{"id":528,"date":"2009-11-04T17:06:42","date_gmt":"2009-11-04T17:06:42","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=528"},"modified":"2025-12-17T11:28:03","modified_gmt":"2025-12-17T10:28:03","slug":"separazioni-violente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=528","title":{"rendered":"11. Separazioni violente"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Daniela Lenzi<\/p>\n<p>Il momento della separazione dal proprio ambiente familiare e dall\u2019inserimento in un luogo estraneo raccontato da Mario Barbon nel capitolo\u201d Rimini\u201d (tratto dal suo libro Non ho rincorso le farfalle) viene accostato ad alcuni brani tratti da J. Amery, Intellettuali ad Auschwitz.<br \/>\nSono due voci che pur nella loro diversit\u00e0 testimoniamo la sofferenza e il dramma di chi \u00e8 separato per forza e con forza da ci\u00f2 che ama e che quindi \u00e8 familiare, per trovarsi gettato in un mondo in cui il sentimento di estraneit\u00e0 sottende ogni attimo e gesto della vita quotidiana.<!--break--><\/p>\n<p><strong>Mario Barbon<br \/>\n<\/strong>\u201cIl mio nuovo istituto si trovava a Rimini e secondo l\u2019assistente sociale<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>di Treviso si sarebbe trattato di un piccolo paradiso, ma come si sa le assistenti sociali sono sempre portate a fare bei castelli. Io non ero tanto contento di riprendere il mio peregrinare. Avevo avuto la fortuna di fare l\u2019esperienza di Firenze, che ricordavo con un po\u2019 di nostalgia; comunque, ormai che il cambiamento era deciso, speravo di trovare nel nuovo istituto almeno un po\u2019 della comprensione che avevo trovato a Firenze.<br \/>\nIl ricovero al \u201cSol et Salus\u201d avvenne ai primi di febbraio. E\u2019 inutile dire che in me era sopraggiunta l\u2019angoscia che da parecchio tempo non provavo, eppure c\u2019era una certa una certa disponibilit\u00e0, almeno apparente a partire\u2026sotto sotto per\u00f2 non l\u2019avrei mai desiderato. Appena pa\u2019 mi prese in braccio per portarmi a prendere il treno scoppiai a piangere, tiravo calci a destra e a sinistra, e pensavo: ma perch\u00e9 volete sempre aver ragione voi?\u201d\u201cMa forse in quel momento nessuno pretendeva di aver ragione. Il viaggio fa abbastanza tranquillo; la giornata era tiepida e quando arrivai a Rimini c\u2019era il sole. Dentro di me, per\u00f2, desideravo che quel viaggio non finisse mai. Usciti dalla stazione prendemmo l\u2019autobus che, guarda caso, si ferma a duecento metri dall\u2019istituto. Questo si trova proprio in riva al mare; come aspetto, visto dall\u2019esterno non era male, ma bisognava vedere se anche l\u2019interno vi corrispondeva. Quando entrai sentii in me l\u2019angoscia. Sbrigate le solite formalit\u00e0, una signorina ci accompagn\u00f2 al reparto, che era staccato dalla struttura principale. Percorso un lungo corridoio, ci trovammo in una specie di labirinto di stanze.\u201d<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>\u201cQui purtroppo ho visto uno spettacolo, se cos\u00ec si pu\u00f2 chiamare, che non dimenticher\u00f2 mai. C\u2019erano bambini, seduti a dei tavoli piccoli, che avrebbero dovuto mangiare, ma da soli non ci riuscivano e si sporcavano tutti, sporcando anche il pavimento, sicch\u00e9 era uno spettacolo proprio brutto. E c\u2019era una signorina, alta, scura di capelli, con un naso che assomigliava a un becco d\u2019aquila: questa sarebbe stata la Piter, che come vedeva quei bambinetti sporchi non esitava a batterli senza riguardo. Quando vidi tutto questo mi misi a piangere, mentre la signorina cercava di calmarmi. \u201cPortami a casa, voglio venire a casa!\u201d cominciai a gridare alla mamma, finch\u00e9 la signorina, sempre la stessa,a<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>un certo punto mi diede un bicchier d\u2019acqua, ed io la bevvi perch\u00e9 avevo sete, solo che in quel bicchiere c\u2019era una dose di sonnifero. Poco dopo infatti mi \u00e8 venuto sonno e allora ho capito lo scherzo che mi aveva fatto. La mamma ebbe appena il tempo di salutarmi che io mi addormentai\u201d.<br \/>\n\u201cQuando mi svegliai mi sembr\u00f2 di essere a casa, ma ben presto mi ricordai dove mi trovavo. La camera era piccola, a due letti, e c\u2019era un altro ragazzo, forse caduto anche lui nella trappola della signorina. Da parte mia non ci fu neppure il tentativo di avviare un dialogo, avevo ben altri pensieri. Pensavo a casa mia cercando di immaginare che cosa stessero facendo in quel momento le mie sorelle;<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>e pap\u00e0 e mamma, dove potevano essere? Non c\u2019era in me nostalgia di casa, era subentrata una certa indifferenza e anzi mi sembrava pi\u00f9 che normale di trovarmi in quel posto dove non conoscevo nessuno al di fuori di una signorina che sembrava piuttosto antipatica\u201d.\u201cNei primi giorni mi lasciarono in pace, tanto per darmi il modo di ambientarmi, e cos\u00ec mi mettevano in un angolo del soggiorno da dove potevo guardare tutti quelli che passavano. Vidi anche la signorina Piter, che molto gentilmente mi chiese come andava. Ricordo che rimasi colpito dalle grida che venivano dalla sala di fisioterapia e mi chiedevo a che cosa erano dovute. Purtroppo di l\u00ec a qualche giorno avrei dovuto \u201ccantare\u201d anch\u2019io.\u201d<br \/>\n\u201cBen presto entrai nella stanza cosiddetta di fisioterapia o per meglio dire \u201cstanza di tortura\u201d. La mia fisioterapista era la signorina Piter, che secondo le sue parole mi avrebbe rimesso in piedi. Sta di fatto che la mia volont\u00e0 di migliorare, se prima era mediocre, discese a zero. Nei primi tempi la ginnastica era di rilassamento e fin qui tutto sarebbe andato bene, ma un giorno la signorina Piter, senza alzare la voce, come era solita fare con chi secondo lei non<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>sopportava abbastanza, mi disse: \u201cOggi ti metter\u00f2 le docce\u201d. In un primo momento la mia fantasia si era divertita a immaginare queste docce come quelle di un bagno, ma pi\u00f9 tardi capii che si trattava di qualcosa di rigido e di doloroso. Le docce sono una forma di cartone rigido che segue generalmente la sagoma della gamba: adesso la signorina Piter doveva drizzare le mie gambe e perci\u00f2 mi metteva le docce. Si d\u00e0 il caso per\u00f2 che generalmente chi \u00e8 colpito da paralisi spastica abbia i tendini e le corde delle gambe e delle braccia che si ritirano e si irrigidiscono. Potete quindi immaginare che<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>cosa succede quando si tenta di raddrizzare questi arti. Comunque la signorina Piter tent\u00f2 di tranquillizzarmi dicendo: \u201cGuarda Mario, oggi le tieni 15 minuti, domai mezz\u2019ora, fino a quando dovrai portarle tutta la notte\u201d. Non avevo dato troppo peso a quelle parole anche perch\u00e9 dovevo ancora \u201cprovare\u201d, per\u00f2 adesso posso dire da che cosa erano provocate le grida che avevo sentito fin dal primo giorno.<br \/>\nCominciai cos\u00ec a capire che cosa voleva dire portare quegli arnesi. E come se non bastasse la tortura fisica, c\u2019era anche quella morale, poich\u00e9 quando questa benedetta signorina si metteva sulle mie ginocchia, provocando ovviamente dei dolori, io non dovevo gridare, n\u00e9 stringere i denti per non gridare, ma semplicemente dovevo far finta di essere al cinema o alla spiaggia. E se qualche volta mi scappava un \u201caio\u201d la signorina Piter mi sgridava dicendo: \u201cMa no che non ti fa male, \u00e8 solo una tua impressione!\u201d. A queste parole la mia mente si divertiva a immaginare forme di tortura arcaiche come il tiro con i cavalli e la signorina Piter legata ad un albero\u2026<br \/>\nAvrei voluto farle sentire lo stesso dolore che mi provocava prendendomi la gamba e tirandola fin quasi a spezzarla. Direte che la mia testa era soltanto \u201cconfusa\u201d a causa de dolore, per\u00f2 possono dire con sincerit\u00e0 che in tutto il periodo trascorso in quell\u2019istituto ho sempre desiderato di torturare, seppure con la fantasia, qualcuno, e non ero l\u2019unico che nutrisse di questi pensieri. Fantasie del genere erano all\u2019ordine del giorno per tutti i miei compagni, che si divertivano ad immaginare quale avrebbe potuto essere il supplizio migliore per questa o per quella persona. La nostra consolazione, se tale si pu\u00f2 definire era il cinema: ricordo che aspettavamo con tale ansiet\u00e0 quel giorno che tutto il resto era relativo\u201d.<\/p>\n<p><strong>Jean Amery<br \/>\n<\/strong>\u201cSeguendo i sentieri dei contrabbandieri attraversavamo la Eifel notturna e invernale, in direzione di un paese, il Belgio, i cui doganieri e gendarmi non ci avrebbero consentito di passare il confine legalmente: eravamo privi di passaporto e visto, privi di un\u2019identit\u00e0 civile giuridicamente valida, eravamo profughi. Fu un lungo cammino nella notte&#8221;<br \/>\n\u201cFelicemente giunti ad Anversa e confermato il nostro arrivo con un cablogramma ai parenti rimasti a casa, cambiammo il denaro in nostro possesso, complessivamente quindici marchi e cinquanta pfenning, se ben ricordo. Questo era il patrimonio con il quale dovevamo iniziare, come si dice, una nuova vita. La vecchia ci aveva abbandonati. Per sempre? Per sempre. Ma l\u2019ho capito solo adesso, dopo quasi ventisette anni.\u201d<br \/>\n\u201cCon qualche banconota e qualche moneta straniera affrontavamo l\u2019esilio: che desolazione! Chi non lo sapeva, apprese nella sua vita quotidiana di profugo che l\u2019esilio trova la migliore definizione\u00a0 proprio nella parola Elend (desolazione) che etimologicamente ha in s\u00e9 il concetto di messa al bando.<br \/>\n\u201cChe cos\u2019era , cos\u2019\u00e8 la nostalgia di casa provata da coloro che dal Terzo Reich erano stati cacciati allo stesso tempo a causa delle loro opinioni e del loro albero genealogico? Impiego malvolentieri in questo contesto un termine oggi non pi\u00f9 di moda, ma forse non ne esiste uno pi\u00f9 adatto: la mia, la nostra nostalgia di casa era una forma di autoestraniazione. Il passato era di colpo sepolto, e non si sapeva pi\u00f9 chi si era.\u201d<br \/>\n\u201cVolti, gesti, abiti, case, parole ( anche quando pi\u00f9 e meno le capivo) erano realt\u00e0 sensoriali, ma non segni decifrabili. Quel mondo per me era privo di ordine. Il sorriso del poliziotto che controllava i nostri documenti era benevolo, indifferente o sarcastico? La sua voce profonda tradiva astio o esprimeva? Non lo sapevo.<br \/>\nBarcollavo attraverso questo mondo i cui segni erano per me indecifrabili quanto i caratteri etruschi.&#8221;<br \/>\n\u201cIl potere del torturatore sotto il quale geme il torturato, non \u00e8 invece altro che l\u2019assoluto trionfo del sopravvivente sull\u2019individuo che, escluso dal mondo, \u00e8 spinto verso la sofferenza e la morte. Stupore per l\u2019esistenza dell\u2019altro che nella tortura si impone senza limiti e stupore per ci\u00f2 che si pu\u00f2 diventare: carne e morte. Il torturato non cesser\u00e0 mai pi\u00f9 di meravigliarsi che tutto ci\u00f2 che, a seconda delle inclinazioni, si pu\u00f2 definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza o la propria identit\u00e0, risulta annientato quando nelle\u00a0 articolazioni delle spalle tutto si schianta e frantuma. Che la vita sia fragile, questa ovvia verit\u00e0 l\u2019ha sempre saputa, e anche che sia possibile metterle fine \u201ccon un semplice ago\u201d, come ha scritto Shakespeare. Ma solo attraverso la tortura ha appreso come sia possibile rendere un essere umano unicamente carne, e trasformarlo cos\u00ec, mentre \u00e8 ancora in vita, in una preda della morte.<br \/>\nChi ha subito la tortura non pu\u00f2 pi\u00f9 sentire suo il mondo. L\u2019onta dell\u2019annientamento non pu\u00f2 essere cancellata. La fiducia nel mondo crollata in parte con la prima percossa, ma definitivamente con la tortura, non pu\u00f2 essere riconquistata. Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scrutare verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi \u00e8 stato martoriato \u00e8 consegnato inerme all\u2019angoscia. Sar\u00e0 essa in futuro a comandare su di lui.<br \/>\nL\u2019angoscia: e in aggiunta tutto ci\u00f2 che abitualmente chiamiamo i risentimenti.<br \/>\nAnch\u2019essi restano e hanno scarse possibilit\u00e0 di concentrarsi in una spumeggiante e purificante sete di vendetta\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il momento della separazione dal proprio ambiente familiare e dall\u2019inserimento in un luogo estraneo raccontato da Mario Barbon nel capitolo\u201d Rimini\u201d (tratto dal suo libro Non ho rincorso le farfalle) viene accostato ad alcuni brani tratti da J. 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