{"id":499,"date":"2009-11-04T17:06:33","date_gmt":"2009-11-04T17:06:33","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=499"},"modified":"2026-03-20T12:15:50","modified_gmt":"2026-03-20T11:15:50","slug":"educatori-santi-e-levrieri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=499","title":{"rendered":"5. Educatori, santi e levrieri"},"content":{"rendered":"<p>di Sandro Bastia<\/p>\n<p>Essere educatori \u00e8 un lavoro difficile, faticoso. Certo non \u00e8 l&#8217;unico ma rispetto ad altri presenta una particolarit\u00e0 che a prima vista pu\u00f2 sembrare un vantaggio: chi conosce poco e nulla degli educatori ama rappresentarsi questa attivit\u00e0 come un lavoro di pura dedizione e sacrificio, di sofferenza, silenzio e comprensione. &#8220;Bisogna proprio esserci portati&#8221; alzi la mano chi non se lo \u00e8 mai sentito dire, assieme al corollario &#8220;Io non ce la farei&#8221;. Si \u00e8 scambiati per missionari o idealisti, si ottiene all&#8217;istante una patente di &#8220;bont\u00e0 e purezza&#8221; spendibile anche in altri settori.<br \/>\n<!--break-->Questo ha certo qualche lato utile, ma alla fine ci si ritrova racchiusi in uno stereotipo, santificati e quindi considerati &#8220;pronti al sacrificio&#8221;.<br \/>\nNon sono solo gli educatori ad essere scambiati per santi. Jean Claude Schmitt ha ricostruito la storia di San Guinefort. La storia \u00e8 quasi incredibile. Siamo nel dodicesimo secolo, all&#8217;interno di un &#8220;castrum&#8221; signorile. Un cane salva un bambino ancora in fasce che mentre dorme nella culla viene assalito da un serpente. All&#8217;arrivo del padrone, un nobile cavaliere, il cane viene scambiato per l&#8217;assalitore e ucciso all&#8217;istante a colpi di spada. Pi\u00f9 tardi viene scoperto il corpo del serpente ed il padrone, colto da rimorso, seppellisce il cane con grandi onori.<br \/>\nIl luogo della sepoltura diviene in seguito luogo di guarigione per i bambini &#8220;scambiati&#8221;, ammalati di malattie sconosciute, diversi dalla nascita. Questi venivano sottoposti ad alcune prove, quali l&#8217;immersione nell&#8217;acqua gelida del fiume o il &#8220;lancio&#8221; attraverso gli alberi. Si pensava infatti che quei bambini fossero stati &#8220;scambiati&#8221; da demoni maligni: se sopravvivevano venivano riconosciuti come i bambini reali, se morivano invece significava che i demoni se li erano ripresi. Alla leggenda, con il passare degli anni, si sostitu\u00ec mano a mano il culto di San Guinefort, santo, martire, guaritore di bambini. Sette secoli dopo troviamo il cane rappresentato sotto sembianze umane e venerato come santo.<br \/>\nIl tema dei bambini scambiati, &#8220;changelins&#8221; \u00e8 interessante. \u00c8 facile riconoscere nei bambini scambiati dei bambini handicappati. \u00c8 una figura che si presenta spesso anche nelle fiabe e che ci fa supporre che, durante il medioevo, il trattamento riservato ai bambini handicappati non fosse molto &#8220;tenero&#8221;.<br \/>\nSan Guinefort potremmo allora con un po&#8217; di fantasia pensarlo come un educatore del medioevo: a lui ci si rivolgeva, un po&#8217; come accade oggi, per la &#8220;diagnosi&#8221; del bambino e al tempo stesso per la &#8220;cura&#8221; che poteva solo avere esiti fausti o infausti, senza mediazioni.<br \/>\nIl mio parere \u00e8 che le cose da allora siano cambiate di molto. Certamente ci si prende cura dei bambini handicappati in modo assai diverso, molto pi\u00f9 civile e rispettoso. Ma allora come oggi c&#8217;\u00e8 l&#8217;idea che solo santi-educatori possano e debbano pensare al problema. Uno dei modi per affrontarlo \u00e8 &#8220;girare il mondo&#8221; alla ricerca di una magia miracolosa. Ai santi-educatori si chiede di far guarire&#8230;<br \/>\nNon \u00e8 solo agli educatori che ci si rivolge, anzi di solito questo avviene solo dopo diversi tentativi. Si parte dai medici, ricercatori, psicologi, psichiatri, istituti, guaritori, persone che assicurano di avere trovato il metodo rivoluzionario che va bene per tutti. Gli educatori arrivano dopo e sono pi\u00f9 spesso legati alle funzioni di custodia, di vita quotidiana, di apprendimento, magari scolastico. Vengono chiesti risultati valutabili, visibili, tangibili, per arrivare poi a dire di lui: &#8220;\u00c8 cos\u00ec bravo&#8230; ha una gran pazienza&#8230; non so come faccia&#8230; si vede che c&#8217;\u00e8 portato!&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Quando l&#8217;educatore si trasforma in assistente di base<br \/>\n<\/strong>Questo modello funziona bene con i bambini, quando la crescita e le aspettative di cambiamento che gli sono connesse vengono soddisfatte. Le competenze cos\u00ec sono riconoscibili, si riesce a capire quale \u00e8 il lavoro che l&#8217;educatore svolge: aiuta il cambiamento. Ma poi, quando l&#8217;et\u00e0 adulta o la gravit\u00e0 nascondono i cambiamenti &#8211; che comunque ci sono &#8211; oppure con il sopraggiungere della vecchiaia l&#8217;educatore perde di significato. Si trasforma e nell&#8217;immaginario diventa &#8220;l&#8217;assistente&#8221; che pulisce a d\u00e0 da mangiare. Il legame con la quotidianit\u00e0 resta, ma le mansioni riconosciute si riducono.<br \/>\nDa santi martiri che combattono per strappare un individuo a quell&#8217;oscura malattia a cui corrisponde il deficit si diventa addetti alla sussistenza fisica, annoiati esecutori di un lavoro che \u00e8 pura manualit\u00e0. Credo che anche dal tono delle mie parole si capisca che io non condivido &#8211; so di non essere il solo &#8211; questa lettura del problema che per\u00f2 non \u00e8 propria solo dei &#8220;non addetti ai lavori&#8221;. Mi sembra invece con profonde radici nella nostra cultura, quindi anche in quella degli stessi educatori.<br \/>\nLa divisione delle competenze, ad esempio educatore-assistente di base; insegnante di classe-insegnante di sostegno-educatore ecc. \u00e8 per molti un elemento indiscutibile, tanto da essere riconosciuto a livello legislativo. La persona diventa utente ed \u00e8 sottoposto ad una serie di &#8220;trattamenti&#8221; da diverse persone: le competenze si separano. L&#8217;importante \u00e8 il &#8220;trattamento&#8221;, poca invece l&#8217;attenzione al progetto e alla sintonia tra i vari interventi. Quando poi l&#8217;utente \u00e8 anziano o con un deficit grave l&#8217;attenzione \u00e8 ancora pi\u00f9 mirata sui &#8220;trattamenti&#8221;, come ad esempio pu\u00f2 accadere in alcune case di riposo, dove la persona vive perfettamente servita, pulita e riverita, avendo per\u00f2 attorno il deserto di relazioni umane. Si finisce cio\u00e8 con lo spostare l&#8217;attenzione tutta sul fare, perdendo di vista la responsabilit\u00e0 verso l&#8217;individuo.<\/p>\n<p><strong>Responsabili per il contingente e per il progetto<br \/>\n<\/strong>Il lavoro in questo tipo di servizi \u00e8 molto faticoso e difficile da sostenere per molto tempo. C&#8217;\u00e8 il problema del ricambio frequente del personale, dei turni, del passaggio delle consegne, della fatica e &#8220;restare sensibili&#8221; in situazioni cos\u00ec difficili. La mia ipotesi \u00e8 che la lettura del lavoro sociale &#8220;alla Guinefort&#8221; origini poi sia organizzazioni di questo tipo che i conseguenti problemi a viverle ed a lavorarci all&#8217;interno.<br \/>\n&#8220;Con ogni bambino che viene partorito, l&#8217;umanit\u00e0 ricomincia il suo cammino sotto il segno della mortalit\u00e0; e in tal senso \u00e8 in gioco qui anche la responsabilit\u00e0 per la sopravvivenza dell&#8217;umanit\u00e0 (&#8230;). All&#8217;insegna di quella responsabilit\u00e0 (di chi lo ha generato, nda) (&#8230;) sussisteva s\u00ec (supponiamo) il dovere di generare un bambino, ma non il \u00e8 proprio a questo, nella sua unicit\u00e0 assolutamente contingente che si rivolge adesso la responsabilit\u00e0&#8221; (Hans Jonas, 1994, p. 167).<br \/>\nHans Jonas suggerisce il paradigma del lattante per comprendere la responsabilit\u00e0: accudire, allevare un lattante comporta delle responsabilit\u00e0 che partono da un dover essere immediato, contingente. Il lattante ha bisogno di cure, da effettuare nel momento in cui sono richieste, che non possono attendere (la delibera, la malattia, le ferie, la finanziaria ecc.), altrimenti muore. La responsabilit\u00e0 del genitore \u00e8 su due piani che tiene presente comunque: il piano del dover essere presente in quel momento e con quel bambino, suo figlio, condizione necessaria (ma non sufficiente) alla realizzazione del secondo piano, la crescita di un individuo adulto autonomo.<br \/>\nPer ottenere questo la presenza di &#8220;santi educatori&#8221; \u00e8 poco utile, necessitano piuttosto tante, piccole e grandi, quotidiane e costanti assunzioni di responsabilit\u00e0. Una presa in carico&#8230; col cuore che per\u00f2 non si deve limitare a fare le cose che sono migliori per il proprio &#8220;utente&#8221; rispetto al quotidiano. Questo \u00e8 solo un piano dell&#8217;esempio, quello legato all&#8217;essere, al contingente. Oltre a quello c&#8217;\u00e8 il piano del progetto. E&#8217; un piano che riguarda entrambi, educatori e utenti. Facciamo un esempio: continuare a lavorare nelle condizioni precarie in cui tante volte ci troviamo costretti, subirle silenziosamente perch\u00e9 &#8220;tanto non cambia niente&#8221; mi sembra sia anche un segnale di poca responsabilit\u00e0 verso i propri &#8220;lattanti&#8221; costretti a vivere assistiti da &#8220;santi&#8221; ed insieme a loro relegati fuori dalla societ\u00e0 vera, relegati al ruolo quasi di &#8220;icone&#8221;, senza spessore e senza l&#8217;identit\u00e0 di persone.<\/p>\n<p>Bibliografia<br \/>\n&#8211; Francoise Dolto, &#8220;Le parole dei bambini&#8221;, Mondadori, Milano, 1988<br \/>\n&#8211; Hans Jonas, &#8220;Il principio di responsabilit\u00e0&#8221;, Einaudi, Torino, 1994<br \/>\n&#8211; Jean Claude Schmitt, &#8220;Il santo levriero&#8221;, Einaudi, Torino, 1982<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Essere educatori \u00e8 un lavoro difficile, faticoso. 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