{"id":462,"date":"2009-11-04T17:06:24","date_gmt":"2009-11-04T17:06:24","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=462"},"modified":"2026-02-25T11:46:53","modified_gmt":"2026-02-25T10:46:53","slug":"un-caso-a-s","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=462","title":{"rendered":"9. Un caso a s\u00e9"},"content":{"rendered":"<p>di Diego Scudiero, presidente della Lila (Lega Italiana Lotta all&#8217;Aids) di Bologna<\/p>\n<p>L&#8217;impegno dei volontari con le persone con HIV: la complessit\u00e0 di un approccio e di un rapporto che richiede una completa riorganizzazione dei parametri solitamente utilizzati per definire il disagio. Un percorso formativo che aiuti a trovare parole e modi diversi da quelli comunemente usati. L&#8217;esperienza e le riflessioni della Lila di Bologna.<br \/>\n<!--break-->L&#8217;idea iniziale di una formazione, che si rivolge a persone che gi\u00e0 operano, \u00e8 quella di riattraversare autocriticamente le risposte date per certe, i comportamenti assunti come moralmente accettabili, verificare la tolleranza e la plausibilit\u00e0 delle nostre affermazioni per non scontarci neanche lo scontato. Cercare le pregiudiziali nel nostro pensiero che ci permettono di pensarci sicuri e i pregiudizi del nostro agire che ci permettono di evitare insicurezze, far lievitare le contraddizioni alleggerendo il pi\u00f9 possibile l&#8217;apparato ideologico che ci sostiene, capovolgere i luoghi comuni in luoghi simili dove i timori e le ansie si condividono senza aver paura di ferire, dove sia chiaro che la ferita grave che si pu\u00f2 arrecare alla persona con HIV \u00e8 quella di non pensarle.<br \/>\nUn percorso formativo, quindi, per aiutare a trovare parole e modi diversi da quelli che usiamo comunemente, che consentano alle persone sieropositive o ammalate di stare assieme a noi, di vivere la loro sieropositivit\u00e0 in modo non separato dal loro corpo, per imparare a comprendere ed accogliere .<br \/>\nForse in questo percorso formativo occorre partire dalla constatazione che &#8220;il primo rimosso, il primo negato \u00e8 proprio di chi non ce l&#8217;ha. Siamo anche noi, i non infetti, che abbiamo il problema poich\u00e9 \u00e8 dentro la nostra cultura il paradigma che tutto \u00e8 spiegabile, comprensibile. Ed \u00e8 lo stesso che hanno le persone sieropositive.<br \/>\nCi\u00f2 che va prodotto \u00e8 un cambiamento, che in quanto tale deve favorire la ridefinizione delle posizioni di tutti per divenire patrimonio relazionale delle persone coinvolte. <span class=\"ILfuVd\" lang=\"it\"><span class=\"hgKElc pOOWX\">\u00c8<\/span><\/span> nel procedere assieme che si scoprono i nostri veri volti. Se e solo se si sta nel processo. Se e solo se si accetta l&#8217;errore come possibilit\u00e0 di entrambi. Se e solo se si impara ad esitare proprio quando tutto appare chiaro e certo&#8221;.<br \/>\nSe \u00e8 vero che nella sola citt\u00e0 di Bologna le persone sieropositive, secondo una stima fatta dal Prof. Gritti, direttore del reparto malattie infettive dell&#8217;Ospedale Maggiore, sono pi\u00f9 di diecimila, allora non pu\u00f2 passare inosservata la loro obbligata invisibilit\u00e0 e la conseguente impossibilit\u00e0 di gestire direttamente, senza alcuna mediazione, la loro vita e la loro eventuale malattia. L&#8217;incomunicabilit\u00e0 sociale della sieropositivit\u00e0 ha creato una situazione che ha superato i confini estremi dell&#8217;esclusione sociale. Non si tratta pi\u00f9 solo dell&#8217;istituzionalizzazione dell&#8217;esclusione, ma di nuovi e grandi processi di marginalizzazione che producono auto-esclusione.<br \/>\nLa complessit\u00e0 dovr\u00e0 quindi diventare il nuovo paradigma con cui ridefinire costantemente il nostro impegno sull&#8217;Aids. I parametri classici con i quali siamo abituati ad analizzare il disagio (et\u00e0 del portatore, condizione socio-economica, ecc.) in realt\u00e0 non lo rendono pi\u00f9 comprensibile n\u00e9 toccano le radici profonde del suo esistere: la linearit\u00e0, la consequenzialit\u00e0, la normativa, che erano considerate caratteristiche della societ\u00e0 industriale, sono concetti inadeguati per affrontarsi le situazioni di disagio che l&#8217;HIV ha prodotto e produce all&#8217;interno della nostra comunit\u00e0.<br \/>\nSi tratta quindi di cambiare occhiali, punto di osservazione, paradigma, niente di pi\u00f9 e niente di meno.<br \/>\n&#8220;Sono convinta &#8211; scrive Enrica Mazzola nel suo libro Ho giocato con l&#8217;Aids &#8211; che l&#8217;essere umano, col passare del tempo, abbia modificato notevolmente la sua struttura psicologica, oltre che quella fisica. La necessit\u00e0 di adattarsi ad un sistema sempre pi\u00f9 tecnologico, l&#8217;ha costretto a tecnicizzare anche i rapporti umani. Questa autoviolenza l&#8217;ha portato a temere, e quindi a rimuovere, tutto ci\u00f2 che \u00e8 a rischio di sofferenza. Questo potrebbe spiegare (&#8230;) la tendenza a trasformare il rapporto naturale con gli altri in rapporto &#8216;tecnico&#8217;, dove il pericolo di essere preda alle emozioni \u00e8 ridotto al minimo&#8221;.<br \/>\nAllora, formazione pu\u00f2 volere dire che la sofferenza pu\u00f2 anche essere crescita e che accompagnare una persona e la sua rete sociale, lavorare insieme ad essa nell&#8217;analizzare i problemi e nel ricercare le possibili soluzioni \u00e8 ben diverso dal prendersi carico di essa. &#8220;Secondo la norma della reciprocit\u00e0 di Nye, l&#8217;altro negher\u00e0 il nostro aiuto se questo \u00e8 unidirezionale e serve a confermare la sua inferiorit\u00e0 e dipendenza. Ma se sar\u00e0 invece attivo, se percepir\u00e0 l&#8217;intervento non come qualcosa che si d\u00e0 ma che si cerca insieme, allora sar\u00e0 possibile condividere un percorso in cui l&#8217;aiuto non \u00e8 il fine ma un mezzo per ricercare un senso comune. Una formazione quindi orientata, per dirla con Bateson, alla ricerca della struttura che collega, ma anche consapevole della costante interazione, tanto cara a Piaget, tra affettivit\u00e0 ed intelligenza e tra affettivit\u00e0 ed apprendimento&#8221;.<br \/>\nL&#8217;esperienza dell&#8217;Aids ha chiaramente pervaso la vita della nostra associazione, ma sembra che siamo riusciti ad elaborare la presenza del virus HIV solo in termini di attivismo preventivo, informativo, assistenziale&#8230; Dovremo per\u00f2 sforzarci (e questo percorso formativo pu\u00f2 essere un&#8217;occasione per farlo) di recuperare una riflessione ed una elaborazione dell&#8217;esperienza Aids e dei relativi vissuti di lutto, di senso della perdita, di tristezza, di bisogno di solidariet\u00e0, di valorizzazione della memoria (memoria affettiva ed esistenziale). Tutte cose, si dir\u00e0, che attengono alla sfera individuale e che non si conciliano con una elaborazione collettiva. Non \u00e8 vero. Crediamo invece che, proprio in questo momento storico, molti di noi si stiano muovendo verso il recupero di una riflessione sull&#8217;importanza della sfera simbolica, non fine a se stessa, ma finalizzata ad aumentare la nostra &#8216;tenuta esistenziale. L&#8217;esperienza dell&#8217;Aids ha visto mobilitarsi, nella clandestinit\u00e0 dei vissuti privati di molte persone, tante piccole reti di solidariet\u00e0 e di accoglienza. Dobbiamo riuscire a far s\u00ec che queste esperienze di reti di solidariet\u00e0 prendano corpo all&#8217;interno della nostra comunit\u00e0, trasformandosi in vissuto diffuso, in prassi continuative, in sensibilit\u00e0 condivise.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;impegno dei volontari con le persone con HIV: la complessit\u00e0 di un approccio e di un rapporto che richiede una completa riorganizzazione dei parametri solitamente utilizzati per definire il disagio. 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