{"id":504,"date":"2009-11-04T17:06:34","date_gmt":"2009-11-04T17:06:34","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=504"},"modified":"2026-03-20T11:42:47","modified_gmt":"2026-03-20T10:42:47","slug":"davanti-allo-specchio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=504","title":{"rendered":"13. Davanti allo specchio"},"content":{"rendered":"<p>di Cristina Pesci<\/p>\n<p>L&#8217;immagine pi\u00f9 ricorrente riferita dalle persone handicappate \u00e8 quella della frattura. La ferita fisica rimane un dato inevitabile; \u00e8 in ogni caso un&#8217;immagine specifica che porta in s\u00e9 l&#8217;idea di un corpo spezzato, rotto, oggetto di rifiuto e rivendicazione. Il corpo \u00e8 percepito come luogo di sentimenti ambivalenti perch\u00e9 luogo della propria diversit\u00e0, rappresentazione di una parte di s\u00e9 che non risponde ai propri desideri, sia di ordine funzionale che relazionale.<br \/>\n<!--break--><\/p>\n<p><strong>Cosa dicono i disabili del proprio corpo<\/strong><br \/>\n&#8220;Mi risulta difficile fare un discorso sul rapporto tra me e il mio corpo, anche perch\u00e9 non \u00e8 un rapporto fisso ma in continuo cambiamento. Posso dire che ho raggiunto un discreto grado di convivenza&#8221;.<br \/>\n&#8220;Non \u00e8 tanto il rapporto con il proprio corpo, ma piuttosto la diversit\u00e0 che \u00e8 intrinseca al corpo, quella che pu\u00f2 crearmi problemi&#8221;.<br \/>\n&#8220;Il corpo \u00e8 espressione di ci\u00f2 che noi siamo per cui, se il corpo non rispetta ci\u00f2 che c&#8217;\u00e8 nella persona, si crea una sorta di schizofrenia&#8221;.<br \/>\n&#8220;Facendo riferimento ad un mio vissuto, il discorso della divisione tra corpo e mente si pu\u00f2 sintetizzare in questo modo: una svalutazione del corpo e forse una eccessiva valutazione delle capacit\u00e0 intellettive&#8221;.<br \/>\n&#8220;Le persone con handicap possono avere possibilit\u00e0 intellettive e di sensibilit\u00e0 forse maggiori, ma bisogna stare attenti perch\u00e9 si rischia di fare un discorso di sopravalutazione: com&#8217;\u00e8 bravo e sensibile, com&#8217;\u00e8 umano, com&#8217;\u00e8 dotato&#8221;.<br \/>\n&#8220;Si rischia di fare la figura del sano tra gli handicappati: molto spesso noi handicappati privilegiamo la mente rispetto al corpo, oppure neghiamo il nostro corpo&#8221;.<br \/>\n&#8220;In una persona con handicap strettamente fisico pu\u00f2 aggiungersi un handicap psicologico; ad esempio un giorno una signora mi ha detto che sarei stato un bel ragazzo se non avessi avuto quei movimenti bruschi. Allora qual \u00e8 il mio corpo? Quello teso o quello rilassato?&#8221;<br \/>\n&#8220;Prima di dire &#8220;gli altri&#8221; bisogna pensare a se stessi, a come noi handicappati ci percepiamo&#8221;<br \/>\n&#8220;Una cosa possibile, che non era ancora venuta fuori, \u00e8 una fuga reciproca, una reazione di paura; tutti e due si vedono come diversi&#8221;.<\/p>\n<p><strong>La lesione reale e quella fantasmatica<br \/>\n<\/strong>Tener conto di questi passaggi pu\u00f2 permettere il capovolgimento dialettico di molte rappresentazioni e quindi rendere pi\u00f9 consapevole il corpo che deve essere riparato. Occorre riconoscere la necessit\u00e0 di un sentimento di lutto nei confronti di ci\u00f2 che \u00e8 stato perso, permettendo il riconoscimento e l&#8217;accettazione, da parte del bambino, delle proprie difficolt\u00e0, riaffrontando in un certo senso gli effetti della lesione sulla propria immagine, anche in chiave simbolica: riconoscimento e accettazione del corpo leso, ferito. In definitiva permette di affrontare la contraddizione tra lesione reale e lesione fantasmatica, collegata strettamente all&#8217;immaginario di chi vive a contatto con l&#8217;handicap, indipendentemente dal ruolo che riveste.<br \/>\nLe esperienze percettive, motorie e affettive, cos\u00ec strettamente connesse, possono essere proposte attraverso il corpo piuttosto che nonostante il corpo.<br \/>\nIl cerchio si pu\u00f2 allora chiudere proprio tenendo conto dello strumento di relazione che il corpo, l&#8217;immagine di s\u00e9, il movimento, rappresentano, contrapposti alla &#8220;reazione a catena&#8221; che parte dall&#8217;assimilazione di corpo e handicap in un&#8217;unica dimensione, passa attraverso il diniego dell&#8217;handicap e pu\u00f2 arrivare alla negazione della corporeit\u00e0.<br \/>\nCredo che l&#8217;immagine corporea, la rappresentazione di s\u00e9 possa essere descritta come un mosaico che via via si completa di tasselli sempre nuovi e diversi, nell&#8217;arco di un&#8217;intera esistenza. Come spesso accade, esiste uno sfondo nel progetto che guida la scelta e l&#8217;accostamento di ogni singola tessera di quel mosaico, cos\u00ec come nelle aspettative di un genitore che attenda la nascita del figlio si confondono e contemporaneamente si delineano immagini ideali e fantasmi che trovano poi una collocazione nell&#8217;incontro che madre, padre e bambino hanno al momento della nascita.<br \/>\nIl termine &#8220;incontro&#8221; volutamente sottolinea come la nascita sia in effetti il momento in cui, per la prima volta dall&#8217;inizio della gravidanza, madre e bambino si trovano uno di fronte all&#8217;altra e la loro relazione si arricchisce di rappresentazioni che rendono reale alla madre l&#8217;immagine del proprio bambino atteso. Comprendere la violenza della delusione e il senso di fallimento ed impotenza che la donna sperimenta alla nascita di un bambino con handicap diventa punto determinante per lo sviluppo, da parte della madre, della capacit\u00e0 di accettare il nuovo bambino che \u00e8 totalmente dipendente da lei.<\/p>\n<p><strong>Il lavoro riabilitativo<br \/>\n<\/strong>Si comprende come il sostegno di questa parte del vissuto personale possa essere fortemente amplificato in ambito riabilitativo: il contatto e lo scambio corporeo sono al tempo stesso luogo del non corrispondente, ma anche paradossalmente luogo del possibile riscatto.<br \/>\nIn fondo penso che il lavoro riabilitativo comporta la progressiva reciproca scoperta dei possibili successi e dei possibili limiti senza che uno dei due aspetti implichi inevitabilmente l&#8217;esclusione dell&#8217;altro. Questo richiede il riconoscimento di una forte carica ambivalente che tale comunicazione porta con s\u00e9, per la famiglia, per il bambino, per l&#8217;operatore.<br \/>\nCredo che tener conto di questo favorisca la possibilit\u00e0 di un processo di autostima e di identificazione costruttiva come basi fondanti di un lavoro che comunque muove i fili di una &#8220;storia&#8221; personale, di un&#8217;identit\u00e0 possibile anche se spesso difficilmente immaginabile e prevedibile per la persona handicappata perch\u00e9 priva di consueti modelli positivi e codificati da prendere come riferimento. Costruire, da parte del bambino, la propria immagine, la propria storia, in questi termini \u00e8 un po&#8217; come dipingere il proprio autoritratto senza potersi guardare allo specchio.<br \/>\nLa storia di molte persone handicappate, ora adulte, \u00e8 fatta di tanti &#8220;stai dritto, stai su, solleva i piedi, manda gi\u00f9, appoggia bene la mano..&#8221; di tante cinghie per stare in piedi legati ai tavoli di statica, di scarponi come ferri da stiro, di tutori, di docce, di busti, di cuciture sulla pelle per trovare un modo per camminare, o comunque per qualcosa che pi\u00f9 da vicino assomigli allo stare in piedi, o almeno seduti. \u00c8 fatto di tanti anni passati in letti di ospedali, di centri di riabilitazione in cui il sabato e la domenica si riconoscevano perch\u00e9 non si faceva ginnastica, non si mettevano le docce; di angoli propri veramente pochi, di nascondigli, di giochi lo stesso, ma i giochi erano anche far fare ginnastica alla bambola, fare la terapista o il dottore (si gioca lo stesso al dottore!). Difficile invece capire come gioco la paura del vuoto, del cadere e dello stare in piedi, del non tenersi stretto, dello stare sdraiati su un tavolino imbottito, del male per stare con le ginocchia distese o le braccia gi\u00f9.<br \/>\nQuesta la vita di tante persone per anni, decenni, l&#8217;unica vita vissuta e da vivere; fuori, la vita del mondo, la vita degli altri. Forse una specie di imprinting che poi rende comprensibile, anche se inutile, il rifiuto di occuparsi del proprio corpo, del suo modo di muoversi e di essere, della sua capacit\u00e0 di calamitare gli sguardi e di allontanarli con la stessa velocissima alternanza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;immagine pi\u00f9 ricorrente riferita dalle persone handicappate \u00e8 quella della frattura. La ferita fisica rimane un dato inevitabile; \u00e8 in ogni caso un&#8217;immagine specifica che porta in s\u00e9 l&#8217;idea di un corpo spezzato, rotto, oggetto di rifiuto e rivendicazione. 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