{"id":502,"date":"2009-11-04T17:06:34","date_gmt":"2009-11-04T17:06:34","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=502"},"modified":"2026-03-20T11:53:20","modified_gmt":"2026-03-20T10:53:20","slug":"anche-l-assistente-di-base-un-educatore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=502","title":{"rendered":"3. &#8220;Anche l&#8217;assistente di base \u00e8 un educatore&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>di Sandro Bastia<\/p>\n<p>Lavorare per anni con uno stesso disabile che invecchia; la &#8220;strana&#8221; differenza tra l&#8217;educatore e l&#8217;assistente, l&#8217;importanza di una rete di servizi sociali. Intervista a Massimo Manferdini, educatore in un centro diurno di Bologna.<!--break--><\/p>\n<p><strong>Lavorare per anni con le stesse persone e trovarsi di fronte al problema che una persona, un utente, prima sa fare e poi non sa pi\u00f9 fare; le abilit\u00e0, le competenze che cambiano ma in negativo. Come vive questo aspetto un educatore, addetto invece al cambiamento in positivo?<\/strong><br \/>\nQuesta \u00e8 una domanda che si apre ad altri quesiti. Quando ci dobbiamo prendere cura di persone che non danno appigli comunicativi, quando il deficit \u00e8 molto grave o ci ritroviamo di fronte a persone adulte, che hanno gi\u00e0 parecchi anni, come muta la relazione pedagogica, come va strutturata, qual _ il senso e come lo inquadriamo dal punto di vista epistemologico? \u00c8 ancora sensata la dimensione delle abilit\u00e0, delle competenze e delle autonomie? Diventa un lavoro che ha a che fare con il versante di cura pi\u00f9 materno, ma che materno non pu\u00f2 essere per persone di 50 anni. \u00c8 qualcosa che ha a che fare con un&#8217;alterit\u00e0 radicale che molte volte non siamo proprio in grado di sostenere. Sei portato a contatto con un piano di esistenza primordiale, che \u00e8 vero che appartiene ad ognuno, ma che alcune volte diventa anche insostenibile, proprio dal punto vista della &#8220;presa in carico&#8221;. Questo tipo di lavoro ci pone in una logica per cui si ha un contatto con una persona di questo tipo un paio di mattine la settimana per poi dedicare un certo tempo alla rielaborazione: in questo modo la cosa \u00e8 sostenibile. Se invece la dimensione \u00e8 quella della vita di tutti i giorni diviene insostenibile. La dimensione della rielaborazione, della ricerca, sono le uniche che ti possono permettere di fare questo lavoro per molti anni.<\/p>\n<p><strong>La degenerazione o il peggioramento delle competenze della persona disabile potrebbe essere semplicemente considerata come una evoluzione, una occasione di cambiamento&#8230;<\/strong><br \/>\nDiciamo evoluzione. Che sia un peggioramento \u00e8 certo. Ma tutti peggioriamo e tutti ci riadattiamo e non mi sembra che questo faccia eccezione per una persona handicappata. Se il peggioramento \u00e8 pi\u00f9 vistoso si faranno degli adattamenti pi\u00f9 vistosi. Il problema \u00e8 semmai per un educatore che si trova a dovere passare ancora altri anni con questa persona dopo averne magari gi\u00e0 trascorsi dieci o dodici.<\/p>\n<p><strong>Spesso gli educatori si trovano davanti a utenti di 60 anni per cui il centro per gravi non va pi\u00f9 bene e la domanda \u00e8: vale la pena di spendere la risorsa &#8220;educatore&#8221; per lavorare con una persona di quella et\u00e0 o \u00e8 meglio utilizzare altre figure come ad esempio l&#8217;assistente di base?<\/strong><br \/>\nEffettivamente c&#8217;\u00e8 nei nostri servizi una curiosa consuetudine per cui quando gli handicappati diventano anziani non si sa pi\u00f9 cosa sono, cio\u00e8 non si riesce pi\u00f9 ad identificare cosa sono perch\u00e9 si sovrappongono due problemi.<br \/>\nPreliminarmente dovrei dire che questa differenza tra educazione ed assistenza \u00e8 una divisione sulla quale bisognerebbe ragionare, nel senso che non c&#8217;\u00e8 giustificazione al dire che l&#8217;assistenza \u00e8 di grado inferiore all&#8217;educazione anche perch\u00e9 bisognerebbe prima definire i vari campi: cosa \u00e8 l&#8217;assistenza? Cos&#8217;\u00e8 l&#8217;educazione? L&#8217;assistenza viene identificata con l&#8217;insieme di mansioni che sono relative, cos\u00ec come di solito si dice, alla cura della persona, alle autonomie di base, all&#8217;andare in bagno, lavarsi mangiare e cos\u00ec via. Questo per\u00f2, con persone che hanno una vita di relazione legata solo a quei momenti, \u00e8 a tutti gli effetti un livello educativo di relazione. Quindi non capisco perch\u00e9 l&#8217;educatore debba essere messo in antagonismo con l&#8217;assistente; semmai l&#8217;assistenza potrebbe essere una parte specifica, un tipo specifico di relazione dell&#8217;universo educativo, non per\u00f2 di grado inferiore. Eventualmente di grado superiore nel senso che tutto quello che riguarda la sfera intima del proprio corpo non credo che rappresenti un tipo di relazione pi\u00f9 semplice, bens\u00ec pi\u00f9 complesso, pi\u00f9 delicato. L&#8217;altro luogo comune, simmetrico, \u00e8 che pi\u00f9 il deficit diventa grave e pi\u00f9 \u00e8 sufficiente che ci sia una persona che tutto sommato fa il &#8220;badante&#8221;. Invece \u00e8 proprio il contrario: pi\u00f9 il deficit \u00e8 grave e pi\u00f9 \u00e8 richiesta competenza. Ne segue quindi che la figura dell&#8217;assistente di base viene ad essere una specie di artificio non motivabile in termini pedagogici ed epistemologici, ma motivabile in termini di risparmio economico. L&#8217;assistente di base infatti viene ad essere sostanzialmente un educatore pagato di meno e che non ha responsabilit\u00e0 di progetto. Se fosse pagato di pi\u00f9 sarebbe comprensibile vista la specializzazione in &#8220;assistenza&#8221;, ma essendo pagato meno la distinzione a mio avviso non \u00e8 pi\u00f9 chiara.<\/p>\n<p><strong>Il livello di qualit\u00e0 dei servizi per persone handicappate ha creato forti attese rispetto ai bisogni legati all&#8217;handicap e alla terza et\u00e0. Che giudizio dai della situazione attuale dei servizi?<\/strong><br \/>\nAdesso tutti parlano di rete ma c&#8217;\u00e8 una grande ambiguit\u00e0 di fondo: se la rete viene organizzata mantenendo i servizi solo come capacit\u00e0 di accoglienza non c&#8217;\u00e8 rete in realt\u00e0 ma c&#8217;\u00e8 semplicemente un inventarsi i progetti sugli utenti che rimarranno sempre l\u00ec &#8220;fino a che morte non ci separi&#8221;; la discriminante invece dovrebbe essere l&#8217;offerta di prestazioni. In questo modo gli utenti possono cambiare: perch\u00e9 ad un certo punto pu\u00f2 darsi che un utente non voglia pi\u00f9 fare un tipo di attivit\u00e0 oppure che questa non sia adatta a lui\/lei. In questo senso anche il problema del lavorare per tanto tempo con gli stessi utenti subisce una certa modificazione proprio a partire da un cambiamento di logica di gestione dei servizi sociali.<br \/>\nIl pi\u00f9 delle volte i servizi sociali non sono organizzati con una logica di rete: in questo modo i centri diurni e i vari servizi vengono a configurarsi come isolette o binari morti dove non c&#8217;\u00e8 una prospettiva di percorso, diciamo di &#8220;progetto personalizzato&#8221;.<br \/>\nSe si pensano i servizi sociali in termini di accoglienza, per cui ogni servizio si configura per la sua capacit\u00e0 di accogliere utenti, allora i servizi diventano pi\u00f9 o meno piccole isole che tendono a saturarsi. Se si ragiona sul tipo di utenza con cui ci si trova a lavorare allora vengono ritagliati, inventati dei progetti facendo affidamento sulla creativit\u00e0 e la professionalit\u00e0 degli educatori, sulla loro capacit\u00e0 di non frustrarsi. L&#8217;altra prospettiva potrebbe vedere i servizi configurarsi per le prestazioni, per quello che offrono: ad esempio il tal centro giovanile si \u00e8 specializzato sul cinema o sull&#8217;arte, un altro centro fa lavori di falegnameria, all&#8217;interno di un centro per anziani si \u00e8 organizzata una attivit\u00e0 connessa al ballo ecc. Allora chi ha compiti di gestione dei servizi si trova ad avere di fronte un men\u00f9, una mappa di opportunit\u00e0 con cui l&#8217;equipe &#8211; che dovrebbe esserci &#8211; pu\u00f2 organizzare un progetto individualizzato inventandosi degli itinerari flessibili.<br \/>\nIn questo modo non avremmo pi\u00f9 strutture dove per quindici anni ci sono gli stessi utenti; in questo modo la vita degli utenti assomiglier\u00e0 maggiormente a quella di tutte le persone che passano da una istituzione all&#8217;altra, senza essere assorbite da un unico luogo per sette od otto ore al giorno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lavorare per anni con uno stesso disabile che invecchia; la &#8220;strana&#8221; differenza tra l&#8217;educatore e l&#8217;assistente, l&#8217;importanza di una rete di servizi sociali. 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