{"id":48,"date":"2009-11-04T17:04:26","date_gmt":"2009-11-04T17:04:26","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=48"},"modified":"2025-11-12T11:54:39","modified_gmt":"2025-11-12T10:54:39","slug":"il-laboratorio-del-centro-21-diario-di-un-esperienza-teatrale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=48","title":{"rendered":"3. Il laboratorio del Centro 21: diario di un&#8217;esperienza teatrale"},"content":{"rendered":"<p>Il Centro nazionale Trisomia 21, oltre le diversit\u00e0 \u00e8 un\u2019associazione ONLUS con finalit\u00e0 sociali, didattiche ed assistenziali a carattere di volontariato. Tale associazione ha lo scopo<!--break--> di gestire, senza fine di lucro, un centro della salute per l\u2019inserimento di portatori della sindrome di Down e persone della terza et\u00e0. Le finalit\u00e0 del centro sono rivolte allo sviluppo delle autonomie lavorative della persona Down, come per esempio: lavori artigianali, stampa di un giornale di informazione, giardinaggio, musica, spettacoli, attivit\u00e0 sportive. Il Centro si trova a Idice (BO) in via Emilia (<a href=\"mailto:centro21@iperbole.bologna.it\">centro21@iperbole.bologna.it<\/a>).<br \/>\nNel 2000 il Centro 21 inizia a collaborare con l\u2019Associazione Gibus Teatro per sviluppare un progetto desiderato da lungo tempo: istituire un laboratorio permanente di teatro rivolto ai propri utenti disabili e normodotati . In qualit\u00e0 di attore e pedagogo teatrale mi viene assegnata la conduzione del laboratorio, sotto la direzione di Vladimira Cantoni, regista e presidentessa di Gibus Teatro e la supervisione di Anna Maria Poli, presidentessa del Centro 21, e affiancato da alcuni collaboratori, tutti studenti DAMS interessati al progetto . Per la prima volta nel mio percorso artistico e pedagogico, mi trovavo ad insegnare teatro a persone in situazione di handicap.<br \/>\nIl primo anno di laboratorio si \u00e8 tenuto da ottobre 2000 a maggio 2001, con frequenza di un incontro a settimana della durata di due ore. I partecipanti sono stati ed 10, di cui 2 normodotati e 8 disabili (6 soggetti affetti da sindrome Down pi\u00f9 un caso di ritardo mentale e uno di autismo) ed i collaboratori otto.<br \/>\nIl secondo anno, iniziato ad ottobre 2001 e terminato a maggio 2002, ha avuto una frequenza di due incontri a settimana, ed ha previsto un calendario di prove in vista della presentazione dello spettacolo che si sono svolte nel mese di giugno. I partecipanti sono stati complessivamente 14, di cui 9 avevano gi\u00e0 partecipato al laboratorio del primo anno mentre 5 erano nuovi elementi, tutti disabili (quattro con sindrome di Down e un caso di ritardo mentale). Durante l\u2019anno 2 dei partecipanti si sono ritirati dal corso, mentre i collaboratori, inizialmente 10, sono rimasti in 7. Lo spettacolo realizzato, presentato al Festival Dei Teatri di Vita 2002 con il titolo \u201cDi Don Chisciotte ed altre follie\u201d, ha visto la presenza di 15 attori in scena, 9 diversamente abili e 6 normodotati.<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><strong>Teatralizzare lo spazio<br \/>\n<\/strong>Vorrei partire da un lavoro che io chiamo Teatralizzare lo spazio, svolto durante il primo incontro al Centro 21, poich\u00e9 mi ha colpito quello che \u00e8 accaduto durante questo esercizio che, pi\u00f9 volte ripetuto in altri laboratori di normodotati, ha portato a risultati sorprendenti solamente in questa occasione.<br \/>\nHo ritenuto opportuno che i partecipanti trasformassero, da subito, la stanza in cui svolgono tutte le altre attivit\u00e0, in un luogo \u201caltro\u201d, creato da loro stessi, in cui potersi mettere in gioco alterando la spazialit\u00e0 e la temporalit\u00e0 quotidiane.<br \/>\nA ciascuno di loro e dei collaboratori, disposti su una fila unica, \u00e8 stato chiesto di arricchire lo spazio, dopo averlo osservato con cura, posizionandovi, uno alla volta, una sedia all\u2019interno di esso. Per\u00a0 compiere questa azione \u00e8 stata concessa loro la massima libert\u00e0 nei tempi e nelle modalit\u00e0 di esecuzione.<br \/>\nUna cosa molto interessante da notare consiste nel fatto che la maggior parte dei partecipanti ha appoggiato le sedie in maniera particolare (rovesciate a terra o capovolte), seguendo linee spaziali oblique, mentre quasi la totalit\u00e0 dei collaboratori, le ha posizionate normalmente sulle quattro gambe, rivolte verso uno dei punti cardinali.<br \/>\nLa cosa\u00a0 che pi\u00f9 mi ha sorpreso si \u00e8 verificata quando Fabio, uno dei partecipanti, anzich\u00e9 dirigersi verso la fila di sedie, \u00e8 andato a prendere una scala, appoggiata al muro, in un angolo della stanza.<br \/>\nFabio parte dalla sua posizione con un grado di concentrazione pi\u00f9 elevato degli altri,\u00a0 attraversa lo spazio zigzagando con scatti improvvisi tra le sedie, in direzione della parete sulla quale poggia l\u2019ultima sedia da posizionare. Improvvisamente si\u00a0 blocca, direziona lo sguardo in un angolo vuoto della stanza e si dirige verso quello opposto in cui\u00a0 trova una scala che afferra con decisione. Con tutta sicurezza e nello stupore generale, in un primo momento appoggia a terra i due piedi della scala ancora chiusa, si\u00a0 ferma proprio sul punto di aprirla e, dopo un secondo di pausa, distende l\u2019attrezzo al suolo. Guarda compiaciuto l\u2019oggetto da lui scelto per alcuni secondi, poi si volta e torna al posto senza mostrare in volto alcuna emozione.<br \/>\nUna volta ultimata la costruzione del nostro nuovo spazio \u201cscenico\u201d, \u00e8 stato chiesto a ciascuno di dare una libera interpretazione a quello che era stato creato insieme, in base alle suggestioni che ne avevano ricevuto. I primi a parlare sono stati alcuni dei collaboratori che non sono riusciti a superare la connotazione negativa e stereotipata di disordine e caos, che pu\u00f2 possedere una serie di sedie rovesciate su un pavimento.<br \/>\nCome gi\u00e0 mi aspettavo, i partecipanti hanno risposto in maniera pi\u00f9 originale e profonda, andando ad indagare veramente le emozioni che tale immagine suggeriva loro.<\/p>\n<p>Daniele: Io, in uno spazio cos\u00ec, farei l\u2019amore con una donna.<br \/>\nFrancesco: Io, canterei.<br \/>\nBarbara: Eh,\u2026mhh..io, balletto, s\u00ec.<br \/>\nFabio: Mi sebra\u2026mi sebra\u2026ehm\u2026spazza\u2026spazzacamino.<br \/>\nSara: Io farei\u2026calla\u2026callavolo.<\/p>\n<p>Dopo una prima carrellata di interpretazioni e impressioni, decido di intervenire sulla luminosit\u00e0 dello spazio scenico.<br \/>\nAbbasso l\u2019interruttore della luce e taglio il pavimento della stanza con piccole lame tratteggiate di bianco, che spiovono dalle fessure delle tapparelle che faccio scendere lentamente<br \/>\nEcco come, con un po\u2019 pi\u00f9 di esitazione, si modificano alcune delle interpretazioni date in precedenza dai partecipanti.<\/p>\n<p>Daniele: Comincio, comincio io. Allora vedendo questa stanza qui, mi immaginerei un uomo seduto che canta una canzone a una ragassa, e questa ragassa fa uno spogliarello. Fa uno spogliarello mentre questo cantante seduto canta.<br \/>\nFrancesco: mmhh\u2026che gli altri ballano.<br \/>\nSara: Io ballerei Franchesco.<br \/>\nFabio: Io, farei quello che dorme, ma che non ha sonno.<\/p>\n<p>Solo dopo questa discussione, attraverso il confronto delle nostre impressioni e delle intenzioni che ci suggerisce la situazione spaziale che abbiamo creato, abbiamo potuto incominciare ad agire questo nostro spazio \u201cteatralizzato\u201d.<br \/>\nLa musica ha segnato l\u2019approdo a questa fase, contribuendo ad arricchire emotivamente la motivazione con cui ciascuno sarebbe entrato nello spazio per animarlo della propria presenza.<br \/>\nCarla, la madre di Andrea, uno dei partecipanti affetti da un forte autismo, ha portato un nastro su cui ha registrato suo figlio che suona il pianoforte.<br \/>\nAlla presenza di questa melodia spezzata, lo spazio sembra prendere vita, le note cambiano lentamente sedia sulla quale riposare, accarezzano i pioli di una scala che d\u00e0 l\u2019idea di essere stata usata per l\u2019ultima volta, avvolta nella penombra che vela i corpi di Sara e Francesco, i primi a danzare insieme in questo spazio, senza alcun timore o imbarazzo, come se quel luogo fosse ci\u00f2 che rimane del mondo, e loro le ultime creature a popolarlo.<br \/>\nQuesto esercizio ha lo scopo di portare i partecipanti a quella che diventa una improvvisazione libera, dove si sviluppano una serie di rapporti di interrelazione. Si interagisce innanzi tutto con uno spazio volutamente alterato nella sua agibilit\u00e0 e con degli elementi praticabili, in questo caso le sedie e la scala. Un altro livello di interazione si instaura tra le persone, che stabiliscono delle relazioni, ciascuno a partire da una propria azione,\u00a0 scaturita da una suggestione provocata dalla combinazione dello spazio con i suoi elementi, con la luce e la musica.<br \/>\nLa prima improvvisazione del laboratorio ci \u00e8 apparsa molto carica di energia e densa di significati, ma soprattutto vera. Il sovrapporsi delle azioni di ognuno andava a creare dei contrasti molto interessanti e le relazioni che si instauravano tra queste figure pullulavano di una sincerit\u00e0 cruda, messa a nudo senza alcun pudore.<br \/>\nIl lavoro riguardante la \u201cteatralizzazione\u201d dello spazio \u00e8 stato ripreso nell\u2019ambito dell\u2019incontro seguente nel quale, dopo aver ripetuto la fase di costruzione di una sorta di scenografia mediante l\u2019utilizzo delle sedie e della scala, \u00e8 stato dato a ciascuno dei partecipanti un elemento di un costume o di\u00a0 una maschear. La richiesta \u00e8 stata quella di indossare o calzare tali accessori, prima di entrare nello spazio scenico, e scegliere la posizione e la postura iniziale. Questo avrebbe dovuto gi\u00e0 caratterizzare l\u2019entrata di ognuno allontanandolo dal s\u00e9 di ogni giorno e avvicinandolo ad una prima condizione fittizia di personaggio.<br \/>\nE\u2019 stato di fondamentale importanza cercare di capire che cosa andasse a modificare la presenza ed il contatto con questo nuovo elemento.<br \/>\nDaniele si aggiusta con cura la bombetta che gli ho dato, sposta il bacino in avanti, getta il peso del tronco all\u2019indietro, mima con la mano una pistola, assume uno sguardo minaccioso chiudendo di pi\u00f9 un occhio ed inclinando leggermente il capo da un lato. La sua entrata in scena ricorda quella di un gangstar, con camminata\u00a0 lenta e pausata dai movimenti che esegue con la mano, utilizzata come arma da fuoco.<br \/>\nA Sara ho dato un cappello da marinaretto. Quello che modifica il suo comportamento abituale \u00e8 la presenza fastidiosa di quell\u2019elemento estraneo che porta sulla sua testa e che continua a mettere, togliere, aggiustare, guardare. Quello che per\u00f2 mi colpisce \u00e8 la fatica fatta per tenersi quell\u2019oggetto sul capo, uno sforzo che altera a momenti il suo equilibrio e frena i tempi della sua solita camminata.<br \/>\nQuando ognuno ha occupato la sua posizione all\u2019interno della scena, osservo il quadro che si \u00e8 venuto a creare, notando subito con piacere che alcuni di loro, hanno trovato una loro postura, differente da quella che utilizzano solitamente, legata alle suggestioni derivanti dall\u2019accessorio che indossano, che li ha portati probabilmente ad avvicinarsi ad una loro rappresentazione mentale di un qualche personaggio.<br \/>\n\u00c8 giunto il momento di aggiungere un altro elemento fondamentale per agire questo spazio, per \u201cteatralizzarlo\u201d ulteriormente: la voce.<br \/>\nCiascuno dei partecipanti, dalla posizione in cui si trovava, \u00e8 stato messo nella condizione di utilizzare, a suo piacimento, il materiale drammaturgica che aveva scelto per l\u2019occasione. Cos\u00ec, alcuni hanno cantato un pezzo di una canzone, altri hanno recitato una parte di una poesia, altri ancora hanno letto una frase scritta da loro stessi. Durante questa fase, i partecipanti sono stati sollecitati individualmente ad alzare la voce , a ripetere il testo facendo pause tra una parola e l\u2019altra, ad articolare come meglio potevano, a dilatare e sottolineare alcuni suoni. Terminato questa sorta di lavoro sul singolo, tutti sono stati invitati ad alternarsi nell\u2019esposizione dei propri materiali, con lo scopo di ridurre il pi\u00f9 possibile le pause tra l\u2019uno e l\u2019altro, fino quasi ad arrivare a sovrapporsi.<br \/>\nAndrea, non potendo utilizzare la parola, si sarebbe sentito escluso da questa fase del lavoro, per questo \u00e8 stato fatto accomodare al pianoforte, per accompagnare questo momento con una musica da lui eseguita.<br \/>\nBarbara si alza, avvolta nel suo tut\u00f9 rosa da ballerina di danza classica, appoggia dolcemente una mano alla scala e inizia a dire una poesia. La voce \u00e8 molto bassa e nasale, a stento riusciamo a sentire solo la prima parola di ogni verso. Il capo, tendenzialmente tenuto basso, si alza solo a momenti, accompagnato dal movimento di un braccio che compie un leggero slancio in avanti, corrispondente all\u2019incipit di alcune parole, ma il suo sguardo rimane totalmente interiore. La memoria invece non sembra assolutamente provocare alcun problema, dato che Barbara attraversa velocemente varie strofe di quella poesia senza\u00a0 interruzioni o auto correzioni. Le chiedo di ripetere a voce alta solo il primo verso cercando di fare delle pause tra una parola e l\u2019altra, \u00a0prendendo il fiato necessario. Lo sforzo compiuto da Barbara \u00e8 incredibile, ma la voce ancora fatica ad uscire con pi\u00f9 volume dalla sua bocca piccolissima e che si apre minimamente ad ogni suono. Decido allora di farle rivolgere quelle stesse parole a Beatrice, sollecitando la sua attenzione. Il tono cambia e, si colora di molte sfumature, fino a diventare imperativo e portare la voce di Barbara ad alzarsi notevolmente di intensit\u00e0. Inoltre, l\u2019effetto comico \u00e8 davvero esilarante, perch\u00e9 Barbara alterna alle parole pompose della poesia i bruschi richiami a Beatrice (\u201cOh ascolta mo! Dai!\u201d oppure \u201cEhi! Beatrice! Mi ascolti o fai finta?!\u201d) che la guarda esterrefatta e quasi spaventata.<br \/>\nSara, seduta vicino a Francesco, lo guarda, e quando le chiedo se vuole dire qualcosa anche lei, dopo un minuto di silenzio, riempito dai suoi continui cambi di espressione, con tutta la dolcezza e la naturalezza possibile dice: \u201cIo\u00a0 amo Franchesco!\u201d. Inizio a lavorare su questa frase come sulle altre, intervenendo sul volume della voce, e soprattutto sulla scansione e l\u2019articolazione delle parole, stabilendo per\u00f2 gi\u00e0 una relazione tra questi due personaggi, dal momento che Sara deve sempre dire la sua frase a Francesco cambiando di volta in volta il contatto fisico con lui (tenendosi per una mano, per entrambe le mani, abbracciandosi, appoggiati di spalle l\u2019uno all\u2019altro,etc.). I risultati ottenuti da Sara, in alcuni minuti di lavoro, sono strabilianti, soprattutto se si pensa che, tra i partecipanti affetti da sindrome di Down, \u00e8 il caso pi\u00f9 grave e che ha scoperto la parola da poco tempo.<br \/>\nDaniele si dirige verso lo stereo, estrae una cassetta dalla tasca e la inserisce nell\u2019apparecchio. Si volta, ci guarda, preme play e ritorna nello spazio cominciando, con le dita, a tenere il tempo di una canzone dance cantata in francese. Con la sua goffa andatura comincia a sondare lo spazio. Poi si ferma di fronte ad una delle collaboratrici, prima con uno sguardo accattivante, poi tendendo la sua mano, con il suo indecifrabile linguaggio delle dita, la invita a ballare. Tenendola per\u00a0 mano viene verso di me, e ripete lo stesso invito, ci fa disporre ai suoi fianchi e ci guida in un inchino verso un ipotetico pubblico, ripetendo questa procedura per tutti e quattro i lati della stanza. Le sue mani cominciano la loro danza insolita, indicando gli altri, forse invitandoli, fino a che, sempre su indicazione dello stesso Daniele, che oramai riveste la figura di direttore di questa orchestrina danzante, prendiamo gli altri partecipanti per mano. Si viene a formare in tal modo un cerchio che danza imitando i gesti di Daniele, mentre Barbara sale sulla scala, rimasta al centro dello spazio, e, tenendosi saldamente con una mano, getta nell\u2019aria l\u2019altra, che comincia a seguire il tempo della musica. Sull\u2019incalzare del tempo tutti quanti cominciamo a battere le mani sfociando in un meritato applauso rivolto a tutti i partecipanti a quella che \u00e8 diventata, inaspettatamente, un\u2019improvvisazione collettiva.<br \/>\nSono bastati questi due incontri a farmi capire che qualsiasi struttura fissa di un esercizio serve ai partecipanti, inizialmente, per dare loro una certa sicurezza iniziale e stimolarli ad agire. Successivamente, per\u00f2, la loro imprevedibilit\u00e0 e le loro peripezie scardinano da dentro qualsiasi sistema chiuso, alterandone continuamente la forma, espandendone talmente i confini da arrivare a distruggerli. Cos\u00ec ogni indicazione data, ogni traccia da seguire diventa la partenza per un percorso che porter\u00e0 alla liberazione da ogni schema. E questo capita anche a me, quando lavoro con loro, difficilmente riesco a concludere anche solo un riscaldamento muscolare senza improvvisare sulle loro reazioni continue variazioni. Cos\u00ec, quando Daniele, invece di utilizzare un testo, ha deciso di usufruire di una base musicale per giungere ad una improvvisazione priva della parola, ho lasciato proseguire la cosa, senza quasi accorgermene. Proprio per lasciare ogni libert\u00e0 di espressione, per non soffocare la sua inventiva ed il suo narcisismo. Per non confezionare nulla in uno schema fisso o in un metodo rigoroso. Forse la verit\u00e0 \u00e8 che qui, come nel teatro, non c\u2019\u00e8 metodo da seguire. Ogni giorno impari qualcosa e il giorno dopo sei da capo. Il terreno in cui mi stavo avventurando sarebbe stato quello dell\u2019inatteso e dell\u2019imprevedibile. Avrei insegnato ma anche imparato, avrei dovuto essere disposto ad abbandonare quei meccanismi e quelle logiche che noi chiamiamo \u201cnormali\u201d, per conoscere ed acquisire quelle da loro utilizzate. Questa sarebbe stata la condizione per poter creare un vero dialogo tra di noi. E questo il nostro \u201cspazio teatralizzato\u201d, dove tutto \u00e8 possibile, dove abita lo stupore, dove c\u2019\u00e8 continua tensione ad un\u2019originalit\u00e0 e non esistono preconcetti. Un luogo dove la creativit\u00e0, intesa come capacit\u00e0 di vedere nuove relazioni e di rendere esistente qualcosa che non esisteva prima, significa anche deviare da modelli tradizionali di pensiero e comportamento, affrancandosi dai limiti dell\u2019uniformit\u00e0, liberandosi, realizzandosi, salvandosi, ovvero essendo \u201cdiversi\u201d\u00a0 e imparando a considerare la diversit\u00e0 un valore costruttivo, in cui operano la scoperta e\u00a0 il miglioramento.<\/p>\n<p><strong>La sfida al limite:un occasione creativa<br \/>\n<\/strong>Il limite fisico, sociale, psicologico o di qualsiasi natura, \u00e8 un\u2019occasione creativa, \u00e8 il punto di partenza di un\u2019originalit\u00e0 espressiva e soprattutto il profilo di una identit\u00e0 e quindi va cercato, indagato, conosciuto.<br \/>\nAl laboratorio del Centro 21 il limite \u00e8 stato sempre affrontato, sfidato, trasformato in arte, con volont\u00e0, coraggio e sudore da parte di tutti i partecipanti. Nessun esercizio, nessun tipo di lavoro svolto insieme \u00e8 stato mai preparato appositamente per venire incontro alla loro condizione.<br \/>\nGli esercizi che propongo loro e che invento, modifico, sviluppo, complico insieme a loro, provengono da un repertorio di esercitazioni svolte durante il mio percorso di attore. Alcuni sono complessi e richiedono molta concentrazione, altri sono molto faticosi e necessitano di un buon allenamento. Non c\u2019\u00e8 stato alcun tipo di semplificazione e di alleggerimento di queste pratiche, ognuno era libero di arrivare, ogni giorno, dove si sentiva. Questa era la sua sfida personale al limite, intrapresa con una coscienza delle proprie capacit\u00e0 e potenzialit\u00e0 che \u00e8 andata crescendo nel tempo.<br \/>\nPi\u00f9 volte \u00e8 stato rimproverato a molti collaboratori di utilizzare un approccio pietistico e di assistenzialismo verso i partecipanti, di aiutare invece di capire, di limitarsi a notare solo i difetti e a correggere gli errori anzich\u00e9 osservare quei modi nuovi di agire, e di agevolare lo sviluppo di quelle potenzialit\u00e0 espressive.<br \/>\nDove c\u2019\u00e8 la presenza di un vissuto di carattere assistenziale, e quindi una certa tendenza ad adagiarsi e annullarsi nell\u2019aiuto degli altri, occorre disciplina, per fare in modo che i partecipanti imparino a distinguere il lavoro teatrale dalle altre attivit\u00e0 ricreative e lo affrontino con professionalit\u00e0.<br \/>\nMolti di loro, inizialmente, manifestavano questa tendenza a non spingersi oltre una certa soglia, e a cercare il nostro conforto di fronte ad un compito mai affrontato prima. Inizialmente c\u2019\u00e8 una coltre di apatia da superare, che se affrontata nella maniera giusta permette a quell\u2019energia potenziale, celata in loro, di sprigionarsi in tutta la sua potenza e a quella volont\u00e0 di raccontarsi in tutta la poesia del proprio essere, di emergere.<br \/>\n\u00c8 un periodo molto produttivo, dove si raccoglie ci\u00f2 che si \u00e8 seminato a schiena curva e con tanto sudore sulla fronte.<br \/>\nOggi i ragazzi hanno condotto il training fisico e vocale interamente da soli, passandosi la fiaccola regolarmente, cos\u00ec tutti hanno guidato tutti. Sembrano un corpo solo, un movimento unico con tutte le sue mille sfumature, un suono solo con tutti i suoi armonici. Ho spiato questo avvenimento che \u00e8 durato pi\u00f9 di quaranta minuti senza alcuna interruzione, senza distrazione, non una risata, non uno sbuffo, niente, solo concentrazione e professionalit\u00e0. [\u2026].<br \/>\nIl training che effettuavamo ad ogni incontro, con una durata che variava ogni volta, e che comprendeva un lavoro sul corpo, sulla voce e sulle facolt\u00e0 mentali (memoria, concentrazione, immaginazione), era il terreno privilegiato per questa sfida lanciata al limite, il luogo in cui poterlo trasformare in altro.<br \/>\nDurante i primi incontri il training veniva affrontato con molta fatica e la spossatezza subentrava dopo pochi minuti, costringendo alcuni partecipanti a fermarsi per riprendere fiato. C\u2019era una sorta di imbarazzo nel compiere il tentativo di misurarsi con quelle difficolt\u00e0 psico-motorie determinate dall\u2019 handicap. Quello che \u00e8 stato pi\u00f9 volte spiegato loro \u00e8 che ci\u00f2 che contava maggiormente era la tensione di quello sforzo impiegato nel tentato superamento del limite piuttosto che il risultato in s\u00e9.<br \/>\nCol passare del tempo, dopo esercizi dedicati in maniera specifica all\u2019 equilibrio,\u00a0 ma soprattutto dopo aver capito che il limite che ognuno ha va messo in gioco e trasformato, come punto di partenza di ogni nostra personale ricerca su noi stessi, ogni situazione che metteva in discussione il proprio equilibrio veniva vissuta come una prova con se stessi, come un\u2019occasione per spingere i limiti del proprio corpo un po\u2019 pi\u00f9 in l\u00e0, oltre la prossima meta.<br \/>\nSara, che prima si aggrappava alla mia spalla,\u00a0 di sua iniziativa, per cercare di sollevare la gamba e mantenerla alzata, e non voleva lasciare pi\u00f9 la presa, da un po\u2019 di giorni abbandona il mio sostegno ogni qualvolta crede di aver trovato l\u2019equilibrio.<br \/>\nOggi i ragazzi hanno condotto il training fisico e vocale interamente da soli, passandosi la fiaccola regolarmente, cos\u00ec tutti hanno guidato tutti. Sembrano un corpo solo, un movimento unico con tutte le sue mille sfumature, un suono solo con tutti i suoi armonici. Ho spiato questo avvenimento che \u00e8 durato pi\u00f9 di quaranta minuti senza alcuna interruzione, senza distrazione, , solo concentrazione e professionalit\u00e0.<br \/>\nLa maggior parte dei partecipanti conoscono quali sono i propri limiti, sono coscienti dei rischi che possono correre affaticandosi troppo, ognuno sa quanto pu\u00f2 osare. Cos\u00ec molte volte, durante esercitazioni pi\u00f9 stancanti, alcuni dei partecipanti si fermavano e uscivano momentaneamente dal lavoro, come pu\u00f2 accadere in qualsiasi altro laboratorio dove si lavora con una certa intensit\u00e0. \u00c8 capitato per\u00f2 che\u00a0 qualcuno ignorasse completamente i disturbi che stavano insorgendo in quel momento, colto dalla smania di riuscire a fare sempre di pi\u00f9 rispetto agli altri, nel tentativo di voler dimostrare di essere pi\u00f9 vicino a noi normodotati che ai compagni disabili.<br \/>\nIl training funzionava molto e cominciava a dare i suoi risultati gi\u00e0 dopo qualche mese. Quello che ho sempre apprezzato di questo lavoro \u00e8 che non si trattava di insegnare loro dei movimenti, delle posture, delle figure, degli esercizi per lavorare con il corpo e con la voce, ma di permettere uno scambio, un dialogo tra i nostri corpi. Cos\u00ec molte volte qualcuno di loro conduceva un riscaldamento vocale basandosi sulle tecniche apprese durante i corsi di canto, un altro proponeva dei passi di danza imparati al corso di ballo, altri ancora mostravano particolari atteggiamenti del corpo e posizioni che a loro sembravano tanto usuali, a noi inimitabili.<br \/>\nInvito Rossella, che durante alcune improvvisazioni si piega fino ad inserire la testa tra le gambe, a proporre le sue figure, che sembrano quelle di una contorsionista, durante il training fisico. Tutti i partecipanti, me incluso, si impegnano ad utilizzare quelle posizioni, per riscaldare i muscoli, fino a dove possono. Mi accorgo di come il corpo di molti di questi attori, proprio perch\u00e9 diverso in alcune caratteristiche che la medicina chiamerebbe malformazioni, possiede delle caratteristiche e gamme di movimento differenti. In questo caso dimostra un\u2019elasticit\u00e0 congenita straordinaria. Io, seppure allenato, non riesco a raggiungere l\u2019estensione dei loro piegamenti con la stessa facilit\u00e0. Un corpo pi\u00f9 flessibile, pi\u00f9 elastico, sul quale si pu\u00f2 lavorare molto per indagare tutte le sue potenzialit\u00e0 ed esaltarle al meglio.<br \/>\nCon il passare del tempo sono stati i partecipanti stessi a chiederci di essere aiutati a colmare delle lacune nel loro utilizzo del corpo, per affinare dei movimenti, per imparare tutte quelle cose che non sono in grado di fare e che vivono come un deficit. Cos\u00ec, molte volte, durante il training, io stesso o un collaboratore ci dedicavamo interamente ad una persona e al problema che aveva esposto. Tutto questo lavoro sul training e votato al superamento dei propri limiti si \u00e8 concluso con un risultato sorprendente.<br \/>\nVerso la fine del secondo anno di laboratorio, Andrea, che aveva partecipato anche al primo, durante un momento di distrazione dal lavoro teatrale, ha cantato parte di una canzone.<br \/>\nRossella ha deciso di portare il karaoke a laboratorio. Accettando questa sua iniziativa, \u00e8 stato trascurato per un giorno il lavoro che stavamo svolgendo per dedicarci al canto. Ciascuno dei partecipanti ha scelto una canzone ed ha aspettato il suo turno. Questo ha permesso di verificare come cambiasse la voce durante quello che poteva essere inteso come un gioco, rispetto al lavoro teatrale. In effetti, la voce di Rossella, rispetto agli altri, cambiava di parecchio. Mentre, quando si lavora, c\u2019\u00e8 tutta una serie di inibizioni che quasi non permette alla voce nemmeno di uscire, in quest\u2019ambito pi\u00f9 ludico, questa acquista volume, intensit\u00e0 e tono. Inoltre utilizza, in questo caso, un\u2019espressivit\u00e0 nelle tonalit\u00e0 molto marcata. Se Rossella stupisce per questi cambiamenti Andrea regala qualcosa che nella vita si vede una volta sola. In quella sala, sulle dolci note della <em>Ninna nanna del Cavallino <\/em>\u00a0si compie quello che potrebbe essere definito come un miracolo. Andrea prende in mano il microfono, segue con gli occhi le parole del testo e comincia a scandirle con il movimento della bocca che si dilata sempre di pi\u00f9.\u00a0 Improvvisamente comincia a uscire il suono di quelle parole. Una voce limpida, fresca, rimasta inutilizzata per dieci anni riempie la sala, invade i nostri sensi e quelli dei partecipanti. Si crea il silenzio pi\u00f9 totale, \u00e8 solo questa voce a prendere forma, come se fosse una presenza che per un istante popola questo spazio per poi scomparire nuovamente nel nulla. Questa apparizione sonora dura meno di un minuto, sufficiente a gettare tutti nell\u2019incredulit\u00e0 e nel\u00a0 silenzio. Sembra che nessuno voglia pi\u00f9 parlare perch\u00e9 la sua voce non inquini lo stesso spazio in cui si \u00e8 rivelata quella di Andrea, come un tesoro celato, un enigma svelato, una scoperta che ha dell\u2019incredibile.<\/p>\n<p><strong>Dal laboratorio alla scena<br \/>\n<\/strong>Nel secondo anno di laboratorio, abbiamo deciso di lavorare alla produzione di uno spettacolo, come verifica del percorso biennale svolto e come ulteriore stimolo alla creazione per i partecipanti. Ho pensato di lavorare con delle suggestioni forti, utilizzando dei testi crudi e aperti all\u2019esplorazione dei caratteri umani, ma soprattutto, che potessero esaltare, in tutti i suoi aspetti, il comportamento scenico di questi attori, che ritenevo teatralmente efficace. Durante le improvvisazioni abbiamo utilizzato molto il tema contenitore del circo. Questo, per via del suo potenziale evocativo e fantastico, che invogliava i partecipanti a voler esplorare caratteri e personaggi che possiedono abilit\u00e0 straordinarie, e che di conseguenza li portava a sfidare in continuazione i propri limiti, e a coinvogliare in queste figure tra il poetico ed il grottesco, tutta l\u2019originalit\u00e0 e l\u2019efficacia del loro agire in scena.<br \/>\nL\u2019idea era quella di presentare uno studio su alcuni frammenti di F. Wedekind e G.Buchner,\u00a0 di compiere un indagine dei caratteri e dei vizi umani che nei due drammaturghi tedeschi compaiono metaforizzati sotto forma di animali. Si trattava quindi di lavorare principalmente sulla metamorfosi e sul doppio, dato che ogni personaggio del circo era anche un vizio, un carattere, un tipo umano, identificato nell\u2019animale che doveva evocare.<br \/>\nNell\u2019assegnare queste figure agli attori, abbiamo cercato di rispettare una sorta di coerenza nella fisicit\u00e0 e negli atteggiamenti naturali del corpo di ognuno, cercando di scoprire quale fosse la \u201cbestia\u201d che vive dentro ciascuno di loro. Questo lavoro di ricerca, ha fatto intuire ai partecipanti che non si trattava semplicemente di rendere l\u2019effetto di un animale attraverso la sua imitazione, ma che bisognava percepirne l\u2019essenza e viverla come linea guida del proprio personaggio circense, mediante l\u2019utilizzo di una particolare qualit\u00e0 del movimento, di una specifica temperatura energetica, di un tono muscolare differente, etc.<br \/>\nIl procedimento di costruzione del personaggio era tutt\u2019altro che semplice, poich\u00e9 si articolava sul triplice livello persona-personaggio del circo-risultato personaggio\/animale.<br \/>\nCompletata questa fase di lavoro inerente al personaggio, ci siamo potuti dedicare al montaggio di alcune sequenze, provenienti dalle improvvisazioni, che delineavano i rapporti e le dinamiche di relazione di queste figure. Mancava per\u00f2 una sorta di referente interno che fungesse da motore delle azioni fisiche e da linea guida. Ho deciso quindi di inserirmi come attore nelle scene che stavamo costruendo, dopo averle osservate e guidate come regista, per dare ulteriori sviluppi e per permettere agli attori di andare pi\u00f9 in profondit\u00e0 in ogni loro azione e relazione, noch\u00e8 per scandire il giusto ritmo all\u2019andamento dello spettacolo.<br \/>\nCos\u00ec, per la prima volta, mi sono sentito veramente a disagio, come un debuttante capitato per caso in mezzo ad una troupe di attori professionisti ed esperti. Scomparivo letteralmente dalla scena, inghiottito dalla loro presenza scenica cos\u00ec forte, cos\u00ec difficile da sostenere o contrastare.<br \/>\nHo dovuto lavorare intensamente ed al massimo delle mie capacit\u00e0, e ricordo che al termine di ogni sessione di lavoro ero esausto. Per mia fortuna non sono solo io ad aver provato queste sensazioni, altri prima di me hanno riportato queste affermazioni, dopo aver lavorato al fianco di attori diversamente abili. [\u2026] possiedono un\u2019energia e una coscienza espressiva che un normodotato raggiunge solo con molto lavoro. Tengono avvinto lo spettatore, ma al tempo stesso mantengono una chiara \u201cumilt\u00e0\u201d [\u2026] Stare vicino ad un attore portatore di handicap \u00e8 massacrante, perch\u00e9 ha una forza scenica, una verit\u00e0 dell\u2019agire teatrale enorme. [\u2026] in loro c\u2019\u00e8 una capacit\u00e0 di essere autentici. C\u2019\u00e8 una tale forza di segno scenico che determina un territorio tutto \u201cin salita\u201d [\u2026]<br \/>\nDopo una serie di prove guidate, in cui si testavano i tempi di intervento di ognuno, si \u00e8 passati alla ripetizione filata dell\u2019intera scena, che ha assunto la durata di circa trenta minuti.<br \/>\nCi sono state difficolt\u00e0 iniziali legate alla memorizzazione, non tanto delle partiture, ma dei tempi di esecuzione di queste. Una volta che tali tempi sono stati assimilati, per\u00f2, il ritmo e l\u2019energia dell\u2019intera scena sono stati sempre sostenuti con grande impegno, dimostrando un alto livello di professionalit\u00e0.<br \/>\nPer ottenere questo, \u00e8 stato indispensabile creare una rete di forti stimoli all\u2019azione, che scandivano i tempi di intervento dei personaggi, i cambiamenti spaziali, le pause, l\u2019incalzare del ritmo, le impennate di intensit\u00e0 etc.<br \/>\nQuesti impulsi venivano dati da alcuni gesti decisi e da vocalit\u00e0 marcate, come fossero dei segnali conosciuti e condivisi solo dagli attori in scena, che venivano assimilati a tal punto che la risposta risultava automatica.<br \/>\nQuando ogni attore ha imparato a decifrare i segni che scandiscono i tempi e le variazioni della sua partitura, questa rete di segnali si estende automaticamente all\u2019insieme dell\u2019agire scenico di tutti i personaggi, e l\u2019impulso si trasmette da uno stimolo all\u2019altro. Cos\u00ec, un mio gesto si ripercuote sullo spostamento spaziale di un altro personaggio, che a sua volta determina il movimento di un altro, che a sua volta va a innescare la dinamica di relazione tra altri due ancora e cos\u00ec via.<br \/>\n\u00c8 stato interessante notare come questi attori rispondano meglio proprio a tutti quegli impulsi pi\u00f9 sofisticati e meno visibili che si annidano in un cambio di intensit\u00e0 della voce o del tono muscolare, per esempio, piuttosto che ad altri pi\u00f9 espliciti. Pare che questi segnali, rintracciabili nelle variazioni energetiche di chi sta agendo in scena, siano pi\u00f9 consoni alla loro qualit\u00e0 di percezione, in maniera direttamente proporzionale alla gravit\u00e0 dell\u2019handicap.<br \/>\nQuesti attori riescono a captare la preparazione dinamica ad un\u2019azione, e ritrovano gli stimoli per il loro agire in quei momenti di passaggio dall\u2019intenzione all\u2019azione, nei <em>Sats,<\/em> come li ha definiti Eugenio Barba a proposito del lavoro con i suoi attori.<br \/>\n\u00c8 incredibile vedere come Sara, che a volte non sembra dare il minimo accenno di risposta quando la si chiama per nome,\u00a0 cos\u00ec isolata nel suo continuo muovere la bocca, sempre un passo avanti agli altri nel cerchio,\u00a0 percepisca il mio cambio di tono della voce e compia il suo salto iniziale per avanzare verso il centro. Oppure come, addirittura, avverta il mio ondeggiare del bacino e risponda con il gesto che ha memorizzato e che non ha mai omesso di eseguire.<br \/>\nTutti gli attori avevano lavorato sodo, ma, soprattutto, era stato speso molto tempo affinch\u00e9 ciascuno di loro fosse cosciente del complesso percorso di costruzione del personaggio intrapreso, delle dinamiche di relazione con gli altri attori, nonch\u00e9 dei significati che il proprio intervento arrecava all\u2019intera scena.<br \/>\nQuesto per evitare che lo spettatore, anche solo per un istante, potesse percepire una sensazione di diversit\u00e0 esibita in scena, o di fatica fatta da un attore disabile per imitarne uno normodotato, che non era certo quello che accadeva nello spettacolo e in tutto il nostro lavoro. Cos\u00ec, attraverso la consapevolezza e l\u2019energia degli attori, la nostra \u00e8 stata una\u00a0 performance di grande efficacia che non solo ha valorizzato le qualit\u00e0 degli interpreti ma ha colpito il pubblico \u201ccome un pugno allo stomaco\u201d, riuscendo a trasmettere un flusso di emozioni forti e autentiche, insieme a un messaggio critico nei confronti di una societ\u00e0 che, vergognosamente, tende ancora alla ghettizzazione dell\u2019handicap.<br \/>\nL\u2019handicap non consente trucchi; svela e denuda, e ci costringe molto spesso a fare i conti con la nostra cattiva coscienza di spettatori, di critici, di studiosi, con le nostre cattive abitudini mentali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Centro nazionale Trisomia 21, oltre le diversit\u00e0 \u00e8  un\u2019associazione ONLUS con finalit\u00e0 sociali, didattiche ed assistenziali a  carattere di volontariato. 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