{"id":495,"date":"2009-11-04T17:06:32","date_gmt":"2009-11-04T17:06:32","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=495"},"modified":"2026-03-20T12:30:58","modified_gmt":"2026-03-20T11:30:58","slug":"il-burnout-raccontato-dagli-educatori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=495","title":{"rendered":"3. Il burnout raccontato dagli educatori"},"content":{"rendered":"<p>a cura degli operatori del Centro Zanichelli<\/p>\n<p>Un logoramento costante, un forte senso di delusione e di impotenza e alla fine il sentirsi bruciati. Una condizione questa, osservata con sempre maggior frequenza e diffusa tra i molti operatori sociali che svolgono attivit\u00e0 con disabili gravi.<!--break--><\/p>\n<p>Il Centro Zanichelli, e cos\u00ec tante altre realt\u00e0 simili, accoglie circa quindici disabili gravi, gi\u00e0 abbastanza adulti, alcuni di et\u00e0 oltre i 50 anni. Un&#8217;utenza stabile, sempre le stesse persone per molti anni. All&#8217;educatore \u00e8 chiesto un lavoro che coinvolge, che tocca l&#8217;emotivit\u00e0, gli aspetti pi\u00f9 profondi della persona. Richiede una capacit\u00e0 di relazionare e di considerare l&#8217;altro che passa attraverso l&#8217;affettivit\u00e0, che coinvolge e spesso arricchisce.<br \/>\nPi\u00f9 difficile \u00e8 agire sul contesto, mantenere un clima di armonia nel gruppo, creare un buon rapporto con i colleghi, con l&#8217;amministrazione agendo cos\u00ec sulla qualit\u00e0 e organizzazione del servizio.<br \/>\nSe il lavoro di gruppo degli educatori, il confronto, il lavoro con il supervisore non prendono in considerazione le dinamiche di lavoro, i conflitti e il malessere che le gravi patologie possono mettere in circolo, c&#8217;\u00e8 il grosso rischio che questo malessere venga fatto proprio dagli educatori, amplificato fino a diventare un ostacolo che limita la comunicazione ed anche il riconoscimento delle reali condizioni e dei reali bisogni dell&#8217;handicappato grave.<br \/>\nSi \u00e8 a contatto quotidianamente con la sofferenza, il dolore, la morte, il senso di impotenza, di inutilit\u00e0. Tutto ci\u00f2 amplifica la necessit\u00e0 di trovare un senso, un significato condivisibile con i colleghi sul proprio lavoro, su perch\u00e9 lo si fa e come. Se questo non avviene, e spesso pu\u00f2 accadere, ci si trova in balia dello stress o della stessa sindrome del burnout: un senso di svuotamento e di apatia che incide sulla qualit\u00e0 del lavoro e sulla vita privata.<br \/>\nIn questi periodi si azzera la lucidit\u00e0 sulla realt\u00e0 e ne viene messa in risalto solo la parte problematica. Questa ottica riduttiva e anche mistificatrice non rende giustizia n\u00e9 al lavoro che si \u00e8 svolto fino ad allora (spesso con zelo ed ardore), n\u00e9 all&#8217;importanza che si continui a farlo, n\u00e9 all&#8217;immagine o idea dell&#8217;handicappato grave e adulto che rischia di essere appiattita ad un&#8217;unica dimensione (dolore, negativit\u00e0, sofferenza).<\/p>\n<p><strong>Lavorare non solo con la mente ma anche con il corpo<br \/>\n<\/strong>Il primo passo verso il disabile grave \u00e8 quello di creare una modalit\u00e0 di relazione, dove quella verbale rimane fondamentale ma molto spesso viene integrata da quella gestuale, corporea, affettiva. Quindi a seconda della persona che si ha di fronte si devono leggere e tradurre segni diversi.<br \/>\nAll&#8217;educatore viene richiesto di lavorare totalmente non solo con la sua intelligenza, ma anche con la sua intuizione, la sensibilit\u00e0, non solo con la mente, ma anche con il corpo. L&#8217;esposizione \u00e8 totale poich\u00e9 la base fondamentale per questo tipo di relazione \u00e8 l&#8217;affettivit\u00e0. Lavorare allora vuol dire cercare un costante equilibrio tra un profondo rapporto di empatia e di partecipazione con il disabile e un distacco, per poter valutare continuamente il proprio operato. Un lavoro che chiama in causa non solo la professionalit\u00e0 ma anche la persona nella sua globalit\u00e0. Un lavoro che espone totalmente l&#8217;operatore, a volte anche alle aggressioni fisiche e che diventa facilmente fonte di frustrazioni poich\u00e9 spesso con i disabili gravi quello che si evidenzia non \u00e8 tanto quello che si riesce a fare bens\u00ec ci\u00f2 che non si riesce.<br \/>\nDi fatto la nostra \u00e8 una professione che ha un alto corrispondente teorico rispetto all&#8217;operativit\u00e0. Le tante e diverse difficolt\u00e0 dell&#8217;utente richiedono un solido bagaglio teorico per poterle affrontare. Ecco allora la necessit\u00e0 di strumenti di crescita e di opportunit\u00e0 concrete affinch\u00e9 il gruppo di educatori possa riflettere, elaborare pensiero rispetto al proprio lavoro, produrre documenti validi per trasmettere la conoscenza acquisita attraverso l&#8217;esperienza lavorativa, il confronto e la riflessione di gruppo. Questo impegno, questo sforzo intellettuale dovrebbe essere riconosciuto e questo potrebbe in qualche maniera colmare le altre lacune.<br \/>\nLe risposte che singolarmente gli educatori possono dare sono limitate. Spesso \u00e8 indispensabile agire sulla struttura togliendo i centri per gravi da un ambito separato e chiuso ma inserendoli all&#8217;interno di percorsi educativi e formativi pi\u00f9 ampi. Evitare che un educatore rimanga per interi decenni a contatto con gli stessi problemi, le stesse situazioni, gli stessi utenti.<br \/>\nDiventa importante tentare, come \u00e8 stato fatto in questi anni al Centro Zanichelli, soluzioni istituzionali capaci di garantire mobilit\u00e0 e vitalit\u00e0 ad un&#8217;attivit\u00e0 sociale (apertura al territorio; utenza allargata e patologie meno gravi; utilizzo delle risorse umane, culturali, strutturali e organizzative da parte del Servizio Handicap Adulto; formazione ad altre strutture) in modo da evitare la fuga dell&#8217;educatore e quindi una perdita di ricchezza motivazionale e di esperienza professionale indispensabile per questo tipo di strutture e in generale per la crescita della cultura sull&#8217;handicap.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un logoramento costante, un forte senso di delusione e di impotenza e alla fine il sentirsi bruciati. 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