{"id":485,"date":"2009-11-04T17:06:30","date_gmt":"2009-11-04T17:06:30","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=485"},"modified":"2026-03-25T10:57:49","modified_gmt":"2026-03-25T09:57:49","slug":"se-la-riabilitazione-diventa-un-abuso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=485","title":{"rendered":"6. Se la riabilitazione diventa un abuso"},"content":{"rendered":"<p>di Cristina Pesci<\/p>\n<p>Violenza e riabilitazione sono due termini che nell&#8217;immagine comune difficilmente riusciamo a vedere affiancati. Se questo pensiero si fa strada nell&#8217;esperienza di qualcuno coinvolto come familiare, operatore o utente del processo di riabilitazione, la pi\u00f9 spontanea reazione \u00e8 quella di accantonare una problematica che troppo profondamente intaccherebbe l&#8217;idea stessa della &#8220;cura&#8221;, dell&#8217;aiuto all&#8217;altro, della risposta ad un bisogno.<br \/>\n\u00c8 difficile parlare di abuso e violenza nella riabilitazione senza cadere in una elencazione di aspetti denunciati tra le righe della vita quotidiana di famiglie e bambini handicappati, di operatori e strutture (ambulatori, scuole, ospedali&#8230;), ma spesso allontanati da un&#8217;immagine complessiva forse troppo dura da riconoscere e accettare.<br \/>\nViolenza manifesta e violenza nascosta; ed \u00e8 sicuramente quest&#8217;ultima, quella nascosta, la pi\u00f9 difficile da riconoscere e affrontare. La violenza nascosta \u00e8 quella che a volte si d\u00e0 per scontata e quasi per inevitabile, quella che ad esempio non si prende cura di accogliere la nascita di un bambino handicappato fornendo alla madre e al padre tutto l&#8217;appoggio e l&#8217;attenzione che una condizione come questa richiede e lasciando quasi sempre sospeso il carico di incertezze e di dolore, di scelte e di elaborazione di ci\u00f2 che \u00e8 successo.<br \/>\nSicuramente violenti possono essere avvertiti quei provvedimenti e cure che devono paradossalmente allontanare il neonato dalla madre per terapie intensive; oppure ancora i ritmi, i tempi delle pratiche riabilitative; la curiosit\u00e0 che la diversit\u00e0 provoca, inevitabile eppure tanto forte nel determinare l&#8217;immagine della corporeit\u00e0 e le strategie adottate dal bambino.<\/p>\n<p><strong>Il caso dei bambini disabili<br \/>\n<\/strong>Sono tante le variabili in gioco, prime tra tutte le reazioni e le capacit\u00e0 di adattamento specifiche di ciascun bambino, che diventa improponibile dare un quadro generale che accomuni ogni singola storia. Una riflessione attenta permetterebbe comunque di arrivare a riconoscere o scoprire che in alcuni comportamenti o reazioni del bambino handicappato si rivela una condizione avvertita come contrapposta ai propri desideri, sub\u00ecta senza la possibilit\u00e0 di sottrarsi completamente a ci\u00f2 che viene avvertito come pericoloso, motivo di paura e dolore.<br \/>\nQuesta dimensione soggettiva rappresenta bene quel significato che la parola &#8220;soggetto&#8221; racchiude: &#8220;essere sottoposto a dei limiti&#8221;. In questo caso un bambino handicappato si ritrova per definizione in una condizione in cui i limiti sono rappresentati non solo dalle situazioni pi\u00f9 varie che la realt\u00e0 propone a ciascuno; ci sono infatti limiti che nel bambino handicappato assumono spesso una vera e propria impossibilit\u00e0 a incidere sulla realt\u00e0, sul tempo e sullo spazio entro cui \u00e8 immerso, salvo adottare questa passivit\u00e0 trasformandola in piacere.<br \/>\nMa &#8220;soggetto&#8221;, come sottolinea Silvia Veggetti Finzi, significa anche artefice della propria condizione e delle proprie scelte, oltre che sottoposto a limiti; anche su questo piano la gamma delle scelte possibili subisce una forte riduzione in presenza di deficit, ma non esclude la possibilit\u00e0 di salvaguardare una spinta al desiderio di autonomia che produca quindi il piacere di incidere sulla realt\u00e0.<br \/>\nPerch\u00e9 questo piacere possa essere salvaguardato in misura sufficiente da potere riemergere come risorsa ogni qualvolta nuove e impreviste difficolt\u00e0 mettono in discussione il processo di crescita nel percorso riabilitativo, \u00e8 necessario che il bambino possa sentirsi riconosciuto nel proprio timore. In fondo ogni bambino in riabilitazione si trova a dover considerare l&#8217;alternanza continua del piacere della dipendenza al piacere di sperimentare nuove autonomie, spesso affrontando da solo il disagio di un tale conflitto.<br \/>\nTenendo conto di quanto possa essere faticoso e difficile e quindi privo di piacere sperimentare funzioni che sono normalmente vissute come spontanee, istintive, occasioni di scoperta (mangiare, muoversi, afferrare, camminare&#8230;) la riabilitazione porta con s\u00e9 situazioni molto controverse.<br \/>\nIn un campo come quello della riabilitazione, esistono aspetti che in modo manifesto o in maniera pi\u00f9 mascherata, possono rappresentare vere e proprie condizioni di violenza o comunque essere percepite come tali da chi, a causa ad esempio di un deficit congenito, si trovi a crescere e a strutturare la propria identit\u00e0 e autostima &#8220;nonostante&#8221; gli svantaggi e le differenze che la menomazione comporta.<br \/>\nIl termine nonostante \u00e8 tra virgolette allo scopo di sottolineare quanto lavoro emotivo profondo sia richiesto a un bambino handicappato, chiamato ad apprendere come muoversi, percepire collegare le proprie esperienze nell&#8217;ambiente circostante e nelle relazioni che lo coinvolgono.<br \/>\nSe spostarsi autonomamente per un bambino che comincia a camminare rappresenta una occasione evolutiva di indipendenza non solo fisica ma anche psichica dall&#8217;adulto a cui il bambino partecipa con piacere, esiste un piacere vissuto di riflesso dal bambino, piacere proveniente dalla gioia e dall&#8217;orgoglio di un genitore che ad esempio assiste ai primi passi del proprio figlio.<br \/>\nOccasioni analoghe possono diventare per un bambino handicappato situazioni di delusione, di insuccesso, di invasiva presenza dell&#8217;adulto, non immediatamente riconoscibile come violenza ma ugualmente in grado di produrre una ferita profonda nella struttura e nella rappresentazione dell&#8217;identit\u00e0 del bambino continuamente giocata sul filo del &#8220;cosa sa fare, cosa non sa fare&#8221;, del &#8220;troppo presto, troppo tardi&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Le violenze nascoste che negano la persona<br \/>\n<\/strong>Del resto se esistono e possono essere ammesse disattenzioni o errori nell&#8217;interpretazione degli effettivi bisogni e desideri che un bambino handicappato propone, generalmente si \u00e8 molto meno disposti a considerare la presenza di un&#8217;altra importante dimensione. Il riferimento riguarda la dimensione interiore, soggettiva della esperienza legata alle terapie, alle manipolazioni, agli interventi pi\u00f9 o meno cruenti per la definizione di una diagnosi, agli eventuali interventi chirurgici, alle apparecchiature utilizzate e cos\u00ec via.<br \/>\nA questo \u00e8 necessario aggiungere una condizione che inevitabilmente si collega con l&#8217;elenco prima accennato e che forse pi\u00f9 di questo, pu\u00f2 rappresentare in termini soggettivi un vero e proprio vissuto di violenza subita; ad esempio le separazioni dalla madre da parte del bambino ricoverato o sottoposto a visite e cure, comunque l&#8217;allontanamento dall&#8217;ambiente familiare conosciuto, dai ritmi e dalle occasioni tipiche di una casa o di quegli ambiti dove comunemente si svolge la vita di un bambino.<br \/>\nLa violenza nascosta pu\u00f2 allora essere quella che inconsapevolmente nega la condizione di disagio, tralasciando la persona-bambino per occuparsi dell&#8217;handicap-bambino in cui emozioni, sentimenti, conoscenze, comunicazioni, sono separati e tutti filtrati da quel giudizio preordinato che la disabilit\u00e0 pu\u00f2 portare con s\u00e9 in quanto simbolo di diversit\u00e0 e dolore. In questo caso il bambino non \u00e8 pi\u00f9 soggetto della cura, del percorso riabilitativo scandito dalla sua persona e dai suoi bisogni, ma la riabilitazione e le terapie diventano i soggetti a cui il bambino deve adattare la propria crescita e la propria vita quotidiana.<br \/>\nLa riabilitazione pu\u00f2 trasformarsi nella occupazione della vita della persona handicappata, non solo nella scansione delle giornate, settimane, mesi e anni impegnati, ma nella immagine interna costantemente occupata a definire qualcosa che non \u00e8 piuttosto che dare una dimensione di se stessi, per quello che si \u00e8.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;angoscia di cadere<br \/>\n<\/strong>Se in questa lettura la riabilitazione assoggetta il bambino handicappato, la sua famiglia, il futuro, sicuramente si pu\u00f2 intravedere in tutto questo un aspetto che produce effetti contrari alle intenzioni di chi cura; il bambino pu\u00f2 difendersi congelando la propria partecipazione attiva e in definitiva il proprio sviluppo: una sorta di resistenza passiva che egli mette in atto per cautelarsi, come meglio pu\u00f2, da interventi che spesso inconsapevolmente lo sottopongono a situazioni avvertite come minacciose e che quindi lo inducono a sottrarsi dal partecipare alle proposte e alle aspettative dell&#8217;adulto.<br \/>\nWinnicott elenca tra le angosce primarie del bambino l&#8217;angoscia di cadere. Ogni bambino la sperimenta nei primi mesi di vita. Via via questa lascia il posto a quella capacit\u00e0 motoria che implica la rassicurazione rispetto al &#8220;mondo&#8221; esterno, attraverso quelle possibilit\u00e0 di modificarlo, di controllarlo e cambiarlo con le proprie azioni.<br \/>\nCos\u00ec il contenimento proveniente dall&#8217;esterno, dalla madre che tiene in braccio il bambino, si tramuta in una capacit\u00e0 sempre pi\u00f9 autonoma di un sostegno proveniente dall&#8217;interno, da una condizione sempre pi\u00f9 evoluta in termini motori ed emotivi che il bambino acquista crescendo.<br \/>\nIn una condizione di deficit il contenimento dall&#8217;esterno si prolunga per pi\u00f9 tempo rispetto al periodo fisiologico, influendo sulla costruzione di un&#8217;immagine corporea stabile e sull&#8217;angoscia primaria di cadere. Questa a sua volta, pu\u00f2 prolungare la sua impronta, agendo cos\u00ec sullo sviluppo stesso della motricit\u00e0, innescando un meccanismo a catena che non tralascia di influire anche sulla relazione primaria (simbiotica). La dipendenza fisica del bambino handicappato mantiene pi\u00f9 a lungo, a volte indefinitamente, questo legame e il cerchio si pu\u00f2 chiudere a volte ingabbiando il bambino e la famiglia (quasi sempre la madre) in un isolamento inespugnabile: nemmeno il tempo che scorre e gli anni che si succedono hanno a volte ragione di una tale condizione!<br \/>\nInfine una ulteriore paradossale condizione di violenza potrebbe diventare, a dispetto di qualunque profonda attenzione, quella secondo la quale gi\u00e0 prevedendo danni pi\u00f9 o meno visibili, pi\u00f9 o meno recuperabili, ci mettessimo tutti a pensare che in fondo a un&#8217;inevitabile condizione di sofferenza corrisponde sempre e comunque un futuro prevedibilmente nero.<br \/>\nIl senso di continuit\u00e0 e di imprevedibilit\u00e0 che il futuro racchiude in s\u00e9, molto spesso sembra negato a chi cresce con un deficit. Il senso di continuit\u00e0 significa la possibilit\u00e0 di pensare proiezioni di s\u00e9 nel futuro che diano anche ragione della fatica di crescere, di proporsi in prima persona, diventando autonomi.<br \/>\nIn questo caso, autonomia rappresenta soprattutto la possibilit\u00e0 di progettarsi nonostante il proprio passato, senza dimenticarlo e quindi anche nell&#8217;impossibilit\u00e0 di cancellare le cicatrici di una probabile violenza vissuta, ma potendo contare su ferite che si sono rimarginate.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Violenza e riabilitazione sono due termini che nell&#8217;immagine comune difficilmente riusciamo a vedere affiancati. 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