{"id":556,"date":"2009-11-04T17:06:48","date_gmt":"2009-11-04T17:06:48","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=556"},"modified":"2026-01-07T11:19:49","modified_gmt":"2026-01-07T10:19:49","slug":"affettivit-e-cura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=556","title":{"rendered":"6. Affettivit\u00e0 e cura"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Paola Molinatto<\/p>\n<p>Chiunque abbia vissuto personalmente o stando accanto a un&#8217;altra persona l&#8217;esperienza di una malattia, anche se breve e non grave, ha sperimentato come l&#8217;insinuarsi di un dolore o di un&#8217;infermit\u00e0 temporanea sconvolga in profondit\u00e0 il proprio modo di essere e di pensare, ma soprattutto comporti quasi un ritrarsi del mondo degli affetti* al quale si chiede di venire al pi\u00f9 presto riconsegnati. Non \u00e8 allora improprio ipotizzare che l&#8217;affettivit\u00e0 sia un elemento costitutivo della cura anzich\u00e9 un fattore ad essa estraneo. <!--break-->Nell&#8217;inverno del 1974, Werner Herzog, regista di film bellissimi, visionari e allucinati, informato da un amico che Lotte Eisner, figura prestigiosa del cinema tedesco, era gravemente ammalata, decise di andare a piedi da Monaco a Parigi, nell&#8217;assoluta convinzione che, se ce l&#8217;avesse fatta, lei sarebbe rimasta in vita. Attraversare a piedi il cuore dell&#8217;Europa per un&#8217;amica malata non \u00e8 solo il gesto tenero e irragionevole di un artista abituato a misurarsi con immagini mai viste, cariche di fisicit\u00e0 e di leggerezza. E\u2019 invece la metafora di una modalit\u00e0 del prendersi cura che attiene in modo significativo alla sfera dei sentimenti e della immedesimazione nel destino di un altro quale offerta di pura solidariet\u00e0 e condivisione. Non a caso, negli appunti conclusivi di quell&#8217;avventura nel corso della quale ha sperimentato su di s\u00e9 qualcosa della spossatezza e dell&#8217;incedere tra sconforto e ripresa che caratterizza la malattia, Herzog pare aver colmato, pi\u00f9 che la distanza tra le due citt\u00e0, la lontananza che lo separava dall&#8217;amica malata, fino a sbilanciare e a capovolgere il rapporto tra i due: \u00e8 infatti Herzog, e non la Eisner, a essere, infine, dolente ed esausto, compreso e sollevato dal loro incontro. Il prendersi cura dell&#8217;altro sembra cos\u00ec alludere, in questo caso, alla capacit\u00e0 di collocarsi in una prossimit\u00e0 affettiva in grado di trasformare la relazione di aiuto in un&#8217;intesa fatta di un reciproco e gratuito scambio di esperienze, non esente da imbarazzi e solitudini, n\u00e9 dall&#8217;ostinazione a cercare immagini comuni del futuro. E\u2019 sulla base dell&#8217;ipotesi di un nesso privilegiato tra affettivit\u00e0 e cura che abbiamo incontrato Eugenio Borgna, che nei suoi libri parla della necessit\u00e0 di modalit\u00e0 di progettazione terapeutica che abbiano a configurarsi \u00abcome disponibilit\u00e0 infinita ad ascoltare e (anche) a immedesimarsi negli abissi di interiorit\u00e0 dolorosa delle pazienti e dei pazienti\u00bb, chiedendogli di introdurci all&#8217;esperienza della cura e del prendersi cura. Eugenio Borgna insegna Clinica delle malattie nervose e mentali all&#8217;Universit\u00e0 di Milano ed \u00e8 responsabile del Servizio di psichiatria dell&#8217;Ospedale Maggiore di Novara. Tra i suoi libri pi\u00f9 recenti, segnaliamo Malinconia e Come se finisse il mondo, entrambi editi da Feltrinelli.<\/p>\n<p><strong>Vorrei chiederle che cosa pensa del rapporto tra affettivit\u00e0 e cura, soprattutto dal punto di vista di chi, per professione o per scelta, decide di dedicarsi all&#8217;assistenza di persone malate. Penso, per esempio, alle molte iniziative di volontariato che si rivolgono a persone colpite da malattie gravi, come il cancro o l&#8217;Aids, ma anche al personale sanitario che opera in queste situazioni estreme, segnate dal1&#8217;incombenza della morte. Quale spazio occupano e quale ruolo svolgono, nell&#8217;attivit\u00e0 di cura, i sentimenti e gli stati d&#8217;animo che attraversano e scuotono chi si pone a confronto con una persona inalata? Lei ritiene che sia possibile curare senza affetti, prescindendo dal\/c proprie emozioni, o ipotizzare una semplice distanza tra questi due ambiti?<\/strong><br \/>\nL&#8217;attivit\u00e0 di cura, soprattutto in ambito psichiatrico, implica strategie complesse, che devono essere tra loro integrate. In psichiatria, ma anche in altri campi della medicina, la cura non \u00e8 mai riducibile a una semplice somministrazione farmacologica. Curare \u00e8 un gioco raffinato e contraddittorio nel quale sono implicati gli stati d&#8217;animo di chi \u00e8 medico, psicologo, infermiere, operatore e gli stati d&#8217;amnio di chi si pone, sia pure per il tramite di alcuni orizzonti comuni e non, come paziente, come interlocutore. Va da s\u00e9 quindi che le connessioni tra affetti, emozioni, sentimenti e strategie di cura siano strettissime, soprattutto quando hanno luogo in un contesto scientifico e meta-scientifico precario, come quello della psichiatria, in cui la dimensione interpersonale condiziona la stessa efficacia terapeutica dei farmaci che si prescrivono. In realt\u00e0, la sfera dei sentimenti, delle emozioni e degli stati d&#8217;animo da una parte e i diversi modelli di cura dall&#8217;altra rappresentano una continuit\u00e0 storica, critica, culturale, pratica, un&#8217;unit\u00e0 epistemologica sempre indispensabile, anche se lo spirito dei tempo porta ad accelerare gli eventi, a contrassegnarli e a classificarli, svuotandoli di significato e di lentezza, sottraendo la componente interpersonale ai modi concreti di fare terapia.<br \/>\nInsomma, ci\u00f2 che sta a fondamento dell&#8217;importanza di quanto \u00e8 evocato da queste diverse forme metaforiche del linguaggio, sentimenti, affetti, emozioni, stati d&#8217;animo \u00e8 il fatto che ogni sentimento, ogni stato d&#8217;animo significa apertura a qualcosa che \u00e8 al di fuori di noi, mentre i processi razionali, che sono dominati dallo splendore solare della ragione, sono processi cartesianamente e spinozianamente individualistici, serrati, mummificati, imprigionati nel nostro io. Al contrario, ci\u00f2 che rende la vita affettiva ed emozionale, l&#8217;indispensabile premessa a ogni cura e a ogni riflessione teorica \u00e8 appunto il fatto che non c&#8217;\u00e8 vita affettiva che abbia un senso che non sia sempre relazionale, costruzione, sia pure frammentaria, discutibile, fragile, di contatti, di ponti, di relazioni e di dialogo. Dunque: vita affettiva come vita interiore, come interiorit\u00e0 che si spalanca al mondo degli altri. Penso che Martiri Heidegger, su questo tema, sia pure nel suo linguaggio metaforico, complesso, a volte magari oscuro, ma sempre decifrabile, abbia detto cose estremamente importanti, ma soprattutto che la relazione, in quanto siamo esistenze gi\u00e0 sempre gettate in un mondo, costituisce la struttura portante del nostro essere. Quindi la cura, qualunque cura, quando venga svolta da medici, ma anche da chi fa della semplice assistenza, \u00e8 correlata al mondo degli affetti in modo essenziale. Tra l&#8217;altro, anche separare teoricamente, sofisticamente, cura da assistenza, o terapia da assistenza, mi sembra sia inaccettabile. Assistere una persona significa sistere ad, stare accanto a una persona nel tentativo di curarla mettendo in atto strategie terapeutiche, significa essere a servizio di qualcuno. Quindi anche la separazione, apparentemente cos\u00ec ovvia, tra la medicina e le diverse discipline a essa subalterne, tra medici e assistenti sociali, operatori oppure semplici volontari che si occupano dell\u2019assistenza, \u00e8 una separazione fasulla, che nasce da preconcetti cartesiani o comunque deformati nel senso di un cartesianesimo spesso anche malinteso.<br \/>\n<strong><br \/>\nA partire dalla sua esperienza di psichiatra, potrebbe darci una descrizione di quel complesso di atteggiamenti che possiamo definire come \u00abcura\u00bb?<\/strong><br \/>\nLa premessa a ogni presenza umana che si occupi, che si preoccupi di un altro, sano o malato che sia, \u00e8 indubbiamente la presenza di quell&#8217;attenzione su cui Simone Weil ha scritto cose straordinarie. Senza vivere in noi stessi questo tentativo continuo, oscuro, a volte difficile, a volte impossibile, di un&#8217;attenzione rivolta permanentemente a cogliere cosa si muove in noi per cercare di cogliere cosa si muove nell\u2019altro, non si pu\u00f2 fare psichiatria, non si pu\u00f2 fare sociologia, n\u00e9 alcuna umana disciplina che implichi con un contratto con l&#8217;altro, come l\u2019accompagnarsi per un tratto di strada con qualcuno che chieda aiuto. Senza attitudini, che si educano, ma che sono anche innate, a entrare in relazione con gli altri, sia che si insegni, sia che si faccia il medico radiologo, sia che si assistano persone malate di AIDS o di cancro, senza questa inclinazione a rivivere in fondo la tragedia della vita come intreccio di incontro e fallimento, di riuscita e scacco, le scienze umane sono certo fuori gioco, ma anche quelle scienze che a volte stanno in bilico tra le scienze umane e le scienze naturali, come la psichiatria o la medicina psicosomatica.<\/p>\n<p><strong>Una comunanza di destino<\/strong><br \/>\nSchopenhauer ha scritto una volta che uno dei misteri pi\u00f9 profondi e ontologicamente fondanti nella condizione umana \u00e8 proprio l&#8217;esigenza, la speranza che nasce in noi, lo slancio vitale a sentire la sofferenza dell&#8217;altro come la nostra possibile sofferenza, e quindi a cogliere e a rivivere le speranze o la disperazione dell&#8217;altro come nostre possibili esperienze. In senso pi\u00f9 tecnico, credo che il contributo pi\u00f9 interessante a questo proposito sia stato offerto da von Gebsattel, un grandissimo psichiatra. Egli distingue, in ogni atto terapeutico inteso in senso lato, che vale per il medico come per l&#8217;assistente sociale o per l&#8217;operatore, tre passaggi, tre transizioni. Non si inizia nemmeno un atto terapeutico significativo, nessuna cura pu\u00f2 avere inizio, a suo avviso, se prima non si compie quel gesto preliminare dell&#8217;entrare in relazione con l&#8217;altro sul piano della simpatia, cio\u00e8 di un rapporto che prescinda da ogni professionalit\u00e0, da ogni rigida articolazione tecnica. Quindi, il primo stadio di ogni cura \u00e8 il saper cogliere che cosa c&#8217;\u00e8 in uno sguardo, in un volto, in una semplice stretta di mano, che implica la capacit\u00e0, in sostanza, di sentire immediatamente il destino di un altro come il proprio destino. Questa vicinanza al destino dell&#8217;altro \u00e8 la premessa di ogni tentativo di accompagnarsi a una vita che entra in crisi o che si spegne, la premessa di ogni relazione di cura. A volte cogliamo dei salti, dei veri e propri esercizi acrobatici in medici assolutamente incapaci di comprendere l&#8217;altro, di accettare la propria debolezza, di fare i conti con la propria insicurezza, di produrre delle conoscenze con la partecipazione dell&#8217;altro. Recentemente, parlando a un pubblico di medici e operatori sanitari, ho sostenuto come il processo della conoscenza in psicanalisi, come in psichiatria e in medicina, non possa avere luogo se non in un colloquio dialettico, in un tentativo di creazione, di formazione e di educazione reciproca che coinvolga contemporaneamente medico e paziente. Affermazioni di questo tipo possono apparire scontate, ma proposte in un ambiente medico, talvolta producono tensioni e fratture non indifferenti. Per\u00f2, chi assista un destino segnato dalla tossicodipendenza, dall&#8217;Aids o dalla sieropositivit\u00e0, deve coltivare in s\u00e9 queste attitudini straordinarie e soprattutto la capacit\u00e0 di riscattare la negativit\u00e0 estrema della morte, che talvolta ha sguardi terribili, privi di ogni speranza. Anche se, certo, queste sono situazioni estreme. La psichiatria, per esempio, che pure si occupa di malinconia, di angoscia, di morte, di suicidio, in fondo tratta di eventi i cui confini sono indubbiamente pi\u00f9 vicini a noi, pi\u00f9 facili&#8230;<br \/>\nRealizzare una cura in senso fenomenologico significa partire da queste premesse. Il secondo momento che caratterizza l&#8217;attivit\u00e0 di cura, secondo von Gebsattel, \u00e8 quello freddamente diagnostico e pure indispensabile quando si tratta di elaborare un processo di cura che sottintenda un discorso clinico, farmacologico o psicoterapeutico in senso stretto. Tuttavia questa fase si realizza compiutamente solo a condizione che non venga assolutizzata e premessa a ogni altro gesto del prendersi cura dell&#8217;altro, ma che venga tenuta in stretta connessione con il primo momento della cura. Il terzo momento richiede il recupero, la restaurazione di una relazione interpersonale, segnata dalla trasformazione del rapporto tra medico e paziente connessa alla diagnosi, l\u00e0 dove \u00e8 diventato pi\u00f9 complesso trovare radici di contatto o di dialogo.<br \/>\nVorrei per\u00f2 sottolineare che anche il momento diagnostico trova il suo significato e la sua dimensione umana, ma a patto che venga poi trasfigurato sul piano di una Partnerschaft, di una partecipazione che sia sostanziata su profondi valori umani giocati sempre sul piano della relazione interpersonale e della comunit\u00e0. Si tratta di qualcosa di pi\u00f9 di una semplice comunione affettiva ed emozionale che tenti di riscattare il secondo momento, che certo \u00e8 fatto anche di necessaria freddezza diagnostica, di distacco dagli aspetti pi\u00f9 propriamente umani e psicologici. In questo senso, ogni cura, non solo quella specificamente medica, ma soprattutto quella non tecnica, non medica, dovrebbe legare insieme il primo e il terzo momento, saltando fatalmente il secondo, che in fondo serve solo in determinate situazioni, che del resto non sono le pi\u00f9 frequenti per chi vive e sente come proprio soprattutto il mistero pi\u00f9 che gli aspetti tecnici specifici della condizione umana che soffre o che deraglia. Questa, secondo me, \u00e8 una straordinaria articolazione che von Gebsattel propone, a partire anche dalla sua formazione psicoanalitica freudiana, grazie alla quale egli ha sottolineato tutta l&#8217;importanza che in questi casi assume la storia della vita di una persona. Quindi nel terzo momento avviene una comunit\u00e0 emozionale di destino. Un destino non pi\u00f9 simmetrico, come all&#8217;inizio, in cui da una parte c&#8217;\u00e8 la persona che soffre e dall&#8217;altra una persona che dovrebbe almeno avere presente di lenire la sofferenza. Nel terzo momento si giunge a una comunione di destino, impregnata di vita affettiva, perch\u00e9 senza emozioni si resta dei semplici diagnostici, dei radiologi o dei chirurghi, i quali fanno della tecnica pura, della tecnica applicata.<br \/>\nIl volontariato, se vogliamo usare una parola comprensiva, sintetica, in grado di esprimere l&#8217;insieme degli atteggiamenti appena descritti, ha quindi un enorme significato, ma soprattutto l\u00e0 dove \u00e8 correlato alle proprie attitudini. Perch\u00e9 senza reali attitudini si possono fare tante cose, anche splendide, ma difficilmente si pu\u00f2 realizzare una cura come capacit\u00e0 di assistere e di ascoltare l&#8217;altro. Attitudini che hanno bisogno di pazienza e di immedesimazione, cio\u00e8 di disponibilit\u00e0 a cogliere nella sofferenza degli altri un valore essenziale della vita. Avere sofferto non passa mai, \u00e8 un&#8217;esperienza che segna. Vivere, anche solo un giorno, a contatto con una vita che si sta spegnendo o comunque segnata dalla malattia, significa confrontarsi personalmente con la frattura della sofferenza. Per questo motivo nego il valore della professionalit\u00e0 quando questa abbia a che fare con situazioni estreme. La medicina e i medici, invece, troppo spesso sono prigionieri di una tecnica esasperata.<\/p>\n<p><strong>Il linguaggio delle metafore<\/strong><br \/>\n<strong>Mi ha colpito molto l&#8217;idea di una comunanza di destino tra chi cura e chi \u00e8 malato. Ma \u00e8 davvero possibile realizzarla con chi vive la prossimit\u00e0 con l&#8217;esperienza della morte? 0 meglio, si pu\u00f2 condividere fino infondo l&#8217;esperienza di chi sente di non poter pi\u00f9 fare progetti o avere speranze?<\/strong><br \/>\nSenza speranza si muore. Naturalmente questo sguardo di angoscia che proviene da un&#8217;esistenza che si spegne, che si avvia verso la morte, \u00e8 carico di un&#8217;angoscia mortale ed \u00e8 un&#8217;esperienza ultima e sconvolgente. Come possiamo viverla noi, intanto, nel confronto con l&#8217;altro? Temo che senza una profonda incandescenza affettiva ed emozionale, senza una vita affettiva capace di generosit\u00e0 e di dedizione assoluta, molte cose non si riescano a fare. Aggiungerei, usando un&#8217;espressione teologica, senza speranza, senza una fede profonda, che pu\u00f2 essere anche la fede di chi crede nel valore della relazione, e non solo della relazione che trascende un legame storico e temporaneo. Se non c&#8217;\u00e8 dentro di noi una speranza che \u00e8 contra spem, oltre la stessa speranza, e una fede, che insieme fondino il valore assoluto della relazione come sfondamento dei propri limiti e del proprio egoismo, non c&#8217;\u00e8 apertura all&#8217;altro che consenta di accoglierlo, anche se necessariamente nei termini di una distanza, giacch\u00e9 non ci pu\u00f2 essere un&#8217;identificazione piena. Forse in certe situazioni si \u00e8 costitutivamente soli, per\u00f2 un&#8217;esistenza che muoia in relazione \u00e8 senza dubbio un&#8217;esistenza che consente a chi sta morendo e a chi a esso si accompagna una reale forma, seppure misteriosa, di realizzazione.<br \/>\nNorbert Elias, un sociologo che si \u00e8 occupato dell&#8217;isolamento del malato nelle societ\u00e0 contemporanee, ha scritto che in fondo quando si muore, quando si \u00e8 colpiti da una grave infermit\u00e0, probabilmente il desiderio pi\u00f9 intenso \u00e8 che il proprio corpo sia anche solo accarezzato, che una mano venga accarezzata da un&#8217;altra mano, che uno sguardo legga ci\u00f2 che \u00e8 cambiato. Ma perch\u00e9 tali gesti abbiano significato occorre che non si sia sul piano della compassione n\u00e9 di un semplice formalismo. Poi esistono figure straordinarie come Teresa di Calcutta che senza aver magari letto Scheler, Heidegger, Pascal, Agostino, Simone Weil o Edith Stein, inceneriscono queste parole che noi cerchiamo di rivitalizzare, a volte forzandone anche il significato, nel tentativo di accedere a una realt\u00e0 per definizione sfuggente. Non \u00e8 raro sentire, ad esempio nei congressi di psichiatria, requisitorie spietate nei confronti di quegli psichiatri che inventano le parole, che ne distorcono il significato, che fanno uso di termini che non esistono neanche nel vocabolario. Con ci\u00f2 non intendo sostenere che le mie parole abbiano chiss\u00e0 quale importanza, bens\u00ec che, come ha scritto Minkowski, il linguaggio delle metafore sia l&#8217;unica cosa che rimane a disposizione quando si tenti di tematizzare il destino di chi soffre. E\u2019 solo con il linguaggio delle metafore che si possono imboccare sentieri, raggiungere radure boschive, abitare luoghi caratterizzati da un fitto intreccio di luce e oscurit\u00e0, speranze e angosce. Certo, \u00e8 inevitabile che esistano le divisioni di malattie infettive, di oncologia o di psichiatria, ma mi chiedo quanta reale capacit\u00e0 di contatto non tecnico, ma personale e umano, sappiano produrre, nonostante si tratti di reparti che pure affrontano problemi come quelli dell&#8217;Aids o del cancro. Oppure si pensi a taluni reparti di psichiatria: spesso ci sono muraglie, porte chiuse, letti di contenzione, elettroshock. E necessario allora uscire da queste logiche, per infrangere quella inavvicinabilit\u00e0 che spesso si stabilisce tra chi sta morendo e chi almeno ora \u00e8 lontano dalla morte, per rendere tale distanza meno gigantesca, meno assoluta, e perch\u00e9 possa trasformarsi in un mistero che consenta per\u00f2 di aprire qualche breccia nel problema. Il mistero, infatti, non rimanda solo a ci\u00f2 che \u00e8 inaccessibile, ma permette di individuare alcune possibili aree di soluzione. Nel linguaggio mistico di Simone Weil, che ha vissuto la dura esperienza delle catene di montaggio della Renault, nel suo linguaggio creativo, geniale, rivoluzionario, ritroviamo questa sottolineatura estrema dell&#8217; attenzione, dello slancio, della speranza, non della speranza?illusione, ma della speranza che, insieme ad altre costellazioni di senso, riesce a rendere meno incolmabile l&#8217;abisso che pure ci separa dall&#8217;altro. Rimarranno senza luce questi abissi ghiacciati del cuore? Rimarr\u00e0 sempre isolata e abbandonata l&#8217;anima, che \u00e8 il territorio in cui si esprimono i sentimenti, le emozioni, le grandi vicende della vita? Ancora una volta abbiamo bisogno del linguaggio che si lega alle metafore, per parlare di sofferenza, speranza, ragioni del cuore, memoria, inquietudine, scoramento, affetti.<br \/>\nMa che cosa sono gli affetti? Da un certo punto di vista sembrerebbero indicare quel groviglio di emozioni e di sentimenti che divampando, anche senza venire del tutto purificati, prendono forma, passando dal femminile al maschile, dalle emozioni, dagli stati d&#8217;animo (che sono, pi\u00f9 propriamente, stati dell&#8217;anima), per ricadere poi nell&#8217;universo maschile dei sentimenti e degli affetti. Per questo, probabilmente, gli affetti, almeno semanticamente, rinviano a una qualche inclinatura clinica, gli affetti perturbati, gli affetti incandescenti, gli affetti morbosi, gli affetti che consentono alla ragione di esplorare i cieli stellati; mentre invece l&#8217;espressione \u00abvita affettiva\u00bb mi sembra pi\u00f9 ricca e interessante. E\u2019 all&#8217;originaria dimensione femminile della psych\u00e9 che allude il mondo dell&#8217;affettivit\u00e0, degli stati dell&#8217;anima, delle emozioni. Mentre i sentimenti, sebbene siano \u00abmaschili\u00bb, mantengono un sentire in fondo che ha gi\u00e0 in s\u00e9 una trascendenza, una spinta verso l&#8217;altro. Non a caso, tutta la fenomenologia, da Scheler a Kierkegaard a Heidegger, afferma che l&#8217;essere \u00e8 al di fuori dei confini del proprio io e che dunque la trascendenza costituisce la struttura portante, ontologica, metafisica, esistenziale ed emozionale della vita.<\/p>\n<p><strong>Se l&#8217;insicurezza spegne l&#8217;onnipotenza<\/strong><br \/>\n<strong>Lei ha sottolineato la necessit\u00e0 di colmare la distanza che ci separa da chi vive un&#8217;esperienza di sofferenza e di difficolt\u00e0. Questo \u00e8 un compito che impegna ovviamente ogni essere umano. Ma occorrono particolari attitudini per accompagnarsi a un&#8217;esistenza che si spegne? E in che modo possiamo riconoscerle ed educarle?<\/strong><br \/>\nS\u00ec, certo, direi che sono necessarie delle attitudini. La capacit\u00e0 di dialogo innanzitutto, di un colloquio che non sopraffaccia l&#8217;altro, che non isoli nella propria interiorit\u00e0. Ma soprattutto attitudine a cogliere il senso della vita, non solo della propria, ma anche di quella degli altri. Se non si dispone di quell&#8217;intuizione preliminare che induce a pensare che la vita abbia un senso solo se giocata in un contesto di interpersonalit\u00e0, da sola questa componente finisce gi\u00e0 con il bruciare ogni altra virtuale attitudine. Attitudine all&#8217;intuizione, cio\u00e8 a quella forma di conoscenza e di pensiero che c&#8217;\u00e8 in ciascuno di noi e che, come ha scritto Simone Weil, pu\u00f2 anche essere esercitata e insegnata, grazie alla quale siamo in grado di cogliere, al di l\u00e0 di ogni studio psicologico, qual \u00e8 la dimensione spirituale della persona con cui ci accompagnano, soprattutto se si tratta di una persona sofferente. Ma possiamo considerare le attitudini anche come portatrici di quella particolare forma di connotazione psicologica che \u00e8 l&#8217;insicurezza. L&#8217;insicurezza \u00e8 per lo pi\u00f9 intesa come un segno di inadeguatezza, mentre in realt\u00e0 l&#8217;insicurezza spegne l&#8217;onnipotenza, attenua e condiziona ci\u00f2 che si presenta come certo e assoluto, mette in crisi ogni decisione, ogni dialogo, ogni affermazione. Il grande Hegel, a proposito della nozione di cultura, ha sostenuto, nella Fenomenologia dello spirito, che avere cultura significa trascendere la propria particolarit\u00e0 per divenire capaci di pensare i punti di vista dell&#8217;altro. Si tratta di una considerazione a un tempo banalissima e rivoluzionaria. Ma se sostituiamo il pensare con il sentire, se ci chiediamo che cosa significhi intraprendere e realizzare un&#8217;esperienza di condivisione, ci accorgiamo quanto sia importante essere dotati di antenne che ci permettano di sentire l&#8217;altro, gettare qualche ponte leggerissimo perch\u00e9 il fossato che da esso ci divide non si allarghi, lanciare qualche travicella, qualche filo di paglia che sia segno di un contatto, di una vicinanza. Cultura \u00e8 la capacit\u00e0 di pensare i punti di vista dell&#8217;altro. Celebre per le sue definizioni sintetiche, Hegel, senza dubbio uno dei filosofi meno poetici e romantici, anche in questo caso ci ha fornito una sfolgorante chiave di lettura utile a comprendere chi siamo, che cosa possiamo fare, quanti punti di vista riusciamo a sentire come nostri (anche se Hegel, da parte sua, pretendeva di pensare tutti i possibili punti di vista della sua epoca). In questo senso, il pensare che diventi un verbo di riflessione, nel senso di Reflexion, di rispecchiamento e di riverberazione, \u00e8 una dimensione essenziale della vita. Altri, certo, al mio posto avrebbero detto che per setacciare, selezionare, cogliere, individuare le reali attitudini di una persona a essere utile agli altri occorre un attento esame psicologico. Se abbiamo a che fare con uno psicologo con certi orientamenti professionali, ci sentiremo dire che se la persona \u00e8 un po&#8217; timida e insicura, occorre scoraggiarla, per carit\u00e0, perch\u00e9 non \u00e8 in grado di aiutare altri, perch\u00e9 ci\u00f2 che conta non sono le sensazioni personali.<\/p>\n<p>Articolo tratto da \u201cAnimazione sociale, n.3, 1998<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\tChiunque abbia vissuto personalmente o stando accanto a un&#8217;altra persona \tl&#8217;esperienza di una malattia, anche se breve e non grave, ha sperimentato come l&#8217;insinuarsi di un dolore o di un&#8217;infermit\u00e0 temporanea sconvolga \tin profondit\u00e0 il proprio modo di essere e di pensare, ma soprattutto comporti quasi un ritrarsi del mondo degli affetti* al quale si chiede di venire \tal pi\u00f9 presto riconsegnati. Non \u00e8 allora improprio ipotizzare che l&#8217;affettivit\u00e0 sia un elemento costitutivo della cura anzich\u00e9 un fattore ad essa estraneo.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3593,3607],"edizioni":[54],"autori":[2731],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3656],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/556"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=556"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/556\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6026,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/556\/revisions\/6026"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=556"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=556"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=556"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=556"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=556"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=556"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=556"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=556"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=556"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}