{"id":466,"date":"2009-11-04T17:06:25","date_gmt":"2009-11-04T17:06:25","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=466"},"modified":"2026-03-20T12:39:48","modified_gmt":"2026-03-20T11:39:48","slug":"corpi-in-scena","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=466","title":{"rendered":"Corpi in scena"},"content":{"rendered":"<p>di Viviana Bussadori<\/p>\n<p>Una storia curiosa quella della Societas Raffaello Sanzio di Cesena, fondata da due coppie di fratelli, Claudia, Romeo, Chiara e Paolo quando l&#8217;et\u00e0 media si aggirava attorno ai venti anni. Era il 1981, ovvero l&#8217;anno in cui la compagnia \u00e8 nata dal punto di vista formale anche se, come sottolinea Romeo Castellucci, il regista, \u201cCi siamo trovati a praticare l\u2019idea del teatro senza neppure esserne del tutto coscienti\u201d. Da allora sono state portate in scena oltre venti rappresentazioni, una decina tra oratorie e interventi drammatici e sono stati realizzati altrettanti cortometraggi.<!--break--><\/p>\n<p>Ma la storia della Societas Raffaello Sanzio \u00e8 soprattutto caratterizzata dal percorso di rottura e superamento con le consuetudini del linguaggio teatrale: dalle immagini alla parola, dal rapporto con il pubblico alla presenza scenica dell&#8217;attore.<br \/>\nNasce cos\u00ec un teatro che abbandonando l&#8217;interpretazione per concentrarsi sull&#8217;aspetto visivo, fa del corpo, delle sue componenti comunicative e della sua eventuale diversit\u00e0, un elemento essenziale. Il discorso sfocia nella realizzazione, nel 1992, dell&#8217;Amleto &#8220;autistico&#8221; e nell&#8217;Orestea, in scena a partire dal mese di aprile, in cui il ruolo centrale, quello del re, viene ricoperto da Loris, un ragazzo mongoloide.<br \/>\nCon Romeo Castellucci abbiamo cercato di approfondire il significato di queste due opere e come l&#8217;elemento diversit\u00e0 entra nel loro teatro.<\/p>\n<p><strong>Il corpo e la diversit\u00e0 nel teatro della Societas Raffaello Sanzio: possiamo chiarire questo concetto?<\/strong><br \/>\nPer noi stare sulla scena significa innanzitutto starci con il corpo che contiene gi\u00e0 in s\u00e9 la comunicazione pi\u00f9 potente del teatro. La scelta di portare in scena un corpo che ha delle qualit\u00e0 particolari \u00e8 stata cos\u00ec praticamente inevitabile perch\u00e9 attraverso la sua diversit\u00e0 \u00e8 possibile la metafora e il linguaggio del corpo stesso. Molto spesso abbiamo fatto ricorso anche alla metafora della malattia, della patologia ma mai in senso esistenziale; il corpo segnato per noi diventa soprattutto una occasione di rifondazione del linguaggio.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 portare in scena un Amleto con tratti autistici?<\/strong><br \/>\nNell&#8217;Amleto autistico l&#8217;essere sulla scena in modo &#8220;autistico&#8221; rappresentava per noi un discorso sul linguaggio che era necessario reinventare; significava arrivare ad un grado zero di comunicazione per poi ripartire con un progetto di rinascita del linguaggio. La metafora dell&#8217;autismo infantile \u00e8 stata perfettamente calzante per questo percorso.<br \/>\nInoltre la persona che ha interpretato per l&#8217;appunto il personaggio di Amleto conosceva bene questa realt\u00e0 in quanto aveva lavorato proprio con bambini autistici.<\/p>\n<p><strong>Nel personaggio di Shakespeare avevate riscontrato tratti autistici?<\/strong><br \/>\nSenz&#8217;altro ci sono elementi simili ma abbiamo fatto il percorso inverso riscontrando nell&#8217;autismo una problematica molto vicina al dilemma di Amleto. Il suo &#8220;essere o non essere&#8221; sul piano linguistico \u00e8 in realt\u00e0 una domanda secondo noi addirittura coincidente con l&#8217;autismo.<\/p>\n<p><strong>Una domanda che per\u00f2 voi avete trasformato in essere e non essere&#8230;<\/strong><br \/>\n\u00c8 la forma della neutralit\u00e0 che rappresenta una scelta tra le pi\u00f9 radicali; il nostro Amleto, ma a nostro avviso in modo sotterraneo anche quello di Shakespeare, compie questa non scelta che \u00e8 ricchissima di conseguenze. Una scelta di neutralit\u00e0, e quindi di non diretto antagonismo rispetto alla vita, che comporta un esodo da se stessi; un modo di porsi che non ha un valore negativo ma al contrario una maggiore apertura, maggiori <strong>potenzialit\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Parliamo ancora di diversit\u00e0: nell&#8217;Orestea di Eschilo, che andr\u00e0 in scena a giorni, recita un attore disabile. Puoi parlare di questa esperienza?<\/strong><br \/>\nStiamo lavorando con Loris, un ragazzo mongoloide, ma soprattutto una persona straordinaria di cui il lavoro e noi avevamo bisogno. Loris interpreta la parte di Agamennone, quella cio\u00e8 del re dei greci e lo fa essendo proprio il re, partendo dalla rappresentazione e arrivando alla realt\u00e0. Ha un atteggiamento regale, una camminata monarchica come solo le persone mongoloidi riescono generalmente ad avere. Insomma Loris ha in se, come qualit\u00e0 fisiche, i segni, i tratti, che servivano per l&#8217;Orestea. Ha la qualit\u00e0 &#8220;mitica&#8221; del suo essere, che dal punto di vista dello stare del corpo sulla scena a noi normali non \u00e8 possibile. Per questo dico che non poteva esserci una presenza pi\u00f9 efficace e pi\u00f9 aderente di lui sul palcoscenico.<br \/>\nLoris entra in scena, con un costume che tra l&#8217;altro si \u00e8 disegnato lui stesso, e fa tutto quello che vuole ma non per un discorso spontaneistico, che per noi sarebbe di un moralismo inaccettabile, ma perch\u00e9 \u00e8 totalmente padrone di quella parte. Al punto che diventa anche padrone del tempo di quella scena che a volte dura due minuti, a volte quindici; ed \u00e8 giusto cos\u00ec perch\u00e9 lui \u00e8 il re.<br \/>\nNella rappresentazione comunque non c&#8217;\u00e8 nessun discorso sulla patologia, che poi a mio avviso non \u00e8 nemmeno tale; non c&#8217;\u00e8 alcun giudizio in questo senso anche perch\u00e9, grazie alla presenza del corpo, questo giudizio cade automaticamente.<\/p>\n<p><strong>Oltre all&#8217;Orestea \u00e8 imminente anche la prima di un&#8217;altra vostra rappresentazione, Buchettino di Perrault, pensata e rivolta ai bambini. Cosa significa per voi lavorare con l&#8217;infanzia?<\/strong><br \/>\nPer noi \u00e8 indispensabile proprio perch\u00e9 l&#8217;infanzia \u00e8 fuori dal linguaggio; il bambino \u00e8 colui al quale \u00e8 ancora possibile una comunicazione vera, non mediata da forme intellettualistiche e che si gioca soprattutto attraverso la sensazione.<br \/>\nBuchettino \u00e8 una fiaba sonora in cui il pubblico infantile viene accolto in una grande stanza dove ci sono molti letti. Si ricrea cos\u00ec l&#8217;atteggiamento tipico dell&#8217;ascolto della fiaba che \u00e8 la dimensione del letto e dei momenti che anticipano il sogno. Questa stanza nel contempo \u00e8 scenografia e platea perch\u00e9 ogni spettatore, ogni bambino con il suo letto, entra direttamente nella scena. Poi ci sono i suoni, i rumori che fuoriescono dalle quattro pareti. Insomma \u00e8 una esperienza nuova anche per noi.<\/p>\n<p>Per informazioni: Societas Raffaello Sanzio, via Serraglio 2 &#8211; 47023 Cesena. Tel. 0547\/25.560-66<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una storia curiosa quella della Societas Raffaello Sanzio di Cesena, fondata da due coppie di fratelli, Claudia, Romeo, Chiara e Paolo quando l&#8217;et\u00e0 media si aggirava attorno ai venti anni. Era il 1981, ovvero l&#8217;anno in cui la compagnia \u00e8 nata dal punto di vista formale anche se, come sottolinea Romeo Castellucci, il regista, \u201cCi siamo trovati a praticare l\u2019idea del teatro senza neppure esserne del tutto coscienti\u201d. 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