{"id":53,"date":"2009-11-04T17:04:27","date_gmt":"2009-11-04T17:04:27","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=53"},"modified":"2025-11-12T11:34:40","modified_gmt":"2025-11-12T10:34:40","slug":"mio-figlio-no-la-104-no","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=53","title":{"rendered":"Mio figlio? No, la 104 no!"},"content":{"rendered":"<p>di Alessandra Pederzoli<\/p>\n<p>Elisabetta, insegnante in una prima elementare di una provincia toscana e la sua esperienza.<br \/>\n\u201cIniziamo l\u2019anno con una riunione con i genitori. Non conosciamo ancora i bambini, abbiamo soltanto<!--break--> l\u2019elenco dei nomi e con quelli incontriamo le famiglie. Mancano due giorni e i loro bambini faranno l\u2019ingresso nella scuola primaria. Un\u2019esperienza certamente nuova per i bambini. Ma anche per i genitori. Non tutti hanno confidenza con l\u2019ambiente, non tutti hanno bambini che gi\u00e0 frequentano. Per molti \u00e8 un momento importante, vissuto anche con una certa emozione. I loro bambini stanno diventando grandi.<br \/>\n\u00c8 un luned\u00ec pomeriggio: un\u2019aula gremita di genitori (alle prime riunioni ci sono sempre tutti, poi con l\u2019andare del tempo si perdono per via), noi insegnanti spieghiamo alcune regole di base per cominciare; iniziamo a buttare le basi per instaurare un rapporto che sia di reciproca fiducia con le famiglie. Finisce la riunione e tutti i genitori salutano ringraziando e se ne vanno. Rimane sul fondo dell\u2019aula una mamma. Impacciata e insicura si avvicina a noi due. Siamo entrambe nuove della scuola, non abitiamo in quel paese e non conosciamo nessuno. Un buon punto di partenza. La mamma si accosta a me per presentare il suo bambino. \u2018Sa, \u00e8 un po\u2019 particolare\u2019, mi dice. Capiamo l\u2019impaccio della signora e ci mettiamo in ascolto. Ci presenta brevemente il bambino dicendoci che vive alcuni stati d\u2019ansia; soprattutto quando si deve allontanare dalla mamma. Che dovevamo imparare a prenderlo con dolcezza e calma.<br \/>\nLa mamma se ne va. Rimaniamo un po\u2019 perplesse. Ci sembra un quadro cos\u00ec confuso\u2026 Ma evitiamo di farci idee prima di conoscerlo.<br \/>\nPassano i due giorni che ci separano dall\u2019inizio scuola e quel mercoled\u00ec mattina arriviamo pronte per questo nuovo incontro. Eccoli. Sono tanti visi un po\u2019 impauriti, un po\u2019 incuriositi e un po\u2019 felici di essere cresciuti. Entriamo nella nostra aula: l\u2019abbiamo preparata per accoglierli al meglio. I genitori entrano e accompagnano i bambini fino al banco e poi li salutiamo tutti insieme. E c\u2019\u00e8 lui. Le crisi cominciano. Sono davvero crisi profonde, pianti, conati di vomito, urla. La mamma non riesca ad allontanarsi. Rimane in classe. Poi riusciamo con una specie di raggiro a farla andare. Sono passate due ore.<br \/>\nLa situazione non migliora per almeno un mese. Ancora una fatica terribile a salutare la mamma, a rimanere in classe. Un\u2019incapacit\u00e0 a comprendere che la scuola \u00e8 l\u2019ambiente in cui deve imparare a convivere per un bel po\u2019 di anni. Dobbiamo adoperarci per farlo stare bene. Questo ci mette in discussione. Ci richiama a inventare strategie, modi per accogliere tutte le sue difficolt\u00e0. Forse questo significa anche ripensare tanti atteggiamenti, tante attivit\u00e0 ormai abitudinarie.<br \/>\nPassano i giorni, i mesi. Indirizziamo la famiglia ai servizi di neuropsichiatria infantile: il bambino vive un disagio \u2018non normale\u2019, ha bisogno di aiuto. Di un aiuto esperto. La sua ansia gli impedisce di rimanere anche solo dieci minuti seduto alla sua sedia. Figuriamoci se riesce a seguire, anche solo in parte, le attivit\u00e0 che vengono proposte ai bambini. Zero! Zero assoluto. Siamo in difficolt\u00e0; s\u00ec, noi insegnanti ci riconosciamo in una grande difficolt\u00e0. Viviamo l\u2019impaccio di non sapere come fare per aiutarlo.<br \/>\nIl bambino ha delle carenze evidenti. Ora supera il distacco dalla mamma, non scappa pi\u00f9, rimane nello spazio classe. Ma evidenzia comunque mancanze notevoli dal punto di vista dell\u2019apprendimento. Ha problemi di produzione linguistica e, ancor pi\u00f9, di comprensione. Carenze di logica. Insomma, senza entrare nel dettaglio\u2026 deve essere seguito. Per il suo bene. Abbiamo bisogno anche noi di aiuto: dobbiamo parlare tutti la stessa lingua con lui, abbiamo bisogno di lavorare congiuntamente alla famiglia.<br \/>\nRiusciamo a ottenere, con grande fatica, che il bambino sia seguito dalla neuropsichiatra del distretto sanitario. E dopo un po\u2019 di tempo ci incontriamo insieme alla mamma (il pap\u00e0 non viene mai agli incontri che chiediamo alla famiglia). Come previsto, la dottoressa ci fa un quadro della situazione abbastanza grave. Non si tratta solo di una difficolt\u00e0 di ansia da distacco dalla mamma, come ci era stato segnalato dalla famiglia. \u00c8 un situazione ben pi\u00f9 complessa. C\u2019\u00e8 dell\u2019altro.<br \/>\nSenza specificare diagnosi, non \u00e8 la sede, la dottoressa sostiene la necessit\u00e0 di una certificazione. Il bambino ha bisogno di un sostegno. Propone una certificazione in fascia B (copertura dal 50 al 75%). La mamma rimane interdetta. Sembra accettare, seppur a fatica, la situazione del figlio. Sembra comprendere una necessit\u00e0 oggettiva, per il bene del suo bambino.<br \/>\nNoi insegnati spieghiamo come non si tratti di un marchio indelebile, anzi non \u00e8 proprio da vedere la certificazione come un marchio. Nessuno dei bambini sapr\u00e0 che l\u2019insegnante nuova \u00e8 insegnante di suo figlio. Si struttureranno attivit\u00e0 che \u2018fanno bene a lui\u2019 ma per tutti. Si lavorer\u00e0 per piccoli gruppi. La mamma accetta. Si rimanda comunque a un incontro tra dottoressa e genitori, entrambi per\u00f2. Nel frattempo insistiamo per poter dare lavori differenziati al bambino che deve ancora acquisire tutti i prerequisiti per l\u2019acquisizione delle abilit\u00e0 della letto-scrittura e del calcolo matematico. La mamma a grande fatica accetta, anche su parere molto favorevole della neuropsichiatra (non ha senso procedere con il programma come gli altri se ancora deve acquisire i prerequisiti necessari).<br \/>\nRitorniamo al nostro lavorio di classe, barcamenandoci, alla meglio tra le esigenze di tutti i bambini: tutti diversi, tutti con bisogni speciali e specifici. Aspettiamo fiduciosi una risposta affermativa da parte dei genitori: speriamo che accettino la certificazione per il figlio.<br \/>\nLa mamma una mattina all\u2019uscita da scuola chiede di incontrarci, vuole aggiornarci su alcune questioni. Le diamo un appuntamento speranzose. \u00c8 luned\u00ec pomeriggio, siamo in orario da programmazione; ci siamo tutte: insegnanti di classe e la collega specialista di lingua inglese. Sorpresa per noi \u00e8 incontrare il padre, che sappiamo essere un osso duro, non facile da convincere.<br \/>\nE infatti. Le nostre speranze vanno in fumo. \u2018Di certificazione, non se ne parla proprio\u2019. \u2018Abbiamo cresciuto due figli pi\u00f9 grandi e cresciamo anche questo\u2019 e soprattutto \u2018Mio figlio certificato con la legge 104? Neanche a parlarne\u2019.<br \/>\nEcco dove sta il problema. Non viene assolutamente accettato dai genitori di intervenire sul figlio con una legge riservata all\u2019handicap. No. Proprio no. \u00c8 un marchio che i genitori non vogliono per il loro figlio. \u2018Non ci interessa che nostro figlio diventi uno scienziato, ma handicappato proprio no\u2019. Cerchiamo di spiegare come la legge 104 sia una legge che tuteli situazioni di necessit\u00e0 e che certificarlo non vuol dire automaticamente chiedere un qualche grado di invalidit\u00e0, con tutto quello che ne consegue. Ma non c\u2019\u00e8 proprio nulla da fare.<br \/>\nNon accettano alcuna etichetta. Loro figlio non appartiene a quella categoria. Non riusciamo neppure a interloquire pi\u00f9 di tanto. \u00c8 fuori discussione.\u201d<br \/>\nUn\u2019esperienza raccontata da una voce, quella di Elisabetta, insegnante elementare immaginaria ma nei cui panni, credo, si possano trovare molti insegnanti: storia vera, senza luogo e senza tempo, con nomi fasulli e particolari presi in qua e in l\u00e0 da tante situazioni diverse, messe insieme per rendere il quadro di una situazione nella quale si trovano molti insegnanti ma anche molti genitori.<br \/>\nEvidentemente la famiglia fatica ad accettare. C\u2019\u00e8 una difficolt\u00e0 della scuola a rispondere adeguatamente a un problema oggettivo: per avere un aiuto, un appoggio che sia qualificato, bisogna inevitabilmente ricorrere a una legge quadro sull\u2019handicap. Ed \u00e8 anche comprensibile la fatica della famiglia a mettere in atto un processo di questo tipo. Probabilmente si tratta anche di una questione che ha radici ben pi\u00f9 profonde da ricercare altrove, al di l\u00e0 dalla legge che, di per s\u00e9, dice tutto e niente.<br \/>\nEvidentemente nella nostra cultura un bambino a cui \u00e8 affiancato l\u2019insegnante di sostegno, \u00e8 un bambino a cui viene puntato il dito. Gli viene riconosciuta una qualche differenza (oltre a quelle visibili, manifeste e innegabili) troppo diversa. Quel bambino \u00e8 l\u2019handicappato della classe. E probabilmente, anche se le insegnanti saranno bravissime a gestire la situazione, sar\u00e0 un processo quasi inevitabile, con l\u2019andar del tempo. Anche laddove il contesto classe cresca in modo armonico e non sia un luogo discriminante, sappiamo come a casa i bambini sentano dai genitori, dai nonni, dagli zii definizioni diverse. Quello rester\u00e0 il bambino disabile, handicappato. Del resto, che dire? Ha l\u2019insegnante di sostegno. E questo nella nostra scuola \u00e8 un marchio. Probabilmente la difficolt\u00e0 di questi bambini andrebbe affrontata in modo diverso, meno stigmatizzante. La fatica dei genitori a mettere la firma su un certificato che quasi inevitabilmente determiner\u00e0 tutto questo credo sia pi\u00f9 che comprensibile. Dice bene la mamma quando dice \u201cNon voglio e non pretendo che mio figlio diventi uno scienziato!\u201d. Le aspettative non sono per forza aspettative di una vita fatta di studio e di scienza. Questi genitori, quando pensano alla vita del loro bambino, rimangono con i piedi per terra, forse troppo, e l\u2019unica cosa che a loro ora interessa \u00e8 che non sia riconosciuto come \u201cun diverso\u201d. E questo, credo, ci dovrebbe mettere tutti, chi pi\u00f9 chi meno, un po\u2019 in discussione. Come mamme, come padri ma anche come insegnanti e come compagni di classe.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Elisabetta, insegnante in una prima elementare di una  provincia toscana e la sua esperienza. \u201cIniziamo l\u2019anno con una riunione con i genitori. 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