{"id":5165,"date":"2025-11-12T10:17:24","date_gmt":"2025-11-12T09:17:24","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=5165"},"modified":"2025-11-12T10:17:24","modified_gmt":"2025-11-12T09:17:24","slug":"il-disabile-nobilita-il-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=5165","title":{"rendered":"\u00a0Il disabile nobilita il lavoro"},"content":{"rendered":"<p>di Stefano Toschi<\/p>\n<p>Ho letto recentemente un articolo che raccontava di come una piccola azienda artigiana dell\u2019Appennino bolognese, pur non essendo sottoposta agli obblighi di legge in materia di assunzione di dipendenti disabili, avendo meno di 15 collaboratori, ha assunto un venticinquenne che si trova in carrozzina a seguito di un incidente stradale. Il giovane \u00e8 stato scelto solo a causa delle sue effettive capacit\u00e0 lavorative e svolge una professione attinente al suo titolo di studio, ovvero il diploma di geometra. Questo caso ha destato curiosit\u00e0 e ammirazione perch\u00e9, di solito, le aziende non assumono disabili se non sono costrette a farlo dalla normativa vigente e, in ogni caso, difficilmente inseriscono nel loro organico un dipendente con qualche deficit inquadrandolo nel livello adeguato alle sue competenze, o permettendogli di svolgere una professione che abbia qualche attinenza con i suoi titoli di studio e le sue capacit\u00e0.<br \/>\nPertanto, accostando le parole \u201cdisabili\u201d e \u201clavoro\u201d sembra di creare un ossimoro, una contraddizione. Non a caso, \u00e8 proprio con la rivoluzione industriale, e quindi con l\u2019ampliamento delle possibilit\u00e0 di trovare un lavoro, che nasce il concetto di handicap. Quest\u2019ultimo, infatti, \u00e8 inteso essenzialmente come la mancanza di capacit\u00e0 di compiere una attivit\u00e0 lavorativa. Storicamente, dunque, il termine, che ha il suo corrispettivo italiano nel vocabolo \u201cdisabilit\u00e0\u201d, ha accezione negativa, rimarca una mancanza, un\u2019incapacit\u00e0 di svolgere una determinata funzione sociale fondamentale, come quella del lavoro. Questo concetto sembra suggerire che, chi non \u00e8 abile e svolgere un certo tipo di attivit\u00e0 produttiva, non \u00e8 abile tout court, \u00e8 dis-abile, appunto.<br \/>\nSe si pensa all\u2019importanza che ha il lavoro nella nostra Costituzione, si coglie subito quale significato umano, morale e sociale acquisisca la disabilit\u00e0 da tale punto di vista. Gi\u00e0 nel primo articolo si legge che l\u2019Italia \u00e8 una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Esso \u00e8 un diritto e un dovere, come precisa l\u2019articolo 4. Viene spontaneo chiedersi se anche per una persona con deficit il lavoro abbia entrambe queste caratteristiche. Lo stesso articolo 4 prosegue dicendo che \u201cogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilit\u00e0 e la propria scelta, un\u2019attivit\u00e0 o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della societ\u00e0\u201d.<br \/>\nA questo punto, \u00e8 possibile fare due considerazioni. La prima riguarda quel \u201csecondo le proprie possibilit\u00e0\u201d. Una persona disabile, spesso, pu\u00f2 svolgere una funzione non direttamente produttiva, ma non per questo di minor peso sociale. Il lavoro, che \u00e8 uno strumento fondamentale nella realizzazione di un individuo, non deve prevaricare le altre caratteristiche della persona, come invece di solito avviene. Quasi sempre, infatti, una persona usa la propria professione come biglietto da visita, come garanzia, come prova delle proprie capacit\u00e0. Alle persone con deficit, nel migliore dei casi, viene riconosciuto un ruolo \u201cspirituale\u201d nella societ\u00e0, ma pi\u00f9 in funzione degli altri, che di se stessi. Ovvero, vengono considerate persone bisognose di aiuto e di assistenza e che, pertanto, hanno la capacit\u00e0 di tirare fuori il meglio dai cosiddetti \u201cnormali\u201d che hanno a che fare con loro. Anzi, sono essi stessi oggetto e fonte del lavoro di tante persone \u201cnormali\u201d, che lavorano nel sociale, come si usa dire. In genere, viene loro negata la possibilit\u00e0 di avere un ruolo attivo nella societ\u00e0, anche dal punto di vista del lavoro.<br \/>\nLeggendo alcune statistiche reperibili sul web, si riscontra come sia presente fra i soggetti con disabilit\u00e0 un bassissimo livello di istruzione. Quasi la met\u00e0 degli iscritti alle liste di collocamento per le categorie protette, infatti, risulta non avere adempiuto nemmeno l\u2019obbligo scolastico. Questa situazione non \u00e8 necessariamente causata dai limiti fisici o intellettuali che possono avere le persone in questione, quanto dalle barriere che la societ\u00e0, i governanti, i pregiudizi pongono sul cammino di un disabile, barriere culturali che nulla hanno da invidiare a quelle architettoniche. Naturalmente, esistono dei correttivi e degli ammortizzatori sociali che permettono a persone con deficit di trovare una professione: ad esempio, le aziende con pi\u00f9 di 15 dipendenti sono obbligate a inserire nel loro organico lavoratori appartenenti alle categorie protette.<br \/>\nTale considerazione apre la porta ad altre due osservazioni. La prima riguarda la definizione di \u201ccategorie protette\u201d: non si capisce esattamente da chi o da cosa queste persone debbano essere protette, ma soprattutto non \u00e8 chiaro chi le protegga. E qua si inserisce la seconda osservazione: \u00e8 da considerarsi una tutela il fatto che coloro i quali, nonostante qualche deficit fisico, hanno studiato e magari si sono laureati e specializzati, debbano poi accettare, per vivere, di essere sottoimpiegati in professioni inadeguate alla loro preparazione? Questa domanda viene posta, di solito, in riferimento ad altre categorie di persone, quali le donne o i lavoratori stranieri immigrati. Sui giornali si legge spesso di persone immigrate che, seppur laureate nel loro Paese d\u2019origine, lamentano di trovare in Italia solo lavori da colf o operaio. Oppure, si legge di donne che devono rinunciare alla carriera e accontentarsi di lavori non qualificati solo perch\u00e9 madri di famiglia. Queste testimonianze, in verit\u00e0 molto frequenti, scuotono l\u2019opinione pubblica e alimentano le discussioni. Invece, se \u00e8 il lavoratore disabile a essere sottoimpiegato, come avviene poi nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno se ne meraviglia, quasi come se fosse del tutto normale che un limite fisico impedisca anche la piena realizzazione professionale.<br \/>\nLa condizione di disabilit\u00e0 \u00e8 ancora una volta rivelatrice. Non lo \u00e8 soltanto dei limiti umani naturali che tutti abbiamo, ma che nei disabili sono semplicemente pi\u00f9 trasparenti, perch\u00e9 evidenti e quindi non occultabili. In questo caso lo \u00e8 anche dei problemi e delle contraddizioni della societ\u00e0, perch\u00e9 ogni persona dovrebbe fare il lavoro per cui \u00e8 portata, dovrebbe essere assunta per merito e non per raccomandazione o per obblighi di legge. Il lavoro non dovrebbe essere soltanto una fonte di reddito, ma soprattutto un\u2019occasione di realizzazione personale. La celeberrima frase \u201cil lavoro nobilita l\u2019uomo\u201d nasce proprio nel contesto della grande rivoluzione borghese del Settecento: coloro che non erano nobili di nascita erano consapevoli di guadagnarsi gli stessi onori con il sudore della fronte. Ma se il lavoro nobilita l\u2019uomo, pare che per ora non sia neppure in grado di elevare un po\u2019 il disabile dalla sua carrozzina!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Stefano Toschi Ho letto recentemente un articolo che raccontava di come una piccola azienda artigiana dell\u2019Appennino bolognese, pur non essendo sottoposta agli obblighi di legge in materia di assunzione di dipendenti disabili, avendo meno di 15 collaboratori, ha assunto un venticinquenne che si trova in carrozzina a seguito di un incidente stradale. 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