{"id":545,"date":"2009-11-04T17:06:46","date_gmt":"2009-11-04T17:06:46","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=545"},"modified":"2026-03-04T11:53:46","modified_gmt":"2026-03-04T10:53:46","slug":"mille-lire-al-mese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=545","title":{"rendered":"5. Mille lire al mese"},"content":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi<\/p>\n<p>Affrontare il tema del rapporto tra la professione dell&#8217;educatore e la suaretribuzione significa mettere in relazione tre concetti tra loro collegati. Nonsi pu\u00f2 parlare di retribuzione infatti senza<!--break--> parlare di ruolo e potere sociale. Ovvero: il livello retributivo di una professione \u00e8 legato al ruolo e al potere sociale che quella professione detiene. I medici hanno redditi medio-alti perch\u00e9 la loro professione ha un ruolo e un potere sociale alto. Specularmente, gli insegnanti guadagnano meno perch\u00e9 ne hanno uno inferiore. Certo non sonocos\u00ec schematici all&#8217;interno della societ\u00e0 i termini del discorso, ma che siano innegabili \u00e8 un fatto.<br \/>\nSeguendo la logica di questa tesi, gli educatori hanno redditi medio-bassi, anzi, bassi, perch\u00e9 hanno un basso ruolo e potere sociale. Vediamo di analizzarne i motivi.<br \/>\n<strong><br \/>\nPerch\u00e9 gli educatori hanno poco potere sociale<br \/>\n<\/strong>In primo luogo ha scarso ruolo e potere l&#8217;educazione nella nostra societ\u00e0. A fronte di una rivoluzione economica, sociale e culturale che ha cambiato freneticamente l&#8217;uomo occidentale negli ultimi due secoli, l&#8217;educazione, istituzionalizzata nelle scuole nel bel mezzo di questa rivoluzione, \u00e8 rimasta ancorata a tradizioni secolari, resistente ai cambiamenti sociali e culturali, faticando non poco ad adeguarsi a tali mutate e mutevoli condizioni e, come storia di pensiero, a costruire ed affermare una propria autonomia e dignit\u00e0 epistemologica.<br \/>\nNella contemporaneit\u00e0 poi l&#8217;educazione \u00e8 stata progressivamente sfrattata dalle scuole, il contesto sociale in cui si identificava. Chi crede pi\u00f9 infatti che a scuola si educa? A scuola ci si istruisce, ci si specializza, e non \u00e8pi\u00f9 vero neanche questo. L&#8217;ambiguo termine di &#8220;educazione&#8221; si \u00e8 frammentato nel sociale, dalla famiglia alla televisione, nel cosiddetto policentrismo delle agenzie formative. In una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 specializzata, nel lavoro, nello studio e negli ambiti istituzionali, l&#8217;educazione appare come un concetto generale, sfuggente, trasversale perch\u00e9 istituzionalmente poco collocabile, perso nel caos della molteplicit\u00e0 degli stimoli di socializzazione, aspirazione dell&#8217;uomo pi\u00f9 che pratica sociale.<br \/>\nMa, visto che la storia della societ\u00e0, come insegna Weber, \u00e8 storia di conflitti politici, culturali, economici, e da questi conflitti nascono nuovi assetti sociali, e anche nuovi ceti, nuove professioni, ecco che spunta, quando l&#8217;educazione pare avere un ruolo sempre pi\u00f9 marginale e sparire come pratica sociale, la figura dell&#8217;educatore.<br \/>\nEssa nasce dall&#8217;affermazione di una cultura del diritto di cittadinanza diognuno nella societ\u00e0, prodotto profondo di una strada lunga di democrazia e sostenuta da una delle vie alla democrazia che \u00e8 il Welfare State. Dalla met\u00e0 degli anni &#8217;70 in poi molti sono divenuti educatori. Come? Su campo; dai bisogni emersi dai nuovi assetti sociali: integrazione degli handicappati e dei soggetti psichiatrici pi\u00f9 o meno liberati dai manicomi, recupero dei tossicodipendenti e dei cosiddetti minori a rischio; tutto l&#8217;ambito insomma della riabilitazione edel recupero di soggetti diversi o devianti per secoli emarginati e repressi.<br \/>\nGli educatori, spesso con poca o nessuna preparazione professionale, hanno prodotto esperienze che si sono tradotte in teoria e di nuovo in esperienza, acquisendo sempre pi\u00f9 coscienza della necessit\u00e0 non solo di un adeguato sostegno epistemologico ma anche di un pi\u00f9 adeguato riconoscimento sociale. Ma la societ\u00e0, nonostante abbia determinato il bisogno e abbia posto le premesse culturali ed economiche per la nascita e lo sviluppo della figura dell&#8217;educatore, non si \u00e8 ribaltata, rimane profondamente attaccata ai modelli culturali, politici ed economici di cui si accennava sopra: debolezza epistemologica, ideologica, sociale dell&#8217;educazione, resistenza della cultura dell&#8217;emarginazione, potenza dell&#8217;ideologia liberista.<\/p>\n<p><strong>Un modello culturale minoritario<br \/>\n<\/strong>Ma in concreto, contro cosa cozzano gli educatori per non riuscire ad avere quel riconoscimento sociale cui ambiscono? In primo luogo la &#8220;dominanza culturale&#8221; dei paradigmi medico-scientifici, legati ai concetti di&#8221;organismo funzionale&#8221;, &#8220;patologia&#8221;, &#8220;normalit\u00e0 funzionale&#8221;, &#8220;cura&#8221;, &#8220;terapia&#8221; e via discorrendo. Laddove la medicina considera l&#8217;uomo non nella sua specificit\u00e0 di individuo ma come indistinto portatore di una funzionalit\u00e0 organica, alla quale afferiscono dicotomicamente normalit\u00e0 e patologia, essa interviene su quest&#8217;ultima, quasi alienata dall&#8217;individuo portatore, nei termini di cura a terapia. Dove la patologia \u00e8 cronica vi \u00e8 inguaribilit\u00e0 e la cura si traduce in assistenza.<br \/>\nQuesto paradigma, fondato dal positivismo ottocentesco, \u00e8 ancora oggi cultura e ideologia profonda della societ\u00e0. L&#8217;educazione per\u00f2 ha altri modelli: si pensi all&#8217;individuo come soggetto globale e al fatto che il perno attorno al quale esso deve ruotare \u00e8 il concetto di &#8220;cambiamento&#8221;. Tutti possono, devono avere l&#8217;opportunit\u00e0 di cambiare, crescere, migliorare. In questo senso i termini di inguaribilit\u00e0, normalit\u00e0, patologia assumono un altro significato. Sono un limite, una base, un punto di partenza.<br \/>\nNonostante ne sia stata fatta di strada \u00e8 ancora da affermare nella cultura comune per esempio, l&#8217;idea che l&#8217;handicappato possa non guarire ma cambiare, acquisire socialit\u00e0, autonomia, competenze e quindi dignit\u00e0. Ma certamente la problematica dell&#8217;handicap \u00e8 ancora pi\u00f9 complessa, perch\u00e9 gli educatori che se ne occupano devono fare i conti con altri retaggi culturali, come quellodella carit\u00e0, che non solo \u00e8 duro a morire, ma pericolosamente si riaffaccia alla porta delle scelte politiche nella crisi del Welfare.<br \/>\nLa carit\u00e0, tipica forma culturale di sensibilit\u00e0 e sostegno sociale delle societ\u00e0 &#8220;statiche&#8221;, fondate su profonde disuguaglianze che non devono essere messe in discussione, \u00e8 stata uno dei luoghi dell&#8217;educazione. Non fondata sulla professionalit\u00e0 ma sulla vocazione, ha finito per identificarsi con essa. Inguaribilit\u00e0, carit\u00e0, vocazione, normalit\u00e0\/patologia, emarginazione sono modelli culturali che vanno assieme in una pi\u00f9 generale dimensione storica e sociale, quella dalla quale proveniamo. Per contro: cambiamento, integrazione, professionalit\u00e0 educativa, differenza sono modelli che si riferiscono ad una differente prospettiva sociale e politica, di cui l&#8217;educatore si fa interprete e portavoce.<br \/>\nMa le contraddizioni non si esauriscono qui. Dove l&#8217;educatore cerca di affermaretali modelli? Nel contesto istituzionale del settore&#8221;socio-sanitario&#8221;, un ambito ben preciso i cui parametri dominanti sono quelli della cultura medica: cura, terapia, recupero. Non \u00e8 un caso che il riconoscimento maggiore della figura dell&#8217;educatore avvenga nei Sert (Servizio recupero tossicodipendenze) dove, divenuta palese l&#8217;insufficienza del metadone o chi per lui a guarire il tossicodipendente, si \u00e8 dovuto ricorrere a unprofessionista dell&#8217;educazione, della socializzazione su campo, che permetta la riabilitazione e il recupero al mondo, alla produttivit\u00e0. Quest&#8217;ultima, la produttivit\u00e0, \u00e8 un altro dei modelli culturali profondi di questa societ\u00e0, contro cui l&#8217;educatore \u00e8 in conflitto: l&#8217;educazione e la riabilitazione degli handicappati o delle persone con problemi psichici solo in rari casi produce un&#8217;integrazione che coincida con il recupero alla produttivit\u00e0; conseguentemente i servizi per handicappati e di psichiatria sono i pi\u00f9 attaccati dal punto di vista politico e sociale, quelli contro cui si rivolge l&#8217;attacco liberista, con il tentativo di ritradurre la riabilitazione inassistenza, la professionalit\u00e0 in volontariato, l&#8217;integrazione in emarginazione.<\/p>\n<p><strong>Un sapere sintesi di molte discipline<br \/>\n<\/strong>Un altro ostacolo su sui ricade la debolezza del ruolo sociale dell&#8217;educatore \u00e8 la gi\u00e0 sottolineata debolezza epistemologica della sua pratica sociale; \u00e8 ancora lontana nella cultura comune il riconoscimento della pratica educativa come &#8220;scientifica&#8221;, cio\u00e8 fondata su di un&#8217;intenzionalit\u00e0 cosciente, sostenuta da una teoria e metodologia specifica e autonoma rispetto ad altre discipline, liberata definitivamente dallo spleen idealistico della vocazione e del &#8220;dono divino&#8221;. L\u00e0 dove la specializzazione del lavoro ha raggiunto livelli elevatissimi per cui ogni professionalit\u00e0 ha un ambito proprio e riconosciuto, l&#8217;educatore fatica a trovare e a proporre una propria specificit\u00e0 e un proprio spazio sociale. La rivendicazione di un sapere&#8221;sintesi&#8221; di molteplici discipline umanistiche tradotto in una prassi relazionale (sapere &#8220;globale&#8221; per un approccio pi\u00f9 globale possibile all&#8217;individuo) stenta ad affermarsi in una cultura enfaticamente specialistica, in cui tra l&#8217;altro le problematiche relazionali hanno trovato successo nell&#8217;ambito delle discipline psicologiche mentre da un punto di vista educativo (teorico e pratico) rimangono nell&#8217;immaginario collettivo pi\u00f9 oscure e confuse, sospettate di essere affrontate in termini astratti o tecnicistici.<br \/>\nQuante volte infatti le istituzioni stesse gestrici dei servizi, per non parlare delle famiglie, sottovalutano o addirittura ignorano la progettualit\u00e0 educativa, come se la relazione potesse bastare ed esaurire il proprio ruolo professionale.<br \/>\nC&#8217;\u00e8 infine da sottolineare che a questo basso riconoscimento sociale contribuiscono gli educatori stessi che, sparsi in una miriade di organizzazioni ed enti di vario tipo e natura, non rivendicano a sufficienza la propria professionalit\u00e0 a livello culturale, istituzionale e politico.<br \/>\nTroppo spesso molti educatori si chiudono nei propri servizi resistenti ai cambiamenti e alla progettualit\u00e0, finendo per confermare l&#8217;immagine &#8211; minore -che di loro hanno i mandanti istituzionali e le famiglie. Quanti educatori sipreoccupano di costruire progetti sempre pi\u00f9 adeguati, che diano senso, orientamento e traduzione al loro fare? Quanti sono in grado di produrli? Quantisi preoccupano di curare la propria formazione ed esigerla dai propri enti?<br \/>\nE ancora, abbandonati alla complessit\u00e0 delle relazioni con gli utenti, senza adeguati confronti e sostegni con altre figure professionali, gli educatori scivolano nell&#8217;impotenza o nell&#8217;onnipotenza, rinunciando a una battaglia realistica per l&#8217;affermazione del proprio ruolo.<br \/>\nDa un punto di vista politico infine, il paradosso \u00e8 che non si pu\u00f2 rivendicare la propria professionalit\u00e0 quando si accettano retribuzioni e condizioni di lavoro scandalose, confermando un sistema politico ed economicoche gioca al ribasso, teso a risparmiare a scapito della qualit\u00e0 dei servizi.<br \/>\nIn mezzo a due modelli politici, culturali ed economici antagonisti, l&#8217;educatore, che appartiene senza dubbio ad uno di questi, deve perseguire il suo compito con sempre maggiore coscienza della propria professionalit\u00e0. Solo cos\u00ec potr\u00e0 sperare, tra l&#8217;altro, di ricevere un compenso pi\u00f9 adeguato alla sua preparazione e alla complessit\u00e0 delle problematiche e delle relazioni che si trova ad affrontare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Affrontare il tema del rapporto tra la professione dell&#8217;educatore e la suaretribuzione significa mettere in relazione tre concetti tra loro collegati. 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