{"id":539,"date":"2009-11-04T17:06:44","date_gmt":"2009-11-04T17:06:44","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=539"},"modified":"2026-03-02T13:19:02","modified_gmt":"2026-03-02T12:19:02","slug":"l-uomo-e-il-mostro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=539","title":{"rendered":"6. L&#8217;uomo e il mostro"},"content":{"rendered":"<p>di Giacomo Manzoli<\/p>\n<p>Il Frankenstein di Mary Shelley \u00e8 una creatura umana, fin troppo; ha molte caratteristiche dell&#8217;eroe romantico e vive un rapporto drammatico con il suo creatore che porta lo stesso nome. Nel cinema \u00e8 ormai un modello da cui molti registi prendono continuamente spunto. Dai film di Tim Burton a tutta una serie di mostri tecnologici.<!--break--><\/p>\n<p>&#8220;Anch&#8217;io dunque posso creare<br \/>\nqualcosa; la desolazione&#8221;<br \/>\nMary Shelley<\/p>\n<p>Il mostro di Frankenstein o i mostri di Frankenstein? La storia della letteratura ci parla di una sola creatura, partorita dalla fantasia di una Mary Shelley ventenne che avrebbe trovato, nel corso di un paio di secoli, centinaia di reincarnazioni, attraverso le pi\u00f9 svariate forme artistiche, i generi, autori e interpreti diversissimi fra loro e i pi\u00f9 improbabili adattamenti. Ma se si esamina il colosso messo insieme con pezzi di fortuna e animato con una scarica elettrica (la stessa che serve a giustiziare i condannati a morte&#8230;) nella prospettiva globale dei miti contemporanei, ci si deve arrendere all&#8217;evidenza che, da molti anni ormai, esistono perlomeno due grandi famiglie di Frankenstein: i Frankenstein di (o, per meglio dire, da) Mary Shelley e quelli di James Whale, autore della prima grande versione cinematografica del romanzo nel 1931. Non \u00e8 dunque n\u00e9 casuale, n\u00e9 tantomeno pleonastico il fatto che l&#8217;ultimo film che vede il Mostro protagonista si intitoli per esteso Mary Shelley&#8217;s Frankenstein.<\/p>\n<p><strong>Il Frankestein di Mary Shelley<br \/>\n<\/strong>Entrambi hanno forti debiti con una tradizione precedente. Nel romanzo della Shelley si registrano influssi faustiani, qualche eco del Golem, nonch\u00e9 un esplicito rimando al mito di Prometeo, mentre per il film un referente forte \u00e8 ovviamente il romanzo, con tutti i suoi successori.<br \/>\nPer cominciare ad addentrarci nella vicenda, conviene ricordare che la giovane signora inglese diede vita letteraria alla sua creatura, nell&#8217;estate del 1816 (come ricorda Ken Russell nel suo ottimo Gothic), durante una scommessa creativa fra intellettuali inglesi affascinati dall&#8217;horror.<br \/>\nIl suo romanzo ha forma epistolare, un tipo di letteratura molto in voga per un intero secolo (tale \u00e8 anche il Dracula di Stoker). Un tipo di letteratura comoda da gestire per un non professionista (quale la Shelley) per la sua frammentariet\u00e0. Un genere di letteratura che regala ampi brividi sia a chi la esegue, perch\u00e9 costringe ad una identificazione totale con i personaggi scriventi, sia a chi la legge, per l&#8217;illusione di un &#8220;di pi\u00f9&#8221; di realismo.<br \/>\nMa questo \u00e8 solo il terreno su cui la vicenda si innesta. Il concime \u00e8 dato dal clima fortemente romantico che impregnava la formazione culturale e la visione del mondo della sua autrice.<br \/>\nPer dare alcuni dati fondamentali, Frankenstein nasce da un sogno, \u00e8 moderno e, soprattutto, \u00e8 un Prometeo. Il Frankenstein di Mary Shelley \u00e8 ambientato in una desolata landa fra i ghiacci, prevede personaggi archetipici che tuttavia instaurano fra loro rapporti complessi. Questo Frankenstein \u00e8 uno scienziato che, come il suo contemporaneo Erasmus Darwin (che, si diceva, era riuscito a resuscitare dei vermi) si \u00e8 messo in testa di carpire concretamente il segreto divino della vita, il sistema per animare (letteralmente, dare un&#8217;anima) un corpo. La sfida \u00e8 titanica e perci\u00f2 romantica, l&#8217;assunto di partenza di un&#8217;esasperato razionalismo positivista: l&#8217;atteggiamento generale di hubris e, come tale, verr\u00e0 severamente punito.<br \/>\nLa creatura che ne viene fuori \u00e8, per quanto sembri strano, umana, forse troppo umana. E&#8217; creatura drammatica e, dunque, mostruosa nelle sembianze. Ma non ha nulla di bestiale o primigenio, non pi\u00f9 di quanto ne abbia ciascuno di noi; il suo destino \u0160 perfettamente iscritto nella storia. Ha una discreta intelligenza, apprende con facilit\u00e0 tutte le nozioni necessarie e ben presto si forma una sua visione freudiana delle cose: entra in competizione col padre, ci si rispecchia e sente il bisogno di interiorizzarne la morte. Soprattutto vuole una donna, \u00e8 profondamente ferito dalla disattenzione di colui che gli \u00e8 insieme padre e Padre, il quale non ha pensato a creargli una compagna. Del resto \u00e8 abbastanza sveglio da capire che non baster\u00e0 togliersi una costola per mettere insieme una partner e non disdegnerebbe qualche relazione edipica, se solo avesse una madre. Dall&#8217;altro lato, il mostro suscita nel suo creatore sentimenti contrastanti: affetto profondo, spirito di sacrificio, accessi di sindrome di Saturno, semplice orrore da sdoppiamento. Per Frankenstein, la creatura \u00e8 tanto un figlio quanto un gemello oscuro, una proiezione che, infatti, non ha un nome proprio ed \u00e8 costretto ad assumere quello del creatore. Una proiezione-ombra che non gli lascia un attimo di respiro ed \u00e8 destinata a scomparire con lui.<\/p>\n<p><strong>La diversit\u00e0 nell&#8217;eroe romantico<br \/>\n<\/strong>Entrambi, comunque, incarnano perfettamente due lati fondativi del carattere dell&#8217;eroe romantico: l&#8217;avventuriero e il diverso.<br \/>\nAl contrario del mostro, il romanzo si rivela invece dotato di una vita indipendente dalla sua autrice, la quale far\u00e0 in tempo a vedere in scena i prodromi del futuro Frankenstein, quello, appunto, di James Whale.<br \/>\nIl successo clamoroso del libro, infatti, diede il via ad una serie di sfruttamenti della vicenda e dei suoi protagonisti da parte di tutte quelle arti popolari, in primis il teatro, che si rivolgevano ai numerosissimi (allora come ora) non lettori e non leggenti (analfabeti).<br \/>\nDopo alcune versioni pi\u00f9 o meno fedeli, ci si comincia ad affrancare dalla schiavit\u00f9 del testo di partenza. E&#8217; la stessa Shelley, dopo aver assistito ad una rappresentazione del proprio romanzo, a lamentarsi per il primato dell&#8217;orrorifico, la mancanza di temi decisivi quali l&#8217;apprendistato, la solitudine, la febbre della curiosit\u00e0. In pratica per la trasformazione del suo eroe da drammatico a esclusivamente minaccioso.<br \/>\nIn effetti, gi\u00e0 in teatro si assiste a una riduzione e ad una perversione della creatura originale in zombie o robot, si registra la presenza di attori destinati a caratterizzarne l&#8217;iconografia (Cooke), a vere e proprie parodie, a spostamenti talora improbabili, ad aggiunte e riduzioni.<br \/>\nEsiste perfino un Mostro animato tramite magia nera, un vero e proprio nonsense rispetto alla morale della favola. Ed \u00e8 proprio dalla versione teatrale di Miss Peggy Webling che proviene il Frankenstein di Whale.<br \/>\nPrima di questo, le filmografie registrano un Frankenstein del 1910, il solo che sia rimasto, e un altro paio di versioni (una delle quali italiana) di scarso rilievo.<br \/>\nParadossalmente, il mostro, che non ha nome ed \u00e8 (al cinema) privo di parola, doveva aspettare il sonoro per affermarsi definitivamente, e non si pu\u00f2 escludere che le grida gutturali della creatura abbiano contribuito al suo successo in modo sostanziale.<br \/>\nIl mostro di Mister Whale non poteva che essere di dimensioni colossali. Il suo campo di battaglia \u00e8 un paesino gotico\/balcanico ricostruito in studio. La vicenda viene asciugata fino all&#8217;osso e proprio per questo si rivela di assoluta efficacia.<br \/>\nFrankenstein crea il mostro. Il mostro \u00e8 una belva feroce dotata a malapena di riflessi umanoidi. Il mostro fugge e devasta. Quando esagera viene fatto fuori.<br \/>\nFra le righe: 1) Il mostro \u00e8 frutto di un errore, il cervello usato non \u00e8 normale ma criminale: dunque la materia prima ha un suo peso. 2) Il mostro \u00e8 oggetto di tortura e incomprensioni, ha insomma un&#8217;infanzia difficile. Anche di qui la sua aggressivit\u00e0. 3) Il mostro \u00e8 una forza della natura. Una volta messa in moto la si pu\u00f2 arrestare solo col fuoco. 4) Il mostro \u00e8 vittima della totale incomprensione da parte di tutti (a partire dal padre); il suo \u00e8 un destino di emarginazione e linciaggio. 5) Il mostro \u00e8 innamorato della propria (futura) madre.<\/p>\n<p><strong>Il Frankenstein cinematografico<br \/>\n<\/strong>Tutto questo \u00e8 desunto dalle azioni del film: di sicuro il Frankenstein di Whale di romantico ha ben poco, anche se la dimensione del patetico non gli \u00e8 estranea. A essere del tutto banditi sono l&#8217;introspezione e il macerarsi degli animi: la sintesi impera. Il nuovo Frankenstein \u00e8 un Frankenstein cinetico, dinamico, non piatto ma apparentemente tale, terribile. Se il romanzo della Shelley \u00e8 fatto principalmente dei sentimenti che seguono una sfida contronatura, il Frankenstein di Whale \u00e8 un horror d&#8217;azione dai ritmi sincopati e dallo sviluppo elementare.<br \/>\nLa fortuna della pellicola \u00e8 tale che, non solo si assiste ad un proliferare ininterrotto di sequel, remake e parodie, ma anche di vere e proprie serie letterarie di derivazione cinematografica, come quelle firmate da Benoit Becker e Michael Egremont.<br \/>\nBene, abbiamo parlato prima della modernit\u00e0 del Frankenstein di Mary Shelley, al quale, secondo la critica contemporanea, si deve la nascita della science fiction contemporanea. Tale \u00e8 anche il Frankenstein di Whale, per ci\u00f2 che riguarda il cinema; addirittura postmoderna gi\u00e0 nell&#8217;assunto iconografico. Se una filmografia frankensteiniana in senso stretto spetta ad altri, pu\u00f2 per\u00f2 essere interessante sottolineare la forza propulsiva che le due creature congiunte riescono ad avere nel corso dei decenni. Chi si prendesse la briga di un&#8217;analisi sistematica della vicenda si troverebbe di fronte, infatti, ad un&#8217;applicazione quasi metodica di tutte le possibili linee tematiche del Frankenstein a tutti i possibili contesti e circostanze. Gli esempi di questo imbastardimento del Frankenstein (che \u00e8 anche un germogliare, il risultato di una semina) sono davvero numerosissimi. Vi rientra, dal punto di vista anatomico\/clinico gi\u00e0 la storia delle Mains d&#8217;Orlac, nata in sede letteraria, dalla penna di Maurice Renard. La questione, in tempo di trapianti \u00e8 attualissima, visto che si tratta di pezzi umani dotati di memoria biologica. Orlac \u00e8 un semi-Frankenstein: la sua carriera di sublime pianista \u00e8 stroncata da un incidente ferroviario che gli causa l&#8217;amputazione delle mani. Uno scienziato melomane decide di attaccare al posto di quelle andate perdute due mani strappate a un cadavere. Il pianista suoner\u00e0 malissimo, ma in compenso manegger\u00e0 il coltello con grande maestria. Il chirurgo ha ridato vita, &#8220;frankensteinizzato&#8221; le mani di un morto, ma queste, tanto per non deluderlo, hanno deciso di tenersi ben stretta fra le dita la propria autonomia.<br \/>\nFra le versioni celebri di questa storia vanno certo segnalate quella di Wiene del (1924), quella di Karl Freund, Mad Love, del 1935, e quelle pi\u00f9 moderne di Oliver Stone (The Hand, 1989), Sam Raimi (La casa II) e David Cronenberg (Rabid, 1976), tutte pi\u00f9 o meno liberamente &#8220;ispirate a&#8221;.<br \/>\nAnche tutto il filone degli zombie, i resuscitati, ha un piede nella staffa di Dracula e uno in quella di Frankenstein. Nella loro iconografia pi\u00f9 celebre, quella pensata da George A. Romero, gli zombie sono in fondo vittime e ricordano pesantemente, tanto nel look quanto nelle movenze rigide e goffe, il mostro a lungo interpretato da Boris Karloff. Sui rapporti fra Dracula e Frankenstein (il mostro) si potrebbe aprire un capitolo a parte. Il primo \u00e8 un non-morto, il secondo un non-nato. Detto questo, appartengono entrambi alla grande famiglia dei freaks, i mostri, e il pi\u00f9 commovente film del regista spagnolo Jesus Franco li vede impegnati in uno scontro fra vecchi gladiatori, fra vecchi lottatori di catch che vede coinvolto, ad un certo punto anche l&#8217;uomo lupo.<\/p>\n<p><strong>Gli eroi di Tim Burton<br \/>\n<\/strong>Il mostro di cui ci occupiamo, d&#8217;altra parte, lo ritroviamo pari pari anche nel maggiordomo della famiglia Addams (il mitico Learch), nel pericoloso malvivente che minaccia Cary Grant in Arsenico e vecchi merletti e, in modo decisamente originale, nell&#8217;Edward mani di forbice di Tim Burton. Il giovane regista di Batman ha, col mostro della Shelley (e di Whale), un rapporto intenso e conflittuale. Da un lato, come il suo amato Ed Wood, pare preferire nettamente Bela Lugosi a Karloff, dall&#8217;altro \u00e8 senza dubbio l&#8217;autore contemporaneo che pi\u00f9 ha lavorato sul personaggio che ci interessa. Con Frankenweenie, storia di un bimbo geniale che trova il modo di riportare in vita il proprio cane, il rimando \u00e8 esplicito e diretto, e tale \u00e8 anche quello della ragazza di Jack Skeleton in Tim Burton&#8217;s Nightmare before Christmas, una pupa niente male, costruita da un morboso mad doctor. Una ragazza dalle mille risorse che si pu\u00f2 montare e smontare i pezzi da sola, e che ci ricorda come ogni essere cinematografico sia in fondo frankensteiniano in quanto tale, dal momento che il suo corpo risulta sempre dalla somma di una serie di frammenti (e spesso da frammenti di corpi diversi, come nel caso della Julia Roberts di Pretty Woman che indossava le gambe di un&#8217;altra ragazza), fotogrammi o inquadrature, montati, cio\u00e8 incollati fra loro.<br \/>\nIl tema dello scienziato che crea o riporta in vita la propria donna \u00e8 vecchio come e pi\u00f9 di Frankenstein, e lo troviamo gi\u00e0 nel citato Mad Love, in The Black Cat di Ulmer, in innumerevoli B-movies cormaniani e in pellicole recenti quali La donna bionica o Dr. Creator.<br \/>\nTornando a Burton, \u00e8 proprio col personaggio di Edward che si arriva alla pi\u00f9 completa rivisitazione del tema di Frankenstein. Una rivisitazione, peraltro, sofisticata ed eretica: il ragazzo dalle mani di forbice \u00e8 in realt\u00e0 un mix tra il mostro e Pinocchio, anche se il sentire del giovane regista americano ha certo molte affinit\u00e0 con le malinconie nostalgiche della Shelley. Edward infrange molti taboo frankensteiniani: intanto non \u00e8 un vero mostro, bens&#8217; ha le fattezze eccentriche ma piuttosto bellocce di Johnny Depp, tanto \u00e8 vero che non gli \u00e8 difficile trovarsi una ragazza, per di pi\u00f9 umana. Inoltre parla, non animato da sentimenti malevoli verso nessuno, anche se la sua pericolosit\u00e0 intrinseca e la sua purezza d&#8217;animo finiranno per farne facile preda di ignoranza, paura e razzismo. \u00c8 dotato per l&#8217;apprendimento e sa come ritagliarsi uno spazio sia nel mondo del lavoro che nello show business.<br \/>\nTim Burton \u00e8 anche colui che ha saputo giocare in modo profondamente poetico con quelle che sono le ferite ombelicali di Frankenstein, le innumerevoli cicatrici che gli solcano il viso, il corpo e l&#8217;anima, e che nessun cosmetico pu\u00f2 efficacemente occultare.<\/p>\n<p><strong>I mostri tecnologici<br \/>\n<\/strong>Ma Burton \u00e8, come si diceva, un nostalgico, uno molto interessato al passato, un cinefilo. Le moderne applicazioni della sostanza frankensteiniana interpretano incubi legati alla scienza ben pi\u00f9 smaliziati, concreti e verosimili; tecnologicamente avanzati.<br \/>\nDa un lato incubi legati all&#8217;elettronica. Qui il mostro \u00e8 una creazione involontaria, un errore di percorso, e lo si ottiene a forza di dotare le macchine di prerogative umane. Un modello inquietante \u00e8 rappresentato dal computer Hal 9000, protagonista di 2001 Odissea nello spazio. Hal \u00e8 un nuovo sofisticatissimo tipo di intelligenza artificiale che, a furia di dover somigliare ad un uomo, arriva a sentirsi uomo e ad avere aspirazioni, paure e reazioni conseguenti, fino a minacciare la sorte dei suoi padroni e creatori. La sua uccisione, una disattivazione per gradi che lo obbliga ad un lento regresso \u00e8 una delle pi\u00f9 strazianti rappresentazioni della morte che la storia del cinema registri. Alla stessa famiglia di Frankenstein inorganici appartengono poi anche figure quasi classiche di robot quali Robocop o Terminator.<br \/>\nIl primo \u00e8 un agente meccanico super-potente sul quale \u00e8 stato innestato il cervello di un poliziotto morto. Tutto va bene finch\u00e9 il cervello in questione comincia a riattivare la pi\u00f9 umana delle proprie virt\u00f9: la memoria. Terminator, da parte sua, \u00e8 un robot integrale, ma un robot talmente imperfetto e mimetico da poter essere definito di grado superiore rispetto al genere umano che lo ha creato. In questo caso il mostro supera Frankenstein e aspira a sostituirlo. L&#8217;altro grande settore della fantascienza in cui si sono sparse le ceneri di Frankenstein \u00e8 quello che prende spunto dai progressi dell&#8217;ingegneria genetica. Ma in questo caso il muro \u00e8 completamente caduto; per creare un nuovo Frankenstein non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 bisogno di quell&#8217;apparato ingombrante e macchinoso che \u00e8 il corpo. Basta un naso, come in Woody Allen (Il dormiglione) o una sola cellula, o anche l&#8217;esatta conoscenza di un codice genetico e il gioco \u00e8 fatto, come dimostrano tanto I ragazzi venuti dal Brasile quanto, su un altro piano, Jurassic Park. Ogni differenza \u00e8 annullata. Creatore e creatura coincidono e convivono, perfettamente alternativi, tanto supplementari quanto complementari. A questo punto il mostro, con le sue imperfezioni, la sua pesante goffaggine, i suoi grugniti e tormenti \u00e8 gi\u00e0 completamente alle spalle, in quella galleria di creature passate definitivamente dal territorio dell&#8217;horror a quello, rassicurante, della tenerezza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Frankenstein di Mary Shelley \u00e8 una creatura umana, fin troppo; ha molte caratteristiche dell&#8217;eroe romantico e vive un rapporto drammatico con il suo creatore che porta lo stesso nome. Nel cinema \u00e8 ormai un modello da cui molti registi prendono continuamente spunto. 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