{"id":488,"date":"2009-11-04T17:06:30","date_gmt":"2009-11-04T17:06:30","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=488"},"modified":"2026-03-20T13:08:06","modified_gmt":"2026-03-20T12:08:06","slug":"prima-di-tutto-una-donna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=488","title":{"rendered":"10. Prima di tutto una donna"},"content":{"rendered":"<p>di Daniela Lenzi e Cristina pesci<\/p>\n<p>Quale scenario sociale fa da sfondo alla dimensione femminile della disabilit\u00e0? Come trovare mediazioni tra una riflessione soggettiva inevitabilmente ricca di contraddizioni e la realt\u00e0 sociale, che dovrebbe garantire il massimo impegno per la salute di tutti, ma che poco sa conciliare bisogni legati al deficit o alla malattia con una qualit\u00e0 di vita ancora progettabile, nonostante la disabilit\u00e0 e la necessit\u00e0 di cure?<br \/>\n<!--break-->Progettare per il benessere, per il piacere di vivere e per un futuro possibile, nonostante la mancanza pi\u00f9 o meno grave di abilit\u00e0 o di salute, deve essere mantenuto come il diritto prioritario per chiunque. Ma la nuova-vecchia storia che si sta scrivendo sottovoce \u00e8 una storia che sembra opporsi nuovamente al riconoscimento delle persone se non per la loro diagnosi o per il loro stato sociale, che impedisce il rivestire ruoli sociali significativi e gratificanti, che sconsiglia di esprimere differenze.<\/p>\n<p><strong>Indossare i panni delle identit\u00e0 negate<br \/>\n<\/strong>Chi, per ragioni apparentemente tanto diverse, indossa i panni di identit\u00e0 negate, \u00e8 spesso costretto a fare i conti con un territorio personale e sociale da difendere con i denti&#8230; e che dire allora di tante mute, dolorose storie di donne, di ragazze che non hanno potuto crescere con la consapevolezza del piacere di chiamarsi tali. Il silenzio, l&#8217;imbarazzo e anche l&#8217;invisibilit\u00e0 quando uno sguardo incrocia la tua persona, quando non sai se questo sguardo guarda la donna che sei o l&#8217;handicap che hai.<br \/>\nFemminile e handicap: una terra di nessuno che facilmente diventa silenzio e si rende invisibile. Tanto invisibile che l&#8217;idea di avventurarsi in questa terra pu\u00f2 sembrare, a prima vista, azzardata. E&#8217; azzardato pensare al femminile per un mondo come quello della disabilit\u00e0, che si dibatte tra la ricerca di una propria identit\u00e0 e il rifiuto di una discriminazione? L&#8217;handicappato nell&#8217;immagine comune non ha differenze sessuali, non \u00e8 donna o uomo: \u00e8 handicappato e basta. Come se questa grossolana qualifica fosse sufficiente a determinare la enorme complessit\u00e0 del mondo nascosto da una parola cos\u00ec definitiva e poco sfumata.<br \/>\nAltre domande, altrettanto importanti: ci sono terreni di riflessione comune tra donne handicappate e no? C&#8217;\u00e8 qualcosa che accomuna le donne, tutte le donne, quando si interrogano sulla propria diversit\u00e0, sulla curiosit\u00e0, o diffidenza, che questa diversit\u00e0 suscita, sui rapporti che le legano e le avvicinano agli uomini? Il femminile e l&#8217;handicap sono solidali nel vivere un senso di estraneit\u00e0 e di disagio nei confronti di una cultura che esalta il corpo, la perfezione, l&#8217;efficienza, la salute e la normalit\u00e0. Il femminile e l&#8217;handicap sono entrambi alla ricerca di una identit\u00e0 e di una soggettivit\u00e0 socialmente riconoscibili ed efficaci che li sottragga dalla subordinazione.<br \/>\nSilvia Veggetti Finzi sottolinea come soggettivit\u00e0 significa essere &#8220;soggetti&#8221; nella duplice accezione: riconoscersi sottoposti ad una serie di determinazioni e di limiti, ma anche essere &#8220;soggetti&#8221; di divenire protagonisti della propria vita, detentori del proprio futuro, artefici della propria storia. Rompere il silenzio nella ricerca di una propria identit\u00e0 e di una propria storia \u00e8 intraprendere una strada in cui non vi sono facili e sicure risposte, in cui la comunicazione, legata ad un grosso groviglio di dolore, di angoscia e di vissuto personale, a fatica trova parole adeguate.<\/p>\n<p><strong>Il cappello di Marguerite Duras<br \/>\n<\/strong>Le parole di Marguerite Duras sembrano dare voce a questi difficili interrogativi che forse desideriamo rimangano tali.<br \/>\n&#8220;Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita nell&#8217;abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. A creare l&#8217;ambiguit\u00e0 dell&#8217;immagine \u00e8 quel cappello. Come fosse capitato in mio possesso l&#8217;ho dimenticato. Non vedo chi potrebbe avermelo dato. Credo che me l&#8217;abbia comprato mia madre e su mia richiesta. Unica certezza: \u00e8 un saldo di saldi. Come spiegare quell&#8217;acquisto? Nessuna donna, nessuna ragazza portava cappelli da uomo nella colonia, a quei tempi. Neppure le indigene. Ecco come deve essere successo: mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell&#8217;et\u00e0, diventare un&#8217;altra cosa. Ho smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. \u00c8 diventato l&#8217;opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito.<br \/>\nImprovvisamente \u00e8 diventata una cosa voluta. Mi vedo un&#8217;altra, come sarebbe vista un&#8217;altra, al di fuori, a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle citt\u00e0, delle strade, del piacere. Prendo il cappello, me lo metter\u00f2 sempre, ormai posseggo un cappello che, da solo, mi trasforma tutta, non lo abbandono pi\u00f9. Per le scarpe deve essere successa pi\u00f9 o meno la stessa cosa, ma dopo il cappello. Lo contraddicono come il cappello contraddice la figura gracile, quindi fanno per me. Anche quelle non le abbandono pi\u00f9, vado ovunque con quelle scarpe, quel cappello, fuori con ogni tempo, in tutte le occasioni, in citt\u00e0&#8221;.<br \/>\n&#8220;\u2026Una scelta che contrastava la natura\u2026&#8221;la natura che contrasta una scelta, tante scelte, numerosissime scelte. La diversit\u00e0 da nascondere, da comprimere, da camuffare contrapposta alla diversit\u00e0 voluta, ostentata, fatta bandiera. Infine, ultima in ordine di apparizione, la diversit\u00e0 di vivere &#8221; a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle strade, della citt\u00e0, del piacere&#8221;.<br \/>\nLa diversit\u00e0 che sporca e che purifica, che rompe l&#8217;integrit\u00e0 (ma questa non esisterebbe se non integrando i contrasti); che si ritrova in una ragazza vestita con un cappello maschile che fa parlare e scrivere di s\u00e9, cos\u00ec, affermandosi e, nella stessa misura, negandosi. La diversit\u00e0 che c&#8217;\u00e8 e non c&#8217;\u00e8 e che all&#8217;improvviso si ripropone ciascuno, ridente o con un nodo in gola. E il cappello, le scarpe, il desiderio? \u00c8 la donna, l&#8217;adolescente, la ragazza bianca o quella col cappello rosa a tesa larga e con un nastro nero? Cosa di tutto questo rappresenta mille ugualissime, differenti similitudini?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quale scenario sociale fa da sfondo alla dimensione femminile della disabilit\u00e0? 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