{"id":506,"date":"2009-11-04T17:06:35","date_gmt":"2009-11-04T17:06:35","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=506"},"modified":"2026-03-20T11:34:33","modified_gmt":"2026-03-20T10:34:33","slug":"il-cinema-un-mostro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=506","title":{"rendered":"2. Il cinema \u00e8 un mostro"},"content":{"rendered":"<p>di Giacomo Manzoli<\/p>\n<p>L&#8217;homme est \u00e0 venir.<br \/>\nL&#8217;homme est l&#8217;avenir de l&#8217;homme.<br \/>\nFrancis Ponges<\/p>\n<p>L&#8217;uomo medio \u00e8 un mostro<br \/>\nP.P. Pasolini<!--break--><\/p>\n<p>Alle ultime Giornate del Cinema Muto di Pordenone \u00e8 stata proiettata la prima versione cinematografica di Stella Dallas, vero e proprio paradigma del melodramma materno. Una donna sposa un uomo che appartiene ad una classe sociale molto superiore. Ben presto l&#8217;impossibilit\u00e0 di lei ad amalgamarsi con l&#8217;ambiente di lui li separa. Lei, donna &#8220;volgare&#8221; ma madre affettuosissima e irreprensibile, mantiene ci\u00f2 che oggi si chiama l&#8217;affidamento della figlia. Crescendo, la ragazza si dimostra sempre pi\u00f9 simile al padre, sicch\u00e9 la donna fa di tutto per inserirla nell&#8217;ambiente aristocratico che \u00e8 ad essa pi\u00f9 consono. Quando si accorge di essere lei stessa l&#8217;ostacolo a questo inserimento, decide allora di farsi da parte e di lasciare che la ragazza vada a vivere col padre, pur sapendo di non poter reggere al dolore di questa separazione.<br \/>\nAbbiamo deciso di citare questo film, perch\u00e9 durante le escursioni di Stella Dallas nel jet set, nelle didascalie che riportano i commenti dei presenti ricorre pi\u00f9 volte, esplicitamente, la parola freak, mostro. Per fare di lei un freak bastano vestiti appariscenti, maniere un po&#8217; grezze e una conversazione improntata sui binari della franchezza. Il cinema \u00e8 arte dell&#8217;evidenza. Il cinema \u00e8 crudele.<br \/>\nCambiamo ora completamente prospettiva. In Cobra Verde, film di colui che \u00e8 forse il principale poeta cinematografico dell&#8217;abnorme (nel senso etimologico di fuori della norma), Werner Herzog, abbiamo ad un certo punto un dialogo bellissimo fra il terribile bandito che d\u00e0 nome al film e un ragazzo nano di nome Euclides, il solo uomo del villaggio che non fugge davanti agli occhi diabolici del brigante del Sertao.<br \/>\n-Tu con la tua gobba sei l&#8217;unico uomo diritto qui &#8211; gli si rivolge Klaus Kinsky -. Io ho portato un&#8217;intera montagna. Amico, dammi da mangiare&#8221;.<br \/>\nC&#8217;\u00e8 qualcosa di perverso e contemporaneamente geniale nel modo in cui Herzog, in questo film, utilizza attori handicappati. Metafore, o, se vogliamo, pleonasmi, comunque simboli visivi del destino del protagonista. Sacchi massacranti sulle spalle nelle miniere del sud est fanno di lui un bandito, ed eccolo alle prese con un nano coraggioso dalla schiena curva. Cos\u00ec, nel finale, sulle sponde africane dell&#8217;Atlantico, Cobra Verde si esaurisce nel tentativo titanico e impossibile di spingere una barca in acqua da solo, sfidando le correnti e le onde dell&#8217;oceano. Sullo sfondo, un ragazzino dalle gambe atrofizzate procede verso di lui, camminando sulle mani a passi lentissimi, faticosamente, in un modo che sembra moltiplicare la distanza invece che ridurla. Ci\u00f2 che sarebbe intollerabile altrove diventa in Herzog quasi accettabile: forse \u00e8 una questione di sofferenza, di partecipazione. Quello che \u00e8 certo \u00e8 che Herzog, rispetto ad una barricata ideale, si mette dalla stessa parte dei suoi personaggi, dei suoi attori. Dalla parte opposta, ad esempio, Claudio Groff, traduttore della sceneggiatura, che descrive la scena come &#8220;la lunga sequenza del protagonista che cercava invano di far scivolare in mare la barca incagliata in un disperato tentativo di fuga mentre sullo sfondo danza in controluce la figura mostruosa dello storpio, a met\u00e0 fra uomo e animale, simbolo di una storiaintessuta di crudelt\u00e0, abiezione e follia&#8221; .<br \/>\nQuello di Herzog \u00e8 un caso di affinit\u00e0, in tutto simile a quello di un Tim Burton, sul quale torneremo in seguito. Ben diverso l&#8217;atteggiamento di autori diversissimi fra loro come Fellini o David Lynch, i cui film sono pieni di personaggi notevoli, di figure strane, insolite, bizzarre. Il secondo gioca sul filo del fantastico e spesso lo attraversa: l&#8217;idea di partenza, tuttavia, \u00e8 vedere cosa succede quando una societ\u00e0 si trova a contatto con qualcosa di non-previsto, di inaudito, di inassimilabile. Elephant Man \u00e8, in questo senso, un film manifesto. \u00c8 anche un manifesto di quasi tutto ci\u00f2 che il cinema (prodotto di una societ\u00e0) pu\u00f2 fare di qualcuno che varca la soglia della normalit\u00e0: esasperarlo, mostrarlo, farne un business, soccorrerlo, provarne paura, repulsione, pena. E ancora sfruttarlo, studiarlo, normalizzarlo.<br \/>\nFellini riesce a farne altre due cose, sintetizzate magnificamente in un film come il Casanova. Fellini sa rarefare l&#8217;anormalit\u00e0 fino a farne un materiale onirico, la proiezione di un desiderio. Fellini, al contempo \u00e8 uno che i &#8220;mostri&#8221; li colleziona e li cataloga. Lo stesso che Hitchcock o Lang fanno con i maniaci o gli assassini.<br \/>\nDavid Cronenberg riporta le cose su un piano individuale. Quello di cui Cronenberg non si riesce a capacitare \u00e8 di avere un corpo. Che questo corpo abbia una forma definita, che non si sappia che cosa ci sia dentro, che non si possano smontare e rimontare i pezzi. Tutte queste sono cose che lo tormentano. Cosa entra e cosa esce da un corpo. Qual \u00e8 la sua relazione con il resto della natura, con la tecnologia, ovvero quella parte di natura inventata dall&#8217;uomo. Qual \u00e8 il rapporto che lega il corpo al pensiero, il corpo alla fantasia. Perch\u00e9 il pensiero non pu\u00f2 smuovere i corpi, perch\u00e9 questi non possono fondersi fra loro, fondersi con quelli degli animali, con quelli delle cose. E ancora, perch\u00e9 una cosa come la droga, il cui effetto \u00e8 puramente chimico, produce risultati clamorosi a livello dell&#8217;immaginario. Infine, il mistero incredibile del sesso e della maternit\u00e0. Per Cronenberg ogni essere umano \u00e8 un mostro perch\u00e9 ogni essere umano deve convivere con un corpo. Deve convivere con ci\u00f2 che \u00e8.<br \/>\nUno dei capitoli di un libro curioso, dedicato ai medici nel cinema si intitola Oscar per un handicap. Titolo azzeccatissimo. Negli ultimi tempi, ma non solo, il modo pi\u00f9 sicuro per conquistarsi un Oscar \u00e8 scrivere, dirigere o almeno interpretare un film che narri le vicende di un disabile. Brevissima carrellata: Rain Man, Risvegli, Figli di un dio minore, Il mio piede sinistro, Forrest Gump. Tutti impostati, pi\u00f9 ancora che su un personaggio, su un tipo preciso di handicap. Tutti, pi\u00f9 o meno, ben fatti. Tutti, pi\u00f9 o meno, percorrono i territori del pietistico e del politicamente corretto. Tutti sono stati premiati e osannati. Niente da ridire se la cosa pu\u00f2 servire a diffondere una maggiore sensibilit\u00e0 generale nei confronti delle esigenze dei disabili in questione. Meno piacevole il tono programmatico con cui si decide di affrontare e quindi di trattare l&#8217;argomento. Il cinema, per cultura se non per natura, e quello di Hollywood pi\u00f9 di ogni altro, si preoccupa di casi straordinari, di personaggi fuori dal comune, di eventi e fatti che escono dalla consuetudine. Far vedere la vita dell&#8217;uomo della strada non \u00e8 per il cinema bigger then life interessante. Far vedere la vita del generale Custer, di Billy the Kid o di Rocky Balboa lo \u00e8 molto di pi\u00f9, per il semplice motivo che questa gente fa o ha fatto cose che la maggior parte degli individui non fa. Combattere gli indiani, sparare agli sceriffi, fare a pugni con colossi muscolosi, sono tutte cose particolari, difficili, estreme. Cos\u00ec la vita di Anna dei Miracoli, che \u00e8 uno dei pochi film biografici su disabili in cui l&#8217;apparato spettacolare (che pure c&#8217;\u00e8) non prende il sopravvento sull&#8217;umanit\u00e0 del personaggio, \u00e8 interessante perch\u00e9 ogni minima insignificante esigenza diventa un&#8217;avventura per una ragazzina che, letteralmente, non sente, non vede e non parla. Il rischio \u00e8 appunto quello di farsi prendere la mano, far diventare un ragazzo affetto da autismo una specie di versione in carne ed ossa del robot Hal 9000 di Odissea nello spazio, rendere il giovane spastico del Mio piede sinistro il corrispettivo estremo degli atleti di Momenti di gloria. Prendere l&#8217;handicap in questa maniera pu\u00f2 diventare un modo paradossale per normalizzarlo. Meglio, forse, che ignorarlo, ma pericoloso. Certo riduttivo.<br \/>\nAltro paradosso. Spesso \u00e8 il cinema di genere a dirci, fra le righe, sull&#8217;handicap le cose pi\u00f9 significative e incisive. I numerosi ciechi del thriller, al di l\u00e0 della vicenda contingente, ci parlano in modo decisamente concreto dell&#8217;angoscia del buio o di quanto il mondo pu\u00f2 essere ostile per un non vedente. Molto meno concreta, per quanto apparentemente pi\u00f9 diretta, \u00e8 la messa in scena dei &#8220;drammi&#8221; di una sordomuta nei Figli di un dio minore, o, addirittura, l&#8217;elucubrazione metaforica di Dove siete? Io sono qui. Allo stesso modo, Le avventure di un uomo invisibile di John Carpenter, prende il racconto di H.G. Welles per farne un film che \u00e8 insieme una grande satira sulla civilt\u00e0 dell&#8217;immagine e la parabola esemplare di un disabile che trova la felicit\u00e0. Chase \u00e8 un uomo come tanti che, in seguito ad un incidente, resta privo dell&#8217;immagine. Non ha cercato n\u00e9 voluto essere tale, lo \u00e8 e basta. Ben presto deve fare i conti con la mancanza di una qualit\u00e0 che gli altri hanno, con la repulsone, il timore, l&#8217;esclusione. Piano piano deve abituarsi all&#8217;idea di non poter pi\u00f9 fare cose che gli altri possono fare, deve riadattare il mondo a s\u00e9 e riadattare s\u00e9 al mondo.<br \/>\nProseguiamo e terminiamo ancora sul terreno del film di genere. \u00c8 idea di Michele Canosa che la biografia di Ed Wood realizzata da Tim Burton sia un vero e proprio remake di Freaks (del quale trattiamo altrove). Tim Burton \u00e8 un giovane autore che, fin dal suoi esordi, ha saputo sviluppare una vera e propria poetica della diversit\u00e0, dell&#8217;esclusione, dell&#8217;artista come corpo estraneo, e del solitario (non per scelta) come prototipo dell&#8217;artista. Tutto questo fa s\u00ec che nei suoi film il patetico imperi, ma nell&#8217;accezione positiva (o comunque non negativa) del malinconico. Da Beetlejuice a Mr. Skeleton, da Batman al giovane Edward Mani di forbice, i suoi eroi sono gente che ha subito una mancanza, una menomazione fisica o psichica della quale portano ben visibili i segni. Una mancanza che ha, al contempo, donato loro qualcosa, una mancanza che li ha spinti ai margini della societ\u00e0 dei normali. In Ed Wood questi personaggi sparsi e solitari si raccolgono in una comunit\u00e0 ristretta, destinata ad essere incompresa, temuta e minacciata da coloro che la vedono dall&#8217;esterno e non sanno superare il ribrezzo o la paura. Una comunit\u00e0 di mostri, ma una comunit\u00e0 umana, dove la sofferenza preliminare ha lavorato a che la regola generale non sia l&#8217;aggressivit\u00e0 ma l&#8217;indulgenza. Homo homini licantropus. Ed Wood girava horror.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;homme est \u00e0 venir.<br \/>\nL&#8217;homme est l&#8217;avenir de l&#8217;homme.<br \/>\nFrancis Ponges<\/p>\n<p>L&#8217;uomo medio \u00e8 un mostro<br \/>\nP.P. 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