{"id":519,"date":"2009-11-04T17:06:39","date_gmt":"2009-11-04T17:06:39","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=519"},"modified":"2009-11-04T17:06:39","modified_gmt":"2009-11-04T17:06:39","slug":"diversi-non-inferiori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=519","title":{"rendered":"Diversi, non inferiori"},"content":{"rendered":"<p>Tra cooperante e controparti vi \u00e8 una distribuzione critica del potere, il primo \u00e8 fonte di denaro, il secondo conosce la mappa della realt\u00e0. Le soluzioni dei latino-americani per i loro problemi sono sicuramente migliori&#8230;&#8221;. L&#8217;esperienza di un educatore che \u00e8 partito con un progetto del Mlal di Verona per lavorare in Nicaragua.<!--break--><\/p>\n<p>Era l&#8217;agosto del 1990, un pomeriggio caldissimo, avevo passato la mattinata da solo senza pensare a niente in particolare; in quel periodo lavoravo come coordinatore di una ricerca epidemiologica, molto seria, importante e ben finanziata. Era una occupazione prestigiosa e remunerata come si deve. Credo che sia di molti l&#8217;esperienza di un filo di inquietudine che coglie poco dopo l&#8217;adolescenza, una volta terminati studi e obblighi sociali vari (servizio di leva, per esempio), e che, una volta sentito il sapore dell&#8217;et&agrave; adulta, porta molte persone a confrontare le passioni, le eresie, le speranze, il senso di giustizia di pochi anni prima, e ancora fresco nella propria coscienza, con il realismo che invece tende a imperare una volta presa la decisione di essere diventati grandi. Quel giorno, forse a causa del caldo, forse di qualcos&#8217;altro, il realismo si fece per un attimo da parte, e quel filo di inquietudine ebbe il tempo di trasformarsi prima in pensiero e poi in progetto: perch&eacute; non darsi ancora un po&#8217; di tempo per vedere il mondo, magari in un modo pi&ugrave; interessante che da turista, in modo pi&ugrave; approfondito e certamente pi&ugrave; economico: perch&eacute; non provare a inserirsi in un progetto di cooperazione internazionale? Dal progetto alla realizzazione passarono esattamente tre anni: uno per stabilire un contatto solido con una ONG (Mlal, Movimento laici america latina, di Verona), altri due di orientamento, selezione, e formazione. Questi tre anni furono la misura della motivazione, ovvero della solidit&agrave; di quel filo di inquietudine, che resistette alla prova non solo del tempo, ma anche di un figlio che giunse nel frattempo e delle tante cose cominciate in Italia e quindi da interrompere, da me e dalla persona con cui condividevo il progetto.<\/p>\n<p>L&#8217;esperienza del Mlal<\/p>\n<p>L&#8217;orientamento fu una esperienza importante da molti punti di vista: non solo   mi aiut&ograve; a fare la riflessione fondamentale sulle mie personali motivazioni   (cosa che chi pensa di aiutare gli altri dovrebbe sempre fare con molta onest&agrave;),   ma, grazie ad un atteggiamento di rara professionalit&agrave; del Mlal, mi apr&igrave;   la mente al grande universo della gruppalit&agrave; e del lavoro di gruppo,   cosa che, sia nell&#8217;esperienza che poi avrei fatto, sia in seguito sarebbe stata   determinante. La selezione fu severa, sia dal punto di vista emotivo, sia dal   punto di vista del funzionamento mentale e relazionale richiesto: si trattava   di stare per tre giorni all&#8217;interno di un gruppo composto da altri undici candidati   e due selezionatori, nel quale bisognava affrontare dei compiti (per esempio:   quali competenze deve avere un volontario? Preparazione di un progetto di intervento,&#8230;.)   in una situazione del tutto destrutturata. La formazione era costituita da incontri,   sempre residenziali, sulla realt&agrave; socioeconomica, storica, e culturale   dell&#8217;America Latina, sull&#8217;atteggiamento politico e pedagogico del Mlal, sulle   tecniche e le strategie specifiche per i vari settori, nel mio caso l&#8217;educazione   popolare, la comunicazione con le comunit&agrave; e il territorio, i vari temi   che investono i problemi di ordine sociosanitario, soprattutto nel settore materno   infantile (che &egrave; uno di quelli selezionati in genere per gli interventi   di cooperazione). I contenuti della formazione erano di buona qualit&agrave;,   molta attenzione era dedicata alle metodologie didattiche; ma al termine di   ogni seminario la cosa pi&ugrave; importante era sempre l&#8217;intreccio con i percorsi   umani degli altri candidati, alcuni ex-cooperanti o ex-volontari, altri alla   prima esperienza come me: da un lato si andava a definire con sempre maggior   chiarezza e precisione delle aspettative rispetto alla realt&agrave; che avremmo   incontrato, dall&#8217;altro lato si andava formando una identit&agrave; di volontario-internazionale,   o meglio del volontario internazionale del Mlal. Solo questa esperienza era   ricca e importante. Il Mlal aveva una connotazione politica pronunciata: in   Italia era individuabile come l&#8217;incontro tra il settore critico e di base della   chiesa cattolica, e il settore radicale e impegnato della sinistra, in particolare   del PCI. Forte e chiara era la connotazione latinamericana: il Mlal era collegato   a doppio filo, attraverso persone, idee e fatti, alle comunit&agrave; di base   della teologia della liberazione. Non a caso la storia del Mlal &egrave; la   storia di un gruppo missionario della diocesi di Verona che, ad un certo punto,   pi&ugrave; di una ventina d&#8217;anni fa, sulla base di una profonda riflessione   critica e autocritica, decide di far nascere una realt&agrave; di missionariato   laico a tutti gli effetti. Questi due anni furono anni di frequenti spostamenti   a Verona, a Brescia, a Vicenza, cio&egrave; nei luoghi di svolgimento degli   incontri (si trattava sopratutto di conventi e seminari), senza avere mai la   certezza che l&#8217;effettiva partenza si sarebbe mai realizzata, perch&eacute; i   primi anni &#8217;90 furono gli anni della grande crisi della cooperazione italiana,   durante la quale molte ONG storiche finirono strangolate dall&#8217;assenza o dai   ritardi dei finanziamenti, e comunque tutte dovettero ridurre drasticamente   le partenze.<\/p>\n<p>La partenza per il Nicaragua<\/p>\n<p>L&#8217;abbinamento al progetto avvenne nella primavera del &#8217;93, dalle prime notizie   si trattava di andare in Nicaragua all&#8217;interno di un progetto di salute materno-infantile   in qualit&agrave; di operatore sociale e sociologo, a lavorare nella formazione   di educatori sanitari e nella produzione di materiali didattici. La partenza   era prevista per l&#8217;estate, e in quei mesi mi parve logico approfondire il progetto,   quello approvato dal ministero, e studiare tutto il materiale possibile relativo   ai compiti che mi si chiedeva di svolgere. A Verona feci il corso intensivo   di spagnolo, ricevetti un&#8217;altra dose di formazione, specifica per i volontari   in partenza. Anche in questo caso il fatto realmente pi&ugrave; importante era   condividere con altri l&#8217;esperienza di quel particolarissimo momento. Ricordo   con grande affetto altre famiglie in partenza per il Per&ugrave;, in un progetto   di lavoro con bambini di strada, una infermiera, schizzinosa e igienista, che   avrebbe passato due anni della sua vita in mezzo alla foresta amazzonica con   un gruppo di indios, dove si sarebbe potuta nutrire solo di gamberetti di fiume,   e ad un giorno di barca dal primo avamposto di civilt&agrave;; ricordo anche   un sindacalista della CGIL in crisi con la sua organizzazione, che stava per   andare in Cile a offrire know how e a sostenere le prime forme di organizzazione   sindacale dei minatori cileni, e un agronomo sardo che stava per andarsene in   Venezuela con la moglie boliviana conosciuta e sposata in un precedente viaggio   di cooperazione. Partire voleva dire, tra le altre cose, preparare una quantit&agrave;   inimmaginabile di documenti (tra cui la dichiarazione di uno psichiatra di sanit&agrave;   mentale), affidare la casa a qualcuno, chiedere (e fortunatamente ottenere)   l&#8217;aspettativa dal lavoro, salutare gli amici e i familiari, sospendere tutti   i progetti e le fantasie legate all&#8217;Italia, e vivere il disorientamento di non   poter ancora sostituirle con progetti e fantasie legate all&#8217;altrove in cui si   sta per andare, perch&eacute; &egrave; questo stesso altrove ad essere un progetto   o una fantasia. Vivere, quindi, uno spaesamento.<br \/>  All&#8217;aeroporto di Managua fummo accolti dai nostri colleghi, il capo progetto,   il coordinatore del Mlal in Nicaragua, l&#8217;ostetrica con cui avrei lavorato. La   sensazione di avere la necessit&agrave; di un cordone ombelicale a cui aggrapparsi,   dopo venti ore di viaggio con un bimbo di un anno, era fortissima, e avevamo   talmente bisogno di essere rassicurati da quelle persone che non avevamo mai   visto prima, che tutte ci davano un senso fortissimo di familiarit&agrave;:   erano sconosciuti di cui avevamo bisogno come di fratelli. Il viaggio in auto   dall&#8217;aeroporto all&#8217;albergo che ci avrebbe ospitati per i primi tre giorni non   fu traumatico solo perch&eacute; ci era gi&agrave; capitato di sbarcare in una   capitale latinamericana. Ma Managua, come tante altre capitali di paesi poveri,   &egrave; veramente l&#8217;immagine dello scandalo e dell&#8217;ingiustizia storica e antropologica   in cui versa il pianeta. Managua porta intatti i segni del terremoto del &#8217;72,   dei bombardamenti aerei ordinati da Somoza nel &#8217;78, e della povert&agrave; e   della violenza delle politiche di &quot;aggiustamento strutturale&quot; imposte   dal Banco Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ai paesi latinoamericani   dall&#8217;epoca di Reagan. Dunque al primo momento il sentimento pi&ugrave; forte   fu la dipendenza dai nostri compagni del Mlal, il senso di pericolo e precariet&agrave;   nell&#8217;ambientamento a Managua, il senso di abbandono rispetto a tutte le nostre   abitudini, alle nostre certezze, al nostro paesaggio.<br \/>  A Managua da ogni punto della citt&agrave; si vede l&#8217;orizzonte, non esistono   indirizzi, ma, come in quasi tutta l&#8217;America Latina, per trovare un recapito   &egrave; necessario avere un punto di riferimento specifico (un monumento, una   chiesa, una piazza) e da questa contare gli isolati (cuadras) orientandosi con   i punti cardinali (o, per esempio, proprio a Managua, un lago, o il mare, o   una montagna). Per esempio un recapito pu&ograve; essere cos&igrave;: de la   catedral de S.Ilario dos cuadras abajo y tres al lago).<br \/>  All&#8217;arrivo ci sentivamo deboli e fragili, la razionalit&agrave;, la progettualit&agrave;   in quel momento non contavano niente, contava moltissimo essere in compagnia   di persone rassicuranti. Dopo tre giorni arrivammo a Leon, la citt&agrave; dove   avrei lavorato, fummo accompagnati nella casa che avevano preparato per noi,   nel giro di un paio di settimane avrei dovuto migliorare il mio spagnolo e poi,   dopo qualche altra settimana avrei potuto cominciare e pensare al progetto vero   e proprio. In qualche giorno ci ambientammo (nel senso che cominciavamo a capire   dove comprare il latte o la verdura, o come si prendevano gli autobus e come   si faceva per pagare il biglietto, come erano organizzati i tragitti), e scoprimmo   la straordinaria importanza che assumeva per noi la relazione col vicinato (si,   proprio i vari vicini di casa, che non erano colleghi del progetto, ma famiglie   nicaraguensi), anche a causa del nostro bimbo di un anno per il quale desideravamo   che potesse giocare con altri bimbi, ma non solo per questo.<\/p>\n<p>Si inizia a lavorare<\/p>\n<p>Dopo la fatica del viaggio, dopo il profondo disorientamento subito in quelle   primissime settimane, appena arrivato un attimo di calma, cresceva il desiderio   di fare, cio&egrave; di cominciare a lavorare mantenendo fede al progetto che   mi era stato presentato in Italia. Naturalmente la cosa pi&ugrave; grande era   la voglia di mettersi in gioco e iniziare. Cos&igrave;, in questo stato fui   presentato alla controparte: il vicecoordinatore del Movimiento Comunal di Leon   e il direttore del Ministerio de Salud di Leon. Il Movimiento Comunal &egrave;   una organizzazione volontaria che aveva avuto un ruolo fondamentale sia durante   la rivoluzione sandinista, sia durante il decennio di governo sandinista, era   considerata la base militante, ma in realt&agrave;, da subito dopo la sconfitta   elettorale era composto anche da volontari di altre provenienze politiche. Si   occupava di vertenze relative alla propriet&agrave; della terra e della casa   (problema storico fondamentale del Nicaragua legato al passaggio da Somoza ai   sandinisti prima, e da Ortega alla Chamorro poi), relative all&#8217;allacciamento   degli acquedotti, delle linee elettriche e telefoniche negli insediamenti occupati,   e si occupava anche di educazione sanitaria. Per quanto riguarda il Ministerio   di Salud, il Nicaragua, su indicazione dell&#8217;OMS (Organizzazione Mondiale della   Sanit&agrave;), si &egrave; organizzato in modo decentrato, quindi la mia controparte   era paragonabile ad una nostra AUSL.<br \/>  Il primo elemento degno di nota &egrave; dunque il seguente: il volontario internazionale   appena giunto sul posto (nella fattispecie, io) viene presentato e ha come interlocutori   le massime cariche sanitarie e sociali della seconda citt&agrave; del Nicaragua.   Dopo pochi giorni venni presentato ai promotores de salud (gli educatori sanitari)   che avrei dovuto formare alle metodologie didattiche e di comunicazione,e insieme   ai quali avrei dovuto produrre materiali didattici. Parlando con loro mi resi   conto che non avevano una minima idea del progetto (quello scritto, stilato   dai dirigenti del Movimiento Comunal insieme a quelli del Mlal e ai volontari   che precedentemente avevano lavorato l&igrave;), non avevano la minima idea   di che cosa ci stessi a fare io in quella situazione, erano per&ograve; gentili,   spaventosamente accondiscendenti, davano per scontato che sarei stato per molto   tempo con loro, e si dimostravano desiderosi di imparare da me qualunque cosa   avessi voluto insegnargli. Cos&igrave; ebbi la curiosit&agrave; di approfondire   la storia del progetto in s&eacute;: non la storia della sua realizzazione (che   non era ancora avvenuta), ma quella della sua formulazione e approvazione. Ecco   com&#8217;era andata (pi&ugrave; o meno): durante il decennio sandinista il Mlal si   era distinto in Nicaragua per l&#8217;eccellente rapporto col Frente, i suoi volontari   lavoravano dentro i ministeri a Managua e svolgevano mansioni importanti (l&#8217;informatizzazione   di alcuni ministeri, per esempio), i volontari Mlal in Nicaragua erano stati   fino a trentacinque. Con la vittoria della Chamorro, le cose cambiarono, il   Frente perse molta della sua capacit&agrave; di mantenere relazioni con la cooperazione,   e, anche a causa della crisi italiana, la presenza del Mlal declin&ograve; rapidamente.   Ad ogni modo, nell&#8217;89 il Mlal decise di mantenere impegni strategici, e quindi   punt&ograve; tutto sul Movimiento Comunal che rappresentava certamente la parte   pi&ugrave; sana e dalle prospettive migliori del movimento sandinista. Cos&igrave;,   nel &#8217;90 il Mlal present&ograve; un progetto di sostegno complessivo al Movimiento   Comunal in tutto il Nicaragua del valore di 1.000.000 di dollari, che prevedeva   interventi in tre citt&agrave; diverse (Managua, Matagalpa, Leon) su diversi   settori: edilizia, salute materno-infantile, educazione popolare. La filosofia   era quella di sostenere un processo di autorganizzazione e autopromozione su   larga scala, che stava allora cominciando. Nel 1993 il progetto termin&ograve;   l&#8217;iter previsto dal ministero degli Affari Esteri, e venne finanziato per meno   di un quarto. In quegli anni intanto l&#8217;autorganizzazione aveva fatto alcuni   passi: in alcuni casi positivi, in altri semplicemente di dissoluzione dei soggetti   con i quali si era costruito il progetto. Immediatamente il Mlal selezion&ograve;   le parti di progetto che si potevano realizzare con quel finanziamento e con   i soggetti rimasti in campo, e cominci&ograve; a cercare il personale previsto:   un epidemiologo, un pediatra, un infermiere. Dopo diversi mesi l&#8217;epidemiologo   non saltava fuori, e in Italia c&#8217;era un sociologo, che aveva esperienza di ricerca   epidemiologica, che stava aspettando di partire, in pi&ugrave; nel progetto   originale era richiesto un operatore sociale che si doveva occupare del settore   edile. Il settore edile non c&#8217;era pi&ugrave;, ma la figura poteva ancora venire   buona, cos&igrave; in Nicaragua arrivai io. Non ero un epidemiologo ma ero in   grado di lavorare sulle metodologie didattiche e di comunicazione con i promotores.   Il problema era che i promotores stavano aspettando un medico. Per la cronaca   neanche il pediatra si trov&ograve;, e giunse al suo posto una neuropsichiatra,   e l&#8217;infermiere fu vantaggiosamente sostituito da una ostetrica. Sta di fatto,   che giunto sul posto mi resi conto che in tutti i modi il progetto era da rielaborare.   Ma con chi?, e perch&eacute;? Questa situazione e queste domande fanno parte   del 99% delle storie dei volontari e dei cooperanti, non solo italiani, ma di   tutti i paesi che fanno cooperazione.<\/p>\n<p>Le motivazioni di un volontario<\/p>\n<p>Nel mio caso decisi di partire dal basso: mi misi al livello dei promotores,   in ufficio con loro, a passare il tempo seguendoli nei loro talleres (seminari),   e con loro cercai di identificare dei bisogni formativi, o pi&ugrave; semplicemente   il tipo di contributo che potevo offrirgli. Ma la domanda relativa al &quot;Perch&eacute;&quot;   era pi&ugrave; difficile da rispondere. Il perch&eacute; dei soldi che guadagnavo   (mille dollari al mese, compresi i familiari a carico) era il progetto, al limite   la domanda gi&agrave; espressa dalla controparte, ma qual&#8217;era il senso di accordarmi   con la controparte rispetto a dei bisogni o delle domande che potevano essere   espresse fondamentalmente in relazione a me, quasi per gratificarmi? Ecco allora,   in quella fase, assumere una importanza fondamentale la coscienza che quella   esperienza era una esperienza di conoscenza prima che di aiuto, di curiosit&agrave;   esistenziale, di solidariet&agrave; s&igrave;, ma non nei confronti di un popolo   svantaggiato, in via di sviluppo, no, era una solidariet&agrave; diretta a esseri   umani diversi, con i quali confrontarsi, scambiare qualcosa, con i quali fare   insieme un po&#8217; di strada. Va pagata dallo stato questo tipo di solidariet&agrave;?   Non lo so, pi&ugrave; avanti, forse, ci sar&agrave; qualche elemento in pi&ugrave;   per rispondere.<br \/>  Questo periodo dur&ograve; circa tre mesi (ricordavo l&#8217;insegnamento di un ex   che diceva: per tutto il primo anno il volontario dovrebbe starsene zitto zitto   e buono buono, far niente e guardare solo), da una parte c&#8217;era il timore e l&#8217;ansia   di non aver nulla da fare l&igrave;, dall&#8217;altra finalmente ero nella condizione   di soddisfare il mio desiderio di conoscere: andavo nei villaggi rurali, parlavo   con persone che vivevano in capanne, scoprivo la dignit&agrave; di un popolo,   la distanza abissale che c&#8217;&egrave; tra la nostra idea di povert&agrave;, o   via di sviluppo, e il gusto di vivere, il senso della festa, che &egrave; qualcosa   che in Occidente si &egrave; completamente perso, scoprivo la straordinaria   capacit&agrave; di tirare avanti senza soldi, vidi l&#8217;economia del baratto (el   troque), mi abituai ai buoi e gli asini per strada, cominciai ad accettare che   la gente si relazionasse con me solo nella speranza di ottenere qualcosa (soldi   sostanzialmente) e intanto qualcuno, dei pi&ugrave; conosciuti finalmente cominciava   a riorientare le sue aspettative nei miei confronti. Decisi comunque che non   avrei fatto niente di niente fino a quando non mi fosse esplicitamente richiesto   da qualcuno della controparte. La mia decisione era rischiosa, in teoria avrei   potuto stare senza far niente per due anni. D&#8217;altra parte mille volontari intorno   a me si arrabattavano a inventarsi attivit&agrave; e occupazioni importantissime   e fondamentali che servivano solo a placare la loro disperazione per quel senso   di girare a vuoto di cui subito avevo avvertito la vertigine. E questo problema   ce lo avevano proprio quelli che concepivano il loro volontariato come aiuto,   non essendo capaci di accettare qualcosa in cambio da quella esperienza. Nel   frattempo, seguendo il consiglio che mi era stato dato da due o tre persone   (tra cui una pedagogista brasiliana che lavora in Italia), avevo iniziato a   fare un lavoro di analisi del Movimiento Comunal dal punto di vista della sua   organizzazione: lo avrei proposto ad una rivista italiana su richiesta di un   suo redattore. Finalmente, forse incuriositi dal fatto che mi vedevano scrivere   al computer tutti i giorni qualcosa di ignoto, a cui ogni tanto i dirigenti   davano un&#8217;occhiata veloce, i promotores mi chiesero di aiutarli su problemi   specifici: il modo di impostare un seminario, come coinvolgere i partecipanti,   che quantit&agrave; di informazioni dare, come darle, come organizzare i tempi,   come sistematizzare il lavoro, come utilizzare i cartelloni. Allo stesso tempo   la direttrice di uno dei tre distretti sanitari della citt&agrave;, che mi conosceva   indirettamente attraverso una cooperante austriaca, mi chiese di tenere un corso   di relazioni umane per il personale a causa di problemi nel rapporto con i pazienti   nelle zone rurali. Nel primo caso, insieme ai promotores stessi organizzai alcuni   seminari (sia di formazione, rivolti a loro, sia di educazione sanitaria, col   loro, ma rivolti direttamente alle popolazioni), mentre con la direttrice del   distretto sanitario vi fu una vera e propria contrattazione formativa nella   quali io proposi di organizzare e condurre una serie di incontri tra personale   sanitario (medici e infermieri) e popolazioni (gli abitanti dei villaggi); e   dove, alla fine, decidemmo di organizzare prima gli incontri di preparazione   tra medici e infermieri, e poi in un secondo momento quelli con le popolazioni.   L&#8217;approccio sarebbe stato quello della ricerca-intervento. L&#8217;aspetto pi&ugrave;   importante di questa fase, che mi confort&ograve; profondamente, era dato dal   fatto che se esisteva un clima nel quale poteva aver senso un contrattazione,   allora quella era la prova che nei miei confronti vi era una domanda di competenze   e non semplicemente un riflesso automatico di lusinga al ricco straniero portatore   di dollari. A quel punto, gli stessi dirigenti delle due parti, quelli che mi   erano stati presentati all&#8217;inizio, mi chiesero di collaborare per migliorare   la qualit&agrave; del coordinamento tra gli operatori ministeriali e quelli   dei volontari (e questo era un altro degli obiettivi del progetto originale),   e cos&igrave; organizzammo un grosso seminario (di circa un centinaio di persone)   sul problema, al quale partecip&ograve; il grosso del numero delle persone interessate.   Il mio lavoro di analisi dell&#8217;organizzazione proseguiva, e man mano che andava   avanti l&#8217;interesse dei dirigenti verso quel lavoro cresceva. Passati altri cinque   o sei mesi mi chiesero un maggior impegno come consulente dell&#8217;organizzazione   su problemi pi&ugrave; interni connessi alle dinamiche della leadership. Di   fronte a tutte queste persone, promotores, medici, infermieri, dirigenti del   Movimiento Comunal, con le quali ero finalmente riuscito a stabilire una relazione   di lavoro seria e reciprocamente capace di critica, ebbi la possibilit&agrave;   di rendermi conto della complessit&agrave; del tipo di situazione che si crea   tra il cooperante e le sue controparti, cercher&ograve; di esporle in forma   schematica, avvertendo che si tratta di un modo molto sintetico di comunicare   qualcosa di elaborato con l&#8217;esperienza, la riflessione e la discussione con   altri, ma soprattutto con molta fatica, sofferenza e anche qualche soddisfazione.<\/p>\n<p>Quale relazione di aiuto tra cooperante e controparte<\/p>\n<p>&#8211; Tra cooperante e controparti vi &egrave; una distribuzione critica del potere:   il cooperante &egrave; fonte di denaro e di risorse materiali, qualche volta   anche di competenze, la controparte conosce la mappa di realt&agrave;, domina   il territorio, in senso concreto e in senso metaforico. Alle controparti interessa   il denaro, al cooperante interessa, in genere, far vedere quanto &egrave; utile   agli altri, la situazione che si crea, di conseguenza, &egrave; di grande precariet&agrave;.<br \/>  &#8211; Le societ&agrave; tradizionalistiche, come quelle latinoamericane, si muovo   all&#8217;interno di una realt&agrave; in cui le competenze pi&ugrave; importanti   sono la memoria e la conoscenza specifica di tecniche cose e persone, noi occidentali,   invece, siamo abituati a concepire il lavoro in termini di astrazione, e definizione   di funzioni aspecifiche. Il concetto di ruolo &egrave; difficilmente concepibile   da un latinoamericano, cos&igrave; come non ha molto senso parlare di metodologie,   quando data la particolarit&agrave; del contesto latinoamericano &egrave; possibile   al massimo riflettere su qualche abitudine. Deve essere chiaro, che non sto   parlando di una supposta inferiorit&agrave; dei latinamericani: i latinamericani   non sono in via di sviluppo, essi sono gi&agrave; sviluppatissimi, come tutti   gli altri, solo che sono sviluppati in modo differente, probabilmente la causa   della diversit&agrave; va cercata nella storia, nelle caratteristiche ambientali,   nell&#8217;attuale organizzazione sociopolitica mondiale, ma &egrave; di diversit&agrave;   che stiamo parlando, e non di inferiorit&agrave;; in genere, diciamo quasi sempre,   le soluzioni che i latinamericani trovano per i loro problemi sono migliori   di quelle che pu&ograve; trovare un occidentale proiettato l&igrave; dalla sua   voglia di aiutare, il problema &egrave; che quest&#8217;ultimo dispone delle risorse   economiche, il latinoamericano no.<br \/>  &#8211; In linea di principio il cooperante pu&ograve; avere qualcosa da insegnare   alle sue controparti, pu&ograve; anche essere utile, ma la condizione perch&eacute;   lo possa fare &egrave; che apprenda da loro almeno altrettanto, e che si renda   conto che il suo compito non pu&ograve; essere di incidere sulla realt&agrave;   locale a prescindere da quello che la realt&agrave; locale gli dice o gli chiede;   &#8211; Detto tutto questo, l&#8217;esperienza di collaborazione tra un italiano, europeo   occidentale ricco, e un nicaraguense, latinoamericano tradizionalista povero,   &egrave; meravigliosa, formativa, e comunque di straordinaria umanit&agrave;. <\/p>\n<p>La fine di un progetto<\/p>\n<p>Dopo sette-otto mesi avevo finalmente trovato una collocazione gratificante;   fui scelto dal Mlal come capoprogetto, dal momento che quello precedente era   rientrato in Italia. Il lavoro andava bene, e il Nicaragua &egrave; un paese   centramericano caratterizzato da due oceani, laghi e vulcani, bellissimo da   visitare nelle condizioni di vantaggio nelle quali noi ci trovavamo in quanto   ricchi stranieri, potendo disporre di buoni mezzi di trasporto e amici locali   e che ci consigliavano le situazioni pi&ugrave; interessanti. In quel periodo   per&ograve; per due volte fummo visitati dai ladri, e la seconda ci rendemmo   conto che facevano sul serio dal momento che non fuggirono di fronte ai colpi   di pistola di un vicino (noi eravamo in casa, e loro nel nostro patio). Il Nicaragua,   d&#8217;altra parte, con tutta la sua bellezza, &egrave; un paese che viene da vent&#8217;anni   di guerra, e le armi che circolano ancora sono pari alla quantit&agrave; di   violenza. Un giorno, di ritorno da una gita al mare, un individuo in divisa   militare, ci spar&ograve; addosso con un AKA (il famoso kalashnikov) e con un   arma che serviva a sfondare i blindati, per fortuna non ci colp&igrave;, ma   la paura fu tanta, non saremmo stati certo i primi cooperanti a subire gravi   conseguenze per quella situazione. Scoprimmo poi che l&#8217;individuo era un giovane   con problemi psichiatrici in preda ad una crisi di panico, gli furono tolte   le armi e la divisa, e al padre fu raccomandato di stare pi&ugrave; attento   al figlio. La situazione ambientale era dunque complessa, ma ancora pi&ugrave;   complessa era la situazione della cooperazione: i finanziamenti che dovevano   servire a sostenere il nostro progetto (per pagare il personale locale, gli   strumenti medico-sanitari, altre cose) non arrivavano, e dai fondi circolanti   si riuscivano a ottenere solo gli stipendi per i volontari. La cosa per me era   piuttosto imbarazzante, perch&eacute; man mano che si andava avanti il paradosso   emergeva con sempre maggiore chiarezza: nessuno metteva in discussione i nostri   stipendi, ma noi stavamo l&igrave; e un po&#8217; alla volta il progetto rallentava,   fino ad essere vicino a fermarsi, tranne che relativamente ai nostri compiti,   che per&ograve;, almeno teoricamente, dovevano procedere insieme a quelli del   personale locale. Queste due questioni, messe insieme al fatto che aspettavamo   il secondo figlio, ci fecero decidere che dopo un anno di cooperazione potevamo   anche tornare a casa. A casa scoprimmo tre cose: 1) eravamo cambiati, non eravamo   pi&ugrave; le persone che erano partite, 2) il cambiamento era irreversibile:   noi non eravamo pi&ugrave; italiani o europei semplicemente come lo eravamo   stati prima, n&eacute; certamente eravamo diventati latinamericani. Non lo saremmo   pi&ugrave; stati, l&#8217;essere entrati in contatto con l&#8217;altro di un altra cultura   ci aveva come disincantati rispetto all&#8217;appartenenza culturale, 3) la nostra   esperienza era incomunicabile (tranne che agli altri volontari rientrati), non   solo sapevamo di non poterla spiegare, ma, soprattutto, a nessuno interessava.   Rispetto a quest&#8217;ultimo punto capimmo di aver operato una sorta di tradimento   affettivo e culturale nei confronti delle persone che ci erano vicine, e al   ritorno eravamo trattati come traditori (questa &egrave; un&#8217;iperbole, s&#8217;intende).   La mia analisi organizzativa del Movimiento Comunal venne pubblicata in Italia,   ma soprattutto fu utilizzata dal Movimiento Comunal per rileggersi e rivedersi   da un punto di vista esterno, e questa fu una grossa gratificazione. La ricchezza   pi&ugrave; grande che ci &egrave; rimasta di quella esperienza sono state comunque   le persone, le voci, gli sguardi, gli odori, i gesti, l&#8217;intelligenza, l&#8217;umorismo,   la tristezza e la gioia, la povert&agrave;, la disperazione, la rabbia, il coraggio,   la forza, il merengue, le processioni, il sapore dei cibi, lo spirito rivoluzionario,   la retorica rivoluzionaria, la dignit&agrave; di un popolo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tra cooperante e controparti vi \u00e8 una distribuzione critica del potere, il primo \u00e8 fonte di denaro, il secondo conosce la mappa della realt\u00e0. Le soluzioni dei latino-americani per i loro problemi sono sicuramente migliori&#8230;&#8221;. 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