tempo costruir\u00f2 anche un secondo piano dove andranno ad abitare i miei altri figli\u201d.<br \/>\nA Ulaan Baatar e in tutta la Mongolia lo spazio non \u00e8 un bene scarso e la legge stabilisce che ogni nucleo familiare, quando arriva in citt\u00e0, ha il diritto di prendersi gratuitamente un fazzoletto di terra di misura prestabilita. Con il tempo poi le famiglie oltre la gher tendono a costruire dentro il cortile una costruzione in muratura in cui trasferirsi: cos\u00ec sta facendo anche il suo vicino di casa, che con la sua casetta a due piani toglier\u00e0 la magnifica vista, come si lamenta Bayaraa, del- la vallata su cui riposa, anzi, su cui si agita dinamica la citt\u00e0.<br \/>\nCe la far\u00e0 Bayaraa a realizzare i suoi progetti di lavoro? Sar\u00e0 in grado di costruire una casetta di mattoni su quello spazio sconnesso e in discesa? E Udval e Munhbaatar riusciranno a guadagnare abbastanza con l\u2019arrivo del terzo figlio? \u00c8 impossibile dare delle risposte, cos\u00ec come risulta difficile prevedere il futuro che potranno avere i bambini disabili delle mamme dello Zavhan \u2013 alcuni appartenenti a famiglie nomadi \u2013 che abitano in zone senza strutture, con pochi servizi e con un clima cos\u00ec sfavorevole. Una cosa si pu\u00f2 dire, per\u00f2: se questi problemi verranno vissuti dal gruppo allargato e non solo dalla singola famiglia, se funzioner\u00e0 quella che chiamiamo riabilitazione su base comunitaria, allora si potr\u00e0 sperare in un futuro migliore, anche per le persone disabili della Mongolia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Essere disabili in un Paese in via di sviluppo non \u00e8 facile e se questo Paese \u00e8 la Mongolia, grande 5 volte l\u2019Italia, con una popolazione al di sotto dei 3.000.000 di abitanti e un clima estremamente rigido freddo per la maggior parte dell\u2019anno, allora le complicazioni aumentano. 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