{"id":459,"date":"2009-11-04T17:06:23","date_gmt":"2009-11-04T17:06:23","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=459"},"modified":"2026-02-18T11:15:47","modified_gmt":"2026-02-18T10:15:47","slug":"l-educatore-disabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=459","title":{"rendered":"5. L&#8217;educatore disabile"},"content":{"rendered":"<p>di Roberto Ghezzo<\/p>\n<p>Riportiamo di seguito un capitolo tratto da Progetto Calamaio, la cultura della diversit\u00e0 a scuola, a cura di Sonia Pergolesi e Claudio Imprudente, UTET Editore, TO, 1997.<!--break--><\/p>\n<p>Non \u00e8 facile trovare persone disabili che desiderino essere educatori ed animatori e che abbiano un grado di maturit\u00e0 tale da mettersi in gioco, trasformando il proprio deficit in un arma educativa in pi\u00f9. Veramente questa non \u00e8 una cosa semplice: pensate solo al fatto che la prima impressione che d\u00e0 una coppia di operatori del Calamaio, uno normodotato l&#8217;altro disabile, non \u00e8 quella di due colleghi al lavoro ma di un operatore e di un utente, uno che \u00e8 aiutato e l&#8217;altro che aiuta. Si trovano delle resistenze solo ad immaginare di diventare educatore disabile, figuriamoci il diventarlo. Per spiegare meglio: una persona con deficit \u00e8 sottoposta a due spinte che la portano in direzioni diverse. La prima spinta va verso l&#8217;emancipazione dal proprio deficit per liberare la propria persona dall&#8217;immediata identificazione con esso. Ci\u00f2 significa in altri termini voler affermarsi e confrontarsi con il &#8220;modello forte&#8221; di uomo, volere ad esempio che il proprio lavoro venga riconosciuto per quello che vale e non tanto perch\u00e9 \u00e8 stato fatto da un disabile. L&#8217;altra spinta porta invece un disabile non a negare o peggio a rimuovere il deficit ma a riappropriarsi del deficit in termini positivi. Lo sport per disabili ad esempio porta l&#8217;individuo a confrontarsi con il proprio deficit non nei termini di un improbabile superamento ma nell&#8217;ottica di mettere in gioco le potenzialit\u00e0 residue. Nell&#8217;attivit\u00e0 sportiva il limite e la difficolt\u00e0 non consistono tanto nell&#8217;avere un deficit, ma costituiscono un aspetto fondamentale della competizione agonistica. L&#8217;essenziale nello sport \u00e8 la sfida con noi stessi e con gli altri per il raggiungimento di un obiettivo. Diminuire il tempo che impieghiamo per percorrere cento metri, vincere contro un&#8217;altra squadra, migliorare la nostra comprensione del gioco, imparare a dominare alcune emozioni: sono tutti obiettivi che ogni atleta, disabile o non, uomo o donna, anziano o giovane, possono proporsi. Il deficit qui non viene rimosso, n\u00e9 viene annullato: semplicemente rende speciale una disciplina sportiva. Il calcio in carrozzina dieci anni fa \u00e8 nato in seguito a una esigenza, a un richiamo che le mature condizioni culturali e di conseguenza l&#8217;autoconsapevolezza delle persone, hanno permesso di ascoltare. E l&#8217;unico sport al mondo in cui hanno un ruolo parimenti attivo sia atleti disabili sia atleti normodotati e ne possono nascere molte altre di queste discipline miste&#8230; Un educatore disabile del Calamaio se da un lato deve necessariamente acquisire competenze per poter fare bene l&#8217;animatore e l&#8217;educatore, dall&#8217;altro gli sono necessarie anche una maturit\u00e0 e gli strumenti che lo portino a vivere il suo deficit non pi\u00f9 come un limite ma anzi come risorsa per il lavoro educativo. La &#8220;forza&#8221; del Progetto Calamaio sta proprio nella debolezza dei suoi educatori, o meglio nel processo che trasforma questa debolezza in qualcosa di positivo. Ad esempio Alberto, un educatore del Progetto, non riesce ad articolare chiaramente i suoni che compongono le parole. Se riusciamo a creare nei ragazzi una giusta aspettativa, se il capire Alberto oltre ad essere faticoso diventa una scommessa, se Alberto riesce ad affascinarli con le sue parole allora otteniamo dei grossi risultati che probabilmente non sarebbe stato possibile ottenere senza quel deficit. Infatti sappiamo bene che le parole di un educatore disabile e quelle di un normodotato possono avere un peso ben diverso. Consideriamo ad esempio Alice, una delle nostre educatrici pi\u00f9 valide: lei, che \u00e8 non vedente, riesce ad affascinare moltissimo bambini e ragazzi. La scoperta di come riesce a scrivere, a leggere l&#8217;orologio, a camminare da sola per strada, fa veramente luce sul come, con creativit\u00e0 ed intelligenza, si possono superare ostacoli apparentemente insormontabili. Ecco perch\u00e9 il deficit, o meglio, un modo appropriato di vivere e considerare il deficit pu\u00f2 essere sfruttato in termini positivi, diventa per chi lo sa usare uno strumento in pi\u00f9 nel bagaglio dell&#8217;educatore. Naturalmente ci\u00f2 non \u00e8 facile: la bravura di Alice non \u00e8 una cosa improvvisata, ha richiesto anni di preparazione e di lavoro. L&#8217;esperienza ci insegna che aiuta moltissimo la dimensione del gruppo, il costante dialogo tra gli educatori del Progetto, il sapere affrontare insieme le grandi e piccole difficolt\u00e0 che si presentano ogni giorno, il lavorare in squadra raggiungendo cos\u00ec l&#8217;affiatamento giusto che permette di creare e programmare i percorsi educativi.<\/p>\n<p><strong>&#8220;Abbiamo fatto il gioco di essere handicappato&#8221;<br \/>\n<\/strong>Spesso mi viene in mente questa bellissima frase, scritta in un tema da un bambino di una scuola elementare. In questa frase, che si riferiva al gioco di ruolo in cui un giocatore si immedesima in un disabile e l&#8217;altro giocatore in una persona qualsiasi che presta il suo aiuto, c&#8217;\u00e8 veramente tutto il significato del Calamaio. Ludwig Wittgenstein, il grande filosofo austriaco, afferma che non esiste un&#8217;unica logica sottesa al reale, ma una pluralit\u00e0 di logiche, che lui chiama giochi linguistici, imparentate tra loro ma mai riducibili a principi primi. In altre parole non esistono significati astratti dai contesti ma giochi linguistici con regole pi\u00f9 o meno precise e codificate. L&#8217;essere handicappato determina un gioco particolare, speciale, le cui regole linguistiche non sono trasferibili meccanicamente in ogni situazione ma anzi vanno di volta in volta adattate ed interpretate. Nell&#8217;interazione tra i due comunicanti, il giocatore con deficit e il giocatore normodotato, viene elaborato un linguaggio che tiene conto, mediante tentativi ed errori, del vissuto di ognuno dei giocatori e che mette da parte per un momento lo stereotipato e abitudinario sistema di regole linguistiche che invece si ripropone automaticamente fra due parlanti normodotati. Si scopre che giocare ad essere handicappato non \u00e8 per niente facile e non richiede solo emotivit\u00e0 ma mette in moto tutte le intelligenze, dalla corporea alla logico-matematica. Non basta mettersi in gioco, non basta, diremmo, partecipare. Nel &#8220;gioco di essere handicappato&#8221; per\u00f2 se uno dei giocatori vince, vince anche l&#8217;altro, se uno perde, perde anche l&#8217;altro. La comunicazione avviene se entrambi le sorgenti-riceventi funzionano. Questo non \u00e8 facile e semplice: bisogna battere molte strade e creativamente affrontare le varie difficolt\u00e0 che insorgono. Anni fa in una scuola materna di Bologna, durante un incontro con i genitori, il Prof. Canevaro ha esplicitato un concetto che sulle prime ci ha stupito, e che in sostanza \u00e8 il seguente: se un bambino, incontrando un altro bambino disabile, viene allenato a reagire creativamente a situazioni in cui bisogna elevarsi sopra l&#8217;abitudine, pu\u00f2 diventare pi\u00f9 intelligente, non solo da un punto di vista emotivo. Generalmente si pensa che l&#8217;integrazione di un bambino disabile in una classe possa maturare socialmente gli alunni, innescare una prassi di solidariet\u00e0. Certo, anche. Ma soprattutto pu\u00f2 alimentare un approccio creativo alle difficolt\u00e0 che \u00e8 un ottima scuola per l&#8217;intelligenza. Avere una mente aperta, non dogmatica, libera, non \u00e8 qualcosa di innato, ma si impara con pi\u00f9 facilit\u00e0 se aiutati da persone ed ambienti liberi ed aperti, capaci di lasciarsi mettere in discussione ed in crisi da una persona con deficit, la quale, volente o no, mette in crisi pressoch\u00e9 ogni struttura sociale in cui si inserisce. Quando nasce mette in crisi la famiglia, quando va a scuola mette in crisi la scuola, quando va a lavorare mette in crisi l&#8217;azienda, e cos\u00ec via. La crisi \u00e8 un dato di fatto e pu\u00f2 trasformarsi in momento di sviluppo, non va necessariamente connotata come qualcosa di negativo (come una certa accezione di crisi vorrebbe suggerirci).<\/p>\n<p><strong>La &#8220;necessaria leggerezza&#8221; del Calamaio: la diversit\u00e0 e il divertimento<br \/>\n<\/strong>&#8220;Abbiamo fatto il gioco di essere handicappato&#8221;. La parola gioco richiama le parole coinvolgimento e divertimento. Direi che un incontro del Progetto Calamaio non possa prescindere da queste due parole. Nel Calamaio si impara giocando e divertendosi. Certo si pu\u00f2 essere seri anche nel divertimento ma mai seriosi e soprattutto mai noiosi.<br \/>\nCredo che sotto sotto la maggior parte dei ragazzi e degli insegnanti che incontriamo si aspettino un incontro di una pesantezza unica. Non si parla forse di handicap? Mammamia che tristezza! Fa sinceramente piacere a noi educatori assaporare il momento in cui le resistenze si allentano, si trova una posizione pi\u00f9 comoda e rilassata sulla sedia, si incomincia veramente a dialogare. Certo un incontro del Calamaio mette in crisi, eccome. Per\u00f2 fallisce se assieme alla riflessione non associamo anche il divertimento, se non diamo la possibilit\u00e0 di divertere, di guardare altrove, di girare un po&#8217; intorno, di lasciare anche vie di fuga. Educare ed educarsi, come tutte le arti, \u00e8 saper dosare i pieni ed i vuoti, i silenzi e le parole, l&#8217;azione e l&#8217;ozio (che sono i due momenti dell&#8217;atto creativo). Accennavo prima al fatto che il Calamaio non obbliga a dare risposta alle domande che suscita. Certo di risposte prefabbricate ce ne sono a bizzeffe ma non ci interessano perch\u00e9 banalizzano, fan contenti quelli che vogliono a tutti i costi verificare. L&#8217;accettazione di s\u00e9 e degli altri, il valore della diversit\u00e0, l&#8217;autoconoscenza, migliorare la propria vita: queste sono un po&#8217; le finalit\u00e0 del Progetto Calamaio e di tanti altri percorsi educativi. Come si vede sono temi grandi, universali e quindi c&#8217;\u00e8 tempo, non abbiamo fretta, tanto non basta una vita. Una insegnante una volta ci ha detto: &#8220;Anche fra molto tempo i bambini ricorderanno l&#8217;atmosfera di gioia che si respirava durante gli incontri&#8230;&#8221;. Certo se non c&#8217;\u00e8 anche un po&#8217; di gioia di incontrarsi, di conoscersi, di vivere insieme qualche ora, come educatori ed animatori abbiamo fallito. Il Progetto Calamaio vuole comunicare un&#8217;immagine del disabile diversa dall&#8217;immagine cupa e triste. Se non si concretizza anche questa gioia, questo ben?essere, possiamo aver affrontato (a parole) i problemi pi\u00f9 profondi dell&#8217;essenza umana ma abbiamo fallito, abbiamo tradito lo spirito del Progetto. Attenzione per\u00f2. Non stiamo in questo modo dicendo che il mondo del disabile \u00e8 tutto rose e fiori, che siamo tutti felici o cose del genere. Vogliamo comunicare un&#8217;immagine di disabilit\u00e0 il pi\u00f9 possibile realistica, per come la stiamo vivendo: un grave errore risulterebbe rimuovere la sofferenza, i momenti difficili che si presentano anche nella vita di una persona con deficit. L&#8217;importante \u00e8 non fermarsi solo a questo: l&#8217;incontro diretto con un educatore disabile aiuta i bambini, i ragazzi e gli insegnanti ad arricchire la propria immagine della disabilit\u00e0. Scoprire che esiste ad esempio il calcio in carrozzina non \u00e8 una scoperta da poco. Giocare un po&#8217; con Alberto e divertirsi tra un tiro di pallone e l&#8217;altro, approfondire i concetti del poter o del non poter fare alla luce della distinzione deficit-handicap, illumina di una luce nuova una realt\u00e0 poco conosciuta e misconosciuta come quella della disabilit\u00e0. Infine, diversit\u00e0 e divertimento sono parole che nascono da una stessa parola latina: divertere, volgere in opposta direzione. Qualsiasi sia questa direzione il Calamaio \u00e8 gi\u00e0 per strada, a braccetto di queste due parole, e in buona compagnia. Chiss\u00e0 dove se ne andr\u00e0&#8230;<\/p>\n<p><strong>Le tante facce dell&#8217;handicap<br \/>\n<\/strong>&#8220;Abbiamo fatto il gioco di essere handicappato&#8221;. Uno degli obiettivi del gioco di ruolo proposto \u00e8 quello di scoprire che, pur se in effetti solo uno dei due giocatori ha un deficit mentre l&#8217;altro \u00e8 normodotato, entrambi vivono degli handicap, delle difficolt\u00e0, degli ostacoli. Generalmente la parola difficolt\u00e0 richiama negativit\u00e0: viene da pensare alla fatica, a emozioni come il disagio, l&#8217;angoscia, la tristezza. In realt\u00e0, a guardar bene, non esiste un gioco senza una qualche difficolt\u00e0-handicap, che se non fosse presente penalizzerebbe enormemente il gioco. Non varrebbe pi\u00f9 la pena di giocare a quel gioco se non ci fosse una qualche difficolt\u00e0 intrinseca. Ogni gioco presenta dunque un certo grado di difficolt\u00e0 ma, mentre nella maggior parte dei giochi essa consiste nel rispettarne le regole e finalit\u00e0, ci sono alcuni giochi in cui la difficolt\u00e0 sta proprio nel trovare le regole del gioco. Tra un disabile e un normodotato il momento critico \u00e8 l&#8217;entrare in comunicazione, perch\u00e9 il deficit del disabile non permette di far riferimento a codici preconfezionati. La categoria della difficolt\u00e0 acquisisce un significato esistenziale con due accezioni ben diverse e che danno origine a sentieri diversi. Da un lato la difficolt\u00e0 come sfida, motore dell&#8217;azione, momento essenziale del gioco; dall&#8217;altro un accezione negativa per cui delle difficolt\u00e0 faremmo volentieri a meno. Cos&#8217;\u00e8 che ci fa propendere verso l&#8217;una o l&#8217;altra delle due accezioni? Che cosa ci fa vedere ora l&#8217;una ora l&#8217;altra delle facce di questa difficolt\u00e0-Giano bifronte? Uno dei motivi per cui il gioco viene a noia \u00e8 l&#8217;essere costretti a giocare quando non se ne ha pi\u00f9 voglia. Quando l&#8217;individuo sente che non pu\u00f2 incidere sullo sfondo in cui si colloca, non pu\u00f2 determinarlo ma esserne solo determinato, la frustrazione e l&#8217;angoscia diventano il pane quotidiano. Essere determinati da un contesto, l&#8217;essere obbligati a recitare volenti o nolenti una parte, sentirsi tutt&#8217;uno col proprio deficit, sentire la propria persona appiattita sul proprio deficit, \u00e8 una tragedia insopportabile, e a questo punto ogni difficolt\u00e0 non pu\u00f2 che diventare smisuratamente grande e crudele. Ma se ci si d\u00e0 la possibilit\u00e0 di giocare pi\u00f9 ruoli in pi\u00f9 giochi diversi, di affrontare continuamente difficolt\u00e0 nuove e nuove avventure diverse e tutto questo lo riconduciamo al grande gioco-spettacolo dell&#8217;esistenza (in cui siamo insieme attori e spettatori), allora le cose cambiano. Il trucco sta nel come maneggiamo la parola difficolt\u00e0, cos\u00ec vitale e cos\u00ec mortale, cos\u00ec crudele e cos\u00ec meravigliosa, a seconda dei punti di vista.<br \/>\n&#8220;Superare l&#8217;handicap&#8221; (il motto che d\u00e0 il titolo al progetto pi\u00f9 ampio, realizzato a Parma, in cui si \u00e8 inserito anche il Calamaio) va letto dunque nei termini hegeliani come il movimento che supera la contraddizione ma che insieme la conserva, la invera, non l&#8217;annienta. Senza l&#8217;handicap-difficolt\u00e0 non c&#8217;\u00e8 storia, non c&#8217;\u00e8 sviluppo perch\u00e9 la contraddizione alimenta il tempo, il divenire, il reale. L&#8217;obiettivo del Progetto Calamaio \u00e8 certamente il cercare il pi\u00f9 possibile di diminuire l&#8217;handicap (perch\u00e9 ci\u00f2 \u00e8 possibile) ma riconoscendo alla categoria della difficolt\u00e0 il suo giusto valore, la giusta &#8220;necessit\u00e0&#8221; in un processo di sviluppo e maturazione non solo individuali ma anche collettivi, sociali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riportiamo di seguito un capitolo tratto da Progetto Calamaio, la cultura della diversit\u00e0 a scuola, a cura di Sonia Pergolesi e Claudio Imprudente, UTET Editore, TO, 1997.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3593,3605,3607],"edizioni":[66],"autori":[296],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/459"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=459"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/459\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6553,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/459\/revisions\/6553"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=459"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=459"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=459"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=459"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=459"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=459"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=459"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=459"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=459"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}